• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

Università di Verona e Donne Coldiretti investono nel futuro delle giovani: nasce una borsa di ricerca per promuovere la parità di genere

La parità di genere si costruisce attraverso la cultura, la ricerca e l'impegno condiviso. Da questa convinzione nasce "Coltiviamo il rispetto", l'iniziativa promossa da Donne Coldiretti, in collaborazione con Fondazione Campagna Amica e Università di Verona, che si è tenuta lunedì 13 luglio scorso nella Sala Barbieri dell'Ateneo veronese. Nel corso dell'incontro è stata presentata l'attivazione di una borsa di ricerca, dal valore di 6mila euro, dedicata ad approfondire l'impatto sociale, educativo e culturale delle iniziative a sostegno della leadership femminile. L'obiettivo è promuovere un percorso capace di trasformare la ricerca in uno strumento concreto di cambiamento, valorizzando il ruolo delle donne nell'impresa, nel lavoro e nella società e offrendo alle nuove generazioni modelli positivi di crescita, autonomia e partecipazione.

L'iniziativa conferma l'impegno nel promuovere un'agricoltura sempre più inclusiva e innovativa, nella quale il contributo femminile rappresenta un motore di sviluppo economico, sociale e culturale. La collaborazione fra Donne Coldiretti e l'Università di Verona rafforza questo percorso, creando un ponte tra ricerca, formazione e territorio per generare nuove opportunità e conoscenza.La borsa di ricerca rappresenta un investimento sul futuro: un progetto che punta a misurare e valorizzare l'efficacia delle azioni dedicate all'empowerment femminile, contribuendo alla costruzione di una società più equa, inclusiva e consapevole del valore del talento delle donne.
 
Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto


 
 
 

Gianluca Carraro confermato presidente del Consorzio tutela vini Colli Euganei



Gianluca Carraro è stato confermato presidente del Consorzio tutela vini Colli Euganei e inizia, quindi, il suo secondo mandato triennale. Al suo fianco, sono stati confermati i consiglieri Giovanni Barbiero, Lorenzo Bertin, Valentino Bressanin, Simone Dalla Montà, Giorgio Salvan, Giorgia Veronese e Stefano Visintin ai quali di aggiunge, come nuovo entrato, Luca Calaon.

Il Consorzio continuerà a lavorare per la valorizzazione del Serprino, unica denominazione frizzante in Italia che rappresenta un’esclusività dei Colli e, come tale, vino simbolo della provincia di Padova. Queste bollicine “autoctone” sono protagoniste dell’annuale Serprino Festival (l’ultima edizione si è tenuta dal 20 giugno al 6 luglio) e del Vulcanico Serprino, che il 20 giugno 2026 ha visto la presenza di 26 cantine e degustazioni all’interno dell’iconica Abbazia di Praglia.

Continuerà altresì nel percorso di miglioramento dei grandi vini rossi dei Colli Euganei, che si concretizza con il progetto Grewip (Great red euganean wines improvement project) che prevede l’applicazione di protocolli di produzione specifici per l’area che vengono di volta in volta monitorati e valutati nei risultati mediante processi di co-decisione e co-creazione coinvolgendo tutti i partner, nonché attivando percorsi imitativi in aziende esterne al partenariato. L’obiettivo è creare un modello interattivo di innovazione basato su cooperazione e partecipazione, per sviluppare nella zona dei Colli Euganei la cultura dell’eccellenza vitivinicola, alla base della produzione di vini rossi di pregio.

Altro vino importante tutelato dal Consorzio è il Colli Euganei Fior d'Arancio Docg, unico vino moscato giallo che viene prodotto in versione secco, spumante dolce e passito. Ricordiamo, inoltre, che dal 2024 i Colli Euganei sono una Riserva della Biosfera MAB UNESCO, un’area che promuove un equilibrio virtuoso tra uomo e ambiente, unendo la tutela di una straordinaria biodiversità con pratiche di ecoturismo e agricoltura sostenibile.

Fonte: servizio stampa Consorzio tutela vini Colli Euganei

Al via la 2a edizione del Premio giornalistico Fnsi “Dov’è Tina Merlin oggi?”

Sono aperte le candidature al concorso sul giornalismo d’inchiesta territoriale “Dov’è Tina Merlin oggi?”: per partecipare c’è tempo fino al 10 settembre 2026. Sono ammesse le inchieste giornalistiche pubblicate su testate cartacee, tv, radio, web o podcast nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2024 e il 31 agosto 2026. «Tina Merlin è un esempio ancora oggi della professione giornalistica: donna, a lungo sfruttata, una ‘montanara’ che però non ha mai abdicato alla propria passione per il giornalismo, che ha dedicato la vita alla ricerca della verità». Così Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi, ha presentato l’iniziativa nella sede del sindacato a Roma.

Rivolto a croniste e cronisti che ogni giorno raccontano il Paese partendo dai territori, indagando i diritti sociali e del lavoro, denunciando le diseguaglianze, difendendo l’ambiente e praticando con rigore la cura del vero, il Premio si pone un duplice obiettivo: far diventare Tina Merlin memoria collettiva non solo del e nel mondo giornalistico, ma anche per il Paese tutto, diffondendo e attualizzando il suo esempio; e rivendicare l’informazione professionale e critica come baluardo della libertà di stampa e del diritto-dovere di cronaca, principi garantiti dalla Costituzione e pilastri della democrazia.

Ogni giornalista può partecipare con un’unica inchiesta firmata, accompagnata da una scheda con i principali dati, un breve curriculum vitae, i riferimenti telefonici e di posta elettronica. I lavori, riprodotti in formato digitale, andranno inviati con la scheda dei dati personali all’indirizzo di posta elettronica: premiotinamerlin@fnsi.it. La giuria, presieduta da Costante, sceglierà una terna finalista che sarà resa nota 10 giorni prima della cerimonia di consegna, prevista per novembre a Roma. La vincitrice/il vincitore sarà proclamata/o nel corso della cerimonia stessa e riceverà un premio di 5mila euro.

