• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

L’Asiago Dop Prodotto della Montagna, il formaggio più prezioso d’Italia, festeggia i suoi primi vent’anni a Made in Malga (11-13 settembre)

Ha un valore stimato dagli esperti internazionali che va dai 350 ai 400 euro al chilogrammo la forma di Asiago Dop Prodotto della Montagna stagionata dieci anni aperta (foto in alto) in occasione di Made in Malga, la rassegna nazionale dedicata alle eccellenze casearie prodotte sopra i 600 metri, che torna per il secondo fine settimana (11-13 settembre) nell’Altopiano dei Sette Comuni. Tra gli appuntamenti in programma del Consorzio di tutela formaggio Asiago c’è la masterclass di sabato 12 settembre, alle ore 11:00 con L’Asiago Dop incontra i vini di montagna del Trentino.

La quotazione colloca l’Asiago Dop Prodotto della Montagna al vertice della produzione casearia mondiale di altissima gamma e conferma il valore di questa produzione di nicchia e delle lunghe stagionature. La forma aperta a Made in Malga è stata prodotta con solo latte di pascolo alpino il 21 settembre 2016, giornata nella quale si celebra San Matteo Apostolo, patrono di Asiago, ed è stata “allevata” per dieci anni, riposta su tavole di abete rosso, rigirata quotidianamente a mano e valutata da un esperto fino a raggiungere il grado di stagionatura ottimale.

Già riconosciuto tra i dieci formaggi più preziosi al mondo fin dal 2017 e miglior formaggio vaccino in assoluto ai Luxury Cheese, rassegna mondiale dei formaggi più rari, questo formaggio è un riferimento per intenditori e alta cucina d’autore. Una rarità che nasce ogni anno in poche migliaia di forme nelle malghe e nei caseifici di montagna sopra i 600 metri delle sole province di Vicenza e Trento. In un territorio naturale ricco di biodiversità, con oltre 700 specie diverse, il latte da cui lo si produceproviene da vacche al pascolo alimentate con erba e fieno, senza Ogm e insilati, e porta nel formaggio 100% naturale le caratteristiche dei luoghi, dove essenze, fiori ed erbe mutano a seconda dell’altitudine, dell’esposizione e del periodo di monticazione. La lavorazione conserva e tramanda tecniche antiche, come l’impiego nelle malghe di caldaie in rame alimentate ancora a legna che, unite alla manualità e all’esperienza del casaro, rendono ogni forma unica. Un processo nel quale il tempo è parte integrante della qualità e dà vita a un formaggio dall’aroma complesso, gradevole e intenso, con note di frutta secca tostata, noci e spezie, insieme a sentori di frutti di bosco, di erbe e fiori di montagna dove all’esplosione sensoriale in bocca si associa una persistenza gustativa senza eguali.

Nel 2026 l’Asiago Dop Prodotto della Montagna celebra vent’anni dalla sua introduzione nel disciplinare di produzione, una scelta per valorizzare la filiera legata ai luoghi d’origine sopra i 600 metri d’altitudine, rafforzarne la sostenibilità economica e tutelare il territorio e la biodiversità che la esprime offrendo ai consumatori garanzie sulla provenienza e la qualità del formaggio. Nel primo trimestre, la sua produzione è aumentata del 7,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Un andamento che si inserisce in un trend costante: tra il 2015 e il 2025, le forme sono passate da 52.802 a 68.555, con un incremento del 29,8%. Il dato conferma la vitalità di questo prodotto e il suo ruolo per l’economia locale, sostenuto anche dall’ingresso di nuove malghe nella compagine dei soci, grazie al costante lavoro del Consorzio di Tutela. “I risultati ottenuti in vent’anni dall’istituzione dell’Asiago Dop Prodotto della Montagna – afferma Fiorenzo Rigoni, presidente del Consorzio Tutela Formaggio Asiago – mostrano l’efficacia di pianificazioni e scelte di lungo periodo. La sfida dei prossimi vent’anni sarà quella di creare le condizioni affinché questa produzione possa continuare a mantenersi in buona salute, affrontando i cambiamenti con la resilienza che è propria della nostra filiera e preservando il patrimonio di conoscenze, saperi e paesaggio che la rende unica”.

Fonte: servizio stampa Consorzio tutela formaggio Asiago

Agosto 2026 in Veneto: un mese da record, tra ondate di calore senza precedenti e permafrost ormai scomparso

(di Giuseppe Pomarico, geologo e climatologo). Il Veneto chiude l’estate meteorologica 2026 con un agosto che si colloca a un soffio dal leggendario 2003, confermando una tendenza che ormai da tre mesi consecutivi (giugno, luglio, agosto) non lascia spazio a dubbi interpretativi: la regione sta attraversando una fase climatica di eccezionale e persistente anomalia termica. I dati diffusi da Arpav nel report meteoclimatico agosto 2026, restituiscono un quadro che merita una lettura non solo cronachistica, ma propriamente geoclimatologica.

Un’estate che supera, seppur di poco, il 2003

Il dato di sintesi è di per sé una notizia climatologica di rilievo: la temperatura media del trimestre giugno-luglio-agosto 2026 sembra aver superato, sia pure lievemente, quella della celebre estate 2003, a lungo considerata insuperabile. Agosto da solo si è classificato come il secondo più caldo mai registrato dalla rete Arpav, con un’anomalia media regionale di +3,2 °C rispetto alla norma 1991-2020, preceduto solo dal 2003. Il trend di lungo periodo, statisticamente significativo, è di +0,75 °C per decennio sulle temperature medie e di +0,78 °C per decennio sulle minime — un segnale coerente con l’intensificazione del riscaldamento osservata a scala regionale negli ultimi trent’anni. Dal punto di vista dinamico, il mese è stato dominato nella prima metà da un promontorio anticiclonico sub-tropicale persistente, la terza grande “bolla di calore” della stagione dopo quelle di giugno e luglio, mentre nella seconda parte impulsi di origine atlantica hanno favorito un temporaneo riequilibrio termico, interrotto a fine mese da una nuova, breve avvezione calda nord- africana (26-28 agosto) accompagnata da polveri sahariane in quota, responsabili dell’aspetto lattiginoso del cielo tra il 27 e il 28.

