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Al Museo di Storia Naturale, trent’anni di voli planati sopra Venezia e la sua Laguna attraverso la lettura degli Atlanti ornitologici

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). C’è un modo molto particolare di leggere il tempo: non attraverso i calendari, né attraverso le cronache politiche o economiche, ma osservando il volo degli uccelli. Guardando quali specie compaiono, quali scompaiono, quali cambiano abitudini, quali colonizzano nuovi territori. È un tempo più lento e insieme più profondo, che parla di clima, trasformazioni ambientali, urbanizzazione, agricoltura, inquinamento, conservazione della natura e persino del nostro modo di abitare il territorio. Sono questi i temi trattati da Emanuele Stival (ornitologo e presidente dell’Associazione Venezia Birdwatching) e Mauro Bon (responsabile Ricerca e Divulgazione Scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia) nel bellissimo volume “Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città metropolitana di Venezia (2019-2023)”, edito da Mare di Carta e presentato nei giorni scorsi al Museo veneziano di Storia Naturale.

Nel corso di una partecipata conferenza di presentazione, gli autori hanno spiegato innanzitutto quello che è stato il lavoro immenso necessario alla stesura di un Atlante di questo tipo. Un lavoro che ha coinvolto decine di studiosi, volontari, birdwatcher e appassionati che, per anni, hanno percorso lagune, campagne, aree industriali, argini, boschi urbani e periferie per raccogliere dati sugli uccelli presenti nel territorio veneziano. Dietro le mappe, i numeri, le tabelle e le foto che accompagnano ciascuna scheda delle quasi 300 pagine che compongono il volume si nasconde una straordinaria operazione collettiva di osservazione ambientale, ma soprattutto si cela qualcosa di fondamentale, ovvero la possibilità di comprendere come sta cambiando il nostro ecosistema.

Quando si parla di atlanti ornitologici (o biologici in generale) si rischia di immaginare semplicemente un elenco di specie. In realtà, si tratta di strumenti scientifici molto più complessi e preziosi che permettono di monitorare nel tempo la presenza, la distribuzione e l’abbondanza di specie animali in un determinato territorio. Questi lavori, spesso ciclopici, rappresentano una sorta di fotografia periodica della biodiversità presente in un'area, ma, a differenza di una fotografia statica, gli atlanti possono essere ripetuti e aggiornati anche a distanza di anni utilizzando gli stessi metodi di rilevazione che li rende comparabili nel tempo.
E' questo uno dei motivi per cui gli atlanti ornitologici detengono uno straordinario valore scientifico, presente anche nel lavoro di Stival e Bon che, con il contributo di 81 rilevatori, che hanno effettuato oltre 181.000 osservazioni, aggiorna le conoscenze sulla distribuzione e la consistenza dell’avifauna nel territorio metropolitano veneziano. Nello specifico, vengono confrontati i dati raccolti tra il 2019 e il 2023 con quelli dei trent’anni precedenti, offrendo una fotografia dello stato di conservazione delle specie e dei principali fattori di minaccia.

L’Atlante presenta la rilevazione di ben 135 specie nidificanti e 190 specie svernanti in un’area (l’ex provincia di Venezia, oggi città metropolitana) di grande rilevanza ecologica, evidenziando cambiamenti significativi nella distribuzione dell’avifauna. Confrontando i dati raccolti a dieci, venti o trent’anni di distanza, è possibile capire se una specie è in aumento, in diminuzione oppure stabile. Si possono individuare espansioni di areale, cambiamenti migratori, trasformazioni comportamentali e persino effetti indiretti del cambiamento climatico.
Non si tratta di semplici curiosità naturalistiche, anzi, questi dati costituiscono la base scientifica utilizzata da importanti enti internazionali (come per esempio la IUCN - Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) che così possono definire lo stato di conservazione delle specie delle famose “liste rosse” che classificano gli animali in base al rischio di estinzione.Senza questi dati raccolti con meticolosità sul territorio, nessuna politica seria di conservazione sarebbe possibile. Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti messi in luce dagli autori: gli atlanti faunistici/ornitologici non sono il punto di arrivo della ricerca, ma il punto di partenza perché rappresentano il terreno su cui costruire studi ecologici più approfonditi, strategie di tutela, piani di gestione ambientale e interventi di conservazione.

