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Venezia e i delfini, un rapporto che si può definire storico

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). Che ci fa un delfino in bacino San Marco a Venezia? Nulla di straordinario, potrebbe essere la risposta. Vive la sua vita, cacciando (con facilità) cefali, orate e sardine e giocando (nonostante il pericolo costante delle eliche delle imbarcazioni) sulla scia dei vaporetti. I delfini in laguna di Venezia non sono una novità e in passato hanno sempre convissuto con l'attività dei pescatori. Diportisti, turisti e curiosi devono però mantenere un rigido codice di comportamento. 

Di tutto questo si è parlato in un incontro svoltosi lo scorso.....nel Museo di Storia Naturale di Venezia tra ricercatori, cittadinanza, stampa e operatori del mare per spiegare il codice di condotta che in apertura della stagione estiva i diportisti (e non solo) devono tenere con il delfino che da alcuni mesi ha trovato casa nella laguna di Venezia e più precisamente nello specchio d'acqua antistante il Bacino San Marco e lungo il Canale della Giudecca. Si tratta di un tursiope, ovvero un cetaceo odontoceto appartenente alla famiglia dei Delfinidi, specie protetta dalle normative nazionali e internazionali che, come una star, ha ormai attirato l'attenzione di residenti, turisti e media internazionali.

A relazionare sullo stato di salute del cetaceo, sulla presenza attuale e passata dei delfini nella laguna di Venezia e nel Nord Adriatico e sui progetti di salvaguardia di questi animali selvatici, sono stati Luca Mizzan, biologo marino del Museo di Storia Naturale, Silvia Bonizzoni e Giovanni Bearzi, cetologi di Dolphin Biology and Conservation e Sandro Mazzariol del Dipartimento Biomedicina Comparata e Alimentazione dell'Università di Padova. Secondo gli studiosi, il delfino “veneziano” sta modificando gradualmente alcune abitudini, motivo per cui è fondamentale raccogliere dati scientifici in modo continuativo. L’animale viene osservato mentre caccia, segue le barche, si avvicina ai vaporetti o esplora le gondole, mostrando comportamenti tipici di una specie estremamente intelligente e curiosa.

Uno dei temi centrali dell’incontro è stato il rapporto storico tra Venezia e i delfini. Oggi la presenza di un cetaceo in laguna appare eccezionale, ma in realtà, hanno spiegato i relatori, fino a non molto tempo fa i delfini erano una presenza abituale nell’Adriatico e nelle acque veneziane. A dimostrarlo sono documenti scientifici, racconti popolari e persino modi di dire ancora diffusi tra i pescatori più anziani. Nel 1894, il naturalista Enrico Hillyer Giglioli descriveva già i cetacei presenti nell’Adriatico, parlando del tursiope come di un animale osservato nei porti e nei canali lagunari. Altri studiosi di inizio Novecento raccontavano catture accidentali di delfini nelle reti da pesca e la curiosità che questi animali suscitavano nella popolazione.

I ricercatori hanno ricordato come i pescatori conoscessero bene i delfini, pur considerandoli spesso concorrenti nella pesca. Gli animali rompevano le reti per cibarsi dei pesci intrappolati e sviluppavano tecniche di caccia molto sofisticate. Una delle più curiose riguardava la cattura delle seppie: i delfini staccavano loro la testa, la parte più nutriente, lasciando il resto del corpo galleggiare in acqua. Questi resti venivano chiamati “caussi” e per lungo tempo furono raccolti e venduti dai bambini orfani dei pescatori e venduti al mercato del Rialto, in una sorta di economia di sopravvivenza legata al mare. Da questi episodi sono nati anche modi di dire veneziani oggi quasi dimenticati. Alcuni anziani delle isole di Burano e Pellestrina ricordano ancora espressioni collegate ai “caussi”, testimonianza di un rapporto antico e quotidiano tra la laguna e i delfini. La memoria collettiva di questa convivenza, secondo i relatori, si è progressivamente persa con il cambiamento della città e delle attività tradizionali. Le seppie entrano infatti in massa nella laguna di Venezia durante la primavera (indicativamente tra marzo e maggio), quando risalgono dal Mare Adriatico per riprodursi e deporre le uova tra la vegetazione sommersa delle barene. Poi, all’inizio dell’estate, tutte le seppie, compresi i nuovi nati cresciuti all’interno della laguna, riprendono la via del mare. Di tutto questo andirivieni, in passato ne approfittavano non solo i pescatori ma anche i delfini che, aspettando le seppie al varco - vale a dire nelle acque delle tre bocche di porto di San Nicolò, Malamocco e Chioggia - qui trovavano cibo facile. I delfini si cibavano solo della testa delle seppie abbandonando il resto del corpo al flusso delle maree, che li trasportavano avanti e indietro. Da qui, nasce un antico modo tutto veneziano (anzi, di Burano e Pellestrina) di “rimproverare” i bambini troppi vivaci: “no te sta mai fermo come un causso”.

Durante l’incontro si è parlato anche dell’intelligenza dei cetacei. I pescatori veneziani, pur senza conoscenze scientifiche, avevano compreso che i delfini non erano pesci: respiravano aria, avevano sangue caldo e allattavano i piccoli. Per spiegare la loro natura così simile a quella umana nacquero persino leggende popolari. Una di queste raccontava che i delfini fossero gli antichi soldati del faraone annegati nel Mar Rosso durante la fuga di Mosè, condannati a vagare eternamente nei mari. Particolarmente suggestivo è stato il racconto di un episodio avvenuto nel secolo scorso durante una pesca tradizionale dalla spiaggia: un giovane delfino era rimasto intrappolato nella rete e un adulto, probabilmente la madre, sarebbe saltato dentro la rete stessa per guidarlo verso l’uscita e salvarlo. Un comportamento che già all’epoca colpiva profondamente i pescatori e che oggi viene interpretato come prova dell’elevata socialità e capacità cognitiva di questi animali.

Gli esperti hanno ricordato che il delfino attualmente presente in laguna rappresenta il ritorno di una specie che per secoli ha condiviso questi ambienti con l’uomo. La vera novità, semmai, è che la città moderna ha perso familiarità con la fauna marina e con il delicato equilibrio che un tempo regolava il rapporto tra Venezia e il suo ecosistema. L’incontro si è concluso con un invito alla responsabilità. Il delfino deve restare un animale selvatico: non va inseguito, toccato o alimentato. La convivenza è possibile solo attraverso il rispetto delle regole e una maggiore consapevolezza del valore naturalistico della laguna. Venezia, è stato ricordato, non è soltanto una città costruita sull’acqua, ma un ambiente vivo in cui uomini e animali convivono da secoli.



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