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Agosto 2026 in Veneto: un mese da record, tra ondate di calore senza precedenti e permafrost ormai scomparso

(di Giuseppe Pomarico, geologo e climatologo). Il Veneto chiude l’estate meteorologica 2026 con un agosto che si colloca a un soffio dal leggendario 2003, confermando una tendenza che ormai da tre mesi consecutivi (giugno, luglio, agosto) non lascia spazio a dubbi interpretativi: la regione sta attraversando una fase climatica di eccezionale e persistente anomalia termica. I dati diffusi da Arpav nel report meteoclimatico agosto 2026, restituiscono un quadro che merita una lettura non solo cronachistica, ma propriamente geoclimatologica.

Un’estate che supera, seppur di poco, il 2003

Il dato di sintesi è di per sé una notizia climatologica di rilievo: la temperatura media del trimestre giugno-luglio-agosto 2026 sembra aver superato, sia pure lievemente, quella della celebre estate 2003, a lungo considerata insuperabile. Agosto da solo si è classificato come il secondo più caldo mai registrato dalla rete Arpav, con un’anomalia media regionale di +3,2 °C rispetto alla norma 1991-2020, preceduto solo dal 2003. Il trend di lungo periodo, statisticamente significativo, è di +0,75 °C per decennio sulle temperature medie e di +0,78 °C per decennio sulle minime — un segnale coerente con l’intensificazione del riscaldamento osservata a scala regionale negli ultimi trent’anni. Dal punto di vista dinamico, il mese è stato dominato nella prima metà da un promontorio anticiclonico sub-tropicale persistente, la terza grande “bolla di calore” della stagione dopo quelle di giugno e luglio, mentre nella seconda parte impulsi di origine atlantica hanno favorito un temporaneo riequilibrio termico, interrotto a fine mese da una nuova, breve avvezione calda nord- africana (26-28 agosto) accompagnata da polveri sahariane in quota, responsabili dell’aspetto lattiginoso del cielo tra il 27 e il 28.

Il dato più significativo: l’ondata di calore più lunga mai registrata

Dal punto di vista bioclimatico, l’elemento di maggiore interesse scientifico riguarda il disagio fisico da caldo-umido misurato attraverso l’indice Humidex. Se le due ondate di calore “tradizionali” di agosto (29 luglio-7 agosto e 9-16 agosto) risultano formalmente separate da una breve pausa l’8 agosto, l’analisi in termini di Humidex mostra che tale pausa si annulla completamente: l’umidità relativa elevata ha mantenuto l’Humidex medio giornaliero sopra la soglia critica dei 35 °C anche in quel giorno, configurando un’unica ondata di forte disagio fisico ininterrotta durata 18 giorni, dal 27 luglio al 13 agosto — la più lunga e intensa mai registrata in Veneto, che supera il primato appena stabilito a giugno 2026. Il 2026 entra così, con tre distinti episodi (giugno, luglio, agosto), nella classifica delle dieci peggiori ondate di sempre per stress termico. Punte di Humidex superiori a 50 °C sono state misurate a Roverchiara (53,7 °C), Villorba e Porto Tolle-Pradon (51,6 °C), Codevigo (51,4 °C) e Chioggia-Sant’Anna (51,1 °C).

Geomorfologia e criosfera alpina: il permafrost del Piz Boè

L’aspetto più rilevante sotto il profilo geomorfologico riguarda la criosfera dolomitica. Al sito di monitoraggio del permafrost del Piz Boè (2900 m), a fine agosto non risulta più presente terreno gelato: un degrado totale che segna un punto di non ritorno rispetto alla situazione rilevata nel 2011, quando lo spessore del permafrost si estendeva per circa 5 metri di profondità fino a fondo pozzo (30 m). Il dato conferma la prosecuzione, per l’intero mese, della fusione di ghiacciai, rock glaciers e permafrost, in un contesto in cui lo zero termico ha oscillato tra i 3480 m (22 agosto) e i 4805 m (27 agosto). Le immagini della Marmolada, con ghiaccio scuro e ricoperto di detrito, restituiscono visivamente l’entità del degrado in atto, con implicazioni dirette sulla stabilità dei versanti in alta quota e sul rischio di crolli rocciosi legati al disgelo del permafrost — un tema che meriterebbe monitoraggi geotecnici mirati nei prossimi anni.

Precipitazioni: deficit disomogeneo e dissesti idrogeologici localizzati

Sul fronte pluviometrico, agosto chiude con un deficit regionale del -12%, ma con una distribuzione fortemente disomogenea: -30% sulla fascia pedemontana, -15% su area alpina e prealpina, mentre la pianura ha chiuso sostanzialmente in pareggio grazie a eventi estremi localizzati (Veronese, Padovano, Veneziano). Lo SPI a 6 e 12 mesi conferma una siccità di lungo periodo moderata-severa sulle aree montane e di alta pianura, aggravata — secondo lo SPEI, che integra anche l’effetto della temperatura — proprio dalle alte temperature stagionali che hanno incrementato l’evapotraspirazione potenziale (+8 mm di anomalia media in pianura). Non sono mancati fenomeni di instabilità idrogeologica: il 1° agosto un flash flood ha interessato un torrente tra Giralba e Reane (Auronzo di Cadore), con case investite da acqua e detriti; il 5 agosto allagamenti tra Ponte nelle Alpi e Soverzene e un ulteriore dissesto idrogeologico in Val d’Oten. L’evento più severo dal punto di vista dell’intensità di precipitazione e della ventosità resta però quello del 28 agosto, con sistemi temporaleschi grandinigeni tra Prealpi/Pedemontana e pianura, cumulati fino a 54,2 mm a Mira (VE) in poche ore, e raffiche di vento eccezionali: 200 km/h sulla Marmolada, 180 km/h nella rilevazione del Bellunese, 108 km/h alle Pale di San Martino, oltre 100 km/h in diverse località di pianura.