Alla conferenza stampa di presentazione hanno partecipato anche Paola Fichera, componente della giunta esecutiva Fnsi che con la collega Monica Andolfatto cura la seconda edizione del Premio, e Adriana Lotto, presidente dell’Associazione Culturale Tina Merlin di Belluno, anche in rappresentanza della famiglia di Tina Merlin. La sua eredità «per i giovani giornalisti di oggi – osserva Lotto – è umana e professionale, fatta di coraggio, resistenza, pazienza, passione e di amore. Il coraggio di andare a toccare interessi forti e alleanze ritenute inscalfibili; la resistenza necessaria per non lasciarsi intimidire dalle denunce; la pazienza che si deve avere per fare il giornalismo d’inchiesta; la passione  nella ricerca della verità e l’amore soprattutto per i più deboli, per gli inascoltati, che difendeva con un senso forte della giustizia e dei diritti».

Fonte: Sindacato giornalisti del Veneto

Levico Terme (Trento). Nel programma di Vivere il Parco 2026, anche visite botaniche, laboratori didattici per adulti e bambini e mostre a carattere ambientale

Tra le iniziative in programma alla 23a edizione di “Vivere il Parco”, cartellone di eventi che nel periodo estivo anima il Parco delle terme di Levico (Trento) e che è organizzato dal “Servizio per il sostegno occupazionale e la valorizzazione ambientale della provincia autonoma di Trento”, figurano visite botaniche guidate al parco,laboratori a tema per adulti e bambini a partecipazione gratuita su prenotazione obbligatoria info@visitvalsugana.it - Tel. 0461 727700. Inoltre, si possono visitare anche due mostre, sempre legate alla Natura. 

Visite guidate al parco. L’itinerario proposto offre la possibilità di ammirare e identificare i principali alberi del parco e di conoscere elementi della storia del parco. Gli appuntamenti sono previsti ogni martedì fino all’8 settembre alle ore 16.00 con punto di ritrovo all’entrata principale del parco in Viale Rovigo.

I laboratori rivolti agli adulti. Si svolgono il mercoledì alle ore 15.30 nella terrazza della serra del parco. Mercoledì 22 luglio: corso "Piante invasive e giardini autoctoni”; Mercoledì 29 luglio: “Preparazioni casalinghe estive: dado vegetale e sali aromatizzati"; Mercoledì 5 agosto "Unguenti e ricette salutistiche della tradizione popolare"; Mercoledì 19 agosto: "Fioriture perenni".

E quelli rivolti ai bambini
. Si tengono il giovedì alle ore 10.30, sempre nella terrazza della serra. Prevedono momenti di creazione ed esplorazione con l’intento di stimolare la loro sensibilità nel rispetto dell’ambiente. L’educazione ambientale è il tema al centro dei laboratori: Giovedì 23 luglio: "Rifiuti- Mostro mangia-rifiuti". Giovedì 30 luglio: Acqua – La goccia che non vuole scappare; Giovedì 6 agosto: Biodiversità– Il giardino degli insetti; Giovedì 20 agosto: Api – L’ape supereroe del pianeta. Inoltre, tutti i venerdì fino all'11 settembre alle ore 14.30 i bambini possono partecipare al laboratorio "Facciamo il pane con cereali di montagna".


Le mostre. L’estate 2026 segna il debutto della mostra “Il mondo delle orchidee”, allestita nella serra del parco fino al 26 settembre (ogni martedì e sabato dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 13.30 alle 18.30. Ingresso libero). Un’esposizione dedicata a una delle famiglie botaniche più affascinanti e complesse del pianeta, con oltre 28.000 specie conosciute. Continua inoltre in Villa Paradiso la mostra “Spazi cólti: i giardini nella storia d’Occidente”, un viaggio iconografico e concettuale che spiega come il giardino sia mutato nei secoli, passando da bene esclusivo delle élite a risorsa pubblica e luogo di socialità (orario d’apertura, da martedì a venerdì 13.30-18.30
martedì e giovedì anche al mattino 10.00-13.00, sabato e domenica 10.00-13.00 / 13.30-18.30
CHIUSO: lunedì e 15 agosto). Il programma completo è consultabile a questo link.

Fonte testo e foto: servizio stampa Provincia autonoma di Trento

Il cibo che fa bene entra negli ospedali, successo per il primo “Patto nazionale tra agricoltura e sanità”

Il cibo come primo strumento di prevenzione è stato protagonista negli ospedali del Veneto grazie all'iniziativa "Campagna Amica per la Salute", promossa da Coldiretti, Campagna Amica e Fondazione Aletheia, che ha dato vita al primo Patto nazionale tra agricoltura e sanità.

In Veneto quattro i mercati dei produttori a kmzero all'interno di altrettante strutture ospedaliere: il Polo Chirurgico Confortini di Verona, l'Ospedale San Bortolo di Vicenza, l'Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza di Padova e l'Ospedale dell'Angelo di Mestre (Venezia). Tanti i cittadini, operatori sanitari, pazienti e familiari che hanno potuto incontrare gli agricoltori, acquistare prodotti freschi, locali, stagionali e tracciabili e partecipare ai momenti di informazione dedicati al valore della prevenzione attraverso una corretta alimentazione.