Spesso, parlando di biodiversità veneziana, l’immaginario collettivo si concentra esclusivamente sulla Laguna, ed è comprensibile perché si tratta di uno degli ecosistemi umidi più importanti d’Europa, un ambiente straordinario per la presenza di uccelli acquatici migratori e svernanti. L'Atlante di Stival e Bon si spinge però ben oltre la sola Laguna, coprendo infatti l’intero territorio della città metropolitana di Venezia con le sue campagne, aree agricole, fiumi, zone industriali, aree urbane, boschi residuali, litorali, aree di bonifica e piccoli habitat diffusi. È questo un aspetto cruciale dato che gli uccelli non conoscono i confini amministrativi e spesso le specie più interessanti utilizzano habitat molto diversi tra loro durante le varie stagioni dell’anno. Le aree agricole attorno alla Laguna, ad esempio, possono diventare fondamentali per molte specie svernanti. Le campagne ospitano rapaci, passeriformi e ardeidi (come gli aironi). Le aree industriali dismesse possono trasformarsi in ambienti sorprendenti per alcune specie opportuniste. Persino i centri urbani stanno diventando ecosistemi sempre più importanti. Guardare soltanto la Laguna significherebbe dunque perdere una parte importante della complessità ecologica del territorio veneziano.

Un altro elemento interessante emerso durante l'a conferenza'incontro riguarda la scelta metodologica di non escludere nessuna specie rilevata. Nel volume sono state inserite tutte le specie osservate, sia nidificanti che svernanti. Questa completezza è fondamentale perché anche presenze apparentemente marginali possono diventare importanti nel lungo periodo. Una specie rara oggi potrebbe diventare comune domani. Una presenza occasionale può rappresentare il primo segnale di una futura colonizzazione. Al contrario, una specie abbondante potrebbe iniziare un lento declino quasi invisibile, a conferma che la biodiversità non è mai statica. Ecco perché la raccolta sistematica dei dati assume un grande valore, consentendo agli studiosi ma anche agli amministratori locali di intercettare trasformazioni che, senza monitoraggi costanti, passerebbero inosservate fino a diventare irreversibili.

Ma quali sono stati i cambiamenti osservati negli ultimi trent’anni nel territorio veneziano? Le trasformazioni sono state tante e impressionanti. Alcune specie sono aumentate enormemente, altre sono diminuite, alcune hanno cambiato comportamento, altre ancora hanno modificato il proprio areale di distribuzione. E molti di questi cambiamenti sono avvenuti in tempi relativamente rapidi. Di tutto questo ne parlano ampiamente gli Autori nella pagine dell'Atlante. Vediamo qualche esempio. Negli anni Ottanta il cormorano era considerato raro nel territorio veneziano. Oggi è una presenza molto comune comune. Questo incremento non riguarda solo l'areale veneziano, ma gran parte dell’Europa. Il recupero della specie è stato favorito da politiche di protezione, dalla diminuzione della persecuzione diretta e da cambiamenti ambientali che ne hanno favorito l’espansione. Il cormorano rappresenta un caso emblematico di come una specie possa recuperare rapidamente quando vengono ridotte le pressioni umane. Ma non tutto è oro quel che luccica. La diffusione del cormorano è al centro anche di tante controversie, a partire dai conflitti generati con il mondo della pesca (in particolari delle valli da pesca, vista la quantità di pesce consumata quotidianamente da questi uccelli), a dimostrazione di quanto la conservazione della biodiversità richieda spesso mediazione tra interessi diversi.

Quello dei fenicotteri é forse il caso più spettacolare. Negli anni Novanta del secolo scorso, praticamente non esistevano fenicotteri nella Laguna veneziana, oggi si contano decine di migliaia di individui. Vedere grandi gruppi di fenicotteri nelle barene e nelle acque lagunari è diventato quasi normale, ma si tratta in realtà di una trasformazione recentissima, considerata uno dei fenomeni più evidenti dell’avifauna italiana contemporanea. Le ragioni di questo incremento sono molteplici: protezione degli habitat umidi, aumento delle aree favorevoli, cambiamenti climatici, dinamiche migratorie mutate, ma il punto più importante è dato dal paesaggio sonoro e visivo della Laguna che è cambiato radicalmente in pochissimi decenni. Infatti, chi osservava questi luoghi trent’anni fa vedeva una Laguna molto diversa.

