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5-8 novembre, a Veronafiere c’è Fieracavalli, che rafforza il proprio impegno per il benessere animale

Fieracavalli, manifestazione di riferimento del panorama equestre internazionale, mette sempre più al centro delle sue attività il benessere del cavallo. Una scelta che si traduce in interventi concreti per garantire agli animali condizioni adeguate anche durante la quattro giorni della rassegna: dalle nuove scuderie del Padiglione 5, pensate per garantire condizioni adeguate di riposo e preparazione, al sistema di percorsi riservati che collega i box ai padiglioni, fino alla Fieracavalli App, attraverso cui è possibile segnalare in tempo reale eventuali situazioni di disagio grazie al QR Code presente su ogni box. L’attenzione per il benessere animale coinvolge anche chi vive la fiera, con regole e comportamenti precisi da seguire stabiliti dal Codice Etico di Fieracavalli che, sviluppato insieme a Fondazione Islander, definisce precise indicazioni sia per visitatori che per amazzoni e cavalieri – prediligendo, dove possibile, l’utilizzo di filetto e collare, bosal o capezza – affinché la sicurezza e il rispetto dei cavalli siano parte integrante dell’esperienza fieristica.

Questo percorso continua anche per la 128ª edizione, in programma a Veronafiere dal 5 all’8 novembre, che – oltre a proporre discipline in collare nelle diverse aree della fiera, dal Team Penning al salto ostacoli – dedica l’intero Padiglione 4, rinominato Healthcare & Leisure, proprio al rispetto dell’animale e al suo rapporto con l’uomo. Uno spazio dove approfondire le pratiche per la corretta cura e gestione del cavallo e scoprire come un legame costruito sulla conoscenza e sulla fiducia possa tradursi anche in un’opportunità di benessere per la persona.

Conoscere il comportamento degli animali, riconoscerne le necessità e rispettarne i tempi sono le basi su cui costruire un rapporto di fiducia. Sono questi i principi che guidano il programma del Padiglione 4 che, accanto ad approfondimenti su mascalcia, osteopatia, preparazione fisica e alimentazione, propone dimostrazioni di equitazione consapevole grazie all’Horse Friendly Arena. All’interno del ring di Healthcare & Leisure, infatti, Luca Moneta, il team italiano istruttori Parelli, il Gruppo Italiano École de Légèreté, Chiara Anglini e Fausto Sturaro mostreranno a professionisti e appassionati differenti approcci all’addestramento etologico, mettendo a confronto tecniche e modalità di lavoro.

Il rapporto con l’animale diventa fondamentale anche nella formazione della nuova generazione di atleti, al centro del nuovo progetto Fieracavalli Campus, pensato per affiancare alla preparazione sportiva un approccio basato sulla conoscenza, sul rispetto e sulla corretta gestione. Il programma coinvolge anche l’Università degli Studi di Padova, che sta sviluppando protocolli per il benessere del cavallo sportivo e linee guida per un addestramento etico in questo campo.
A completare il programma del Padiglione 4 anche aziende e operatori del settore, disponibili a mostrare e spiegare i propri prodotti, servizi e innovazioni dedicate, nello specifico, alla salute, alla cura e alla gestione quotidiana del cavallo.

Healthcare & Leisure apre anche una riflessione su come il rapporto con l’animale possa accompagnare percorsi di cura e prevenzione, ma anche sostenere la crescita e le relazioni interpersonali. Nel Padiglione 4 di Fieracavalli sarà quindi possibile scoprire alcune delle attività che la manifestazione porta avanti da anni, come quella con l’Ospedale Santa Giuliana, realtà veronese impegnata nelle attività e nelle terapie assistite con gli animali, dove il cavallo diventa uno strumento di inclusione e sviluppo dell’autonomia. La dimensione educativa della millenaria relazione tra uomo e cavallo si ritrova anche in Fieracavalli USA Campus, sviluppato da Giuliana Marple in collaborazione con l’Università dello Utah, che porta a Veronafiere un progetto dedicato alla formazione e all’educazione assistita, utilizzando l’esperienza equestre per lavorare sulla leadership e sulle capacità di relazione. In quest’area trova spazio anche il turismo equestre con Fieracavalli Equestrian Experience – in collaborazione con Natura a Cavallo – che permette di scoprire territori e tradizioni in sella, vivendo il paesaggio in modo diretto e a contatto con la natura.

Fonte: servizio stampa Veronafiere/Foto Fieracavalli_Archivio_Turismo Equestre_ph. Pasquale Spinelli

Bietola, incontro a palazzo Balbi tra Regione, Coprob e organizzazioni agricole. Assessore Bond: “Segnali incoraggianti, ora bisogna passare da 15.000 a 25.000 ettari nel 2027”

Riportare in attività lo zuccherificio di Pontelongo (Padova), rafforzare la coltivazione della barbabietola da zucchero e dare certezze alle aziende agricole che scelgono di investire in questa filiera. Sono queste le priorità emerse dall’incontro che si è svolto lo scorso 13 ottobre a Palazzo Balbi, a Venezia, tra l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond, il presidente di Coprob Luigi Maccaferri accompagnato dal direttore generale e dai due vicepresidenti, e i rappresentanti delle organizzazioni agricole Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Confcooperative.