L'iniziativa regionale si è inserita nella mobilitazione in tutta italia che ha coinvolto oltre 70 ospedali italiani, trasformando per un giorno i luoghi della cura anche in spazi di educazione alimentare e promozione della salute. A confermare quanto il tema sia sentito dai cittadini sono i dati dell'Instant Report Coldiretti/Censis "Mangiare bene per vivere meglio", presentato oggi a livello nazionale. Il 97% degli italiani considera un'alimentazione sana fondamentale per prevenire malattie come diabete, obesità e patologie cardiovascolari, mentre l'88% chiede maggiore trasparenza sull'origine degli alimenti e dei loro ingredienti.

Allo stesso tempo emerge la crescente diffusione dei prodotti ultra-processati: il 45% degli italiani consuma snack salati almeno una volta alla settimana, il 34% dolciumi, il 31% merendine, il 20% barrette proteiche e il 16% energy drink. Tra i giovani le percentuali sono ancora più elevate: il 61% consuma snack salati, il 47% merendine e quasi un ragazzo su tre beve regolarmente energy drink. Il report evidenzia inoltre che il 58% dei genitori riconosce come i figli tendano ad abbandonare una dieta equilibrata appena ne hanno l'occasione, mentre tre italiani su quattro dichiarano di essere pronti a rinunciare a barrette proteiche ed energy drink, segnale di una crescente consapevolezza sull'importanza del cibo naturale e di qualità.

Nei quattro appuntamenti veneti sono stati affrontati temi centrali per il futuro della sanità e dell'agricoltura: dall'educazione alimentare nelle corsie pediatriche della Città della Speranza di Padova al percorso diagnostico-terapeutico dedicato alla Dieta Mediterranea presentato all'Ospedale dell'Angelo di Mestre, fino al focus su One Health al San Bortolo di Vicenza e al confronto tra cibi ultra-processati e prodotti agricoli locali al Polo Confortini di Verona, il Veneto ha saputo interpretare al meglio lo spirito dell'iniziativa nazionale, dimostrando come agricoltura e sanità possano collaborare concretamente per migliorare la qualità della vita delle persone.

Con questa giornata Coldiretti Veneto rinnova il proprio impegno nel promuovere una cultura alimentare fondata sul cibo vero, sulla stagionalità, sulla filiera corta e sull'origine italiana degli alimenti, perché la salute dei cittadini comincia ogni giorno dalla tavola. L'obiettivo è rendere sempre più stabile il dialogo tra imprese agricole, sistema sanitario e istituzioni, affinché la prevenzione attraverso una corretta alimentazione diventi una politica strutturale a beneficio dell'intera comunità regionale. "Portare Campagna Amica negli ospedali significa affermare con forza che la salute si costruisce anche attraverso ciò che mangiamo – sottolinea il presidente di Coldiretti Veneto Carlo Salvan –. L'agricoltura italiana produce alimenti sicuri, genuini e tracciabili che rappresentano un presidio di prevenzione. Con questa iniziativa vogliamo costruire un'alleanza stabile tra agricoltori, medici, ricercatori e istituzioni affinché la Dieta Mediterranea e il consumo di prodotti freschi e di stagione tornino a essere il punto di riferimento delle politiche per la salute pubblica. Difendere il lavoro delle nostre imprese agricole significa anche difendere la salute dei cittadini e delle nuove generazioni, sempre più esposte al consumo di alimenti ultra-formulati".

A testimoniare il valore dell'iniziativa è stata l'ampia partecipazione registrata nei quattro appuntamenti, che hanno visto la presenza dell'assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa, dell'assessore regionale all'Agricoltura Dario Bond, dell'onorevole Ugo Cappellacci, presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, intervenuto all'iniziativa di Verona, oltre ad amministratori locali, direttori generali delle aziende ospedaliere, rappresentanti del mondo sanitario e della ricerca, insieme ai dirigenti di Coldiretti. Una partecipazione qualificata che conferma la volontà condivisa di costruire un'alleanza stabile tra istituzioni, sanità e agricoltura.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto

Risorsa idrica in Veneto in grave crisi, sia a giugno (-15% di precipitazioni), sia nell’anno idrologico (-26%)

Il mese di giugno ha confermato un quadro di preoccupante attenzione per la disponibilità idrica regionale. Secondo i dati ARPAV raccolti nel bollettino ANBI Veneto, la situazione si fa sempre più complessa: sono caduti mediamente 85 mm di pioggia, con un deficit del 15% rispetto alla norma. Se i settori montani hanno beneficiato di rovesci più abbondanti, il basso Veneto e il Delta del Po sono rimasti pressoché a secco. Con questi dati, il deficit complessivo dell’anno idrologico (ottobre 2025 – giugno 2026) si attesta a un pesante -26%.

La temperatura media osservata sui distretti irrigui monitorati da CeSPII-LEB (il Centro di Sviluppo e Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua del Consorzio LEB) ha raggiunto i 25°C, con un’anomalia di +2.2°C rispetto alla media storica che classifica il periodo come il quarto mese più caldo dal 1991 a oggi. All'interno dei medesimi distretti, il valore medio delle precipitazioni è stato di appena 2 mm al giorno, con una distribuzione estremamente irregolare.

Scompaiono le riserve di neve, fiumi in sofferenza. Sulle Dolomiti si sono registrati picchi termici fino a +3°C sopra la norma; un caldo eccezionale che ha accelerato l’evapotraspirazione e l’esaurimento delle riserve nivali. La fusione precoce e quasi totale del manto nevoso residuo in quota ha privato il territorio di una delle sue principali riserve naturali estive. Senza l’apporto della neve, la pressione su corsi d’acqua, invasi e sistemi irrigui è aumentata drasticamente.
I principali fiumi veneti mostrano portate ben inferiori alle medie stagionali: lo scenario più critico si registra sul fiume Po, che segna un drammatico -70% al misuratore di Pontelagoscuro. Risultano in forte sofferenza anche l’Adige, con un -57% al misuratore di Boara Pisani, il Bacchiglione (-60% a Montegalda), il Brenta (-53% a Barziza) e il Livenza (-46% a Meduna di Livenza). La carenza non risparmia il sottosuolo, dove anche le falde idriche sotterranee restano generalmente al di sotto dei livelli medi del periodo, faticando a ricaricarsi per la mancanza di piogge stabili in pianura.