Notti tropicali e giornate estive: indicatori di un cambiamento strutturale

Completano il quadro due indicatori bioclimatici in forte crescita: le notti tropicali (minima ≥20 °C), con una media di 18 giornate in pianura — secondo valore più alto della serie storica, sei volte superiore alla media degli anni ’90 — e le giornate estive (massima >30 °C), con 26 giorni medi in pianura (+9 rispetto alla norma), terzo valore più alto di sempre. Entrambi i parametri, letti in serie storica, mostrano una traiettoria di crescita che va ben oltre la variabilità interannuale attesa, rafforzando l’ipotesi di un cambiamento strutturale del regime termico regionale piuttosto che di un’anomalia episodica.

Considerazioni conclusive

Il quadro che emerge da questo report Arpav conferma, dal punto di vista geoclimatologico, una convergenza di segnali che non può essere ignorata: allungamento e intensificazione delle ondate di calore, degrado accelerato della criosfera alpina, incremento della frequenza di eventi pluviometrici a elevata intensità oraria a fronte di un deficit cumulato di lungo periodo, e un trend termico di fondo statisticamente robusto. Il caso del permafrost del Piz Boè, in particolare, rappresenta un indicatore geomorfologico di soglia superata che meriterebbe un approfondimento specifico nei prossimi mesi, anche in relazione alla stabilità dei versanti dolomitici.

Crisi idrica in Veneto, Anbi chiama, la Regione risponde

“I danni all’agricoltura, così come la sofferenza degli invasi in quota, sono facce della stessa medaglia; la crisi idrica non risparmia nessuno e si manifesta in base alle specificità di ciascun territorio. Il grido di allarme che giunge dalla pianura è lo stesso che viene dalle montagne e dai territori costieri: ci impone di andare oltre l’approccio di emergenza e di intervenire dal punto di vista infrastrutturale, senza contrapposizioni di alcun genere” . Ad affermarlo è Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce gli 11 Consorzi di bonifica regionali.

“Da anni, insistiamo nel dotare il Veneto di nuovi invasi per riscoprire la capacità del territorio regionale di dare spazio all’acqua, per la sicurezza idraulica, l’ambiente e l’agricoltura. Attualmente – continua il presidente di AnbiVeneto – il nostro territorio è in grado di trattenere solo una piccola parte dell’acqua piovana. Il Piano Invasi che i Consorzi di bonifica e il comparto agricolo propongono, insieme alla riconversione verso tecniche irrigue più efficienti, rappresenta la strada maestra per adattare il territorio al clima che cambia. Il percorso è chiaro – conclude Vantini –, auspichiamo che nelle leggi di bilancio, sia a livello regionale sia a livello nazionale, si possa trovare lo spazio finanziario necessario per sostenerla; altrimenti, alla prossima siccità, parleremo ancora di emergenza, guerre dell’acqua e contrapposizioni che non permetteranno di far fronte al problema in maniera adeguata”.

“L’emergenza siccità denunciata da Anbi Veneto è reale, e sulle necessità e sulle priorità indicate dai Consorzi di bonifica mi trovo pienamente d’accordo”, afferma di rimando l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond. Che continua: “Assieme al presidente Alberto Stefani stiamo lavorando per mettere sul tavolo un investimento da 30 milioni di euro per affrontare questa emergenza e rafforzare la capacità del Veneto di gestire la risorsa idrica. E’ inoltre in arrivo un Programma Speciale della UE per le infrastrutture legate alla siccità. Ma nell’immediato, dobbiamo cambiare il nostro modo di gestire l’acqua. Se oggi affrontiamo una crisi idrica ogni due o tre anni, non possiamo più ragionare come se l’emergenza fosse un’eccezione: dobbiamo comportarci come se fossimo sempre chiamati a prevenire la prossima. Questo significa ottimizzare la risorsa quando è disponibile, governarla in modo dinamico e spingere al massimo l’efficienza delle derivazioni e degli utilizzi, 12 mesi all’anno. E’ un cambio di mentalità che deve riguardare anche la montagna, dove la disponibilità d’acqua è sempre più una questione strategica. Per fare questo, però, dobbiamo partire dai dati: dobbiamo avere un quadro pubblico, aggiornato e trasparente di tutte le derivazioni e degli effettivi utilizzi della risorsa. Solo conoscendo esattamente quanta acqua abbiamo, dove viene prelevata e come viene utilizzata possiamo costruire un vero Piano di gestione della siccità, capace di programmare oggi quello che ci servirà domani. Non possiamo più limitarci a rincorrere l’emergenza: dobbiamo governarla prima che arrivi”.

“Oggi ci troviamo di fronte a una combinazione di fattori che ci impone di cambiare approccio – spiega ancora Bond.- E’ cambiata innanzitutto l’agricoltura: lavoriamo sempre più sulla qualità delle produzioni e questo significa che l’acqua serve per periodi più lunghi rispetto a quelli previsti storicamente dai sistemi concessori. Nel frattempo il clima ci presenta ormai con una frequenza impressionante crisi idriche, una ogni due o tre anni. E, giustamente, è cambiata anche la nostra sensibilità ambientale: non possiamo pensare di svuotare i laghi di montagna e lasciare i fiumi senz’acqua per garantire le esigenze irrigue della pianura. Di fronte a questo scenario non esiste una sola soluzione. Dobbiamo agire sul risparmio della risorsa, incentivando e diffondendo sistemi irrigui sempre più efficienti e contemporaneamente sulla capacità di accumulo, aumentando i volumi disponibili attraverso nuovi invasi e, soprattutto, ottimizzando quelli che già abbiamo”. Su questo punto Bond rassicura direttamente Anbi: “I Consorzi sanno che la Regione non è rimasta ferma. Abbiamo già numerosi progetti, elaborati insieme agli stessi Consorzi di bonifica, che sono stati inseriti nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (Pniissi). Si tratta di interventi che sono stati ritenuti ammissibili e che ora attendono il finanziamento da parte del Governo. E’ questa una delle strade che dobbiamo percorrere con maggiore determinazione”.

