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Risorsa idrica in Veneto in grave crisi, sia a giugno (-15% di precipitazioni), sia nell’anno idrologico (-26%)

Il mese di giugno ha confermato un quadro di preoccupante attenzione per la disponibilità idrica regionale. Secondo i dati ARPAV raccolti nel bollettino ANBI Veneto, la situazione si fa sempre più complessa: sono caduti mediamente 85 mm di pioggia, con un deficit del 15% rispetto alla norma. Se i settori montani hanno beneficiato di rovesci più abbondanti, il basso Veneto e il Delta del Po sono rimasti pressoché a secco. Con questi dati, il deficit complessivo dell’anno idrologico (ottobre 2025 – giugno 2026) si attesta a un pesante -26%.

La temperatura media osservata sui distretti irrigui monitorati da CeSPII-LEB (il Centro di Sviluppo e Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua del Consorzio LEB) ha raggiunto i 25°C, con un’anomalia di +2.2°C rispetto alla media storica che classifica il periodo come il quarto mese più caldo dal 1991 a oggi. All'interno dei medesimi distretti, il valore medio delle precipitazioni è stato di appena 2 mm al giorno, con una distribuzione estremamente irregolare.

Scompaiono le riserve di neve, fiumi in sofferenza. Sulle Dolomiti si sono registrati picchi termici fino a +3°C sopra la norma; un caldo eccezionale che ha accelerato l’evapotraspirazione e l’esaurimento delle riserve nivali. La fusione precoce e quasi totale del manto nevoso residuo in quota ha privato il territorio di una delle sue principali riserve naturali estive. Senza l’apporto della neve, la pressione su corsi d’acqua, invasi e sistemi irrigui è aumentata drasticamente.
I principali fiumi veneti mostrano portate ben inferiori alle medie stagionali: lo scenario più critico si registra sul fiume Po, che segna un drammatico -70% al misuratore di Pontelagoscuro. Risultano in forte sofferenza anche l’Adige, con un -57% al misuratore di Boara Pisani, il Bacchiglione (-60% a Montegalda), il Brenta (-53% a Barziza) e il Livenza (-46% a Meduna di Livenza). La carenza non risparmia il sottosuolo, dove anche le falde idriche sotterranee restano generalmente al di sotto dei livelli medi del periodo, faticando a ricaricarsi per la mancanza di piogge stabili in pianura.

L’avanzata del cuneo salino nel Delta. Nei territori di valle e nel Delta del Po, la drastica riduzione dei deflussi d’acqua dolce sta favorendo la risalita del cuneo salino che, attualmente (dati dell'8 luglio), è penetrato fino a 20 km nell’entroterra.

Le proiezioni di CeSPII LEB per il mese di luglio. Nelle proiezioni di luglio del Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua istituito presso il Consorzio LEB, le mappe di anomalia delle precipitazioni evidenziano un deficit pluviometrico generalizzato. Si prevedono valori sotto la media su quasi tutto il comprensorio, con punte di forte scarsità nelle aree centro-orientali; solo un settore limitato lungo la fascia costiera mostra condizioni prossime alla norma.
L’evapotraspirazione colturale risulta diffusamente elevata rispetto ai valori medi stagionali su tutto il territorio, un segnale coerente con una fase termica più calda della norma. Il bilancio idrico climatico riflette questa combinazione: il deficit si presenta marcato e diffuso su quasi tutto il comprensorio, dove la scarsità di precipitazioni si somma a un’evapotraspirazione elevata.

Il commento di ANBI Veneto. «Le precipitazioni, pur presenti in alcune aree, non hanno compensato il deficit accumulato dall’inizio dell’anno idrologico, mentre le temperature elevate e le portate fluviali molto ridotte aumentano la pressione sul sistema irriguo», spiega Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «Viste anche le previsioni per luglio, particolare attenzione desta la situazione del Delta del Po e dei territori di valle, dove i bassi deflussi del Po e degli altri grandi fiumi favoriscono l’avanzata del cuneo salino e rendono sempre più delicata la gestione della risorsa". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto, evidenzia come i provvedimenti regionali e i modelli previsionali impongano un cambio di passo immediato: «Le preoccupazioni espresse dalla Regione del Veneto con l’ordinanza dello Stato di emergenza regionale, unitamente alle proiezioni per luglio, richiamano l’urgenza di accelerare sulla realizzazione del Piano Invasi e su tutte le opere necessarie a trattenere l’acqua sul territorio nei periodi più favorevoli. È il momento di superare definitivamente la logica dell’emergenza e fare della sicurezza idrica una priorità strutturale delle politiche regionali e nazionali, perché la disponibilità d’acqua rappresenta una condizione indispensabile per l’agricoltura, l’ambiente e lo sviluppo dei nostri territori».