L’avanzata del cuneo salino nel Delta. Nei territori di valle e nel Delta del Po, la drastica riduzione dei deflussi d’acqua dolce sta favorendo la risalita del cuneo salino che, attualmente (dati dell'8 luglio), è penetrato fino a 20 km nell’entroterra.

Le proiezioni di CeSPII LEB per il mese di luglio. Nelle proiezioni di luglio del Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua istituito presso il Consorzio LEB, le mappe di anomalia delle precipitazioni evidenziano un deficit pluviometrico generalizzato. Si prevedono valori sotto la media su quasi tutto il comprensorio, con punte di forte scarsità nelle aree centro-orientali; solo un settore limitato lungo la fascia costiera mostra condizioni prossime alla norma.
L’evapotraspirazione colturale risulta diffusamente elevata rispetto ai valori medi stagionali su tutto il territorio, un segnale coerente con una fase termica più calda della norma. Il bilancio idrico climatico riflette questa combinazione: il deficit si presenta marcato e diffuso su quasi tutto il comprensorio, dove la scarsità di precipitazioni si somma a un’evapotraspirazione elevata.

Il commento di ANBI Veneto. «Le precipitazioni, pur presenti in alcune aree, non hanno compensato il deficit accumulato dall’inizio dell’anno idrologico, mentre le temperature elevate e le portate fluviali molto ridotte aumentano la pressione sul sistema irriguo», spiega Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «Viste anche le previsioni per luglio, particolare attenzione desta la situazione del Delta del Po e dei territori di valle, dove i bassi deflussi del Po e degli altri grandi fiumi favoriscono l’avanzata del cuneo salino e rendono sempre più delicata la gestione della risorsa". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto, evidenzia come i provvedimenti regionali e i modelli previsionali impongano un cambio di passo immediato: «Le preoccupazioni espresse dalla Regione del Veneto con l’ordinanza dello Stato di emergenza regionale, unitamente alle proiezioni per luglio, richiamano l’urgenza di accelerare sulla realizzazione del Piano Invasi e su tutte le opere necessarie a trattenere l’acqua sul territorio nei periodi più favorevoli. È il momento di superare definitivamente la logica dell’emergenza e fare della sicurezza idrica una priorità strutturale delle politiche regionali e nazionali, perché la disponibilità d’acqua rappresenta una condizione indispensabile per l’agricoltura, l’ambiente e lo sviluppo dei nostri territori».

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

Belluno. Possibile costruzione di una centrale idroelettrica sul torrente Vajont, assessore regionale alla Montagna Dario Bond: “No a convenienza economica, questione di valori, memoria e rispetto”

“Sul Vajont non possono esserci posizioni intermedie: non è una questione di convenienza economica, ma di valori, di memoria e di rispetto”. Così l’assessore regionale alla Montagna Dario Bond replica alle dichiarazioni del sindaco di Longarone Roberto Padrin, che, pur ribadendo la propria contrarietà al progetto di una centrale idroelettrica sul torrente Vajont, ha affermato che l’eventuale presenza di benefici per la comunità potrebbe essere oggetto di valutazione.
 
Bond premette di nutrire “grande stima” nei confronti di Padrin, ma precisa di non condividere l’impostazione espressa dal primo cittadino: “Su questioni come questa – osserva – non esistono vie di mezzo. Non si può pensare che eventuali compensazioni economiche possano modificare una posizione che riguarda un luogo simbolo come il Vajont”.
 
Per l’assessore, il tema va affrontato ben oltre il piano delle ricadute economiche: “Il Vajont rappresenta una linea invalicabile. È un luogo che richiama la memoria delle vittime della tragedia del 1963 e proprio per questo impone una scelta di principio. Non è una vicenda sulla quale si possa ragionare in termini di convenienza”.
 
Bond conclude mettendo in dubbio anche l’utilità concreta di eventuali benefici economici derivanti dall’opera: “Con tutta la stima che ho per il sindaco Padrin e la sua capacità amministrativa – afferma – e con un avanzo di amministrazione di 6 milioni di euro nelle casse del Comune, mi chiedo quale possa essere l’interesse per risorse aggiuntive che, a fronte della posta in gioco, sarebbero comunque marginali. Di fronte a ciò che rappresenta il Vajont, un eventuale ritorno economico non può essere l’elemento decisivo”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto
 

Al via il 27° Premio Laura Conti per tesi di laurea da inviare entro il 30 novembre 2026

Laura Conti (1921-1993), nata a Udine, ma milanese d'adozione, è stata una pioniera delle tematiche ambientaliste negli anni Sessanta del secolo scorso, e tra i fondatori della Lega per l’Ambiente. Era inoltre una scrittrice e autrice di talento sulla questione dell’educazione, dell’assistenza sociale e d’ambiente (molto importante il suo lavoro sul campo durante il disastro di Seveso del 1976). 

Il Premio a lei intitolato ha come obiettivo la valorizzazione e la divulgazione delle tesi di laurea che si occupano delle problematiche legate alla società sostenibile, alle energie rinnovabili, alla mobilità intelligente, al riciclo, ai rifiuti, alla bioedilizia, al commercio equo, alla difesa della natura, allo studio e alla difesa dei diritti dei consumatori e di molto altro ancora. Sono ammesse tesi di tutti i livelli, comprese quelle di dottorato e Master, discusse nelle Università italiane, negli anni accademici dal 2010-2011 in poi, inviate entro il 30 Novembre 2026 (farà fede il timbro postale) presso la sede dell'Ecoistituto del Veneto e della Fondazione ICU. La giuria è composta da Michele Boato (Premio Argav 2019), Anna Ciaperoni, Franco Rigosi, Paolo Stevanato.