Per quanto riguarda la montagna, l’assessore invita però a guardare anche oltre la semplice realizzazione di nuovi laghetti: “Creare nuovi bacini artificiali in quota può essere una possibilità, ma non sempre è la risposta più rapida. Sono opere che richiedono tempi autorizzativi importanti e che devono confrontarsi anche con i pareri della Soprintendenza, come dimostrano le difficoltà incontrate in territori vicini al Veneto. Nei nostri progetti, invece, puntiamo sull’ottimizzazione degli invasi esistenti in montagna, per aumentarne i volumi disponibili e riuscire a distribuire la risorsa verso la pianura senza dover svuotare i laghi proprio nel pieno della stagione irrigua e, contemporaneamente, di quella turistica della montagna”.

Ma per Bond gli investimenti infrastrutturali devono essere accompagnati nell’immediato da una nuova modalità di gestione dell’acqua. “Ai Consorzi dico: sì, servono risorse e dobbiamo investire, ma nel frattempo dobbiamo anche imparare a governare in maniera sempre più dinamica l’acqua che abbiamo, evitando che la scarsità produca squilibri e disparità tra territori. L’esperienza della gestione dell’Adige di questa estate dimostra che, attraverso una programmazione attenta e condivisa, è possibile affrontare con efficienza anche una stagione delicata. La strategia deve essere quindi doppia: nel breve periodo, gestire in maniera dinamica e intelligente l’acqua che c’è; nel lungo periodo, investire per avere più acqua da accumulare e distribuire. E’ su questo equilibrio che dobbiamo costruire la sicurezza idrica del Veneto dei prossimi anni”, conclude Bond.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto/Regione Veneto

6 settembre, Wigwam celebra 55 anni di impegno per l’ambiente: appuntamento a Malga Mariech (Treviso)

Domenica 6 settembre 2026, a Malga Mariech sul Monte Cesen, in provincia di Treviso, Wigwam celebra il 55° anniversario del primo Campo Rimboschimento, che si svolse nel 1971. Sarà una giornata per ricordare l’esperienza che coinvolse oltre cinquanta giovani e che trasformò il lavoro nei boschi in un’occasione di educazione alla responsabilità, alla collaborazione e alla tutela dell’ambiente.

Da quella prima esperienza è cresciuta una rete oggi presente in tutta Italia e in altri venti Paesi, riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente come Associazione Nazionale di Protezione Ambientale. Ma soprattutto è nata una comunità di persone che hanno portato quei valori nelle professioni, nei progetti e nell’impegno quotidiano per una società più equa, solidale e sostenibile. Il 6 settembre sarà quindi non solo una celebrazione del passato, ma un momento per condividere i risultati raggiunti, presentare nuovi progetti e guardare insieme al futuro.

Ci si ritroverà nel luogo simbolico dove sono state piantate foreste e sono germogliate coscienze, con una vista straordinaria dalle Dolomiti al Monte Grappa, dal Piave alla Laguna Veneta e a Venezia. Il programma prevede momenti di incontro e convivialità e, nel pomeriggio, una piccola escursione sui luoghi del primo Campo e delle foreste cresciute nel tempo. Per partecipare al pranzo conviviale in malga è necessaria la prenotazione: i posti sono limitati; ai partecipanti sarà inoltre consegnato un gadget dedicato al 55° anniversario. Per l’escursione si raccomandano scarpe adatte alla montagna e pantaloni lunghi.

Wigwam aspetta gli interessati a Malga Mariech per celebrare insieme 55 anni di storia e continuare, con lo stesso spirito di allora, a costruire nuove esperienze e nuove prospettive. Info e adesioni: direzione@wigwam.it WhastApp +39 333 3938555

Fonte: servizio stampa Wigwam

Lavori in corso per l’Atlante dei mammiferi del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi

Realizzare il primo Atlante dei mammiferi del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi: è questo l'obiettivo del progetto triennale nato dalla convenzione tra il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica (DAIS) dell'Università Ca' Foscari Venezia, con la collaborazione del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue di Fondazione Musei Civici di Venezia.

Avviato nel febbraio 2025, il progetto di mappatura si sviluppa in tre fasi: il recupero e l'analisi delle informazioni già disponibili sulla teriofauna del Parco, cioè tutte le specie di mammiferi che popolano l’area geografica protetta; la raccolta di nuovi dati sul campo; la realizzazione di testi, cartografie e schede che confluiranno nella pubblicazione dell'Atlante. Uno strumento scientifico, destinato a diventare un punto di riferimento per gli specialisti, ma anche divulgativoper diffondere la conoscenza e la consapevolezza sulla tutela della biodiversità dell'area protetta, dedicato a cittadini, escursionisti, curiosi e appassionati, protagonisti attivi coinvolti nella realizzazione del progetto.