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

Belluno. Possibile costruzione di una centrale idroelettrica sul torrente Vajont, assessore regionale alla Montagna Dario Bond: “No a convenienza economica, questione di valori, memoria e rispetto”

“Sul Vajont non possono esserci posizioni intermedie: non è una questione di convenienza economica, ma di valori, di memoria e di rispetto”. Così l’assessore regionale alla Montagna Dario Bond replica alle dichiarazioni del sindaco di Longarone Roberto Padrin, che, pur ribadendo la propria contrarietà al progetto di una centrale idroelettrica sul torrente Vajont, ha affermato che l’eventuale presenza di benefici per la comunità potrebbe essere oggetto di valutazione.
 
Bond premette di nutrire “grande stima” nei confronti di Padrin, ma precisa di non condividere l’impostazione espressa dal primo cittadino: “Su questioni come questa – osserva – non esistono vie di mezzo. Non si può pensare che eventuali compensazioni economiche possano modificare una posizione che riguarda un luogo simbolo come il Vajont”.
 
Per l’assessore, il tema va affrontato ben oltre il piano delle ricadute economiche: “Il Vajont rappresenta una linea invalicabile. È un luogo che richiama la memoria delle vittime della tragedia del 1963 e proprio per questo impone una scelta di principio. Non è una vicenda sulla quale si possa ragionare in termini di convenienza”.
 
Bond conclude mettendo in dubbio anche l’utilità concreta di eventuali benefici economici derivanti dall’opera: “Con tutta la stima che ho per il sindaco Padrin e la sua capacità amministrativa – afferma – e con un avanzo di amministrazione di 6 milioni di euro nelle casse del Comune, mi chiedo quale possa essere l’interesse per risorse aggiuntive che, a fronte della posta in gioco, sarebbero comunque marginali. Di fronte a ciò che rappresenta il Vajont, un eventuale ritorno economico non può essere l’elemento decisivo”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto
 

La ricerca e l’analisi. Ondate di calore in città mitigate da foreste urbane, infrastrutture verdi e buona gestione dell’acqua piovana. In questo modo, si riducono le morti di persone vulnerabili per eccesso da calore e si aumentano i benefici ambientali

Riceviamo dal geologo Giuseppe Pomerico e volentieri pubblichiamo la sua analisi tecnica realizzata a partire dallo studio Cnr-Iret/ UNY-ESF pubblicato su npj Urban Sustainability (1) e intitolata “Copertura arborea urbana e mitigazione delle ondate di calore: evidenze modellistiche su dieci città italiane e implicazioni per la pianificazione di bacino”.

L’intensificarsi della frequenza e della severità delle ondate di calore rappresenta, per i territori urbanizzati, un fattore di pericolosità climatica che si somma e in molti casi interagisce con le criticità idrogeologiche e idrauliche tradizionalmente oggetto di pianificazione di bacino. L’impermeabilizzazione dei suoli, la riduzione della capacità di infiltrazione e la contrazione delle superfici a vegetazione naturale non incidono infatti solo sul regime dei deflussi superficiali e sulla ricarica delle falde, ma condizionano direttamente il bilancio energetico urbano, amplificando l’effetto isola di calore (Urban Heat Island, UHI).

In questo quadro, un recente studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iret) condotto in collaborazione con il College of Environmental Science and Forestry della State University of New York (SUNY-ESF) fornisce elementi quantitativi utili a orientare le scelte di pianificazione forestale urbana come misura di adattamento, con ricadute dirette anche sulla gestione integrata della risorsa idrica e sulla mitigazione del rischio idrogeologico. Il team di ricerca — composto da Theodore Endreny, Marco Ciolfi, Anna Endreny, Francesca Chiocchini e Carlo Calfapietra — ha condotto un’analisi comparativa su un campione di dieci città italiane selezionate per eterogeneità dimensionale, morfologica e climatica: Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Firenze, Genova, Palermo, Roma, Torino e Verona. Lo scenario controfattuale adottato è quello della storica ondata di calore dell’estate 2003 (molto simile per durata ed intensità a quella del giugno 2026), assunta come evento di riferimento per la calibrazione degli impatti sanitari.