Il dato più significativo: l’ondata di calore più lunga mai registrata

Dal punto di vista bioclimatico, l’elemento di maggiore interesse scientifico riguarda il disagio fisico da caldo-umido misurato attraverso l’indice Humidex. Se le due ondate di calore “tradizionali” di agosto (29 luglio-7 agosto e 9-16 agosto) risultano formalmente separate da una breve pausa l’8 agosto, l’analisi in termini di Humidex mostra che tale pausa si annulla completamente: l’umidità relativa elevata ha mantenuto l’Humidex medio giornaliero sopra la soglia critica dei 35 °C anche in quel giorno, configurando un’unica ondata di forte disagio fisico ininterrotta durata 18 giorni, dal 27 luglio al 13 agosto — la più lunga e intensa mai registrata in Veneto, che supera il primato appena stabilito a giugno 2026. Il 2026 entra così, con tre distinti episodi (giugno, luglio, agosto), nella classifica delle dieci peggiori ondate di sempre per stress termico. Punte di Humidex superiori a 50 °C sono state misurate a Roverchiara (53,7 °C), Villorba e Porto Tolle-Pradon (51,6 °C), Codevigo (51,4 °C) e Chioggia-Sant’Anna (51,1 °C).

Geomorfologia e criosfera alpina: il permafrost del Piz Boè

L’aspetto più rilevante sotto il profilo geomorfologico riguarda la criosfera dolomitica. Al sito di monitoraggio del permafrost del Piz Boè (2900 m), a fine agosto non risulta più presente terreno gelato: un degrado totale che segna un punto di non ritorno rispetto alla situazione rilevata nel 2011, quando lo spessore del permafrost si estendeva per circa 5 metri di profondità fino a fondo pozzo (30 m). Il dato conferma la prosecuzione, per l’intero mese, della fusione di ghiacciai, rock glaciers e permafrost, in un contesto in cui lo zero termico ha oscillato tra i 3480 m (22 agosto) e i 4805 m (27 agosto). Le immagini della Marmolada, con ghiaccio scuro e ricoperto di detrito, restituiscono visivamente l’entità del degrado in atto, con implicazioni dirette sulla stabilità dei versanti in alta quota e sul rischio di crolli rocciosi legati al disgelo del permafrost — un tema che meriterebbe monitoraggi geotecnici mirati nei prossimi anni.

Precipitazioni: deficit disomogeneo e dissesti idrogeologici localizzati

Sul fronte pluviometrico, agosto chiude con un deficit regionale del -12%, ma con una distribuzione fortemente disomogenea: -30% sulla fascia pedemontana, -15% su area alpina e prealpina, mentre la pianura ha chiuso sostanzialmente in pareggio grazie a eventi estremi localizzati (Veronese, Padovano, Veneziano). Lo SPI a 6 e 12 mesi conferma una siccità di lungo periodo moderata-severa sulle aree montane e di alta pianura, aggravata — secondo lo SPEI, che integra anche l’effetto della temperatura — proprio dalle alte temperature stagionali che hanno incrementato l’evapotraspirazione potenziale (+8 mm di anomalia media in pianura). Non sono mancati fenomeni di instabilità idrogeologica: il 1° agosto un flash flood ha interessato un torrente tra Giralba e Reane (Auronzo di Cadore), con case investite da acqua e detriti; il 5 agosto allagamenti tra Ponte nelle Alpi e Soverzene e un ulteriore dissesto idrogeologico in Val d’Oten. L’evento più severo dal punto di vista dell’intensità di precipitazione e della ventosità resta però quello del 28 agosto, con sistemi temporaleschi grandinigeni tra Prealpi/Pedemontana e pianura, cumulati fino a 54,2 mm a Mira (VE) in poche ore, e raffiche di vento eccezionali: 200 km/h sulla Marmolada, 180 km/h nella rilevazione del Bellunese, 108 km/h alle Pale di San Martino, oltre 100 km/h in diverse località di pianura.

Notti tropicali e giornate estive: indicatori di un cambiamento strutturale

Completano il quadro due indicatori bioclimatici in forte crescita: le notti tropicali (minima ≥20 °C), con una media di 18 giornate in pianura — secondo valore più alto della serie storica, sei volte superiore alla media degli anni ’90 — e le giornate estive (massima >30 °C), con 26 giorni medi in pianura (+9 rispetto alla norma), terzo valore più alto di sempre. Entrambi i parametri, letti in serie storica, mostrano una traiettoria di crescita che va ben oltre la variabilità interannuale attesa, rafforzando l’ipotesi di un cambiamento strutturale del regime termico regionale piuttosto che di un’anomalia episodica.

Considerazioni conclusive

Il quadro che emerge da questo report Arpav conferma, dal punto di vista geoclimatologico, una convergenza di segnali che non può essere ignorata: allungamento e intensificazione delle ondate di calore, degrado accelerato della criosfera alpina, incremento della frequenza di eventi pluviometrici a elevata intensità oraria a fronte di un deficit cumulato di lungo periodo, e un trend termico di fondo statisticamente robusto. Il caso del permafrost del Piz Boè, in particolare, rappresenta un indicatore geomorfologico di soglia superata che meriterebbe un approfondimento specifico nei prossimi mesi, anche in relazione alla stabilità dei versanti dolomitici.

Corte dei conti europea: Il “superbonus 110” italiano? “Un uso inefficiente dei fondi UE”

Photo by Aibek Skakov on Pexels.com
Gli edifici residenziali contribuiscono a circa un quarto (25 %) del consumo energetico dell’UE. Dal 2021, il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF) per la ripresa dal Covid, che impiega il 37% dei finanziamenti UE, destinato ad obiettivi relativi al clima e all’energia, ha offerto agli Stati membri l’opportunità di promuovere il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici residenziali. Inoltre, nella proposta di bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 la Commissione europea prevede l’opzione di continuare a finanziare le ristrutturazioni. Ebbene, le misure di ristrutturazione intraprese utilizzando questi fondi hanno consentito di ottenere solo modesti risparmi energetici. 