Le attività di ricerca e monitoraggio - dichiara il Commissario del Parco Ennio Vigne - sono tra le più rilevanti dell'area protetta, perché la conservazione del patrimonio naturale che ci è affidato è tanto più efficace quanto più precise e dettagliate sono le nostre conoscenze. È quindi motivo di grande soddisfazione - ha proseguito il Commissario - dare avvio al progetto "Atlante dei mammiferi del Parco", che ci permetterà di ordinare in un quadro organico le conoscenze fin qui acquisite su una componente fondamentale della fauna del Parco, approfondire lo studio di specie meno indagate negli anni scorsi e divulgare, presso un ampio pubblico, informazioni aggiornate e scientificamente rigorose. Desidero per questo ringraziare l'Università Ca' Foscari di Venezia e il Museo di Storia Naturale di Venezia, le due prestigiose istituzioni che ci affiancano nella realizzazione di questo nuovo progetto, che prosegue una lunga e consolidata tradizione di stretta e proficua collaborazione tra il Parco e il mondo universitario e museale."

I mammiferi sono bioindicatori fondamentali per comprendere la salute e i cambiamenti dell'ambiente. Nel Parco alcune specie, come cervi, caprioli, camosci e lupi, sono già oggetto di monitoraggi consolidati, mentre per altre, come i piccoli e medi mammiferi, le conoscenze sono ancora limitate. Questo progetto consentirà di colmare importanti lacune, offrendo un quadro molto più completo delle specie presenti grazie alla collaborazione con l'Università Ca' Foscari e il Museo di Storia Naturale. La seconda fase operativa, successiva alla raccolta e all’organizzazione dei dati pregressi, svolta tra febbraio e settembre 2025, prevede un’intensa attività di monitoraggio che proseguirà fino al 2027 e sarà dedicata ai gruppi di mammiferi poco indagati e sui quali sono disponibili meno dati. Le campagne interesseranno i mustelidi (donnole, puzzole, martore, ecc.), i felidi, con particolare attenzione al gatto selvatico e al monitoraggio dell'ibridazione (incroci con il gatto domestico) e micromammiferi (toporagni, topi selvatici, arvicole, ghiri, ecc.).

Per raccogliere le informazioni su queste specie saranno utilizzate diverse tecniche di monitoraggio. Lo strumento base sarà rappresentato dalle fototrappole che verranno collocate in ambiente anche all’interno di speciali scatole, denominate “mostela box”, tecnica nata in Olanda e usata anche nelle Alpi occidentali. Questi dispositivi sfruttano l’abitudine dei piccoli mustelidi, come donnola e ermellino, di cercare le loro prede in tunnel e anfratti del terreno. Entrando all’interno della “mostela”, questi animali particolarmente veloci ed elusivi sono inoltre costretti a rallentare e questo permette di ottenere un maggior numero di “catture fotografiche”. A questa tecnica si affiancheranno anche la raccolta di pelo con specifiche trappole  per l’analisi di materiale genetico  e campagne di cattura temporanea di micromammiferi.

Una componente poco studiata all'interno del Parco - spiega il prof. Stefano Malavasi, Università Ca’ Foscari di Venezia, supervisore scientifico del progetto - è quella dei piccoli mammiferi, come topi selvatici e arvicole, che analizziamo attraverso campionamenti specifici con trappole temporanee, predisposte per garantire il benessere degli animali. Dopo l'identificazione della specie e il rilievo dei principali dati biometrici, gli esemplari vengono immediatamente rilasciati. Queste informazioni sono fondamentali per comprendere quali sono le specie presenti nel parco e la loro distribuzione nel territorio.Fondamentale anche il contributo del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue che ha fornito le competenze specialistiche nella ricerca sui mammiferi e nella progettazione di atlanti faunistici.

Il coinvolgimento del Museo nasce dall'esperienza maturata nella realizzazione di numerosi atlanti faunistici e nello studio dei micromammiferi - chiarisce Mauro Bon, responsabile ricerca e divulgazione scientifica del Museo -  attività che i nostri specialisti portano avanti da trent'anni. Conoscere la distribuzione delle specie è il primo passo per proteggerle e per gestire in modo efficace il patrimonio naturale. Allo stesso tempo, divulgazione e comunicazione al pubblico non specialistico, una delle principali missioni dei musei di storia naturale, contribuisce a creare consapevolezza e attenzione sul rispetto dell’ambiente, della fauna e sul delicato equilibrio tra natura e attività umane. Uno degli aspetti più innovativi del progetto è il forte coinvolgimento della comunità attraverso attività di Citizen Science. Accanto alla collaborazione dei Carabinieri Forestali e dei collaboratori del Parco, prende il via la campagna "Adotta una fototrappola", che permetterà attraverso il coinvolgimento delle Associazioni locali di partecipare direttamente al monitoraggio della fauna. I partecipanti saranno formati dal personale del progetto per imparare a installare e controllare le fototrappole, utilizzare correttamente le attrezzature e operare nel rispetto della normativa sulla privacy. Anche questi dati contribuiranno ad arricchire il futuro Atlante dei mammiferi del Parco. Attraverso incontri periodici saranno inoltre condivisi i risultati delle attività di monitoraggio e realizzate fotografie e schede descrittive delle specie che entreranno a far parte del volume finale. Con "Adotta una fototrappola", il progetto apre la ricerca scientifica alla partecipazione attiva del territorio, trasformando cittadini, studenti ed escursionisti in protagonisti della conoscenza e della tutela della biodiversità delle Dolomiti Bellunesi.

Fonte: servizio stampa Fondazione Musei civici di Venezia


Esiste davvero l’over tourism in Cansiglio?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Toio de Savorgnani e Michele Boato (Ecoistituto Veneto A. Langer), entrambi Premio Argav rispettivamente nel 2016 e nel 2019, Lara Negro e Giancarlo Gazzola (Mountain Wilderness Veneto), il testo seguente. 