La stima delle dinamiche di raffrescamento urbano è stata effettuata mediante il modello i-Tree Cool Air, strumento che integra dati di temperatura e umidità dell’aria, uso e copertura del suolo, e distribuzione della vegetazione per simulare gli effetti combinati di ombreggiamento ed evapotraspirazione, quest’ultima intesa come processo di rilascio di vapore acqueo in atmosfera da parte della componente vegetale, con conseguente sottrazione di calore latente all’ambiente circostante. Il modello consente quindi di tradurre scenari di variazione della copertura arborea in variazioni di temperatura a scala di quartiere, propedeutiche alla stima dell’eccesso di mortalità nella popolazione anziana (età ≥ 65 anni), utilizzata come proxy (tipo di metrica utilizzata per misurare le prestazioni aziendali in assenza di dati diretti) di impatto sanitario.

Lo scenario simulato prevedeva il raggiungimento di una copertura arborea non inferiore al 30% in ciascun quartiere delle città analizzate. In tali condizioni, il modello stima una riduzione dell’ordine del 36% dell'eccesso di mortalità da calore nella fascia di popolazione più vulnerabile, rispetto allo scenario di base rilevato durante l’ondata del 2003. L’effetto di mitigazione risulta più marcato nei quartieri a maggiore densità edilizia e più elevato grado di impermeabilizzazione, laddove l'intensità dell’isola di calore urbana è massima e il potenziale di raffrescamento per unità di superficie arborea aggiuntiva è quindi più elevato.

Dal punto di vista idrogeologico, il dato più rilevante ai fini della pianificazione di bacino riguarda la dipendenza dell’efficacia del raffrescamento evapotraspirativo dalla disponibilità idrica nel suolo. Gli autori sottolineano come, in ambito mediterraneo — contesto climatico caratterizzato da regimi pluviometrici sempre più irregolari e da fenomeni siccitosi ricorrenti — l’incremento della copertura arborea non possa essere concepito come misura isolata, ma debba essere integrato con infrastrutture verdi (superfici permeabili, aree di infiltrazione, sistemi di bio-ritenzione) e con sistemi efficienti di gestione delle acque meteoriche, al fine di garantire la sopravvivenza e la funzionalità ecofisiologica degli apparati arborei senza indurre, per contro, un eccessivo incremento dell’umidità relativa in ambito urbano. Questo aspetto ha una ricaduta operativa diretta per le autorità di bacino distrettuali: la progettazione di piani di forestazione urbana su larga scala non può prescindere da una verifica di compatibilità con il bilancio idrico locale, con particolare riferimento a disponibilità della risorsa per l’irrigazione di soccorso nella fase di attecchimento, capacità di invaso e infiltrazione dei suoli di impianto, e coerenza con gli strumenti di pianificazione già vigenti (Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni, Piani di Bacino, Piani Urbani di Drenaggio Sostenibile).

Oltre alla mitigazione termica, lo studio quantifica una serie di co-benefici ambientali associati
all’incremento della copertura arborea urbana, di diretto interesse per la pianificazione idraulico-forestale integrata: riduzione dell'inquinamento atmosferico per intercettazione e deposizione del particolato sulla chioma; riduzione del deflusso superficiale (runoff) grazie all’aumento delle superfici permeabili e all’intercettazione fogliare della precipitazione, con conseguente effetto di laminazione dei picchi di piena a scala di sotto-bacino urbano; incremento del sequestro di carbonio atmosferico (CO₂); valore economico complessivo dei servizi ecosistemici stimato in circa 56.000 dollari statunitensi per anno e per chilometro quadrato di superficie forestata. Tali co-benefici, sebbene non oggetto primario dell'analisi, risultano coerenti con l’approccio delle Nature- based Solutions (NbS) già recepito in numerosi strumenti di pianificazione distrettuale per la riduzione del rischio idraulico, rafforzando la logica multi-obiettivo degli interventi di forestazione urbana.