È questa la principale conclusione della relazione pubblicata lo scorso 7 luglio dalla Corte dei conti europea. Sono stati finanziati per lo più progetti facili da realizzare, a scapito dei lavori di ristrutturazione più profondi che produrrebbero più risultati sul lungo periodo. Senza misure più mirate - un’esplicita focalizzazione sui risultati e un monitoraggio più intenso -, la spesa futura potrebbe non consentire di raggiungere gli obiettivi dell’UE in materia di clima ed energia, raggiungibili con edifici più efficienti.

Due terzi dell’energia consumata per riscaldare e raffrescare gli edifici è però prodotta ancora con combustibili fossili e quasi tre quarti degli edifici in tutta l’UE è tuttora inefficiente dal punto di vista energetico. Per ridurre i consumi energetici e tagliare le emissioni è quindi essenziale ristrutturare le abitazioni esistenti, soprattutto mediante progetti di ristrutturazione “profonda” che consentono di risparmiare oltre il 60% dell’energia, fondamentali per creare un parco immobiliare altamente efficiente.

A giudizio della Corte, questo approccio può generare due tipi di problemi. Innanzitutto, le misure di ristrutturazione di media intensità possono bloccare la prestazione energetica degli edifici a bassi livelli per anni, rendendo futuri miglioramenti addirittura più difficili e costosi da realizzare. In secondo luogo, gli investimenti realizzati non sono probabilmente la scelta ideale ai fini della decarbonizzazione a lungo termine. La Corte ha in effetti riscontrato che vi è una forte domanda per le misure semplici, come la sostituzione delle finestre o l’installazione di pannelli solari, mentre i lavori di costruzione che assicurano una maggiore efficienza energetica sono meno richiesti.

La Corte è inoltre critica sul modo in cui vengono verificati i risultati. La maggior parte delle misure di ristrutturazione finanziate dall'Unione Europea si focalizza sulle realizzazioni (output), come il numero di abitazioni ristrutturate o l’estensione delle superfici ristrutturate. Pochissime misure si concentrano sui risultati effettivi, come la riduzione del consumo energetico: su 111 misure di ristrutturazione esaminate, solo tre includevano obiettivi di risparmio energetico. Per stimare il risparmio energetico, i Paesi dell’UE sono incoraggiati a utilizzare gli attestati di prestazione energetica. La Corte giudica però tali informazioni non sufficientemente affidabili e confrontabili e quindi non idonee per un adeguato monitoraggio, per due ragioni. La prima è che gli attestati sono basati sui consumi stimati e non rispecchiano i consumi reali di energia, che dipendono dal modo in cui le persone riscaldano o raffrescano le proprie abitazioni e dai parametri di utilizzo delle stesse. La seconda è che gli attestati contengono spesso errori, per cui i risparmi sono sovrastimati o sottostimati. 

La relazione evidenzia infine come non si tenga conto del rapporto costi-efficacia degli interventi: diventa così difficile individuare i casi di uso inefficiente dei fondi e adottare misure correttive durante l’attuazione dei progetti. L’analisi della Corte, che prende in esame diverse tipologie di interventi, edifici e scelte d’intervento, mostra che il costo dei risparmi ottenuti per unità di energia varia enormemente da uno Stato membro all’altro se esaminato in maggiore dettaglio. A tale proposito, il regime italiano del Superbonus, che da solo dovrebbe ricevere quasi un terzo di tutti i finanziamenti dedicati alle ristrutturazioni (14 miliardi di euro) nell’ambito dell’RRF, costituisce un esempio particolarmente eloquente. I costi per unità di energia risparmiata sono risultati essere quattro volte superiori a quanto inizialmente previsto. Inoltre, il regime copre fino al 110 % dei costi delle ristrutturazioni, il che significa che il sostegno pubblico può essere superiore ai costi effettivi. A giudizio della Corte, si tratta manifestamente di un uso inefficiente dei fondi dell’UE.




		

	

Sicurezza alimentare e trasparenza: OI Intercarneitalia sostiene lo stop dell’UE all’importazione di carne bovina dal Brasile. E invita i consumatori a sostenere la filiera della carne bovina italiana

L’Organizzazione interprofessionale della carne bovina in Italia (OI Intercarneitalia) esprime il proprio pieno, fermo e incondizionato plauso nei confronti della recente presa di posizione dell’Unione Europea, che ha stabilito il blocco delle importazioni di carne bovina proveniente dal Brasile a causa di gravi e reiterate criticità legate alla sicurezza alimentare. Questa misura, a lungo attesa e costantemente sollecitata dai rappresentanti della filiera zootecnica continentale e nazionale, non è soltanto un doveroso atto di salvaguardia sanitaria, ma rappresenta un ripristino di giustizia, equità e coerenza per l’intero mercato agroalimentare europeo. Da anni, infatti, le nostre aziende denunciano una situazione di asimmetria inaccettabile: mentre agli allevatori italiani ed europei vengono richiesti, giustamente, sforzi colossali ed enormi investimenti economici per garantire i massimi livelli di sicurezza, di benessere animale e di sostenibilità ambientale, le frontiere comunitarie sono rimaste colpevolmente permeabili a prodotti provenienti da Paesi terzi che non offrono – e storicamente non hanno mai offerto – le medesime e rigorose garanzie.

Il nodo invalicabile della sicurezza alimentare

Il fulcro centrale di questa vicenda è, e deve rimanere, la tutela assoluta e intransigente del consumatore finale. Il sistema di controlli europeo, e in modo particolare quello italiano, è unanimemente riconosciuto dalla comunità scientifica e veterinaria come il più severo, capillare e avanzato al mondo. Nel nostro Paese, il percorso della carne bovina è meticolosamente tracciato in ogni suo singolo passaggio, in piena aderenza alla logica del “dal campo alla tavola” (farm to fork). Il nostro sistema di anagrafe zootecnica informatizzata – la Banca dati nazionale – non ha eguali a livello globale: ogni singolo capo è registrato, monitorato e tracciabile. L’utilizzo di ormoni promotori della crescita è categoricamente e severamente vietato da decenni; l’impiego di antibiotici è sottoposto a una drastica e rigorosa riduzione preventiva (per combattere la piaga dell’antibiotico-resistenza) ed è costantemente monitorato attraverso l’uso stringente della ricetta veterinaria elettronica. Al contrario, i report delle autorità ispettive internazionali e le cicliche emergenze sanitarie hanno evidenziato come il sistema produttivo e di macellazione brasiliano presenti lacune sistemiche spaventose. La mancanza di un sistema di tracciabilità individuale affidabile per i bovini dalla nascita al macello, unita a standard igienico-sanitari e operativi che spesso non risultano conformi ai rigidi parametri europei e all’uso di sostanze da noi tassativamente proibite, crea un mix di fattori pericolosissimo. OI Intercarneitalia ribadisce con forza che non possiamo permettere, sotto alcun pretesto di natura commerciale, che finisca sulle tavole delle famiglie italiane ed europee un prodotto che non garantisce la medesima purezza, salubrità e sicurezza di quello autoctono.