“La barbabietola da zucchero è una coltura che dobbiamo difendere, e così le aziende agricole, il lavoro, le competenze, lo stabilimento industriale e il patrimonio cooperativo. Per questo abbiamo voluto riunire attorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti della filiera: serve un impegno comune, perché la prospettiva di riportare in attività Pontelongo è concreta, ma dobbiamo costruire insieme le condizioni per riuscirci”, ha dichiarato l’assessore Bond.

La campagna saccarifera 2026 ha restituito risultati differenti. Il Polesine ha registrato le migliori rese del comprensorio Coprob, con una produzione stimata tra 8,3 e 8,4 tonnellate di saccarosio per ettaro. Più complessa la situazione negli areali del Nord Veneto, dove le temperature elevate nella seconda parte della stagione hanno inciso sulle produzioni, dopo un avvio favorevole. “Anche quest’anno la bietola ha dimostrato una buona capacità di resistere a condizioni climatiche difficili – spiega Bond -. Questo, però, non significa che possiamo lasciare le aziende sole davanti ai rischi e all’aumento dei costi. Le possibilità di successo di una coltura devono essere accompagnate da condizioni economiche che rendano conveniente coltivarla. È un principio che vale per tutta l’agricoltura veneta e che, per una filiera come quella saccarifera, diventa ancora più importante”. In questo quadro si inserisce il sostegno economico alla coltivazione, a partire dall’aiuto accoppiato per ettaro e dalla misura regionale attivata per la campagna 2026.

La possibilità di confermare quest’ultimo intervento anche per il 2027 è stata indicata dalla filiera come un elemento importante per consolidare le superfici e dare continuità alla produzione: “Il sostegno regionale è parte di una strategia per mantenere viva una produzione strategica. Lavoreremo perché ci siano le condizioni per accompagnare anche la prossima campagna. Gli agricoltori devono poter programmare le semine sapendo di avere davanti prospettive credibili, non soltanto incertezze”.

Il dato più significativo emerso dal confronto riguarda le prospettive per il 2027. Le attività di promozione avviate da Coprob nei mesi di agosto e settembre hanno già consentito di raccogliere offerte di coltivazione per oltre 15.000 ettari, superando le aspettative iniziali. Per garantire le condizioni produttive necessarie al funzionamento di entrambi gli stabilimenti, l’obiettivo è arrivare a circa 25.000 ettari complessivi. “E’ un segnale incoraggiante: significa che c’è ancora fiducia nella bieticoltura e che gli agricoltori sono disponibili a scommettere su questa filiera. Ma non possiamo fermarci al primo risultato. Dobbiamo passare dagli oltre 15.000 ettari già raccolti all’obiettivo dei 25.000. Ho chiesto alle organizzazioni agricole di lavorare insieme a Coprob. La Regione farà la sua parte, perché vogliamo creare le condizioni per riaprire Pontelongo”.

Il confronto ha affrontato anche gli scenari del mercato europeo dello zucchero, le importazioni e le possibili ricadute degli accordi commerciali internazionali, compresi quelli con Ucraina e Paesi del Mercosur. La necessità è garantire che la produzione europea e italiana possa competere in condizioni sostenibili, senza che la pressione delle importazioni comprometta gli investimenti e il futuro delle aziende agricole. Accanto al sostegno alle superfici, Bond ha richiamato la necessità di individuare strumenti per accompagnare gli investimenti, valorizzare gli impianti e diversificare, dove possibile, l’utilizzo delle strutture e delle centrali termiche anche al di fuori della tradizionale campagna saccarifera.

“Ringrazio per l’incontro e la disponibilità l’assessore Bond e la Regione, a partire dal presidente Alberto Stefani – ha detto il presidente di Coprob Maccaferri -. La raccolta 2026 sta volgendo al termine consegnandoci una bietola decisamente più resiliente delle altre coltivazioni ai cambiamenti climatici con produzioni per una buona parte di campagna decisamente positive. Oggi a due mesi dall’apertura delle contrattazioni per il 2027 le offerte di coltivazioni hanno raggiunto valori inaspettati che ci fanno ben sperare per il prossimo anno. L’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere la superficie sufficiente per riprendere l’attività nello stabilimento di Pontelongo, in un contesto europeo di aumento del prezzo dello zucchero a causa della forte riduzione di produzione che sta interessando tutta l’Europa. L’azione congiunta con le Organizzazioni agricole sarà fondamentale, come sarà fondamentale il mantenimento dell’aiuto accoppiato da parte della Regione e il suo sostegno alle azioni di cui necessita la filiera saccarifera nei prossimi mesi”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto/Foto Italia Zuccheri-Coprob

Prati stabili devastati dai bruchi, un flagello per l’agricoltura nell’Alta Padovana

Un flagello: così gli agricoltori dell’Alta Padovana definiscono l’invasione di bruchi su centinaia di ettari di prati stabili. Il Comune più colpito è San Pietro in Gù, specialmente nel quadrante settentrionale, ma il fenomeno si sta allargando a macchia d’olio anche nei centri vicini dell’Alta Padovana. Cresce pertanto di giorno in giorno l’allarme fra gli agricoltori che vedono i propri prati letteralmente “bruciati” dal passaggio devastante dei bruchi, mai così tanti come in questi giorni. Coldiretti Padova sta seguendo l’evoluzione insieme a Coldiretti Vicenza attraverso il coinvolgimento delle istituzioni, dal Servizio Fitosanitario Regionale a Veneto Agricoltura, e si fa portavoce della preoccupazione di tanti agricoltori che, oltre a fare i conti con le perdite di foraggio di questi giorni, temono per il raccolto della prossima primavera.

