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Al via il piano straordinario della Regione Veneto per la pulizia dei fiumi

“I corsi d’acqua sono una componente essenziale della nostra identità territoriale. Proteggerli significa garantire qualità della vita, sostenere l’economia e preservare un bene comune fondamentale per le generazioni future. Continueremo su questa strada, rafforzando il nostro impegno nella tutela delle risorse naturali e promuovendo politiche integrate per coniugare sviluppo, sicurezza e rispetto dell’ambiente. Desidero rivolgere un sincero ringraziamento alla Giunta regionale e a tutti gli assessori competenti per il lavoro svolto con spirito di collaborazione e visione condivisa”.

Con queste parole il presidente della Regione del Veneto, Alberto Stefani, commenta l’approvazione, da parte della Giunta regionale, di una delibera per l’attuazione di interventi urgenti di pulizia dei fiumi, volti alla rimozione di rifiuti galleggianti e materiali abbandonati su argini e golene. L’iniziativa, che prevede un investimento di 100.000 euro, nasce da un lavoro di squadra che vede l’assessore all’Ambiente, Elisa Venturini, operare in sinergia con i colleghi Dario Bond, Diego Ruzza, Marco Zecchinato e Lucas Pavanetto. L’obiettivo è garantire il corretto deflusso delle acque, ma anche preservare la bellezza dei paesaggi veneti, asset fondamentale per l’economia turistica regionale.

La tutela dei corsi d’acqua del Veneto diventa una priorità trasversale che unisce sicurezza idraulica, protezione ambientale e valorizzazione del territorio. Non si tratta soltanto di un tema ambientale, ma di una questione strategica che coinvolge la sicurezza dei cittadini, la salvaguardia degli ecosistemi e la valorizzazione del nostro patrimonio paesaggistico e produttivo. Il progetto nasce anche dall’ascolto del territorio, delle imprese e del settore turistico, che chiedono ambienti più curati, sicuri e attrattivi perché un fiume pulito rappresenta un elemento significativo per l’immagine del Veneto nel mondo.

Le operazioni saranno coordinate dalla società in house Veneto Acque SBPA, che gestirà le procedure di affidamento e il monitoraggio dei lavori, con l’obiettivo di completare gli interventi entro il 31 dicembre 2026. Il piano d’azione è stato sviluppato di concerto con i vari rami dell’amministrazione regionale per assicurare una copertura capillare su tutto il territorio. Veneto Acque SBPA, agendo senza oneri aggiuntivi per la Regione (salvo il rimborso dei costi vivi per gli smaltimenti), si occuperà della pianificazione tecnica e della direzione dei lavori, avvalendosi di ditte specializzate individuate tramite procedure ad evidenza pubblica. L’intervento mira non solo a risolvere le criticità attuali, ma a stabilire un modello di gestione che tuteli la biodiversità e la navigabilità, rendendo i fiumi veneti sicuri e accoglienti per residenti e visitatori.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

 

San Michele all’Adige (Trento). Presentati alla Fondazione Edmund Mach i risultati di un progetto di ricerca che approfondisce le radici storiche della bovina di razza rendena

Fertile, longeva, resistente alle malattie, particolarmente adatta all’alpeggio e capace  di adattarsi ai ripidi pascoli alpini, ma inserita nella lista delle razze autoctone a rischio di estinzione. La rendena, razza autoctona del Trentino,  verso la fine dell’Ottocento aveva raggiunto la consistenza di oltre 800 mila  capi allevati, mentre oggi si contano poco più di 6000 esemplari, distribuiti  per lo più nelle province di Trento, Padova, Vicenza e Verona.

I significativi cali demografici dovuti ad epidemie, crisi economiche e cambiamenti delle pratiche zootecniche hanno messo a rischio la sua sopravvivenza.  Tuttavia prosegue l’impegno verso la sua tutela, in primis da parte  dell’associazione ANARE, ma anche grazie alla ricerca  scientifica. Nei giorni scorsi, alla Fondazione Edmund Mach (FEM) si è svolto l’incontro “La storia genetica delle valli dolomitiche: i Rendeneri e i loro bovini” nel quale sono stati presentati i risultati  di un progetto di ricerca che ha evidenziato il ruolo della razza rendena come risorsa per la sostenibilità e la resilienza degli allevamenti di montagna.

Finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, realizzato da FEM in collaborazione con le Università di Piacenza, Perugia e Pavia e il supporto di ANARE, il progetto ha consentito di creare per questa razza una carta d’identità ancora più ricca e completa  supportata grazie ad avanzate analisi genetiche che hanno studiato l’origine e l’evoluzione genetica della popolazione della Val Rendena e della razza bovina caratteristica di questo territorio. L’incontro è stato aperto da Maurizio Bottura, sostituto direttore generale Fondazione Edmund Mach e dirigente del Centro Trasferimento Tecnologico FEM, Giacomo Broch, presidente della Federazione Provinciale Allevatori di Trento, Manuel Cosi, presidente dell’ Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Rendena. Sono intervenuti  Heidi Hauffe e Erika Partel della Fondazione Mach, Hovirag Lancioni dell’ Università degli Studi di Pavia, Alessandro Achilli dell’ Università degli Studi di Pavia. “La conoscenza dal punto di vista genetico  – ha evidenziato Maurizio Bottura – consente di mettere in campo una serie di azioni per migliorare la presenza  di questa razza autoctona, ma anche la sua produttività e la sua efficienza. Questo vuol dire riuscire a  essere presenti sul territorio montano, valorizzando le malghe, patrimonio inestimabile,  il turismo e contrastando  il dissesto idrogeologico”.  Giacomo Broch ha spiegato che la razza rendena svolge un ruolo molto importante anche all’interno della Federazione allevatori.  “E’ autoctona, pertanto va mantenuta e difesa perché è la storia del nostro Trentino”. Manuel Cosi, presidente di ANARE, associazione  centrale nella salvaguardia e valorizzazione della razza Rendena, ha sottolineato che gli studi scientifici consentono di valorizzare l’identità e la forza di questa razza che oggi mantiene la caratteristica della triplice attitudine “latte, carne e mantenimento dell’ambiente, pascolando le terre alte delle nostre montagne”.

Il recente studio scientifico ha approfondito l’origine e l’evoluzione della Rendena attraverso l’analisi del DNA mitocondriale, trasmesso esclusivamente per via materna. Sono stati selezionati 137 bovini per rappresentare la maggior parte delle linee materne presenti nella razza Rendena, più 31 bovini di razza Grigio Alpina, considerata storicamente affine, ma finora poco studiata dal punto di vista del DNA mitocondriale. I risultati hanno mostrato una ricchezza genetica sorprendente: nella sola Rendena sono state identificate ben 86 diverse sottolinee, un dato che indica una diversità elevata e una storia evolutiva complessa.
La quasi totalità dei campioni appartiene alla “superlinea” mitocondriale T3, diffusa sin dall’epoca della domesticazione. Sono emerse, però, anche linee genetiche rare e antiche, oggi poco rappresentate nelle razze moderne. Questo aspetto conferma che la Rendena ha conservato nel tempo il patrimonio genetico (mitocondriale) originale, nonostante le epidemie, i tentativi di incrocio e le forti riduzioni numeriche subite nei secoli.

Il confronto con la Grigio Alpina ha evidenziato una stretta vicinanza genetica tra le due razze, probabilmente dovuta a un’origine comune o a incroci avvenuti in epoche storiche. Tuttavia, l’assenza di DNA mitocondriali identici indica che la Rendena ha mantenuto una propria identità genetica, ben definita, rafforzata dall’isolamento geografico e dalle scelte di allevamento operate nel tempo. Questi sono i motivi per cui la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio genetico forniscono strumenti utili per una gestione più consapevole della selezione e della conservazione della razza. La variabilità riscontrata nei bovini di razza Rendena, infatti, non è solo un risultato scientifico, ma racconta anche la storia di secoli di allevamento in un ambiente alpino difficile, in cui uomini e animali hanno condiviso un percorso di adattamento reciproco. Gli allevatori della valle hanno svolto, anche inconsapevolmente, un ruolo fondamentale nella conservazione di questo patrimonio biologico, selezionando animali adatti al territorio e alle esigenze locali. Oggi, la ricerca genetica consente di rendere visibile e misurabile questa eredità, restituendole valore e significato e rafforzando il legame profondo tra la razza Rendena, il territorio e la sua storia.

Fonte testo e foto: servizio stampa FEM

Venezia e i delfini, un rapporto che si può definire storico

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). Che ci fa un delfino in bacino San Marco a Venezia? Nulla di straordinario, potrebbe essere la risposta. Vive la sua vita, cacciando (con facilità) cefali, orate e sardine e giocando (nonostante il pericolo costante delle eliche delle imbarcazioni) sulla scia dei vaporetti. I delfini in laguna di Venezia non sono una novità e in passato hanno sempre convissuto con l'attività dei pescatori. Diportisti, turisti e curiosi devono però mantenere un rigido codice di comportamento. 

