Si è tenuto lo scorso giugno a Lussemburgo il Consiglio dei Ministri agricoli europei. In discussione la riforma del settore ortofrutticolo, il programma di distribuzione dei prodotti agricoli nelle scuole, i negoziati con i Paesi terzi sul biologico, l’etichettatura di origine delle carni e il futuro del settore del latte.
Riforma del settore Ortofrutta, la strada si fa in discesa. I 28 Ministri agricoli dell’UE hanno trovato un accordo sulla futura riforma del settore ortofrutticolo. Entro il 2018 la Commissione europea dovrà pubblicare un rapporto con le possibili proposte legislative su tutte le regole comunitarie di settore. Soddisfatta l’Italia, che preferisce attendere l’entrata in vigore della nuova PAC prima di mettere mano alla riforma del settore, per il quale le nuove regole varranno dal 2020. Soddisfatte anche Francia e Spagna, oltre a Germania, Danimarca e Paesi Bassi che raccomandano una ridiscussione totale dell’Organizzazione Comune dei Mercati Unica per orientarla verso una maggiore ricerca e sviluppo. Infine, dieci Paesi (Ungheria, Bulgaria, Croazia, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Romania e Slovenia) chiedono una migliore ripartizione dei fondi per i produttori di certe regioni.
Prodotti agricoli nelle scuole, intesa sugli obiettivi. I Ministri agricoli UE hanno stabilito di definire un unico programma di distribuzione dei prodotti agricoli nelle scuole europee. Allo scopo, è stato presentato il progetto di fusione dei due attuali distinti programmi (Frutta/Verdura; Latte/Prodotti collegati), ma si rischia ora una battaglia giuridica tra Istituzioni europee. Infatti, pur d’accordo sul fine (ottimizzare l’intera distribuzione di prodotti agricoli nelle scuole diminuendo i costi amministrativi), è il metodo di attuazione che divide: all’orizzonte, dunque, uno scontro tra Consiglio UE (Paesi Membri) e Parlamento europeo sul metodo giuridico da utilizzare, che vede quest’ultimo impegnato a mantenere la codecisione sulla materia (ovvero la possibilità di essere incluso nel processo legislativo). Va segnalato, infine, che alcune delegazioni nazionali hanno chiesto un’estensione dei prodotti inclusi nel programma ai formaggi e yogurt; altre hanno chiesto di includere anche i prodotti a base di frutta trasformata come i succhi; altre ancora di prendere in considerazione anche il miele, le olive da tavola e l’olio d’oliva.
Negoziati con i Paesi terzi sul biologico: accordi da rivedere. Il Commissario europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos, ha proposto di “rivedere gli accordi internazionali dell’UE passando da disposizioni amministrative ad accordi reali, con una vera reciprocità tra Paesi, anche per consentire ai produttori comunitari di esportare in modo trasparente e con garanzie giuridiche”. La revisione in corso del quadro giuridico del settore della produzione biologica ha rivelato delle carenze nel sistema attuale di riconoscimento dei Paesi terzi ai fini della reciprocità. Il Consiglio dell’UE ha quindi incoraggiato la Commissione europea a migliorare gli attuali meccanismi per agevolare il commercio internazionale di prodotti biologici, richiedendo reciprocità e trasparenza in tutti gli accordi commerciali. “Applicheremo la stretta conformità alle regole UE per le importazioni di prodotti biologici, riducendo così il margine di manovra degli organismi di controllo nei Paesi terzi”, ha concluso Ciolos.
Etichettatura di origine della carne, tutto (o quasi) da rifare. Il Consiglio dei Ministri agricoli ha rigettato la proposta del Parlamento europeo di indicare l’origine di tutte le carni (ovina, suina, caprina e bianca) come oggi avviene per quella bovina. Si ricorda che il Parlamento aveva votato il 6 febbraio scorso a grande maggioranza l’obbligo di indicazione in etichetta dell’origine di tutti i prodotti non trasformati a base di carne. Secondo la Commissione europea, la richiesta del’Emiciclo era troppo azzardata in quanto una simile etichettatura avrebbe aumentato i costi di produzione dei prodotti. Contrari, infatti, si sono detti Irlanda, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Portogallo.
Latte, tutti divisi su tutto. La Presidenza greca del Consiglio UE non è riuscita a mettere d’accordo le due anime presenti all’interno dello stesso Consiglio agricolo sul futuro del settore lattiero: da una parte i Paesi che vogliono un minor coefficiente di grasso nel latte (con conseguenti maggiori quote di produzione), dall’altra gli Stati contrari. Tra i primi figurano Germania, Danimarca e Paesi Bassi. L’Italia, come la Francia, l’Ungheria, la Slovenia e la Slovacchia, vuole solamente rafforzare gli strumenti di mercato. A parte, Regno Unito e Svezia che non vogliono né un minor coefficiente di grasso né un ulteriore intervento europeo sul mercato. Al contrario, Austria e Polonia vogliono entrambi gli interventi. Ovviamente, i Paesi che vogliono un minor coefficiente di grasso sono quelli che hanno superato le quote di produzione e che non vogliono pagare delle sanzioni.
(Fonte: Europe Direct Veneto)
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