13 agosto 2026. Al problema dell’affollamento domenicale in Cansiglio è stato dedicato un notevole spazio sulla stampa locale in occasione di domeniche molto calde in pianura e la ricerca di un po’ di sollievo in Cansiglio e si è parlato di overtourism come fosse il principale problema dell’altopiano, paragonandolo a quanto avviene  alle Tre Cime di Lavaredo o al Lago di Braies o altre località dolomitiche famose molto frequentate dai turisti nei mesi estivi  o anche invernali.

Ma  la prima domanda a cui dare risposta è se davvero esiste l’overtourism in Cansiglio? Noi riteniamo che la definizione di overtourism per il Cansiglio non sia corretta, siamo  a numeri del tutto diversi dal lago di Braies, anche 7000 presenze al giorno per intere settimane, poi ridotti a 4.500, stesso numero alle Tre Cime di Lavaredo con circa 300.000 auto all’anno nel grande parcheggio. La Val Gardena ha circa 10.000 abitanti ma i turisti in un anno possono superare gli 800.000.

Niente di tutto questo succede in Cansiglio e ci chiediamo se chi ha parlato di domeniche estive con 10.000 turisti possa dirlo in base a rilievi fatti, oppure è solo una cifra presunta e diffusa per creare allarme e voler arrivare a qualche risultato a tutti i costi e velocemente.

Gli operatori turistici del Cansiglio possono contare su meno di 15 domeniche all’anno, soprattutto quando in estate la pianura diventa bollente e in molti cercano un po’ di sollievo in quota. Anche quest’anno la gara automobilistica, la Vittorio Veneto-Cansiglio, ha bloccato la strada  per due giorni e mezzo, in alcuni anni le iniziative sportive che hanno annullato o ridotto l’accesso a Cansiglio sono state anche 3 o più. Poi durante le settimane anche estive, tranne che per qualche settimana attorno a Ferragosto, i turisti  in Cansiglio sono ridotti a numeri  più che accettabili.

I sindaci dell’area veneta parlano di numeri insostenibili e della necessità di mettere un biglietto di accesso, ma molto probabilmente le loro motivazioni non sono di tutela ambientale, bensì solo quella di chiedere una quota parte del guadagno. Non è un’idea nuova, infatti un sindaco delle  passate amministrazioni di Tambre ha tenuto bloccato per anni la creazione di parcheggi a pagamento in Pian Cansiglio con la richiesta di poter accedere ad una parte del biglietto. E’ la solita idea  del Cansiglio come bancomat...

Ma un biglietto d’accesso al Cansiglio è, a nostro avviso, una  proposta irrealizzabile, prima di tutto  perché l’altipiano è percorso dalla  strada provinciale 422 che lo attraversa tutto, quindi diventa difficile distinguere e separare chi vuole fermarsi in piana e chi vuole proseguire per l’Alpago. Ma il Cansiglio è diviso tra le due regioni Veneto e Friuli e quindi perché un turista dovrebbe pagare una tassa al Veneto se poi volesse frequentare la parte friulana? E poi sarebbe impossibile risolvere l’accesso solo con la prenotazione on line, quindi bisognerebbe creare dei caselli tipo autostradali o come quelli delle Tre Cime di Lavaredo, sia sul versante trevigiano che su quello alpagoto,  costosi e invasivi e il rischio di lunghe file e lunghe attese.

E se il guadagno poi andasse diviso tra il gestore regionale della foresta, Veneto Agricoltura, e i vari comuni o si dovrebbe imporre un biglietto parecchio costoso, con conseguente diminuzione dei turisti, oppure i guadagni una volta divisi sarebbero non rilevanti. Quindi quello dell’overtourism, pensato più come modo per far cassa che per una vera limitazione agli accessi, risulterebbe essere un ulteriore modo per avere più introiti che  per la salvaguardia ambientale.

Il Cansiglio, area di Rete 2000 protetta dall’Europa, ha bisogno di un progetto complessivo in cui l’ambiente sia davvero il protagonista principale  e le attività economiche dimensionate in modo tale da conservare il patrimonio naturalistico. E’ stato così finora anche se negli ultimi anni si sono verificate delle situazioni sulle quali merita porre l’attenzione e che saranno oggetto  dell’attività e dell’azione delle associazioni ambientaliste, Ecoistituto e Mountain Wilderness in testa.

Infine il Cansiglio è sempre stato un luogo libero, con regole da rispettare ma in grado di accogliere, nei fine settimana, numeri anche elevati di presenze, per poi tornare tranquillo durante la settimana (non come a Braies o alle Tre Cime, con grandi numeri tutti i giorni e per mesi). A parte qualche tentativo di trasformarlo in discoteca notturna, che difficilmente si ripeterà, chi frequenta il Cansiglio dimostra di essere consapevole della importanza della Foresta ed ha comportamenti adeguarti. L’abbandono di immondizie è relativamente raro, i comportamenti veramente scorretti sono rari forse mancano servizi igienici e il controllo, ma questo non è colpa dei frequentatori.
 


		

	

Bollettino ANBI Veneto disponibilità risorsa idrica a luglio in Veneto: -70% Adige, -69% Bacchiglione, -68% Po, -42% Brenta. La crisi continua ad agosto

Dati Arpav alla mano, a fronte di precipitazioni inferiori alla media (-9% a luglio e -24% dall'inizio dell'anno idrologico) e di un mese particolarmente caldo (+1,3 °C), la situazione dei fiumi registra criticità diffuse e marcate, con picchi negativi per l'Adige (-70%), il Bacchiglione (-69%), il Po (-68%) e il Brenta (-42%) mentre le falde dell'alta pianura restano su livelli estremamente bassi.