Il principio di reciprocità come regola di mercato

Accogliamo dunque con il massimo favore il blocco deciso da Bruxelles, perché sancisce finalmente il trionfo del principio di reciprocità. La nostra Interprofessione ribadisce da tempo un concetto logico, basilare e non negoziabile: chiunque voglia vendere i propri prodotti alimentari all’interno dell’Unione Europea deve sottostare esattamente alle stesse, identiche e stringenti regole che governano la produzione interna degli Stati membri. È una pura questione di leale concorrenza e di rispetto verso chi lavora. L’allevamento bovino italiano sostiene ogni giorno costi di produzione elevatissimi proprio per adempiere alle direttive comunitarie in materia di biosicurezza, corretta gestione dei reflui, qualità ineccepibile dell’alimentazione animale e condizioni di stabulazione rispettose dell’etologia dell’animale. Consentire l’ingresso indiscriminato di carni a basso costo, prodotte in sistematica deroga a questi principi etici e sanitari, significa non solo mettere a repentaglio la salute pubblica comunitaria, ma anche condannare al collasso migliaia di aziende agricole e zootecniche italiane. Questa vicenda deve necessariamente farci riflettere in modo critico anche in merito agli accordi commerciali internazionali, in primis le trattative con i Paesi dell’area Mercosur. Qualsiasi trattato di libero scambio non può e non deve in alcun modo essere ratificato se non prevede clausole vincolanti, immediate e sanzionatorie sul totale rispetto dei nostri standard igienico-sanitari.

Oltre la sicurezza: ambiente e sostenibilità sociale

Sebbene il provvedimento odierno verta specificamente sulla prioritaria sicurezza alimentare, è impossibile non allargare lo sguardo al modello produttivo nel suo complesso. L’approccio “One Health”, ormai promosso e riconosciuto a livello globale dall’Organizzazione mondiale della sanità, ci insegna che la salute umana, la salute animale e la salute dell’ecosistema sono indissolubilmente legate e dipendenti l’una dall’altra. L’espansione incontrollata dei pascoli in Sud America, attuata troppo spesso a scapito della foresta Amazzonica, del Cerrado e di altri biomi di inestimabile valore, rappresenta un disastro ecologico e climatico che l’Europa non può e non deve finanziare indirettamente acquistandone i prodotti derivati a basso costo. In Italia, la zootecnia da carne genera un valore economico fondamentale e dà lavoro a decine di migliaia di addetti, ma fa molto di più: rappresenta un presidio ambientale irrinunciabile. Parliamo di un tessuto socio-economico radicato in aree rurali, marginali, alto-collinari e montane, dove l’allevamento costituisce spessissimo l’unica vera difesa contro lo spopolamento umano e il dissesto idrogeologico del territorio. Scegliere la carne prodotta in Italia significa pertanto sostenere un modello che preserva il paesaggio e garantisce una zootecnia equilibrata e perfettamente integrata con il ciclo della natura.

L’appello di OI Intercarneitalia

Alla luce di questa coraggiosa, sensata e doverosa scelta della Commissione Europea, OI Intercarneitalia lancia oggi un duplice e chiaro appello. Alle istituzioni europee e al Governo italiano chiediamo di mantenere una linea di assoluta fermezza e di non cedere ad alcun tipo di futura pressione diplomatica, politica o commerciale. La riapertura delle frontiere dovrà avvenire esclusivamente qualora, in un futuro, vengano fornite garanzie ferree, terze, verificabili sul campo e durature nel tempo sull’adeguamento totale e incondizionato degli standard produttivi brasiliani a quelli comunitari. I controlli ai posti di ispezione frontaliera europei dovranno inoltre essere innalzati ai massimi livelli di allerta fin da subito, per scongiurare triangolazioni commerciali fraudolente o l’ingresso elusivo di lotti già in viaggio ma potenzialmente a forte rischio sanitario. Ai consumatori, infine, rivolgiamo un accorato invito alla consapevolezza delle proprie scelte. Il momento dell’acquisto quotidiano non è un gesto banale, ma un atto di fondamentale importanza economica, sanitaria e culturale. Leggere attentamente le etichette, verificare sempre l’origine della carne al banco o nella ristorazione, preferire e premiare i prodotti della filiera italiana significa portare in tavola sicurezza alimentare, gusto e salute per le proprie famiglie. Significa, al contempo, riconoscere e sostenere il lavoro tenace di chi opera quotidianamente nel pieno rispetto della Legge, della salute collettiva, dell’ambiente e del benessere degli animali anche con l’utilizzo di certificazioni degli allevamenti previste dal Sistema di qualità nazionale zootecnia, riconosciuto dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e dalla Commissione europea. OI IntercarneItalia continuerà a vigilare, a dialogare con le istituzioni e a lavorare senza sosta a difesa della filiera nazionale, affinché il fondamentale patto di fiducia e trasparenza tra i nostri allevatori e i cittadini italiani rimanga saldo, protetto e indissolubile.

Fonte: servizio stampa OI IntercarneItalia

Da fine luglio c’è il fermo pesca in Adriatico, ma nei banchi vendita si può trovare ancora il pescato nazionale di stagione

A partire dal 31 luglio scorso è scattato il fermo pesca in Adriatico con il blocco delle attività a strascico da Trieste ad Ancona. A darne notizie è Coldiretti Pesca, sottolineando che il blocco cade in un periodo di forti preoccupazioni per il settore e di profonda incertezza per il proprio futuro, in vista della definizione del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 e della riforma della Politica comune della pesca, senza dimenticare l’aumento dei costi energetici e gli effetti dei cambiamenti climatici. Dal 16 agosto al 29 settembre lo stop si estenderà da San Benedetto del Tronto a Bari. Dal 1° al 30 ottobre la sospensione interesserà Brindisi, San Cataldo e Otranto così come il resto d’Italia, dallo Ionio al Tirreno, fino alle isole.