Il bruco che sta divorando i prati stabili è una larva di lepidotteri, come la nottua, che grazie al caldo anomalo e persistente di questi mesi si è diffusa e moltiplicata rapidamente tra le province di Vicenza e Padova, in particolare, dove c’è la più alta concentrazione di prati stabili. “Questi bruchi attaccano le graminacee – afferma Maurizio Canton, imprenditore e componente della giunta di Coldiretti Padova – delle quali non si limitano a mangiare l’apparato fogliare ma fanno morire anche le radici sottostanti. Così nel giro di pochi giorni il prato si secca. L’unica soluzione è riseminare il prato ma il rischio è che, soprattutto se le temperature continueranno a rimanere sopra la media, i bruchi arrivino ancora. Siamo preoccupati per la prossima primavera perché se il problema non verrà risolto ci troveremo senza raccolto e senza foraggio per le nostre stalle. Qualche anno fa, sempre dopo un’estate particolarmente calda, si era già verificato un simile fenomeno ma questa volta ha raggiunto dimensioni notevoli, dagli effetti devastanti per i nostri prati”.

Coldiretti Padova sta raccogliendo le segnalazioni degli agricoltori, sempre più numerose e allarmate, e si sta confrontando con le istituzioni sia per informare gli imprenditori che per mettere a punto un’azione efficace che consenta di salvare i prati stabili e il lavoro delle imprese agricole. “Ormai passiamo di emergenza in emergenza – ricorda Roberto Lorin, presidente di Coldiretti Padova – e l’agricoltura è sempre il settore più esposto, con i nostri imprenditori costretti a pagare un prezzo troppo alto. Le grandinate, il vento forte la siccità, ma anche l’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia, insieme agli effetti della speculazione sui prezzi: gli agricoltori si trovano sempre nell’occhio del ciclone ma non possono essere lasciati soli. A pesare – conclude Lorin – sono soprattutto gli effetti del cambiamento climatico, mai così evidenti come negli ultimi anni. Tra questi rientra anche l’invasione dei bruchi che sta mettendo in crisi le aziende e gli allevamenti dell’Alta Padovana. Per questo attendiamo risposte urgenti dalle istituzioni e indicazioni operative dai tecnici per arginare il fenomeno e salvare il raccolto della prossima primavera”.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Padova

Vicenza. Mercoledì 28 ottobre alla Biblioteca internazionale La Vigna l’entomologo Paolo Fontana torna a parlare di verde urbano e periurbano nonché della tutela delle api

Nel mondo si conoscono circa 25.000 specie di api, 1054 soltanto in Italia, e insieme agli altri insetti impollinatori, garantiscono la riproduzione di gran parte della flora terrestre. Da qui parte il seminario di Paolo Fontana, ricercatore della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento), naturalista, entomologo, apidologo, apicoltore, scrittore, divulgatore e premio Argav 2017, che mercoledì 28 ottobre dalle 17:30 alle 19, rinnova l’appuntamento con “Bee&Green”, il ciclo di incontri a ingresso libero dedicato al verde urbano e periurbano e alla tutela degli insetti impollinatori.

Dalla riproduzione della flora terrestre alla nascita della metallurgia, fino al modello sociale che per secoli ha ispirato filosofi e scienziati: Paolo Fontana racconta come l’ape mellifera abbia accompagnato il cammino dell’uomo per almeno cinquemila anni. Quando si parla di api spesso ci si riferisce ad una sola specie e cioè l’ape mellifera ma le api sono tante. Se ne conoscono circa 25.000 specie a livello mondiale, in Europa circa 2.000 ed in Italia ad oggi le specie note sono 1054. Le api, ovvero gli Apoidei antofili, assieme a molti altri insetti sono fondamentali per la conservazione degli equilibri naturali dal momento che con la loro azione di impollinazione garantiscono la riproduzione di una grande parte della flora terrestre.

L’ape mellifera è gestita dall’uomo da diversi millenni (almeno 5 o 6) e questo insetto ha accompagnato quindi la storia dell’uomo per un lungo tratto contribuendo non solo al suo sostentamento e benessere attraverso i suoi prodotti come miele e propoli, ma ha contribuito anche al progresso tecnologico dal momento che la metallurgia si è basata sin dalle sue origini in larga parte sulla tecnica della cera persa. Ma l’ape mellifera, grazie soprattutto alla sua straordinaria organizzazione sociale, ha costituito anche un modello morale o addirittura spirituale nel corso dei secoli. Meno noto è poi il fatto che l’ape mellifera abbia accompagnato lo sviluppo della scienza dalle sue origini ai giorni nostri ( al termine di ogni incontro viene rilasciato, su richiesta, un attestato di partecipazione; ai Dottori Agronomi e ai Dottori Forestali sono inoltre riconosciuti i crediti formativi professionali).