Le proiezioni elaborate del CeSpII Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irriga istituito presso il Consorzio di Bonifica LEB delineano per il mese di agosto una condizione di diffusa siccità climatica su gran parte del territorio veneto, in particolare nelle aree centro-settentrionali.

L'effetto congiunto della scarsità di piogge e dell'elevata evapotraspirazione sta esaurendo rapidamente la riserva idrica del suolo, rendendo necessaria una gestione mirata del terreno e il costante monitoraggio dei canali per sostenere le colture nelle fasi fenologiche più critiche.

«La prolungata sofferenza dei corpi idrici superficiali osservata nel mese di luglio deriva in modo diretto dall'esaurimento della componente nivale e dalle persistenti elevate temperature registrate in quota», dichiara Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «In questo scenario complesso, i Consorzi di bonifica hanno assicurato la continuità del servizio irriguo mediante un'azione di gestione dinamica ed equilibrata, applicando riduzioni selettive alle derivazioni laddove necessario. L'adozione di tecnologie avanzate, il monitoraggio costante e il progressivo efficientamento delle reti consentono oggi una gestione razionale della risorsa, ma si conferma indispensabile l'attuazione di investimenti strutturali per rafforzare la resilienza del sistema».

«Il comparto agricolo sta affrontando questa ennesima fase critica con estremo senso di responsabilità», sottolinea Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto. «Le limitazioni concordate con la Regione del Veneto sulla quota di derivazioni, in particolare lungo l'asta del fiume Adige, rappresentano un impegno gravoso per le aziende agricole del territorio, reso tuttavia necessario per salvaguardare la risorsa idrica, tutelare l'equilibrio degli ecosistemi e garantire la priorità degli approvvigionamenti civili. Risulta ora imprescindibile definire una programmazione infrastrutturale di lungo periodo affinché gli impatti dei cambiamenti climatici non continuino a gravare in modo sproporzionato sul settore primario».

Fonte: servizio stampa ANBI VENETO

Nel Delta la portata del Po scende verso i 200 mc/s, Porto Tolle (Rovigo) al collasso, ma iniziano i raccolti

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Con 206 mc/s registrati a Pontelagoscuro (Ferrara), la portata del fiume Po ha registrato lo scorso 5 agosto pomeriggio il livello più basso – per quanto riguarda il tratto alla foce – di quest’estate da incubo. Dopo una parziale ripresa nella notte, il livello è tornato a scendere e punta decisamente sotto la soglia psicologica dei 200 mc/s.
 
Il cuneo salino circonda ora l’unità territoriale di Porto Tolle (Rovigo)costringendo il Consorzio di Bonifica Delta del Po a chiudere tutte le derivazioni irrigue. L’Osservatorio permanente del fiume Po, riunitosi nella mattina del 6 agosto 2026, non ha potuto far altro che prendere atto della situazione, che è ancora più grave rispetto alla settimana scorsa, quando il livello di severità era stato elevato al massimo. Qualche beneficio potrebbe derivare dalle precipitazioni sull’arco alpino, ma con gli invasi idroelettrici scarichi e i prelievi a monte ridotti, le portate attuali sono sostenute solo dalle restituzioni dei sistemi irrigui. Questo non basta a dar respiro al Polesine e al Delta, la cui linea di costa si è virtualmente ritirata di almeno 20 km nell’entroterra dai primi di giorni di luglio.
 
“Dopo la grande siccità del 2022, stiamo di nuovo assistendo al collasso del territorio – afferma il direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po Rodolfo Laurenti –. Porto Tolle (nella foto in alto) e Polesine Camerini sono isole in mezzo a un mare che ormai lambisce Taglio di Po e Porto Viro”. “In una crisi entrata nel vivo già sul finire della primavera, l’agricoltura è sopravvissuta per le misure emergenziali intraprese dal Consorzio di Bonifica – spiega la presidente Virginia Taschini - . Il nostro personale, grazie all’esperienza e alla conoscenza capillare del territorio, ha svolto un lavoro chirurgico nel gestire i livelli di risorsa attraverso bypass, motopompe e turnazioni serrate. Attraverso queste misure anche a Porto Tolle si è portato a compimento il ciclo di maturazione delle piante; in questi giorni gli agricoltori avviano la fase dei raccolti e potranno quantificare le rese e, dunque, la redditività". “Ora l’attenzione è concentrata sulle risaie – conclude la presidente -, con il riso che non è ancora arrivato a maturazione e dovrà pertanto far affidamento sulla pochissima acqua in circolazione nella rete consortile, nella speranza di piogge che però al momento non si vedono”. 

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

Veneto, luglio 2026: un mese torrido tra ondate di calore e siccità a macchia di leopardo

Giuseppe Pomarico, geoclimatologo, ha elaborato per Argav i dati del report ARPAV (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto - Dipartimento per la sicurezza del territorio, unità organizzativa meteorologia e climatologia), inerenti al clima di luglio 2026 in Veneto, eccone di seguito il resoconto.

Il quadro che emerge dal bollettino mensile di ARPAV è netto: il luglio appena trascorso si conferma tra i mesi più caldi mai registrati in regione dall'avvio delle rilevazioni automatiche nel 1991, con una piovosità leggermente inferiore alla norma ma distribuita in modo estremamente disomogeneo sul territorio.

Secondo i dati dell'Unità organizzativa meteorologia e climatologia di ARPAV, luglio 2026 si colloca al quarto posto tra i mesi di luglio più caldi della serie storica, preceduto solo dal 2015, dal 2022 e dal 2024, con uno scarto di +2,1°C rispetto alla media climatica di riferimento 1991-2020. Il bimestre giugno-luglio nel suo complesso risulta il secondo più caldo mai registrato, superato soltanto dal 2022.