Nonostante il blocco temporaneo delle attività nelle aree interessate, sulle tavole non mancherà il pesce italiano – sottolinea Coldiretti Pesca – grazie ai prodotti provenienti dagli altri segmenti della flotta nazionale, come la piccola pesca, le draghe idrauliche, l’acquacoltura e la pesca a strascico effettuata nelle zone non ancora soggette a fermo. Il consiglio è sempre quello di controllare attentamente le etichette nei banchi di vendita delle pescherie e dei supermercati, così da distinguere il prodotto nazionale da quello estero, ormai dominante sul mercato nazionale. Di anno in anno infatti la dipendenza dall’import è sempre più forte, toccando il record storico di 1,1 miliardi di chili di pesce straniero arrivati nel nostro Paese nel 2025, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Di contro, la produzione interna della flotta italiana rimane ferma a meno di 130 mila tonnellate.

Per il pesce fresco vige l’obbligo di indicare l’origine, ma l’informazione non è sempre immediata. Invece della dicitura “Italia”, si trova in etichetta la zona di cattura (identificata come “Fao 37” per il Mediterraneo), seguita da altri numeri che ne indicano le sottozone; mentre per i prodotti di acquacoltura la normativa prevede l’indicazione del Paese di origine. Ancora più complesso è recepire le informazioni di provenienza nei ristoranti, dove il pesce non è accompagnato da alcuna etichetta.

Un consiglio per imparare a capire la provenienza dei prodotti ittici è abituarsi a seguire la stagionalità del pesce in vendita. In questo periodo, ad esempio, il nostro mare offre specie come alici, sarde, sgombri, sugarelli, ricciole, cefali, triglie, gallinelle, scorfani, oltre a seppie, calamari e polpi. Più difficile è reperire merluzzi, naselli, sogliole e rombi nostrani, per i quali aumentano le probabilità di provenienza estera.

Fonte testo e foto: Coldiretti Rovigo
 


Crisi idrica in Veneto, Anbi chiama, la Regione risponde

“I danni all’agricoltura, così come la sofferenza degli invasi in quota, sono facce della stessa medaglia; la crisi idrica non risparmia nessuno e si manifesta in base alle specificità di ciascun territorio. Il grido di allarme che giunge dalla pianura è lo stesso che viene dalle montagne e dai territori costieri: ci impone di andare oltre l’approccio di emergenza e di intervenire dal punto di vista infrastrutturale, senza contrapposizioni di alcun genere” . Ad affermarlo è Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce gli 11 Consorzi di bonifica regionali.

“Da anni, insistiamo nel dotare il Veneto di nuovi invasi per riscoprire la capacità del territorio regionale di dare spazio all’acqua, per la sicurezza idraulica, l’ambiente e l’agricoltura. Attualmente – continua il presidente di AnbiVeneto – il nostro territorio è in grado di trattenere solo una piccola parte dell’acqua piovana. Il Piano Invasi che i Consorzi di bonifica e il comparto agricolo propongono, insieme alla riconversione verso tecniche irrigue più efficienti, rappresenta la strada maestra per adattare il territorio al clima che cambia. Il percorso è chiaro – conclude Vantini –, auspichiamo che nelle leggi di bilancio, sia a livello regionale sia a livello nazionale, si possa trovare lo spazio finanziario necessario per sostenerla; altrimenti, alla prossima siccità, parleremo ancora di emergenza, guerre dell’acqua e contrapposizioni che non permetteranno di far fronte al problema in maniera adeguata”.

“L’emergenza siccità denunciata da Anbi Veneto è reale, e sulle necessità e sulle priorità indicate dai Consorzi di bonifica mi trovo pienamente d’accordo”, afferma di rimando l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond. Che continua: “Assieme al presidente Alberto Stefani stiamo lavorando per mettere sul tavolo un investimento da 30 milioni di euro per affrontare questa emergenza e rafforzare la capacità del Veneto di gestire la risorsa idrica. E’ inoltre in arrivo un Programma Speciale della UE per le infrastrutture legate alla siccità. Ma nell’immediato, dobbiamo cambiare il nostro modo di gestire l’acqua. Se oggi affrontiamo una crisi idrica ogni due o tre anni, non possiamo più ragionare come se l’emergenza fosse un’eccezione: dobbiamo comportarci come se fossimo sempre chiamati a prevenire la prossima. Questo significa ottimizzare la risorsa quando è disponibile, governarla in modo dinamico e spingere al massimo l’efficienza delle derivazioni e degli utilizzi, 12 mesi all’anno. E’ un cambio di mentalità che deve riguardare anche la montagna, dove la disponibilità d’acqua è sempre più una questione strategica. Per fare questo, però, dobbiamo partire dai dati: dobbiamo avere un quadro pubblico, aggiornato e trasparente di tutte le derivazioni e degli effettivi utilizzi della risorsa. Solo conoscendo esattamente quanta acqua abbiamo, dove viene prelevata e come viene utilizzata possiamo costruire un vero Piano di gestione della siccità, capace di programmare oggi quello che ci servirà domani. Non possiamo più limitarci a rincorrere l’emergenza: dobbiamo governarla prima che arrivi”.