Di tutto questo si è parlato in un incontro svoltosi lo scorso.....nel Museo di Storia Naturale di Venezia tra ricercatori, cittadinanza, stampa e operatori del mare per spiegare il codice di condotta che in apertura della stagione estiva i diportisti (e non solo) devono tenere con il delfino che da alcuni mesi ha trovato casa nella laguna di Venezia e più precisamente nello specchio d'acqua antistante il Bacino San Marco e lungo il Canale della Giudecca. Si tratta di un tursiope, ovvero un cetaceo odontoceto appartenente alla famiglia dei Delfinidi, specie protetta dalle normative nazionali e internazionali che, come una star, ha ormai attirato l'attenzione di residenti, turisti e media internazionali.

A relazionare sullo stato di salute del cetaceo, sulla presenza attuale e passata dei delfini nella laguna di Venezia e nel Nord Adriatico e sui progetti di salvaguardia di questi animali selvatici, sono stati Luca Mizzan, biologo marino del Museo di Storia Naturale, Silvia Bonizzoni e Giovanni Bearzi, cetologi di Dolphin Biology and Conservation e Sandro Mazzariol del Dipartimento Biomedicina Comparata e Alimentazione dell'Università di Padova. Secondo gli studiosi, il delfino “veneziano” sta modificando gradualmente alcune abitudini, motivo per cui è fondamentale raccogliere dati scientifici in modo continuativo. L’animale viene osservato mentre caccia, segue le barche, si avvicina ai vaporetti o esplora le gondole, mostrando comportamenti tipici di una specie estremamente intelligente e curiosa.

Uno dei temi centrali dell’incontro è stato il rapporto storico tra Venezia e i delfini. Oggi la presenza di un cetaceo in laguna appare eccezionale, ma in realtà, hanno spiegato i relatori, fino a non molto tempo fa i delfini erano una presenza abituale nell’Adriatico e nelle acque veneziane. A dimostrarlo sono documenti scientifici, racconti popolari e persino modi di dire ancora diffusi tra i pescatori più anziani. Nel 1894, il naturalista Enrico Hillyer Giglioli descriveva già i cetacei presenti nell’Adriatico, parlando del tursiope come di un animale osservato nei porti e nei canali lagunari. Altri studiosi di inizio Novecento raccontavano catture accidentali di delfini nelle reti da pesca e la curiosità che questi animali suscitavano nella popolazione.

I ricercatori hanno ricordato come i pescatori conoscessero bene i delfini, pur considerandoli spesso concorrenti nella pesca. Gli animali rompevano le reti per cibarsi dei pesci intrappolati e sviluppavano tecniche di caccia molto sofisticate. Una delle più curiose riguardava la cattura delle seppie: i delfini staccavano loro la testa, la parte più nutriente, lasciando il resto del corpo galleggiare in acqua. Questi resti venivano chiamati “caussi” e per lungo tempo furono raccolti e venduti dai bambini orfani dei pescatori e venduti al mercato del Rialto, in una sorta di economia di sopravvivenza legata al mare. Da questi episodi sono nati anche modi di dire veneziani oggi quasi dimenticati. Alcuni anziani delle isole di Burano e Pellestrina ricordano ancora espressioni collegate ai “caussi”, testimonianza di un rapporto antico e quotidiano tra la laguna e i delfini. La memoria collettiva di questa convivenza, secondo i relatori, si è progressivamente persa con il cambiamento della città e delle attività tradizionali. Le seppie entrano infatti in massa nella laguna di Venezia durante la primavera (indicativamente tra marzo e maggio), quando risalgono dal Mare Adriatico per riprodursi e deporre le uova tra la vegetazione sommersa delle barene. Poi, all’inizio dell’estate, tutte le seppie, compresi i nuovi nati cresciuti all’interno della laguna, riprendono la via del mare. Di tutto questo andirivieni, in passato ne approfittavano non solo i pescatori ma anche i delfini che, aspettando le seppie al varco - vale a dire nelle acque delle tre bocche di porto di San Nicolò, Malamocco e Chioggia - qui trovavano cibo facile. I delfini si cibavano solo della testa delle seppie abbandonando il resto del corpo al flusso delle maree, che li trasportavano avanti e indietro. Da qui, nasce un antico modo tutto veneziano (anzi, di Burano e Pellestrina) di “rimproverare” i bambini troppi vivaci: “no te sta mai fermo come un causso”.