Le temperature più elevate si sono concentrate sul Veneto interno, in particolare sulla pianura occidentale, attorno alla Laguna di Venezia e sul delta del Po: Chioggia centro e Verona Santa Caterina hanno condiviso il primato mensile con 27,2°C di media. Le anomalie più marcate, invece, hanno interessato le Prealpi occidentali.

Sul fronte delle precipitazioni, il mese chiude con un deficit regionale del 9% rispetto alla norma, ma la fotografia cambia radicalmente scendendo a scala locale: mentre l'alta pianura e la costa settentrionale — con Nogarolo di Tarzo, Vittorio Veneto e Bibione sotto i 30 mm cumulati — hanno vissuto un mese quasi da deserto, la pianura meridionale ha registrato un surplus fino al 20%, con punte come Villadose, dove sono caduti 123 mm, oltre il doppio della media storica.

Il mese si è aperto nel segno dell'instabilità, con un fronte atlantico che ha posto fine alla lunghissima ondata di calore della seconda metà di giugno. La tregua, tuttavia, è durata poco: dal 7 al 16 luglio una nuova ondata ha investito la regione, caratterizzata da una spiccata "mobilità" territoriale, colpendo a rotazione le Prealpi vicentine, il Veronese e le Dolomiti settentrionali, generalmente per non più di 3-4 giorni consecutivi per singola stazione.

Ancora più rilevante, dal punto di vista dell'impatto sulla popolazione, è stata l'ondata di forte disagio fisico registrata tra l'8 e il 18 luglio, calcolata attraverso l'indice Humidex (che combina temperatura e umidità relativa). Con una durata media di 11 giorni — fino a 13 sulla costa centro-meridionale — e valori che hanno toccato punte superiori ai 47°C a Porto Tolle, l'evento si posiziona al sesto posto tra i più lunghi ed estesi mai registrati in Veneto.

Negli ultimissimi giorni del mese, tra il 29 e il 30 luglio, è scattata una terza e più intensa ondata di calore, tuttora in corso al momento della chiusura del bollettino, che ha portato a
un'autentica raffica di record: 45 nuovi primati decadali per le temperature massime, con punte di 39,2°C a Castelfranco Veneto e Trebaseleghe (nuovo record assoluto per quest'ultima località) e 38,9°C a Cittadella.

Anche sul fronte del disagio notturno il mese si distingue: con una media di 15 notti tropicali (temperatura minima sopra i 20°C) in pianura, luglio 2026 è terzo nella classifica storica, dietro solo a 2024 e 2015. ARPAV sottolinea come, rispetto agli anni '90 — quando se ne contavano in media appena 3 — il fenomeno si sia più che quadruplicato, con Chioggia centro e Venezia Cavanis che hanno vissuto praticamente un mese intero senza sollievo notturno.

Le conseguenze del caldo prolungato si sono fatte sentire anche in quota: sulle Dolomiti il mese si è distinto per l'assenza pressoché totale di apporti nevosi ai ghiacciai — un'anomalia rispetto alla norma, che prevede in genere qualche nevicata anche a luglio — con un'accelerata fusione della neve residua invernale e un aggravamento del degrado del permafrost. Al sito di riferimento del Piz Boè, a 2.900 metri, lo strato attivo del permafrost ha raggiunto una profondità di oltre 7,4 metri, quasi 3 metri in più rispetto alla media 2011-2015.

Se la pianura meridionale ha beneficiato di precipitazioni superiori alla media, la situazione è opposta per le zone montane e pedemontane, dove l'indice SPEI (che integra precipitazioni ed evapotraspirazione) segnala un'accentuazione delle condizioni di siccità, tra il lieve e il moderato, con punte severe sia nel breve che nel medio-lungo periodo. Il bilancio idroclimatico regionale, del resto, risulta negativo su tutta la pianura e la fascia collinare, complice un'evapotraspirazione potenziale che a luglio ha superato i 150 mm medi in pianura.

Il quadro complessivo restituito da ARPAV descrive un'estate 2026 che, dopo l'ondata eccezionale di fine giugno, non ha concesso lunghe tregue al territorio veneto. Il progressivo rialzo termico degli ultimi giorni di luglio, con l'avvio della terza intensa ondata di calore stagionale, lascia presagire un mese di agosto ugualmente impegnativo dal punto di vista climatico e sanitario, in una regione dove il trend di riscaldamento degli ultimi trent'anni — quantificato da ARPAV in +0,85°C per decennio per le temperature medie di luglio — continua a manifestarsi con crescente evidenza.


“Spese per la gestione del verde pubblico, non costi ma investimento”: l’intervento del consigliere Argav Alessandro Bedin, presidente dell’Associazione Pubblici Giardini

Alessandro Bedin, consigliere Argav, in qualità di presidente dell'Associazione Pubblici Giardini, ha inviato una nota al Corriere del Veneto in risposta ad alcuni articoli pubblicati dal quotidiano sul problema delle isole di calore nelle città, nota che proponiamo anche ai lettori di Argav.


I due articoli proposti sul Corriere del Veneto sabato 1° agosto 2026, a firma di Silvia Madiotto e Stefano Bensa contengono contenuti condivisibili e non, e vorrei cercare in poche righe (con tutta la difficoltà del caso), di aggiungere qualche contenuto tecnico.

Dopo un inizio giusto dell'articolo di Silvia ”la spinta verde per raffreddare le città” mi ha fatto sobbalzare il solito adagio: “Il nodo dei costi”; perché, convinzione, luogo comune o pregiudizio di gran parte della popolazione è che la gestione del verde pubblico portino solamente a problemi e costi.