Oltre, ai premi in denaro di 1000 euro al vincitore, di 500 euro al secondo classificato e di 250 euro al terzo, il Premio “Laura Conti” assegna ogni anno una serie di riconoscimenti speciali per categoria, inviando ai meritevoli di segnalazione uno specifico attestato. Questo perché la Fondazione ritiene che la maggior parte delle tesi siano il frutto di un grande impegno di ricerca e studio da parte degli studenti e meritano di essere conosciute.

Per tale ragione, i migliori lavori diventano libri editi dall’Ecoistituto del Veneto, o dalla stessa Fondazione ICU, mentre altri vengono fatti conoscere attraverso la rivista Gaia. Inoltre, tutte le tesi di laurea, verranno nel tempo archiviate con parole chiave in un database on-line. In questo modo, potranno essere trovate per soggetto e i vari autori avranno la possibilità di essere messi in contatto con chi volesse approfondire le tematiche affrontate.
Con oltre 4000 tesi visionate, da 27 anni, la Fondazione Icu, in collaborazione con l'Ecoistituto del Veneto “Alex Langer”, attraverso il Premio "Laura Conti", svolge un ruolo significativo nel diffondere e promuovere tematiche di interesse socio-ambientale che sono diventate anche utili strumenti in mano ad associazioni e comitati.

Fonte: Ecosistituto del Veneto-FondazioneCU



La ricerca e l’analisi. Ondate di calore in città mitigate da foreste urbane, infrastrutture verdi e buona gestione dell’acqua piovana. In questo modo, si riducono le morti di persone vulnerabili per eccesso da calore e si aumentano i benefici ambientali

Riceviamo dal geologo Giuseppe Pomerico e volentieri pubblichiamo la sua analisi tecnica realizzata a partire dallo studio Cnr-Iret/ UNY-ESF pubblicato su npj Urban Sustainability (1) e intitolata “Copertura arborea urbana e mitigazione delle ondate di calore: evidenze modellistiche su dieci città italiane e implicazioni per la pianificazione di bacino”.

L’intensificarsi della frequenza e della severità delle ondate di calore rappresenta, per i territori urbanizzati, un fattore di pericolosità climatica che si somma e in molti casi interagisce con le criticità idrogeologiche e idrauliche tradizionalmente oggetto di pianificazione di bacino. L’impermeabilizzazione dei suoli, la riduzione della capacità di infiltrazione e la contrazione delle superfici a vegetazione naturale non incidono infatti solo sul regime dei deflussi superficiali e sulla ricarica delle falde, ma condizionano direttamente il bilancio energetico urbano, amplificando l’effetto isola di calore (Urban Heat Island, UHI).

In questo quadro, un recente studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iret) condotto in collaborazione con il College of Environmental Science and Forestry della State University of New York (SUNY-ESF) fornisce elementi quantitativi utili a orientare le scelte di pianificazione forestale urbana come misura di adattamento, con ricadute dirette anche sulla gestione integrata della risorsa idrica e sulla mitigazione del rischio idrogeologico. Il team di ricerca — composto da Theodore Endreny, Marco Ciolfi, Anna Endreny, Francesca Chiocchini e Carlo Calfapietra — ha condotto un’analisi comparativa su un campione di dieci città italiane selezionate per eterogeneità dimensionale, morfologica e climatica: Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Firenze, Genova, Palermo, Roma, Torino e Verona. Lo scenario controfattuale adottato è quello della storica ondata di calore dell’estate 2003 (molto simile per durata ed intensità a quella del giugno 2026), assunta come evento di riferimento per la calibrazione degli impatti sanitari.

La stima delle dinamiche di raffrescamento urbano è stata effettuata mediante il modello i-Tree Cool Air, strumento che integra dati di temperatura e umidità dell’aria, uso e copertura del suolo, e distribuzione della vegetazione per simulare gli effetti combinati di ombreggiamento ed evapotraspirazione, quest’ultima intesa come processo di rilascio di vapore acqueo in atmosfera da parte della componente vegetale, con conseguente sottrazione di calore latente all’ambiente circostante. Il modello consente quindi di tradurre scenari di variazione della copertura arborea in variazioni di temperatura a scala di quartiere, propedeutiche alla stima dell’eccesso di mortalità nella popolazione anziana (età ≥ 65 anni), utilizzata come proxy (tipo di metrica utilizzata per misurare le prestazioni aziendali in assenza di dati diretti) di impatto sanitario.

Lo scenario simulato prevedeva il raggiungimento di una copertura arborea non inferiore al 30% in ciascun quartiere delle città analizzate. In tali condizioni, il modello stima una riduzione dell’ordine del 36% dell'eccesso di mortalità da calore nella fascia di popolazione più vulnerabile, rispetto allo scenario di base rilevato durante l’ondata del 2003. L’effetto di mitigazione risulta più marcato nei quartieri a maggiore densità edilizia e più elevato grado di impermeabilizzazione, laddove l'intensità dell’isola di calore urbana è massima e il potenziale di raffrescamento per unità di superficie arborea aggiuntiva è quindi più elevato.