Fonte: Biblioteca internazionale La Vigna

Po e Adige, fonti di cultura e di identità delle genti polesane

Delegazione ‘Navigatio’ di Santander, Spagna

(di Antonio Verni, giornalista socio Argav) Polesine come terra di mezzo fra Adige e Po, che i due fiumi, con le innumerevoli alluvioni, avvenute nel corso di tanti secoli, hanno modellato e formato. E grazie all’intervento umano, con il Taglio di Porto Viro, del 1604, si è persino creato l’attuale Delta del Po.

Di volta in volta le popolazioni hanno adottato diverse e nuove strategie di resilienza per far fronte ai cambiamenti e orientarsi negli scenari addivenienti, ricche di riscontri al Museo dei Grandi fiumi di Rovigo: dalle palafitte e dai villaggi dell’età del Bronzo, fino alle grandi opere di bonifica degli Etruschi, dei Romani, dei Benedettini e del Rinascimento. Acqua non soltanto come minaccia, ma come risorsa primaria, per il cibo e per i commerci, attorno alla quale organizzare la vita delle comunità, promuovere il culto, sviluppare le attività quotidiane. E’ quanto ha voluto mostrare il Gruppo remiero Adigetto, nato a Villanova del Ghebbo, ma con sede nella Conca fluviale di Canda, in località Vallalta, comune di Bagnolo Po, ai colleghi rematori della ‘Navigatio’ di Santander, in Spagna, intervenuti con una delegazione a questa giornata di promozione del Polesine.

A far da anfitrione al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, Raffaele Peretto, geomorfologo, poliedrica figura della cultura polesana, uno dei suoi padri fondatori e direttore fino al 2007. Il Museo ha sede nell’ex monastero Olivetano di San Bartolomeo. I monaci di Monte Oliveto Maggiore arrivarono nel 1475, per essere allontanati a seguito delle disposizioni napoleoniche nel 1810. Nel 1844 subentrò il Comune di Rovigo, che convertì il complesso in un centro di assistenza per anziani, fino al 1978. Con il trasferimento della Casa di riposo in una sede più consona, si decise di destinare la struttura ad attività museali. Nacque il Museo civico della civiltà in Polesine.

L’obiettivo originario era quello di raccogliere testimonianze archeologiche, etnografiche e naturalistiche provenienti dall’intera provincia. Si tirarono le somme e nel 2001 fu ufficialmente inaugurato il Museo dei Grandi Fiumi, volto, come si legge nella presentazione, “alla valorizzazione e divulgazione del patrimonio archeologico, etnografico, culturale e ambientale del territorio polesano”. Reperti che coprono circa 3.500 anni di storia polesana, dall’età del Bronzo al Rinascimento, provenienti da scavi e ritrovamenti dell’intera provincia.

Qual è il grande valore antropologico di questo museo? Risiede nella capacità di narrare attraverso le esposizioni ciò che gli archeologi hanno trovato nel sottosuolo, dedotto e intuito, in relazione a come l’uomo ha strutturato la società e ha modellato la propria cultura e la propria esistenza in un rapporto simbiotico con l’acqua del Po, dell’Adige e dei cento canali di collegamento, protagonisti di un ecosistema particolarmente instabile.

Chi entra nel museo si accinge a compiere un viaggio nell’antropologia culturale e sociale, camminando per oltre tre millenni. Grazie alla creatività di Gabbris Ferrari e dei suoi collaboratori, e dei padri fondatori, il visitatore, attraverso le “ambientazioni scenografiche, installazioni multimediali, diorami e plastici” rivive i principali periodi storici. Inoltre, “le riproduzioni lungo il percorso consentono di toccare, vivere e comprendere i reperti originali custoditi nelle vetrine. Le cinque sezioni presentano le conoscenze archeologiche sul Polesine dal secondo millennio a. C. all’età rinascimentale, anche attraverso continui rimandi alle coeve realtà insediative di aree limitrofe ed europee”.

Con particolare vezzo storico e personale, Raffaele Peretto ha ricordato che “dal VI secolo a. C. il Delta padano è soggetto a una articolata riorganizzazione territoriale ad opera degli Etruschi. Tale processo porterà all’affermarsi degli empori di Adria e di Spina e alla nascita di insediamenti diffusi principalmente lungo le vie d’acqua e terrestri, come a San Cassiano”. In relazione a questo ha fatto notare quanto gli archeologi apprezzino le foto aeree e che in quella esposta fosse stata ripresa anche la sua casa natale a San Cassiano.

Simbolo del museo sono uno stilizzato, immaginario volto di Fetonte sovrapposto al sole. Quel sole che rivestiva di colori ambrati le foci del Po intorno ad Adria al tramonto. Atria, la porta della valle del Po, se la si rapporta alla parola etrusca ‘atrium’. Giorno, luce, posta a levante, a oriente. Ecco, Adria era la città a oriente, verso il sole nascente, la più vicina al mare, la prima che vedevano i Greci quando arrivavano.