E’ vero, la Natura ci crea anche qualche problema, ma non sono nulla rispetto i grandi benefici che riceviamo. E' vero, per avere quantità importanti di verde pubblico e ben gestirlo servono tante risorse e di più di quelle dichiarate per la città di Verona (non affronto la questione per non allungare troppo l’intervento). Ma dobbiamo ragionare non solamente considerando i costi (che sono tanti e in aumento, se vogliamo avere più benessere sanitario), ma anche i benefici, cioè fare una analisi costi benefici (ACB), come indicato giustamente nell'articolo da Silvia Madiotto citando il consigliere delegato di Venezia Massimiliano De Martin.

Dovremmo farci anche qualche altra domanda come, per esempio, quanti sono i morti per eventi meteo estremi? I morti per colpi di calore in Italia nel 2025 sono stati 4957; quanto vale una vita umana? E quanto ammontano i costi dovuti a mareggiate, tornadi, allagamenti? (sono stati stimati in 43 miliardi, sempre riferiti al 2025).

Anziché parlare sempre di costi dovremmo declinarli in INVESTIMENTI perché studi scientifici hanno ampiamente dimostrato che ogni euro speso per la pianificazione, progettazione e gestione del verde pubblico comporta un ritorno ben maggiore. Investire nel verde pubblico non significa solamente garantire una maggiore infiltrazione delle acque (e quindi in minori problemi di alluvioni, esondazioni, ma anche garanzia di acqua in falda), trattenimento di inquinanti (come PM2,5 e PM10), mitigazione microclimatica, quindi meno morti per problemi cardiovascolari e colpi di calore, ma anche una maggiore attrattività turistica; banalmente anche più ossigeno (che non è scontato né banale).

Il "problema" è che la Natura ha tempi lunghi, che non sono i tempi dell'uomo moderno che vorrebbe tutto e subito. Se attuiamo interventi importanti e corretti oggi (Parchi, giardini, boschi, viali alberati, tetti verdi, pareti verdi, ecc....), avremo risultati tra i 10 e i 50 anni, perché un albero, è bene ricordarlo, per esprimere i massimi benefici ecosistemici che può produrre deve raggiungere l'età adulta che varia, in media, a 20, 30, 40 o 50 anni. Se invece vengono attuati interventi non pianificando, mal progettando la gestione sarà un disastro dopo pochi anni e con costi smisurati.

Altro aspetto da sfatare: gli alberi non devono essere potati. Se piantati nel posto giusto per ambiente e sviluppo (cioè ben progettando), hanno bisogno di un po' di aiuto nell'attecchimento eventualmente qualche potatura di rimonda periodica per togliere rami secchi, ma più le chiome sono intonse da insensate e scriteriate potature che li minano nella loro stabilità, più sono in grado di offrirci i grandi benefici ecosistemici di cui possiamo godere grazie a biomasse importanti (sono molto più efficienti alberi adulti con ampie e ben sviluppate chiome).

Un sacerdote padovano dell'800 (nel “Catechismo Agricolo ad uso dei Contadini” 1869), sollecitava i contadini veneti a non lesinare nell'acquisto di letame pensando di risparmiare, ma di spendere le giuste risorse perché concimando bene i campi avrebbero in seguito ottenuto maggiori raccolti. Anticipava ai posteri il concetto di investimento che ha bisogno di spese iniziali (che non sono, banalmente, solo costi).

Nel 2026 non abbiamo ancora imparato la lezione: “chi più spende, manco spende”, e questo concetto vale particolarmente per quanto riguarda la corretta pianificazione, progettazione e gestione del verde pubblico che tende ad essere ancora frenata “dall'incubo del costi” e dai problemi percepiti.



Emergenza idrica. Situazione critica per Adige e Albarella, stretta sui prelievi e sforzi sul fronte idroelettrico

«La situazione resta estremamente critica, con le criticità maggiori concentrate in questa fase sull’isola di Albarella e sul fiume Adige». A fare il punto è l'assessore regionale all'Ambiente, Elisa Venturini, tracciando un aggiornamento rispetto al quadro dei giorni scorsi.

Sul fronte fluviale, l'Adige continua a registrare dati fortemente negativi e a collassare, non arrivando cioè al livello minimo richiesto per il pompaggio dell'acqua. In particolare, la portata a Boara Pisani continua a rimanere ben sotto la quota necessaria e, per far fronte a questa criticità, la situazione viene attivamente aiutata attraverso l'acqua che arriva tramite il SAVEC.

Alla luce di questo aggravamento, la Regione è stata costretta a prevedere un'ulteriore e drastica stretta a tutti i prelievi di acqua dall'Adige. Inoltre, sarà necessario bloccare il prelievo di acqua dagli affluenti del Piave proprio per continuare a preservare la poca acqua che c'è in questo momento.

Per quanto riguarda il comparto idroelettrico, va riconosciuto e ringraziato lo sforzo compiuto dagli operatori; attualmente si sta infatti procedendo a scaricare l'acqua senza creare energia.

Nel frattempo, per tamponare l'emergenza potabile e non lasciare scoperte le aree in difficoltà, continua incessantemente l'azione del SAVEC (Sistema Acquedottistico del Veneto Centrale) tramite il prelievo dell'acqua dai pozzi di Camazzole, a Carmignano di Brenta (Padova) un'attività fondamentale per trasferire la risorsa verso i territori della Bassa Padovana e del Polesine.

«Siamo consci che tutti stanno facendo grandi sacrifici: i produttori di energia, gli operatori turistici ed anche gli agricoltori — conclude l'assessore Venturini —. Ma in questa fase è determinante fare il massimo per preservare la fornitura di acqua potabile ai cittadini».

Fonte: servizio stampa Regione Veneto