Durante l’incontro si è parlato anche dell’intelligenza dei cetacei. I pescatori veneziani, pur senza conoscenze scientifiche, avevano compreso che i delfini non erano pesci: respiravano aria, avevano sangue caldo e allattavano i piccoli. Per spiegare la loro natura così simile a quella umana nacquero persino leggende popolari. Una di queste raccontava che i delfini fossero gli antichi soldati del faraone annegati nel Mar Rosso durante la fuga di Mosè, condannati a vagare eternamente nei mari. Particolarmente suggestivo è stato il racconto di un episodio avvenuto nel secolo scorso durante una pesca tradizionale dalla spiaggia: un giovane delfino era rimasto intrappolato nella rete e un adulto, probabilmente la madre, sarebbe saltato dentro la rete stessa per guidarlo verso l’uscita e salvarlo. Un comportamento che già all’epoca colpiva profondamente i pescatori e che oggi viene interpretato come prova dell’elevata socialità e capacità cognitiva di questi animali.

Gli esperti hanno ricordato che il delfino attualmente presente in laguna rappresenta il ritorno di una specie che per secoli ha condiviso questi ambienti con l’uomo. La vera novità, semmai, è che la città moderna ha perso familiarità con la fauna marina e con il delicato equilibrio che un tempo regolava il rapporto tra Venezia e il suo ecosistema. L’incontro si è concluso con un invito alla responsabilità. Il delfino deve restare un animale selvatico: non va inseguito, toccato o alimentato. La convivenza è possibile solo attraverso il rispetto delle regole e una maggiore consapevolezza del valore naturalistico della laguna. Venezia, è stato ricordato, non è soltanto una città costruita sull’acqua, ma un ambiente vivo in cui uomini e animali convivono da secoli.



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6 giugno, Vicenza. La Biblioteca Internazionale la Vigna apre il suo giardino ai visitatori. Tra gli organizzatori dell’evento, l’Ass.ne Direttore e Tecnici Giardini Pubblici, il cui delegato per il Veneto è il consigliere Argav Alessandro Bedin

In occasione della manifestazione nazionale "Appuntamento in Giardino 2026", promossa dall'APGI (Associazione Parchi e Giardini d'Italia), la Biblioteca Internazionale "La Vigna" apre al pubblico le porte del suo giardino sabato 6 giugno 2026 per un'intera giornata dedicata alla cultura, al paesaggio e alla natura (ingresso libero e gratuito).

Ispirandosi alla celebre massima di Cicerone, “Se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve”, l'evento propone un ricco programma di appuntamenti culturali e percorsi guidati, organizzato in collaborazione con l'Associazione Italiana Direttori e Tecnici Pubblici Giardini, il cui delegato per la regione Veneto è il consigliere Argav Alessandro Bedin, e l'Associazione Amici dei Parchi. 

Programma dell'evento. Ore 10:00 – Le lune di Galileo: incontro di apertura con l'artista Margherita Michelazzo; ore 10:30 – Visita guidata; Ore 11:00 – Dialoghi in giardino con la paesaggista Camilla Zanarotti; Ore 15:00 – Presentazione del libro Abitare gli alberi tra cielo e terra con l'autrice Roberta Martufi; Ore 15:30 – Visita guidata; Ore 16:00 – Le lune di Galileo con l'artista Margherita Michelazzo.

Fonte: Biblioteca internazionale La Vigna

6 giugno, al Gabinetto di lettura di Este (Padova) la presentazione di “Figli d’acqua dolce”, libro sul fiume Adige a cura del socio Mauro Gambin. Il volume pubblicato da Tracciati, del socio e consigliere Emanuele Cenghiaro

Per chi è cresciuto lungo l’Adige, il fiume non è stato soltanto una presenza naturale, ma una forma di educazione. Ha insegnato il rischio, il limite, il tempo dell’attesa, il rapporto con l’estate e con la piena, con la profondità e con ciò che non si vede. Il paesaggio del fiume entra nel linguaggio, nei gesti, nella misura delle paure e delle abitudini. È da questa esperienza che nasce Figli d’acqua dolce, sottotitolo Perdemmo il fiume, non lo trovammo più, il primo libro del socio giornalista Argav Mauro Gambin, pubblicato dalla padovana Tracciati Editore, del socio e consigliere Argav Emanuele Cenghiaro, e che viene presentato a Este (Padova), al Gabinetto di lettura (piazza Maggiore 12), il 6 giugno alle ore 18.30. Ad accompagnare il volume è la prefazione di Antonio Mazzetti, studioso e profondo conoscitore del paesaggio veneto e della civiltà d’acqua, che sarà presente all'incontro, insieme alla scrittrice Giuliana Desirò, moderatrice della presentazione. Alcuni brani del libro saranno letti da Damiano Fusaro. 

Il lavoro di Gambin, giornalista padovano che il lavoro ha portato a osservare attentamente il territorio e i suoi mutamenti quasi invisibili, non è un memoir né una semplice narrazione territoriale, tenta invece di osservare ciò che accade quando un paesaggio smette di essere centrale nella vita quotidiana e diventa periferico, quasi invisibile. L’Adige, in queste pagine, non viene quindi raccontato come sfondo, è piuttosto una struttura che organizza il pensiero.