Dopo il Museo dei Grandi fiumi, il piccolo gruppo di rematori rodigini, insieme al presidente Eligio Garbo, di Giorgio Pavan, consigliere Argav e alla rappresentanza spagnola, si sono diretti in visita a una mostra micologica al Palazzo del Corpo di Guardia ed al Tempio della Beata Vergine del Soccorso, da tutti chiamata La Rotonda. Quindi, nel pomeriggio, hanno raggiunto Badia Polesine per ammirare il Teatro Sociale Eugenio Balzan e l’annessa Collezione Balzan: 49 dipinti di pittori italiani del XIX e del XX secolo. Poi qualche decina di minuti li hanno trascorsi all’Abbazia della Vangadizza, per comprenderne il valore storico, anche in relazione alle ultime scoperte.

Hanno collaborato alla giornata il Comune di Rovigo, con gli assessorati competenti; il Comune di Badia Polesine, con il sindaco, Giovanni Rossi, ed il Sodalizio Vangadicense con il presidente, Paolo Aguzzoni; il Comune di Bagnolo di Po, con il sindaco, Amor Zeri, e la Pro Loco. Gli ospiti spagnoli hanno portato alcune specialità della loro terra al convivio, tenutosi nella sede del Gruppo remiero Adigetto. Tutti i presenti hanno partecipato al giro in barca nelle acque del Canalbianco.

Permafrost dolomitico, l’estate 2026 accelera il degrado

Photo by Lana Kravchenko on Pexels.com

(di Giuseppe Pomarico, geologo) Nelle Dolomiti venete il ghiaccio che cementa le fratture della roccia sta perdendo la sua funzione strutturale, e l’estate 2026, la più calda mai misurata in quota sulle Alpi, ha reso il fenomeno più evidente. Per valutare il rischio non bastano più i modelli geomeccanici statici: vanno integrati i parametri termici e idrogeologici del sottosuolo.

Il ghiaccio nelle fratture e la stabilità delle pareti

Gli ammassi dolomitici e calcareo-dolomitici del Veneto orientale sono rocce fortemente tettonizzate, con una fitta rete di discontinuità: piani di strato, faglie, diaclasi. Oltre i 2.500 m la stabilità di queste pareti è stata garantita per millenni dal permafrost di parete, cioè dal ghiaccio interstiziale e di riempimento dei giunti, mantenuto a temperature negative. Quel ghiaccio lavora come un connettivo strutturale. Quando la roccia si avvicina alla soglia del warm permafrost, tra −1 e 0 °C, la resistenza al taglio lungo le discontinuità cala drasticamente (ice-bonding loss; Krautblatter et al., 2013). Il quadro si aggrava con l’acqua di fusione, che si accumula nelle fessure trattenuta da tappi di ghiaccio più profondi: ne derivano picchi di pressione neutra (u) che possono innescare scivolamenti di blocchi, crolli e rock avalanches, soprattutto con piogge in quota (rain-on- snow). Parallelamente si approfondisce lo strato attivo, e a mobilitarsi sono volumi di roccia sempre più grandi e profondi (Gruber & Haeberli, 2007).

Effetti idrogeologici e carsici

La scomparsa del ghiaccio occludente riapre condotti carsici e fratture prima sigillate, modificando i tempi di corrivazione e di ricarica degli acquiferi basali. Nelle cavità d’alta quota, dalle Pale di San Martino al Sella e all’Ampezzano, cambiano i flussi d’aria termo-convettivi, che a loro volta trasferiscono calore dall’esterno verso il cuore del massiccio. Il maggiore percolamento altera inoltre il chimismo delle acque di stillicidio (Ca2+, HCO3−) e la cinetica di deposizione carbonatica: gli speleotemi diventano così un archivio e un indicatore dell’accelerazione termica in corso.

L’estate 2026: un test su scala reale

L’estate 2026 ha messo il permafrost dolomitico sotto uno stress termico senza precedenti recenti, con effetti che si leggono sia nei dati atmosferici sia nei siti di monitoraggio. Lo zero termico è misurato in libera atmosfera con i radiosondaggi di Payerne e non coincide con la temperatura della roccia. Indica però per quanto tempo l’energia termica è stata disponibile per penetrare nei versanti, e il calore si propaga nell’ammasso con ritardo: più del singolo picco conta il bilancio cumulato. Un’estate di questo tipo ha precedenti nel 2003, quando la forte attività di crollo da pareti ritenute stabilmente ghiacciate portò per la prima volta il tema all’attenzione generale. Lo ha ricordato per il Pelmo il presidente del Comitato scientifico del CAI, Gianni Frigo: le settimane di zero termico molto elevato avrebbero favorito la fusione del ghiaccio interno alla roccia, con effetti che sui versanti nord possono manifestarsi dopo un periodo prolungato di accumulo termico. Lo stesso CAI invita a non attribuire ogni distacco al permafrost. Anche gli indicatori di campo vanno nella stessa direzione. Secondo Legambiente, al Piz Boè non risulta terreno gelato a nessuna profondità. Il dato non descrive direttamente le Dolomiti bellunesi, ma conferma il trend e rafforza la richiesta di estendere il monitoraggio a Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane. Lo scarso innevamento e il caldo prolungato hanno inoltre eliminato gli effetti di isolamento e riflessione che normalmente rallentano il riscaldamento di roccia e ghiaccio.