“Oggi ci troviamo di fronte a una combinazione di fattori che ci impone di cambiare approccio – spiega ancora Bond.- E’ cambiata innanzitutto l’agricoltura: lavoriamo sempre più sulla qualità delle produzioni e questo significa che l’acqua serve per periodi più lunghi rispetto a quelli previsti storicamente dai sistemi concessori. Nel frattempo il clima ci presenta ormai con una frequenza impressionante crisi idriche, una ogni due o tre anni. E, giustamente, è cambiata anche la nostra sensibilità ambientale: non possiamo pensare di svuotare i laghi di montagna e lasciare i fiumi senz’acqua per garantire le esigenze irrigue della pianura. Di fronte a questo scenario non esiste una sola soluzione. Dobbiamo agire sul risparmio della risorsa, incentivando e diffondendo sistemi irrigui sempre più efficienti e contemporaneamente sulla capacità di accumulo, aumentando i volumi disponibili attraverso nuovi invasi e, soprattutto, ottimizzando quelli che già abbiamo”. Su questo punto Bond rassicura direttamente Anbi: “I Consorzi sanno che la Regione non è rimasta ferma. Abbiamo già numerosi progetti, elaborati insieme agli stessi Consorzi di bonifica, che sono stati inseriti nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (Pniissi). Si tratta di interventi che sono stati ritenuti ammissibili e che ora attendono il finanziamento da parte del Governo. E’ questa una delle strade che dobbiamo percorrere con maggiore determinazione”.

Per quanto riguarda la montagna, l’assessore invita però a guardare anche oltre la semplice realizzazione di nuovi laghetti: “Creare nuovi bacini artificiali in quota può essere una possibilità, ma non sempre è la risposta più rapida. Sono opere che richiedono tempi autorizzativi importanti e che devono confrontarsi anche con i pareri della Soprintendenza, come dimostrano le difficoltà incontrate in territori vicini al Veneto. Nei nostri progetti, invece, puntiamo sull’ottimizzazione degli invasi esistenti in montagna, per aumentarne i volumi disponibili e riuscire a distribuire la risorsa verso la pianura senza dover svuotare i laghi proprio nel pieno della stagione irrigua e, contemporaneamente, di quella turistica della montagna”.

Ma per Bond gli investimenti infrastrutturali devono essere accompagnati nell’immediato da una nuova modalità di gestione dell’acqua. “Ai Consorzi dico: sì, servono risorse e dobbiamo investire, ma nel frattempo dobbiamo anche imparare a governare in maniera sempre più dinamica l’acqua che abbiamo, evitando che la scarsità produca squilibri e disparità tra territori. L’esperienza della gestione dell’Adige di questa estate dimostra che, attraverso una programmazione attenta e condivisa, è possibile affrontare con efficienza anche una stagione delicata. La strategia deve essere quindi doppia: nel breve periodo, gestire in maniera dinamica e intelligente l’acqua che c’è; nel lungo periodo, investire per avere più acqua da accumulare e distribuire. E’ su questo equilibrio che dobbiamo costruire la sicurezza idrica del Veneto dei prossimi anni”, conclude Bond.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto/Regione Veneto

Made in Malga 2026, gli eventi organizzati dal Consorzio di tutela Asiago Dop

Il Consorzio Tutela Formaggio Asiago dà appuntamento alla quattordicesima edizione di Made in Malga (4-6 e 11-13 settembre) con una serie di eventi, degustazioni e incontri che offriranno numerose occasioni per conoscere da vicino caseifici e malghe venete e trentine produttori di Asiago Dop Prodotto della Montagna, che nasce esclusivamente sopra i 600 metri di altitudine. Di seguito, i vari eventi organizzati dal Consorzio.

Le masterclass, hotel Paradiso, via Monte Val Bella 33

Sabato 5 settembre, ore 11:00 Asiago Dop & Sicilia Doc: un dialogo tra territori e culture del gusto. Due eccellenze italiane profondamente legate ai rispettivi territori di origine si incontrano in una degustazione guidata che mette a confronto affinità e contrasti. Un percorso sensoriale per scoprire come ambiente, tradizioni e sapere umano contribuiscano a definire identità, carattere e qualità dei prodotti.

Sabato 12 settembre, ore 11:00 l’Asiago Dop incontra i vini di montagna del Trentino. Un percorso dedicato al valore dell’altitudine, della biodiversità e del tempo. Guidati da un Maestro Assaggiatore del Consorzio Tutela Formaggio Asiago e da un Sommelier Ais Trentino, i partecipanti esploreranno gli equilibri tra sapidità, freschezza, struttura e aromi attraverso l’incontro tra Asiago DOP e vini di montagna.

Asiago Experience: la biodiversità sensoriale dell’Asiago Dop

In programma nella sede dell’Unione Montana Spettabile Reggenza dei Sette Comuni (viale Stazione 1), lo spazio promosso dal Consorzio con incontri dedicati alla scoperta della preziosa produzione di montagna. L’edizione 2026 è dedicata alla biodiversità sensoriale, con una serie di appuntamenti in cui le diverse sfumature dell’Asiago Dop raccontano le essenze del territorio. Gli incontri accompagneranno il pubblico alla scoperta di come degustare il formaggio Asiago e abbinarlo a vino e miele, per riconoscere le caratteristiche delle diverse stagionature e comprendere il valore di una produzione profondamente legata all’ambiente di montagna (ogni appuntamento avrà una durata di 40 minuti). La partecipazione è gratuita, su prenotazione e fino a esaurimento dei posti disponibili sul profilo Eventbrite del Consorzio di Tutela Asiago Experience

Asiago Dop a tavola

Nel corso di Made in Malga il formaggio Asiago potrà essere gustato anche all’Asiago Bistrot, curato dallo chef Massimo Spallino del ristorante hotel Vecchia Stazione Canove di Roana, e nei ristoranti e agriturismi dell’Altopiano aderenti all’iniziativa. I locali proporranno uno speciale menù con l’Asiago Dop protagonista, attraverso taglieri, degustazioni e interpretazioni gourmet pensate per valorizzarne le diverse caratteristiche. Informazioni sull’evento: https://www.madeinmalga.it/

Made in Malga 2026, il conto alla rovescia è iniziato: dal 4 al 6 e dall’11 al 13 settembre, al via ad Asiago (Vicenza) tra formaggi di malga, rarità casearie e degustazioni da tutta Europa

Da venerdì 4 al 6 settembre, e poi di nuovo dall’11 al 13, con Made in Malga il centro di Asiago (Vicenza) si trasforma in una grande mostra mercato a cielo aperto, dove i formaggi di malga e di montagna tornano protagonisti per due fine settimana. Attorno ai banchi dei produttori si sviluppa un programma che dal mattino alla sera intreccia degustazioni, cucina, incontri, laboratori e musica.