Attraverso episodi, figure, memorie, deviazioni e ritorni, il fiume agisce come una corrente narrativa: porta a galla storie, ne trattiene altre, deposita immagini che riaffiorano più oltre.
Ciò che interessa a Gambin non è soltanto il paesaggio fisico, ma il modo in cui quel paesaggio produce cultura. Il fiume ha generato una lingua, un lessico preciso, una tassonomia spontanea dell’acqua. Esisteva l’acqua “che ride”, quella bassa e luminosa che riflette il sole sul fondo; l’acqua del molénte, che gira lenta su sé stessa; l’acqua ferma, percepita come malsana perché privata del suo movimento naturale. Queste definizioni non appartengono alla geografia né alla tecnica. Nascono da un bisogno più profondo: dare un nome a ciò che cambia continuamente. In un ambiente instabile come quello fluviale, nominare significa orientarsi. Per questo il libro suggerisce che il linguaggio non sia soltanto uno strumento descrittivo, ma una forma di sopravvivenza culturale.

Da qui deriva anche la natura delle figure che popolano il volume. Non veri personaggi, ma presenze che sembrano emergere dalla stessa materia del paesaggio: uomini che cercano nel fiume, inventori, pescatori, persone marginali, figure eccentriche che esistono quasi più come postura che come biografia. Non vengono raccontate per costruire una genealogia individuale, ma perché incarnano un rapporto con l’acqua e con il territorio. Il fiume diventa così un archivio umano, che conserva allo stesso modo l’infanzia e l’inquinamento, le tracce di una civiltà contadina e le conseguenze del progresso. È qui che Figli d’acqua dolce assume un significato che supera il dato locale: non guarda più all’Adige come a un paradiso perduto, non indulge nella nostalgia, ma osserva il momento in cui una comunità smette di riconoscersi nel proprio paesaggio. Non perché quel paesaggio scompaia, ma perché cambia la qualità dello sguardo.

Più che un libro sul fiume, Figli d’acqua dolce (160 pagine, Euro 18,00, ISBN: 978-88-32134-48-3) è un libro sul modo in cui i luoghi continuano a vivere dentro le persone anche quando sembrano esserne usciti. Un lavoro che interroga il paesaggio come forma di coscienza e che, attraverso l’Adige, racconta il rapporto fragile tra appartenenza e distrazione. L’intervento di Mazzetti colloca invece il libro all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra comunità e ambiente, riconoscendo nell’Adige non soltanto un fiume, ma un dispositivo culturale capace di modellare identità e memoria.

Mauro Gambin, classe 1972, vive a Masi, a pochi passi dall’Adige, che in questo libro resta il protagonista mai citato. Giornalista, ha collaborato con diverse testate e ha fondato il periodico Con i piedi per terra, un’esperienza decennale di racconto dei luoghi del territorio, da cui è nato anche un format radiofonico omonimo su Radio K Rovigo. Il territorio è da sempre al centro del suo lavoro, nel tentativo di smontare l’idea che “qui non c’è niente”, attraverso altri sguardi e altre possibilità di racconto. Negli anni ha affiancato all’attività giornalistica una ricerca visiva attraverso la pittura, come ulteriore forma di indagine sulla sensibilità. Un percorso che ha ricevuto riconoscimenti in diversi concorsi, tra cui il Premio Giovanni Segantini di Arco (TN).

Fonte: servizio stampa Tracciati Editore

6 giugno, a Selvazzano Dentro (Padova), il premio Argav 2016 Vittorio de Savorgnani tra i relatori all’incontro dedicato alle Anguane, spiriti femminili, signore e custodi delle acque

Nell'ambito della mostra fotografica "Esposizione diffusa" dell'artista Mara Ruzza, in corso al Palazzo Eugenio Maestri-Biblioteca Melchiorre Cesarotti, sala De Zanche di Selvazzano Dentro (Padova) fino al 27 giugno 2026, il premio Argav 2016 Vittorio de Savorgnani, insieme al naturalista Andrea Selena Bernardi, darà vita sabato 6 giugno alle ore 10 a una conversazione sul tema "Anguane, spiriti femminili, signore e custodi delle acque".

L'evento trae spunto dalle sequenze di fotografie sui riflessi dell’acqua del fiume dell'artista Ruzza esposte in mostra, per approfondire la figura delle Anguane, ninfe d'acqua di sorgenti, fiumi, torrenti e laghi considerate nella tradizione popolare montana di Veneto, Trentino e Friuli-Venezia Giulia custodi della natura, abili guaritrici ed esperte di erbe.