Verso una gestione del rischio integrata

LiDAR (telerilevamento) e InSAR (strumento per visualizzare la deformazione della superficie terrestre) descrivono bene la cinematica dei versanti, ma non bastano senza sensori termometrici in fessura e in cavità, che misurano ciò che accade nel sottosuolo. Estati come la 2026 mostrano che la pericolosità non dipende più solo dalla geometria dell’ammasso, ma dal suo regime termico e idrico. Servono quindi modelli che integrino parametri geomeccanici, termici e idrogeologici, e reti di monitoraggio capaci di leggere il ritardo tra forzante climatica e risposta del versante. Il degrado del permafrost è una delle manifestazioni più dinamiche del cambiamento climatico nel territorio veneto, e va trattato come tale nella pianificazione.

21 ottobre: prima Giornata dei Cammini in Veneto. E nel fine settimana del 24-25 ottobre, in programma molte attività lungo i 13 percorsi

Il 21 ottobre è la prima Giornata regionale dei cammini veneti, un appuntamento che nasce per scoprire i 13 cammini della Rete dei cammini veneti. Dalle montagne al mare, dai laghi alle colline, fino alle pianure, l’iniziativa è un invito a vivere il territorio in un’ottica di sostenibilità e autenticità. Il cuore dell’evento sarà nel fine settimana del 24 e 25 ottobre con un programma diffuso di attività lungo i 13 Cammini veneti realizzato in collaborazione con Unpli Veneto. Sarà un weekend per camminare, esplorare e scoprire il territorio del Veneto, con escursioni e passeggiate accompagnati da professionisti abilitati. In tutto sono in programma 20 attività, per più di 30 turni di esperienze, tra escursioni, visite guidate, degustazioni, organizzate in collaborazione con gli enti gestori dei 13 cammini rientranti nel Registro dei cammini del Veneto, con il supporto di Regione del Veneto (info sugli eventi in programma il 24 e 25 ottobre e le indicazioni per prenotarsi disponibili sul portale Veneto.eu e attraverso una pagina ad hoc sul sito www.unpliveneto.it).

Per la Giornata del 21 ottobre è in programma un convegno dedicato ai Cammini veneti, alla loro evoluzione e alle prospettive di sviluppo del prodotto turistico, seguito da una tavola rotonda rivolta ai soggetti gestori e alle Destinazioni Turistiche. “Non esiste un solo tipo di turismo, esistono turismi diversi e il turismo del camminare è uno di questi. È un modo per scoprire il Veneto autentico, attraverso i suoi paesaggi, la sua storia, i suoi borghi, la cultura e le tradizioni dei territori. I Cammini permettono di vivere il Veneto in modo diverso, con tempi e modalità di fruizione adatti a pubblici diversi e durante tutto l’anno. Il nostro obiettivo è continuare a valorizzare questa rete, mettendo in relazione i territori, i soggetti gestori e le destinazioni e facendo dei Cammini una componente sempre più riconoscibile dell’offerta turistica veneta”, afferma Lucas Pavanetto, vicepresidente e assessore al Turismo della Regione Veneto.

“L’offerta dei cammini – aggiunge Pavanetto- rientra nelle strategie regionali che puntano a un’offerta turistica sostenibile, attenta all’ambiente, disponibile tutto l’anno e lontana dai grandi flussi. È una proposta che incontra un sempre più rilevante segmento della domanda turistica con viaggiatori interessati a vivere esperienze all’aria aperta, a contatto con la natura e capaci di far vivere loro i luoghi attraverso esperienze autentiche che coniugano paesaggio, cultura, enogastronomia. La Rete dei Cammini Veneti costituisce in questo senso una rete di itinerari accessibili e inclusivi, aperti a famiglie, anziani, persone con disabilità, che attraversa il territorio regionale e mette in relazione città, borghi, paesaggi e patrimoni culturali, offrendo modalità diverse di conoscere il Veneto e di raggiungere le sue destinazioni”.

Nel complesso, la Rete dei Cammini Veneti comprende: 13 cammini riconosciuti e iscritti al Registro regionale (circa 5.391 chilometri di percorsi), toccando tutte le 7 province del Veneto e attraversando 11 destinazioni turistiche venete. Questi sono: Cammino Romea Strata – soggetto gestore: Fondazione Homo Viator – San Teobaldo. Cammino Via Claudia Augusta – soggetto gestore: Associazione Via Claudia Augusta Italia A.P.S. Cammino Via Romea Germanica – soggetto gestore: Associazione Italiana Via Romea Germanica. Cammino di Sant’Antonio – soggetto gestore: Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali. Cammino del Beato Enrico – soggetto gestore: Compagnia di Santiago e del Beato Enrico da Bolzano. Cammino di Adelaide – soggetto gestore: Associazione Eco Prospettive APS. Cammino Cimbro di Santa Margherita – soggetto gestore: Unione Montana Pasubio Piccole Dolomiti. Cammino delle Colline del Prosecco – soggetto gestore: Associazione per il Patrimonio delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Cammino delle Dolomiti – soggetto gestore: Centro di Spiritualità e Cultura Papa Luciani. Cammino Alta Via dei Berici – soggetto gestore: IPA – Associazione Comuni Area Berica. Cammino Fogazzaro Roi – soggetto gestore: Associazione Cammini Veneti. Cammino Alta Via Grande Guerra – soggetto gestore: Provincia di Vicenza. Cammino Rigoni Stern – soggetto gestore: Associazione Cammini Veneti3.      Cammino Via Romea Germanica2.      Cammino di Adelaide