Il cuore dell’evento resta la mostra, allestita lungo le vie del centro storico. Qui, uno accanto all’altro, si incontrano i casari arrivati da tutto l’arco alpino e dalle montagne di tutta Italia, con produzioni che raccontano altrettanti territori: l’Asiago DOP Prodotto della Montagna, il Bitto e il Formai de Mut delle valli bergamasche, il Castelmagno e i formaggi piemontesi, la Fontina, fino a rarità che di rado si trovano tutte nello stesso luogo: lo Strachitunt orobico, il Casizolu e il Fiore Sardo della Sardegna, il Parmigiano Reggiano prodotto di montagna, il Caciocavallo della Basilicata, il Pecorino di Forenza. Formaggi che nascono in quota, spesso in poche forme l’anno, e che qui si possono assaggiare e acquistare direttamente da chi li produce.

Sono le masterclass a portare in tavola le rarità più difficili da incontrare. Sono dodici, distribuite nei due weekend e ciascuna è un percorso di circa un’ora costruito attorno a un territorio e a un abbinamento. Si va dalla verticale di Formai de Mut dell’Alta Val Brembana d’alpeggio, curata dalla Latteria di Branzi, ai formaggi francesi di montagna; dall’incontro tra l’Asiago DOP e i vini di quota del Trentino e della Sicilia, ai bleu d’alta quota d’Europa, dove gli erborinati francesi e spagnoli si confrontano con il giovane Jersey Blue. Tre appuntamenti sono dedicati ai formaggi finalisti dell’Italian Cheese Awards, il premio nazionale ai formaggi a latte cento per cento italiano, e uno ai formaggi del Caseificio Pennar Asiago.

L’appuntamento più insolito porta però lontano dall’arco alpino. Si intitola “Turchia a quota 2000 metri” ed è dedicato ai formaggi di Kars, nell’Anatolia nord-orientale. A raccontarli sarà İlhan Koçulu, custode della tradizione casearia del villaggio di Boğatepe e fondatore del primo museo del formaggio della Turchia. È una storia che ha radici europee: alla fine dell’Ottocento, sugli altipiani di Kars, alcuni maestri casari svizzeri e le comunità dei Malakan diedero vita a un formaggio ispirato al Gruyère, il Gravyer, ancora oggi tra i più pregiati del Paese. In degustazione, accanto al Gravyer, arriveranno il kaşar stagionato e il tulum, il formaggio maturato nella pelle di pecora: sapori che in Italia si incontrano di rado e che, per una volta, si potranno assaggiare ad Asiago.

Ma Made in Malga non è soltanto formaggio. Nei giardini di piazza Carli torna il Mountain Beer Festival, 6^ edizione, con le birre artigianali di montagna e gli incontri con i mastri birrai, mentre l’Osteria di Montagna offre la sosta giusta per una pausa con i piatti della tradizione d’alta quota, dal tagliere di Asiago DOP nelle sue stagionature agli gnocchi con le patate di Rotzo, dallo stinco con polenta alle lasagne ai finferli. Nella Sala della Reggenza, l’Asiago Experience accompagna i visitatori alla scoperta delle essenze e dei profumi che il territorio trasferisce al suo formaggio; poco distante, i laboratori dell’artigianomostrano dal vivo i mestieri della montagna, dalla lavorazione del legno agli antichi saperi manuali.

Al programma si aggiungono i momenti di approfondimento, come il convegno promosso da ARA Veneto sul formaggio e il seminario a cura di BVR Banca Veneto Centrale, a ricordare che dietro il prodotto ci sono un’economia e una comunità. E quando cala la sera, l’evento si trasforma in festa: l’aperitivo musicale in piazza Carli accompagna il tramonto con la musica dal vivo, tra un calice e l’ultima fetta di formaggio della giornata.

L’ingresso alla mostra mercato e a tutti gli eventi pubblici è libero. Le masterclass sono a pagamento e a posti limitati: il programma completo e le prenotazioni sono disponibili su madeinmalga.it. La manifestazione si svolge con il patrocinio del Comune di Asiago; main partner è il Consorzio Tutela Formaggio Asiago DOP.

Fonte: servizio stampa Made in Malga

Monselice (Padova): Un banchetto medievale inaugura la storica Giostra della Rocca (11-20 settembre 2026)

Venerdì 28 agosto scorso è stata presenta nell’Airone Shopping Center di Monselice (Padova) la 41a edizione della Giostra della Rocca, la manifestazione simbolo della città che dall’11 al 20 settembre trasformerà la cittadina in un grande palcoscenico medievale. Come da tre anni a questa parte, a inaugurare l’evento sarà un banchetto medievale allestito di sera (ore 20) in piazza Mazzini, una cena-spettacolo che, grazie un menù a tema, riporterà indietro nel tempo i partecipanti. La manifestazione culminerà domenica 20 settembre con il corteo storico più grande d’Italia (oltre 2500 figuranti), e la gara della Quintana al campo giochi di via Piave.

Dichiarazioni. “La manifestazione regina della città di Monselice è più in forma che mai. Ringrazio per il grande lavoro i tanti volontari di tutte le frazioni che si dedicano con passione per il miglior risultato di questo evento che attrae molti cittadini da altri comuni, province e regioni”, ha detto il sindaco di Monselice, Ennio Franco. “Vogliamo che la nostra Giostra cresca sempre più e possa diventare una delle manifestazioni più belle della nostra regione”, ha ribadito la presidente della manifestazione Paola Signoretto. A questo proposito, il Consigliere regionale Giorgia Bedin, ha aggiunto: “La Giostra ha costruito nel tempo relazioni importanti con Jesi (Ancona), Enna e Altamura (Bari), altre città, come Monselice, in cui la figura di Federico II ha lasciato una traccia importante. Per questo la regione Veneto sostiene e patrocina questo evento”.

Fonte: servizio stampa Giostra della Rocca

West Nile in Veneto: la sorveglianza integrata rileva una circolazione virale superiore al 2025

La sorveglianza entomologica condotta dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) indica per il 2026 una circolazione del virus West Nile (WNV) superiore a quella registrata nel 2025 e negli anni precedenti, con un tasso di positività dei pool pari al 4% in Veneto e allo 0,5% in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di un dato che viene monitorato in modo continuativo da anni: individuare precocemente la circolazione virale è esattamente l’obiettivo del sistema di sorveglianza.