Fonte: Biblioteca Melchiorre Cesarotti Selvazzano Dentro

Il Veneto istituisce l’Albo regionale dei vigneti eroici e storici

“Con l’istituzione dell’Albo regionale dei vigneti eroici e storici diamo attuazione al dettato nazionale e offriamo uno strumento operativo ai nostri viticoltori”. Lo ha annunciato l’assessore veneto all’agricoltura Dario Bond, dopo l’approvazione della delibera da parte della Giunta regionale della delibera. “La viticoltura eroica non è solo una pratica agricola, ma un patrimonio culturale, paesaggistico e sociale – ha sottolineato Bond – parliamo di territori che raccontano la storia e l’identità delle comunità venete e che contribuiscono in modo determinante alla sicurezza idrogeologica dei versanti”.
 
In Veneto, le aree interessate da queste condizioni comprendono territori simbolo come Valpolicella, Soave, Asolo, Conegliano Valdobbiadene (foto in alto) e Monti Lessini, oltre ai vigneti delle isole della laguna di Venezia, eredità storica della Serenissima. Si tratta di produzioni di altissimo valore qualitativo, riconosciute e apprezzate sui mercati internazionali, autentiche “bandiere” dell’enologia regionale. “Questi vini rappresentano l’eccellenza del Veneto nel mondo – ha evidenziato l’assessore – e sono il frutto di un lavoro che modella il paesaggio, lo rende produttivo e allo stesso tempo lo tutela. Per questo devono essere adeguatamente riconosciuti anche dal punto di vista economico”.
 
L’Albo regionale consente di censire ufficialmente i vigneti eroici e storici, in linea con quanto previsto dalla normativa nazionale (Legge 238/2016 e decreto attuativo 6899/2020). Possono accedervi i vigneti situati in aree con pendenza superiore al 30%, su terrazzamenti o gradoni, oltre i 500 metri di altitudine (esclusi gli altopiani) o nelle isole, previa richiesta ad Avepa da parte dei conduttori. “Non vogliamo introdurre nuovi vincoli, ma garantire opportunità – ha precisato Bond – l’iscrizione all’Albo rappresenterà un riconoscimento utile per l’accesso ai bandi di finanziamento e per la valorizzazione delle produzioni, anche attraverso un futuro marchio nazionale dedicato”.
 
Proprio sul tema del marchio, l’assessore ha ribadito l’importanza di proseguire il confronto con il Ministero dell’Agricoltura: “È fondamentale arrivare rapidamente all’adozione di un marchio nazionale che renda immediatamente riconoscibili questi prodotti al consumatore – ha affermato – perché acquistare un vino eroico significa anche sostenere l’ambiente, la cura del territorio e la permanenza delle comunità nelle aree più fragili”. Infine, Bond ha richiamato la necessità di aggiornare il quadro normativo per rispondere alle nuove sfide, in particolare quelle legate al cambiamento climatico: “Servono regole più snelle per la manutenzione dei versanti e un’accelerazione sull’utilizzo delle nuove tecnologie come i droni, per i quali confidiamo possa a breve essere promulgato il decreto interministeriale applicativo della norma introdotta a dicembre 2025 che ne consente l’impiego per il prossimo triennio – ha concluso –. La viticoltura eroica è una risorsa strategica e come tale va sostenuta con strumenti adeguati e una visione moderna”.

Fonte testo: servizio stampa Regione Veneto/assessorato all'Agricoltura


Veneto realizza il risanamento ambientale dei “siti orfani” nei tempi previsti dal Pnrr

Entra nella fase conclusiva il piano della Regione del Veneto per la riqualificazione ambientale dei cosiddetti “siti orfani”, aree contaminate in cui il responsabile dell’inquinamento non è individuabile e pertanto è il comune che deve provvedere alla bonifica. Grazie ai fondi del PNRR, un investimento di oltre 31 milioni di euro sta permettendo di far progredire il risanamento di nove aree critiche distribuite su otto comuni del territorio regionale.

“Il nostro obiettivo primario – dichiara l’assessore all’Ambiente Elisa Venturini – è sanare ferite aperte nel territorio che per troppo tempo sono rimaste in attesa di una soluzione. Bonificare un ‘sito orfano’ non è solo un atto tecnico, ma un dovere verso i cittadini: significa trasformare zone degradate e potenzialmente pericolose in spazi sicuri, riducendo al contempo l’occupazione di terreno e favorendo il risanamento urbano. “La Regione, – continua l’assessore – ha assunto con convinzione il ruolo di regia in questa operazione. “Siamo al fianco dei Comuni per fornire supporto tecnico, amministrativo e di monitoraggio, garantendo che ogni risorsa sia utilizzata al meglio. Restituire queste aree alla collettività, eliminando le minacce per l’ambiente, rappresenta una priorità assoluta per la qualità della vita nelle nostre province”.