Dal punto di vista idrogeologico, il dato più rilevante ai fini della pianificazione di bacino riguarda la dipendenza dell’efficacia del raffrescamento evapotraspirativo dalla disponibilità idrica nel suolo. Gli autori sottolineano come, in ambito mediterraneo — contesto climatico caratterizzato da regimi pluviometrici sempre più irregolari e da fenomeni siccitosi ricorrenti — l’incremento della copertura arborea non possa essere concepito come misura isolata, ma debba essere integrato con infrastrutture verdi (superfici permeabili, aree di infiltrazione, sistemi di bio-ritenzione) e con sistemi efficienti di gestione delle acque meteoriche, al fine di garantire la sopravvivenza e la funzionalità ecofisiologica degli apparati arborei senza indurre, per contro, un eccessivo incremento dell’umidità relativa in ambito urbano. Questo aspetto ha una ricaduta operativa diretta per le autorità di bacino distrettuali: la progettazione di piani di forestazione urbana su larga scala non può prescindere da una verifica di compatibilità con il bilancio idrico locale, con particolare riferimento a disponibilità della risorsa per l’irrigazione di soccorso nella fase di attecchimento, capacità di invaso e infiltrazione dei suoli di impianto, e coerenza con gli strumenti di pianificazione già vigenti (Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni, Piani di Bacino, Piani Urbani di Drenaggio Sostenibile).

Oltre alla mitigazione termica, lo studio quantifica una serie di co-benefici ambientali associati
all’incremento della copertura arborea urbana, di diretto interesse per la pianificazione idraulico-forestale integrata: riduzione dell'inquinamento atmosferico per intercettazione e deposizione del particolato sulla chioma; riduzione del deflusso superficiale (runoff) grazie all’aumento delle superfici permeabili e all’intercettazione fogliare della precipitazione, con conseguente effetto di laminazione dei picchi di piena a scala di sotto-bacino urbano; incremento del sequestro di carbonio atmosferico (CO₂); valore economico complessivo dei servizi ecosistemici stimato in circa 56.000 dollari statunitensi per anno e per chilometro quadrato di superficie forestata. Tali co-benefici, sebbene non oggetto primario dell'analisi, risultano coerenti con l’approccio delle Nature- based Solutions (NbS) già recepito in numerosi strumenti di pianificazione distrettuale per la riduzione del rischio idraulico, rafforzando la logica multi-obiettivo degli interventi di forestazione urbana.

Sul piano applicativo, gli autori evidenziano l’esigenza di sviluppare modelli a risoluzione più fine, in grado di identificare a scala di quartiere le aree prioritarie per l’impianto di nuova vegetazione arborea. Per i professionisti e gli enti coinvolti nella gestione del territorio, tale prospettiva suggerisce alcune linee di azione: integrare gli obiettivi di copertura arborea (soglia indicativa del 30%) nei quadri conoscitivi dei piani di bacino e nei piani urbanistici comunali, con priorità per i quartieri a maggiore densità di impermeabilizzazione e maggiore vulnerabilità sociale (popolazione anziana); condizionare la pianificazione forestale urbana a una verifica preventiva di sostenibilità idrica, in raccordo con i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni e con gli strumenti di gestione delle acque meteoriche; valutare la sinergia tra forestazione urbana e misure strutturali di invarianza idraulica, ai fini di una progettazione integrata che persegua contestualmente la riduzione del rischio da ondata di calore e la mitigazione del rischio idraulico; supportare l’aggiornamento dei modelli di riferimento (es. i-Tree Cool Air) con dati locali di dettaglio (uso del suolo, tipologia dei suoli, disponibilità idrica) per affinare le stime a scala di quartiere.

In conclusione. Lo studio Cnr-Iret / SUNY-ESF fornisce una base quantitativa robusta a supporto dell’inserimento della forestazione urbana tra le misure di adattamento climatico prioritarie per le città italiane, con una stima di riduzione dell’impatto sanitario delle ondate di calore nell'ordine del 36% al raggiungimento di una copertura arborea del 30%. Per i professionisti e gli enti tecnici operanti nel campo della difesa del suolo e della pianificazione di bacino, il dato di maggior rilievo risiede nella necessità di trattare la forestazione urbana non come intervento a sé stante, bensì come componente di un approccio integrato alla gestione della risorsa idrica e del rischio idrogeologico, in coerenza con i principi delle soluzioni basate sulla natura.


(1) Cnr — Consiglio Nazionale delle Ricerche, “Foreste urbane per ridurre l’impatto delle ondate di calore”. Studio di T. Endreny, M. Ciolfi, A. Endreny, F. Chiocchini, C. Calfapietra (Cnr-Iret; College of Environmental Science and Forestry, State University of New York), pubblicato su npj Urban Sustainability (Nature Partner Journals).

Al Museo di Storia Naturale, trent’anni di voli planati sopra Venezia e la sua Laguna attraverso la lettura degli Atlanti ornitologici

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). C’è un modo molto particolare di leggere il tempo: non attraverso i calendari, né attraverso le cronache politiche o economiche, ma osservando il volo degli uccelli. Guardando quali specie compaiono, quali scompaiono, quali cambiano abitudini, quali colonizzano nuovi territori. È un tempo più lento e insieme più profondo, che parla di clima, trasformazioni ambientali, urbanizzazione, agricoltura, inquinamento, conservazione della natura e persino del nostro modo di abitare il territorio. Sono questi i temi trattati da Emanuele Stival (ornitologo e presidente dell’Associazione Venezia Birdwatching) e Mauro Bon (responsabile Ricerca e Divulgazione Scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia) nel bellissimo volume “Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città metropolitana di Venezia (2019-2023)”, edito da Mare di Carta e presentato nei giorni scorsi al Museo veneziano di Storia Naturale.