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Florovivaismo, nel 2027 in Veneto il V° congresso nazionale del fiore Coldiretti

Sarà il Veneto a ospitare nel 2027 la quinta edizione del Congresso Nazionale del Fiore di Coldiretti. L’annuncio è arrivato a Torre del Lago Puccini (Lucca), in occasione del IV Congresso nazionale, con il simbolico passaggio del testimone da Coldiretti Toscana a Coldiretti Veneto, che si prepara ad accogliere il prossimo appuntamento dedicato a uno dei comparti strategici del Made in Italy.

“Accogliere il Congresso nazionale del Fiore sarà un’opportunità importante per valorizzare le nostre imprese e dare visibilità a un settore che rappresenta una componente significativa dell’agricoltura veneta – dichiara Carlo Salvan, presidente di Coldiretti Veneto –. Vogliamo arrivare a questo appuntamento portando all’attenzione nazionale il lavoro che stiamo facendo per rispondere alle esigenze concrete dei florovivaisti, sostenere la competitività delle aziende e riconoscere il ruolo del verde nella qualità ambientale e nella valorizzazione dei territori”.

Il florovivaismo veneto conta 1.300 imprese per una superficie di quasi 2.500 ettari di superficie e un valore della produzione di oltre 225 milioni di euro, secondo i dati di Veneto Agricoltura. Padova è la prima provincia per numero di aziende, con circa 400 imprese, pari al 30% del totale regionale. Numeri che testimoniano il peso economico e produttivo del comparto e il contributo delle aziende venete alla filiera nazionale del verde, della floricoltura e del vivaismo.

A livello nazionale, il florovivaismo rappresenta una realtà di primo piano del Made in Italy, con circa 19mila imprese, 30mila ettari di superficie e un valore della produzione superiore a 3,5 miliardi di euro nel 2025. Nello stesso anno, l’export italiano di piante e fiori ha raggiunto il record storico di quasi 1,3 miliardi di euro, confermando le potenzialità del settore sui mercati internazionali. Un risultato che rende ancora più importante sostenere la competitività delle imprese, favorire l’apertura di nuovi mercati e investire in innovazione, ricerca e sostenibilità.

Le tensioni geopolitiche e le difficoltà delle rotte commerciali mostrano quanto il settore sia esposto a fattori esterni. L’aumento dei costi di fertilizzanti, gasolio e materie plastiche pesa sui bilanci aziendali, mentre i rallentamenti dei trasporti penalizzano soprattutto le produzioni altamente deperibili. Per questo Coldiretti sottolinea la necessità di sostenere l’internazionalizzazione, semplificare le procedure di accesso ai mercati esteri e garantire strumenti adeguati per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. Fondamentali sono anche gli investimenti in ricerca, innovazione tecnologica e formazione, insieme alla difesa delle imprese da costi e oneri impropri.

In questo contesto si inserisce il lavoro di Coldiretti Veneto, impegnata nel confronto con le istituzioni regionali per dare risposte alle esigenze delle imprese. Tra le priorità c’è l’aggiornamento dei parametri per il riconoscimento dei consumi di gasolio agricolo alle aziende florovivaistiche, affinché tengano conto dell’evoluzione delle tecniche produttive e dei reali fabbisogni aziendali. Accanto al sostegno economico, l’organizzazione lavora per promuovere il verde e rafforzare il ruolo del vivaismo nella pianificazione dei territori. Su iniziativa di Coldiretti Veneto è stato infatti depositato in Consiglio regionale un progetto di legge per incentivare la piantumazione di alberi nei piccoli Comuni, attraverso contributi dedicati. L’obiettivo è favorire la diffusione del verde urbano e periurbano, rafforzare le filiere forestali e migliorare la qualità ambientale e paesaggistica, creando nuove opportunità anche per le imprese del settore.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto

Disponibilità risorsa idrica in Veneto: a settembre precipitazioni ancora col segno meno, l’anno idrologico si chiude con un deficit del 23%

Il mese di settembre 2026 conferma una grave e persistente carenza idrica in Veneto. Secondo i dati Arpav analizzati da Anbi Veneto nel proprio bollettino sulla disponibilità di risorsa a settembre, le piogge mensili (media di 89 mm, -19% rispetto al valore medio dei 30 anni) sono state disomogenee e insufficienti: mentre la costa veneziana orientale ha registrato localizzati violenti rovesci che hanno causato anche allagamenti, il deficit è rimasto acuto in Polesine e nel Delta del Po. L’intero anno idrologico (ottobre 2025 – settembre 2026) si chiude con appena 872 mm di pioggia, segnando un deficit del 23%.