I cantieri: gli interventi sul territorio. Il piano d’azione prevede operazioni specifiche per ogni area, mirate a rimuovere le fonti di inquinamento e ripristinare la sicurezza del suolo:

Area Veneziana e Bacino Scolante: Venezia (Forte Marghera): Un grande progetto di pulizia e rimozione dei terreni contaminati per rendere fruibili ai cittadini ben 75.000 mq di area verde e storica.Venezia (Ex Cave Casarin): Completamento della bonifica dei terreni di questa ex area estrattiva per eliminare ogni residuo inquinante. Spinea (Ex discarica via Luneo): Intervento finale per la messa in sicurezza permanente dell’area, isolando i vecchi rifiuti dall’ambiente circostante. Cavallino Treporti (Ex stazione travaso): Pulizia profonda del terreno e rimozione dei materiali inquinanti dove un tempo avveniva il carico/scarico dei rifiuti.

Province di Padova, Verona, Rovigo e Vicenza: San Martino di Lupari (PD): Bonifica dell’area di un vecchio distributore di carburanti in via La Marmora, con la pulizia della terra circostante. Isola Rizza (VR) (Ex Cava Bastiello): Un imponente intervento di oltre 7,5 milioni di euro per completare la bonifica totale del sito. Adria (RO) (Ex discarica SOCEIC): Messa in sicurezza della vecchia discarica con sistemi di isolamento a protezione delle falde acquifere. Sarego (VI): Analisi dettagliate e pulizia dei terreni per restituire sicurezza ambientale a un sito precedentemente compromesso. Portogruaro (VE) (Ex Perfosfati): Intervento di messa in sicurezza dell’area industriale per bloccare la diffusione di sostanze nocive.

Il cronoprogramma e le previsioni tecniche. Secondo le previsioni della struttura tecnica regionale, l’avanzamento dei lavori e la costante collaborazione con il Ministero permetteranno di rispettare i traguardi fissati. Gli uffici regionali stimano infatti di raggiungere l’obiettivo della riqualificazione di almeno il 70% della superficie complessiva dei siti entro il termine del 30 giugno 2026. Per accelerare le operazioni, la Giunta ha già approvato il nuovo schema di Accordo di Programma che stabilisce un’anticipazione dei finanziamenti pari al 30%, consentendo ai Comuni, individuati come soggetti attuatori esterni, di procedere speditamente con le fasi operative.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Vino, dealcolati: nel 2026 +90% la produzione italiana prevista, in particolare in Veneto

Nel 2025 in Germania, Regno Unito e Stati Uniti i vini Nolo (no e low alcohol) hanno realizzato un valore delle vendite nella grande distribuzione di oltre 1,2 miliardi di euro e l’equivalente di 160 milioni di bottiglie commercializzate. Numeri – rileva lo studio dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly presentato a Verona nel corso di Vinitaly 2026 – ancora bassi, ma che cominciano a rappresentare una fetta significativa di mercato anche per i vini dealcolati, segmento che vede quest’anno esordire la produzione nel Belpaese dopo anni di stallo legislativo.

L’Italia, che sino a ora destinava la produzione di dealcolati all’estero, parte quindi con l’handicap temporale e ciò si nota nelle quote di mercato – attorno al 2,5% – occupate soprattutto in Germania e Regno Unito ma il contesto è destinato a cambiare. Secondo una recente indagine dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly sulla quasi totalità delle imprese tricolori che fanno o stanno organizzando linee di vini dealcolati, i numeri si annunciano in forte crescita: +90% di aumento produttivo previsto nel 2026, con una quota export attestata al 91% e il grosso delle vendite fatte sul canale retail (77%). Già la metà del campione intende inoltre attivare la produzione in Italia. Le tipologie a listino vedono una leggera prevalenza dei no-alcohol (54%), con un aumento significativo dell’opzione “bevanda a base vino”, balzata dal 3% del 2025 al 27% odierno. Tra i mercati tradizionali, prevale l’obiettivo Nordamerica (Usa e Canada) ma anche i Paesi Dach (Germania, Austria e Svizzera). Tra le piazze nuove ed emergenti, le risposte convergono su alcuni Paesi (Messico, Polonia ma anche Cina) e areali, con in testa Medioriente e Africa.