Nel corso di una partecipata conferenza di presentazione, gli autori hanno spiegato innanzitutto quello che è stato il lavoro immenso necessario alla stesura di un Atlante di questo tipo. Un lavoro che ha coinvolto decine di studiosi, volontari, birdwatcher e appassionati che, per anni, hanno percorso lagune, campagne, aree industriali, argini, boschi urbani e periferie per raccogliere dati sugli uccelli presenti nel territorio veneziano. Dietro le mappe, i numeri, le tabelle e le foto che accompagnano ciascuna scheda delle quasi 300 pagine che compongono il volume si nasconde una straordinaria operazione collettiva di osservazione ambientale, ma soprattutto si cela qualcosa di fondamentale, ovvero la possibilità di comprendere come sta cambiando il nostro ecosistema.

Quando si parla di atlanti ornitologici (o biologici in generale) si rischia di immaginare semplicemente un elenco di specie. In realtà, si tratta di strumenti scientifici molto più complessi e preziosi che permettono di monitorare nel tempo la presenza, la distribuzione e l’abbondanza di specie animali in un determinato territorio. Questi lavori, spesso ciclopici, rappresentano una sorta di fotografia periodica della biodiversità presente in un'area, ma, a differenza di una fotografia statica, gli atlanti possono essere ripetuti e aggiornati anche a distanza di anni utilizzando gli stessi metodi di rilevazione che li rende comparabili nel tempo.
E' questo uno dei motivi per cui gli atlanti ornitologici detengono uno straordinario valore scientifico, presente anche nel lavoro di Stival e Bon che, con il contributo di 81 rilevatori, che hanno effettuato oltre 181.000 osservazioni, aggiorna le conoscenze sulla distribuzione e la consistenza dell’avifauna nel territorio metropolitano veneziano. Nello specifico, vengono confrontati i dati raccolti tra il 2019 e il 2023 con quelli dei trent’anni precedenti, offrendo una fotografia dello stato di conservazione delle specie e dei principali fattori di minaccia.

L’Atlante presenta la rilevazione di ben 135 specie nidificanti e 190 specie svernanti in un’area (l’ex provincia di Venezia, oggi città metropolitana) di grande rilevanza ecologica, evidenziando cambiamenti significativi nella distribuzione dell’avifauna. Confrontando i dati raccolti a dieci, venti o trent’anni di distanza, è possibile capire se una specie è in aumento, in diminuzione oppure stabile. Si possono individuare espansioni di areale, cambiamenti migratori, trasformazioni comportamentali e persino effetti indiretti del cambiamento climatico.
Non si tratta di semplici curiosità naturalistiche, anzi, questi dati costituiscono la base scientifica utilizzata da importanti enti internazionali (come per esempio la IUCN - Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) che così possono definire lo stato di conservazione delle specie delle famose “liste rosse” che classificano gli animali in base al rischio di estinzione.Senza questi dati raccolti con meticolosità sul territorio, nessuna politica seria di conservazione sarebbe possibile. Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti messi in luce dagli autori: gli atlanti faunistici/ornitologici non sono il punto di arrivo della ricerca, ma il punto di partenza perché rappresentano il terreno su cui costruire studi ecologici più approfonditi, strategie di tutela, piani di gestione ambientale e interventi di conservazione.

Spesso, parlando di biodiversità veneziana, l’immaginario collettivo si concentra esclusivamente sulla Laguna, ed è comprensibile perché si tratta di uno degli ecosistemi umidi più importanti d’Europa, un ambiente straordinario per la presenza di uccelli acquatici migratori e svernanti. L'Atlante di Stival e Bon si spinge però ben oltre la sola Laguna, coprendo infatti l’intero territorio della città metropolitana di Venezia con le sue campagne, aree agricole, fiumi, zone industriali, aree urbane, boschi residuali, litorali, aree di bonifica e piccoli habitat diffusi. È questo un aspetto cruciale dato che gli uccelli non conoscono i confini amministrativi e spesso le specie più interessanti utilizzano habitat molto diversi tra loro durante le varie stagioni dell’anno. Le aree agricole attorno alla Laguna, ad esempio, possono diventare fondamentali per molte specie svernanti. Le campagne ospitano rapaci, passeriformi e ardeidi (come gli aironi). Le aree industriali dismesse possono trasformarsi in ambienti sorprendenti per alcune specie opportuniste. Persino i centri urbani stanno diventando ecosistemi sempre più importanti. Guardare soltanto la Laguna significherebbe dunque perdere una parte importante della complessità ecologica del territorio veneziano.

Un altro elemento interessante emerso durante l'a conferenza'incontro riguarda la scelta metodologica di non escludere nessuna specie rilevata. Nel volume sono state inserite tutte le specie osservate, sia nidificanti che svernanti. Questa completezza è fondamentale perché anche presenze apparentemente marginali possono diventare importanti nel lungo periodo. Una specie rara oggi potrebbe diventare comune domani. Una presenza occasionale può rappresentare il primo segnale di una futura colonizzazione. Al contrario, una specie abbondante potrebbe iniziare un lento declino quasi invisibile, a conferma che la biodiversità non è mai statica. Ecco perché la raccolta sistematica dei dati assume un grande valore, consentendo agli studiosi ma anche agli amministratori locali di intercettare trasformazioni che, senza monitoraggi costanti, passerebbero inosservate fino a diventare irreversibili.

Ma quali sono stati i cambiamenti osservati negli ultimi trent’anni nel territorio veneziano? Le trasformazioni sono state tante e impressionanti. Alcune specie sono aumentate enormemente, altre sono diminuite, alcune hanno cambiato comportamento, altre ancora hanno modificato il proprio areale di distribuzione. E molti di questi cambiamenti sono avvenuti in tempi relativamente rapidi. Di tutto questo ne parlano ampiamente gli Autori nella pagine dell'Atlante. Vediamo qualche esempio. Negli anni Ottanta il cormorano era considerato raro nel territorio veneziano. Oggi è una presenza molto comune comune. Questo incremento non riguarda solo l'areale veneziano, ma gran parte dell’Europa. Il recupero della specie è stato favorito da politiche di protezione, dalla diminuzione della persecuzione diretta e da cambiamenti ambientali che ne hanno favorito l’espansione. Il cormorano rappresenta un caso emblematico di come una specie possa recuperare rapidamente quando vengono ridotte le pressioni umane. Ma non tutto è oro quel che luccica. La diffusione del cormorano è al centro anche di tante controversie, a partire dai conflitti generati con il mondo della pesca (in particolari delle valli da pesca, vista la quantità di pesce consumata quotidianamente da questi uccelli), a dimostrazione di quanto la conservazione della biodiversità richieda spesso mediazione tra interessi diversi.