Tra le tantissime specie citate dagli autori vi è il guardabuoi, un airone bianco spesso confuso con la garzetta. Negli anni Novanta era considerato rarissimo in Italia, oggi è diventato comune. È questa una specie interessante perché mostra chiaramente come il cambiamento climatico possa favorire l’espansione di specie originariamente più legate ad aree tropicali o subtropicali. Il guardabuoi racconta anche un’altra storia: quella della straordinaria adattabilità degli uccelli. A differenza della garzetta, molto legata alle zone umide, il guardabuoi frequenta spesso campi agricoli, prati e pascoli. È una specie opportunista, capace di sfruttare habitat diversi e modificati dall’uomo. In un certo senso, è una delle specie simbolo dell’Antropocene, ovvero un animale che riesce a prosperare dentro i paesaggi trasformati dall’attività umana.

Un altro caso emblematico è quello del colombaccio. Negli anni Ottanta del secolo scorso era una specie schiva, osservabile quasi esclusivamente in alcune aree boschive durante l’inverno. Oggi è diventato un abitante stabile delle città. Chi vive a Venezia, Mestre, Marghera o nei comuni limitrofi conosce bene la presenza quotidiana dei colombacci nei parchi urbani, nei viali alberati e nei giardini pubblici. Il suo cambiamento però non è solo geografico ma anche comportamentale. Il colombaccio è diventato infatti molto più confidente nei confronti dell’uomo, un fenomeno questo osservabile in molte specie urbane, perché gli animali modificano progressivamente la distanza di fuga, cambiano abitudini alimentari, imparano a sfruttare nuove risorse. In altre parole, le città stanno diventando ecosistemi evolutivi e gli uccelli sono tra gli animali che meglio riescono ad adattarsi a queste nuove condizioni.

Non tutte le specie stanno aumentando; molte sono diminuite drasticamente di consistenza e alcune sono quasi scomparse. Si tratta di una dinamica non solo locale ma generale che interessa tutta l'Europa, visto che numerosi uccelli legati agli ambienti agricoli sono in forte declino in tanti Paesi dell'UE. L’agricoltura intensiva, l’uso di pesticidi, la scomparsa di siepi e zone umide, l’urbanizzazione diffusa e il consumo di suolo hanno impoverito enormemente gli habitat. Di conseguenza, alcune specie soffrono particolarmente, al contrario, altre specie opportuniste e generaliste aumentano. È un processo che produce una biodiversità apparentemente ancora ricca, ma in realtà più omogenea e meno complessa.

Dietro ogni atlante c’è un’enorme quantità di lavoro offerto dai volontari, ed è forse questo uno degli aspetti più emozionanti emersi nel corso della conferenza. Decine, anzi centinaia di persone hanno dedicato anni del proprio tempo libero alla raccolta dei dati. Uscite all’alba, giornate intere nei campi, monitoraggi invernali, osservazioni nei canali industriali, censimenti nelle aree agricole più remote. Tutto questo fatto solo per passione e senza alcuna remunerazione. È questa una dinamica che riguarda tutti i progetti volontari, che racconta anche quanto sia preziosa la presenza di persone capaci di coordinare, motivare e organizzare.

Gli autori, in particolare Emanuele Stival, in qualità di presidente di Venezia Birdwatching, ha spiegato qual è il rapporto tra l'osservazione degli uccelli e la fotografia naturalistica. Negli ultimi anni, questo tipo di fotografia ha conosciuto una crescita enorme: social network, teleobiettivi sempre più accessibili e la facilità di diffusione delle immagini hanno trasformato profondamente il modo di vivere l’osservazione naturalistica. “Prima della macchina fotografica – ricorda Stival - l'appassionato osservatore-fotografo deve dotarsi di binocolo, che resta lo strumento fondamentale. Limitarsi alla macchina fotografica riduce spesso la capacità di osservazione, perché molte specie, soprattutto i piccoli passeriformi, richiedono rapidità, attenzione ai movimenti e capacità di lettura dell’ambiente. La fotografia è preziosa per documentare le osservazioni e identificare le specie, ma non può sostituire completamente l’osservazione diretta”. È questa una riflessione molto interessante e la domanda sorge spontanea: stiamo osservando gli animali o stiamo solo cercando di produrre immagini? La differenza non è banale.

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