Tornando alla domanda globale di Nolo (che comprende anche i dealcolati), l’analisi dell’Osservatorio su base Nielsen-IQ e Iwsr rileva andamenti piuttosto diversificati, sia per titolo alcolometrico, sia per tipologia di prodotto, con gli alcohol-free in marcia positiva rispetto agli arretramenti dei low alcohol. In particolare gli spumanti – nella categoria “zero” – dimostrano di intercettare meglio degli altri le dinamiche positive di mercato: in Uk (+24%, +17% per i prodotti italiani) e negli Usa (+15%, con l’Italia a +200%).

Tra le motivazioni che spingono la scelta, sono stabili – e ancora maggioritarie – le risposte legate alla salute mentre crescono (quota al 35%) le ragioni legate all’aumento della qualità del prodotto e a una maggiore consapevolezza riguardo alla categoria nel suo insieme. “Ma il tema del gusto – ha detto il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti – rappresenta ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti, quota che sta via via diminuendo in maniera direttamente proporzionale alla qualità di produzioni che possono solo migliorare, e su questo l’Italia gioca la propria partita decisiva. Un segmento di offerta, quello dei vini dealcolati, che rimane aperto sia tra consumatori astemi – con i GenZ (under 28 anni) che in Uk e negli Usa già li preferiscono alla birra – sia tra gli user enologici abituali, che in certe situazioni preferiscono non consumare alcolici”.

Atteggiamenti questi che ancora non si riscontrano in Italia, con una domanda in cui è fortemente radicato il consumo tradizionale. Il mercato è ancora un terreno tutto da conquistare, rileva l’analisi: il 94% dei non consumatori di alcolici dichiara di non aver acquistato un no-alcohol negli ultimi sei mesi, quota che sale al 98% tra i più giovani e scende all’89% tra i più maturi. Tra le motivazioni al consumo, la “guida” è al primo posto (50%, 56% tra i GenZ). E anche guardando al fuori casa non è ancora scattata la scintilla.  Il 71% dei ristoranti, interpellati dall’Osservatorio Fipe-Uiv “Vino & Ristorazione” in collaborazione con Vinitaly, dichiara di non essere interessato a inserire in carta i vini dealcolati, mentre solo il 3% dice di averli già in lista con successo.

Fonte: servizio stampa Veronafiere

29 maggio 2026, al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova) si parla del ritorno della gelsibachicoltura in Italia, Veneto ed Europa

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Nel consueto incontro di aggiornamento professionale di fine mese, che si tiene dalle 18.30 alle 20.30 nel circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova), venerdì 29 maggio Argav propone l'interessante tema del ritorno della gelsibachicoltura in Italia, Veneto ed Europa. 

L'argomento trattato. La seta, pregiata fibra naturale, ha accompagnato la nostra storia, ma la sua produzione è stata nel corso del Novecento dimenticata e trascurata. Il corso aggiornerà su esperienze di ricostituzione di una filiera di produzione nazionale ed europea, grazie a piccole imprese artigianali e cooperative, la valorizzazione culturale e sociale dei prodotti derivati e dei territori, il coinvolgimento delle scuole.

Programma. Dopo i saluti idi Fabrizio Stelluto, presidente Argav. Parteciperanno: ore 18.30 Silvia Cappellozza, dirigente di ricerca Crea Agricoltura e Ambiente, responsabile del Laboratorio di Gelsibachicoltura di Padova, “Come sviluppare un ecosistema europeo, nazionale e veneto della seta”; ore 18.50 Diana Mantegazza, formatrice e progettista didattica specializzata nei linguaggi audiovisivi e nella didattica multimediale, “La trasmissione del patrimonio culturale della seta nelle scuole, con esperienze pratiche effettuate all'Istituto tecnico di agraria “Enrico De Nicola” di Piove di Sacco (Padova)”; ore 19.20 Alessio Saviane, biologo, operatore tecnico al Crea Agricoltura e Ambiente-Laboratorio di Gelsibachicoltura di Padova, “Il kit didattico: uno strumento per conoscere il baco da seta”; ore 19.40 Gianni Fila, ricercatore Crea “La salvaguardia della biodiversità gelsicola”; ore 20.00 Mattia Benedetti, comunicatore della Scienza, “Come comunicare la gelsibachicoltura”. Coordina: Marina Meneguzzi, giornalista e consigliere Argav.

Nel “secondo tempo” della serata (ore 20.30 circa) sarà con noi Marco Scarazzatti, giornalista e scrittore, che presenterà il suo libro “La stanza verde: da dove digiti?”.
 
Ad accompagnarci verso il successivo momento conviviale, grazie alla disponibilità dell’Associazione dei Circoli Wigwam, sarà la presentazione e degustazione dei vini della Cantina Corteros di Piove di Sacco (Padova) introdotta dalla giornalista Giorgia Gay, socia Argav.