Nella fase conclusiva della stagione irrigua, tutti i principali corsi d’acqua della regione presentano portate fortemente sotto la media storica: il crollo più critico riguarda il Bacchiglione (-69%), seguito da Adige (-57%), Po (-43%), Livenza (-42%) e Brenta (-28%). Le falde sotterranee restano in sofferenza senza benefici apprezzabili derivanti dalle piogge di fine estate. Ancora elevate le temperature, con un valore medio di 21,7 °C e un’anomalia termica di +1,6 °C.

Le proiezioni per ottobre 2026 elaborate dal Centro di sperimentazione per l’innovazionei Irrigua (Ce.Sp.I.I) Consorzio Leb indicano un Veneto diviso in due. Nel settore occidentale e settentrionale prosegue la scarsità di pioggia con bilancio idrico negativo e terreni asciutti che complicano le semine autunno-vernine; si raccomandano lavorazioni superficiali e conservative. Al contrario, l’area centro-meridionale attende piogge abbondanti e sopra la media che richiederanno attenzione allo sgrondo delle acque per evitare ristagni e compattamento del terreno. L’evapotraspirazione colturale si manterrà generalmente elevata a causa di temperature superiori alla norma, pur rimanendo contenuta tra i 53 e i 64 mm.

Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto: “Dopo una stagione irrigua difficile è necessario sostenere concretamente le aziende agricole, ma la risposta non può essere soltanto economica. Dobbiamo accelerare sui progetti multifunzionali per l’accumulo dell’acqua e sviluppare interventi di ricarica delle falde. Allo stesso tempo, tecnologia e ricerca devono aiutarci a utilizzare l’acqua in modo sempre più efficiente, garantendo le esigenze di agricoltura, ambiente e paesaggio”.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

17-18 ottobre, a Jesolo (Venezia) torna “M’illumino di spezie”

Torna sabato 17 e domenica 18 ottobre in centro storico a Jesolo (Venezia) l’appuntamento con “M’illumino di Spezie”, manifestazione a ingresso gratuito ideata da Veneto a Tavola e dalla storica della gastronomia Carla Coco in collaborazione con il Comune di Jesolo e il supporto di partner d’eccellenza. L’evento, giunto alla quinta edizione e inserito nell’ambito della tradizionale Festa d’Autunno in programma nello stesso fine settimana nella cittadina veneziana, trasformerà piazza Primo Maggio in un vivace palcoscenico di profumi, sapori e cultura, celebrando il legame profondo tra la storia della Serenissima, i prodotti d’eccellenza del territorio e l’arte speziata.

Il fil rouge dell’edizione 2026 si rinnova profondamente: l’esposizione principale (all’Hotel Udinese) è organizzata come percorso olfattivo guidato, lasciando spazio a una classificazione basata sui profili aromatici e sulle proprietà delle spezie (riscaldanti, balsamiche, terrose e agrumate). Due le mostre allestite: una con 250 varietà di essenze anche rare e l’altra con 200 tipi di peperoncini provenienti da tutto il mondo. Sarà un vero e proprio “viaggio interattivo” che richiama le antiche tradizioni fitoterapiche e culinarie.

Il tema culturale è incentrato sulla straordinaria figura del vicentino Antonio Pigafetta, viaggiatore attento che all’inizio del Cinquecento arrivò alle Molucche – leggendarie Isole indonesiane delle Spezie- con la spedizione di Magellano e che da uomo di lettere ha lasciato una inestimabile Relazione della sua navigazione fatta attorno al Mondo. Tra le grandi novità di quest’anno spicca il consolidamento della sinergia con i produttori e i consorzi italiani di eccellenza, in particolare il Consorzio Liquirizia di Calabria. Significativo il coinvolgimento corale di 24 esercizi di food&beverage jesolani che “adotteranno” una spezia per dare vita ad un percorso di gusto diffuso con snack gourmet, gelati, dolci e cocktail.

Molte le iniziative in programma: spazio e importanza avranno le masterclass e gli show cooking d’autore, incontri di approfondimento culturale, liquoristico e gastronomico con esperti e brand storici come Distilleria Bonaventura Maschio e Distilleria Varnelli, esplorando l’evoluzione degli aperitivi e degli amari tradizionali con erbe e spezie. La prima giornata, sabato ore 18.30, si chiuderà con l’attesissima finale nazionale del Campionato Italiano Super Hot curata dal Jack Pepper Group: tappa del circuito nazionale dove sarà eletto il vincitore con sfide a base di varietà estreme come il piccantissimo Carolina Reaper.

Domenica show cooking in piazza con lo chef Alessandro Menditto del ristorante sardo “Il Fuoco Sacro di San Pantaleo” (una stella Michelin); preparerà un risotto con zucca e fava tonka macerata nel rum. A seguire, Elisa Carraro della pasticceria Zamatteo di Jesolo, presenterà il suo pâte de fruits alla mela e vaniglia. Prevista una piccola degustazione finale gratuita.

Per avvicinare i più piccoli al mondo degli aromi ci sarà “Il piccolo cartografo”: giocoso laboratorio ispirato alla figura di Fra’ Mauro che nel 1459, senza mai lasciare il suo monastero di Venezia, seppe disegnare il mondo.

Fonte: servizio stampa M’illumino di spezie