Quello dei fenicotteri é forse il caso più spettacolare. Negli anni Novanta del secolo scorso, praticamente non esistevano fenicotteri nella Laguna veneziana, oggi si contano decine di migliaia di individui. Vedere grandi gruppi di fenicotteri nelle barene e nelle acque lagunari è diventato quasi normale, ma si tratta in realtà di una trasformazione recentissima, considerata uno dei fenomeni più evidenti dell’avifauna italiana contemporanea. Le ragioni di questo incremento sono molteplici: protezione degli habitat umidi, aumento delle aree favorevoli, cambiamenti climatici, dinamiche migratorie mutate, ma il punto più importante è dato dal paesaggio sonoro e visivo della Laguna che è cambiato radicalmente in pochissimi decenni. Infatti, chi osservava questi luoghi trent’anni fa vedeva una Laguna molto diversa.

Tra le tantissime specie citate dagli autori vi è il guardabuoi, un airone bianco spesso confuso con la garzetta. Negli anni Novanta era considerato rarissimo in Italia, oggi è diventato comune. È questa una specie interessante perché mostra chiaramente come il cambiamento climatico possa favorire l’espansione di specie originariamente più legate ad aree tropicali o subtropicali. Il guardabuoi racconta anche un’altra storia: quella della straordinaria adattabilità degli uccelli. A differenza della garzetta, molto legata alle zone umide, il guardabuoi frequenta spesso campi agricoli, prati e pascoli. È una specie opportunista, capace di sfruttare habitat diversi e modificati dall’uomo. In un certo senso, è una delle specie simbolo dell’Antropocene, ovvero un animale che riesce a prosperare dentro i paesaggi trasformati dall’attività umana.

Un altro caso emblematico è quello del colombaccio. Negli anni Ottanta del secolo scorso era una specie schiva, osservabile quasi esclusivamente in alcune aree boschive durante l’inverno. Oggi è diventato un abitante stabile delle città. Chi vive a Venezia, Mestre, Marghera o nei comuni limitrofi conosce bene la presenza quotidiana dei colombacci nei parchi urbani, nei viali alberati e nei giardini pubblici. Il suo cambiamento però non è solo geografico ma anche comportamentale. Il colombaccio è diventato infatti molto più confidente nei confronti dell’uomo, un fenomeno questo osservabile in molte specie urbane, perché gli animali modificano progressivamente la distanza di fuga, cambiano abitudini alimentari, imparano a sfruttare nuove risorse. In altre parole, le città stanno diventando ecosistemi evolutivi e gli uccelli sono tra gli animali che meglio riescono ad adattarsi a queste nuove condizioni.

Non tutte le specie stanno aumentando; molte sono diminuite drasticamente di consistenza e alcune sono quasi scomparse. Si tratta di una dinamica non solo locale ma generale che interessa tutta l'Europa, visto che numerosi uccelli legati agli ambienti agricoli sono in forte declino in tanti Paesi dell'UE. L’agricoltura intensiva, l’uso di pesticidi, la scomparsa di siepi e zone umide, l’urbanizzazione diffusa e il consumo di suolo hanno impoverito enormemente gli habitat. Di conseguenza, alcune specie soffrono particolarmente, al contrario, altre specie opportuniste e generaliste aumentano. È un processo che produce una biodiversità apparentemente ancora ricca, ma in realtà più omogenea e meno complessa.

Dietro ogni atlante c’è un’enorme quantità di lavoro offerto dai volontari, ed è forse questo uno degli aspetti più emozionanti emersi nel corso della conferenza. Decine, anzi centinaia di persone hanno dedicato anni del proprio tempo libero alla raccolta dei dati. Uscite all’alba, giornate intere nei campi, monitoraggi invernali, osservazioni nei canali industriali, censimenti nelle aree agricole più remote. Tutto questo fatto solo per passione e senza alcuna remunerazione. È questa una dinamica che riguarda tutti i progetti volontari, che racconta anche quanto sia preziosa la presenza di persone capaci di coordinare, motivare e organizzare.

Gli autori, in particolare Emanuele Stival, in qualità di presidente di Venezia Birdwatching, ha spiegato qual è il rapporto tra l'osservazione degli uccelli e la fotografia naturalistica. Negli ultimi anni, questo tipo di fotografia ha conosciuto una crescita enorme: social network, teleobiettivi sempre più accessibili e la facilità di diffusione delle immagini hanno trasformato profondamente il modo di vivere l’osservazione naturalistica. “Prima della macchina fotografica – ricorda Stival - l'appassionato osservatore-fotografo deve dotarsi di binocolo, che resta lo strumento fondamentale. Limitarsi alla macchina fotografica riduce spesso la capacità di osservazione, perché molte specie, soprattutto i piccoli passeriformi, richiedono rapidità, attenzione ai movimenti e capacità di lettura dell’ambiente. La fotografia è preziosa per documentare le osservazioni e identificare le specie, ma non può sostituire completamente l’osservazione diretta”. È questa una riflessione molto interessante e la domanda sorge spontanea: stiamo osservando gli animali o stiamo solo cercando di produrre immagini? La differenza non è banale.