I dati della sorveglianza entomologica e veterinaria. Secondo i dati del Laboratorio di entomologia sanitaria – SCS3 Ecosistemi, nelle due regioni i pool positivi sono 73 (71 in Veneto, 2 in Friuli Venezia Giulia) su 2.131 analizzati, corrispondenti a circa 168 mila zanzare catturate. I siti positivi sono 46 su 86 trappole installate (41/57 in Veneto, 5/29 in FVG). Le province interessate sono Venezia (9), Rovigo (8), Verona (8), Padova (7), Vicenza (5), Treviso (4), Udine (4) e Pordenone (1).

Sul fronte veterinario, in Veneto sono risultati positivi 33 uccelli selvatici nelle province di Verona, Padova, Venezia, Treviso e Vicenza, e 5 equidi (famiglia a cui appartengono cavalli e asini) con positività sierologica nelle province di Padova, Verona e Vicenza. Anche queste rilevazioni rientrano nel normale funzionamento del piano di sorveglianza e concorrono ad attivare le misure di prevenzione a tutela della popolazione.

“Rispetto al 2025 le zanzare positive al virus West Nile sono in aumento – dichiara Fabrizio Montarsi, biologo entomologo responsabile del Laboratorio di entomologia sanitaria dell’IZSVe. Le temperature elevate di questa estate e il prolungamento della stagione calda favoriscono sia la proliferazione dei vettori sia la circolazione virale. A questo si aggiunge un fattore ecologico: la nostra pianura è ricca di zone umide, ma le condizioni di siccità prolungata concentrano le poche riserve d’acqua disponibili, che diventano punti di aggregazione fra uccelli selvatici e zanzare (simpatria), con conseguente amplificazione del virus fra serbatoio animale e vettore. La fase di massima circolazione è attesa, come ogni anno, fino ai primi di settembre, con un andamento che dipenderà in larga misura dalle temperature”.

Come funziona la sorveglianza integrata ‘One Health’. In Italia è attivo un Piano nazionale di sorveglianza per la West Nile che integra il monitoraggio di insetti vettori, uomo, uccelli ed equidi secondo un approccio One Health. L’obiettivo è individuare precocemente la circolazione del virus nei vettori e nell’avifauna, in modo da attivare per tempo le azioni di mitigazione del rischio di trasmissione all’uomo, fra cui il controllo sistematico dei donatori di sangue e dei donatori di organi. Alla prima zanzara o al primo esemplare di avifauna positivo, lo screening per le attività trasfusionali e di trapianto viene attivato immediatamente: è la ragione per cui la sicurezza trasfusionale resta garantita anche nelle stagioni di maggiore circolazione.

Che cosa significano i numeri sui casi umani. Nella grande maggioranza dei casi l’infezione da WNV nell’uomo decorre senza sintomi: si stima che circa l’80% delle persone infette non sviluppi alcuna manifestazione clinica, che una quota minore presenti una sindrome simil-influenzale e che meno dell’1% sviluppi la forma neuro-invasiva. Il rischio di forme gravi si concentra nelle persone anziane, con patologie croniche o con ridotte difese immunitarie. Secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità (20 agosto 2026), in Italia i casi confermati nell’uomo sono 312, di cui circa la metà in forma neuro-invasiva, con 13 decessi notificati. Le Regioni interessate sono 12: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sardegna. La quota elevata di forme neuro-invasive fra i casi confermati riflette il fatto che la sorveglianza intercetta soprattutto i quadri clinici più gravi, e non la reale distribuzione dell’infezione nella popolazione. Nel confronto europeo pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC, 21 agosto), l’Italia riporta il numero più alto di casi, davanti a Grecia (157), Spagna (63), Macedonia del Nord (37), Romania (28) e Francia (17). Il dato italiano risente anche dell’ampiezza del sistema di sorveglianza nazionale, fra i più capillari in Europa, che aumenta la capacità di individuazione dei casi rispetto a Paesi con sistemi meno estesi. In occasione della Giornata mondiale delle zanzare del 20 agosto, l’ECDC ha ricordato che il WNV continua a interessare nuove aree del continente e che le specie di zanzare invasive si stanno stabilizzando in più Paesi europei, indicando nel rafforzamento delle capacità di controllo dei vettori la principale linea di intervento.

West Nile e altri virus trasmessi da zanzare. La West Nile è un’infezione virale trasmessa dalla zanzara comune (genere Culex). È bene ricordare che il virus non si trasmette da persona a persona, ma soltanto attraverso la puntura di una zanzara infetta. La zanzara si infetta pungendo uccelli infetti e può veicolare il patogeno a ospiti accidentali come il cavallo e l’uomo. Molte specie di uccelli domestici e selvatici fungono da serbatoio: l’infezione si mantiene e si amplifica nell’ambiente attraverso il ciclo zanzara-uccello-zanzara. Altri virus come dengue e chikungunya sono trasmessi dalla zanzara tigre (genere Aedes) e circolano soprattutto in aree tropicali e subtropicali. Una volta introdotti attraverso i flussi di viaggiatori possono essere acquisiti dalla zanzara tigre presente sul nostro territorio (Aedes albopictus), con possibilità di trasmissione autoctona. I casi di dengue (15) e chikungunya (5) finora registrati in Veneto sono tutti di importazione, associati a persone di rientro da viaggi all’estero.

Le misure di protezione individuale. Non sono previste limitazioni alle normali attività quotidiane. Accanto ai sistemi di prevenzione di sanità pubblica, la misura più efficace per ridurre il rischio resta l’adozione di semplici comportamenti individuali, in particolare da parte delle persone anziane o con patologie croniche: usare repellenti cutanei, soprattutto all’alba e al tramonto, quando le zanzare Culex sono più attive; indossare abiti coprenti di colore chiaro nelle ore serali; utilizzare zanzariere alle finestre; evitare ristagni d’acqua in vasi, sottovasi e contenitori esterni; impiegare prodotti larvicidi in tombini e pozzetti.

Fonte: servizio stampa ISVe