Sul piano applicativo, gli autori evidenziano l’esigenza di sviluppare modelli a risoluzione più fine, in grado di identificare a scala di quartiere le aree prioritarie per l’impianto di nuova vegetazione arborea. Per i professionisti e gli enti coinvolti nella gestione del territorio, tale prospettiva suggerisce alcune linee di azione: integrare gli obiettivi di copertura arborea (soglia indicativa del 30%) nei quadri conoscitivi dei piani di bacino e nei piani urbanistici comunali, con priorità per i quartieri a maggiore densità di impermeabilizzazione e maggiore vulnerabilità sociale (popolazione anziana); condizionare la pianificazione forestale urbana a una verifica preventiva di sostenibilità idrica, in raccordo con i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni e con gli strumenti di gestione delle acque meteoriche; valutare la sinergia tra forestazione urbana e misure strutturali di invarianza idraulica, ai fini di una progettazione integrata che persegua contestualmente la riduzione del rischio da ondata di calore e la mitigazione del rischio idraulico; supportare l’aggiornamento dei modelli di riferimento (es. i-Tree Cool Air) con dati locali di dettaglio (uso del suolo, tipologia dei suoli, disponibilità idrica) per affinare le stime a scala di quartiere.

In conclusione. Lo studio Cnr-Iret / SUNY-ESF fornisce una base quantitativa robusta a supporto dell’inserimento della forestazione urbana tra le misure di adattamento climatico prioritarie per le città italiane, con una stima di riduzione dell’impatto sanitario delle ondate di calore nell'ordine del 36% al raggiungimento di una copertura arborea del 30%. Per i professionisti e gli enti tecnici operanti nel campo della difesa del suolo e della pianificazione di bacino, il dato di maggior rilievo risiede nella necessità di trattare la forestazione urbana non come intervento a sé stante, bensì come componente di un approccio integrato alla gestione della risorsa idrica e del rischio idrogeologico, in coerenza con i principi delle soluzioni basate sulla natura.


(1) Cnr — Consiglio Nazionale delle Ricerche, “Foreste urbane per ridurre l’impatto delle ondate di calore”. Studio di T. Endreny, M. Ciolfi, A. Endreny, F. Chiocchini, C. Calfapietra (Cnr-Iret; College of Environmental Science and Forestry, State University of New York), pubblicato su npj Urban Sustainability (Nature Partner Journals).

Al Museo di Storia Naturale, trent’anni di voli planati sopra Venezia e la sua Laguna attraverso la lettura degli Atlanti ornitologici

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). C’è un modo molto particolare di leggere il tempo: non attraverso i calendari, né attraverso le cronache politiche o economiche, ma osservando il volo degli uccelli. Guardando quali specie compaiono, quali scompaiono, quali cambiano abitudini, quali colonizzano nuovi territori. È un tempo più lento e insieme più profondo, che parla di clima, trasformazioni ambientali, urbanizzazione, agricoltura, inquinamento, conservazione della natura e persino del nostro modo di abitare il territorio. Sono questi i temi trattati da Emanuele Stival (ornitologo e presidente dell’Associazione Venezia Birdwatching) e Mauro Bon (responsabile Ricerca e Divulgazione Scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia) nel bellissimo volume “Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città metropolitana di Venezia (2019-2023)”, edito da Mare di Carta e presentato nei giorni scorsi al Museo veneziano di Storia Naturale.

Nel corso di una partecipata conferenza di presentazione, gli autori hanno spiegato innanzitutto quello che è stato il lavoro immenso necessario alla stesura di un Atlante di questo tipo. Un lavoro che ha coinvolto decine di studiosi, volontari, birdwatcher e appassionati che, per anni, hanno percorso lagune, campagne, aree industriali, argini, boschi urbani e periferie per raccogliere dati sugli uccelli presenti nel territorio veneziano. Dietro le mappe, i numeri, le tabelle e le foto che accompagnano ciascuna scheda delle quasi 300 pagine che compongono il volume si nasconde una straordinaria operazione collettiva di osservazione ambientale, ma soprattutto si cela qualcosa di fondamentale, ovvero la possibilità di comprendere come sta cambiando il nostro ecosistema.

Quando si parla di atlanti ornitologici (o biologici in generale) si rischia di immaginare semplicemente un elenco di specie. In realtà, si tratta di strumenti scientifici molto più complessi e preziosi che permettono di monitorare nel tempo la presenza, la distribuzione e l’abbondanza di specie animali in un determinato territorio. Questi lavori, spesso ciclopici, rappresentano una sorta di fotografia periodica della biodiversità presente in un'area, ma, a differenza di una fotografia statica, gli atlanti possono essere ripetuti e aggiornati anche a distanza di anni utilizzando gli stessi metodi di rilevazione che li rende comparabili nel tempo.
E' questo uno dei motivi per cui gli atlanti ornitologici detengono uno straordinario valore scientifico, presente anche nel lavoro di Stival e Bon che, con il contributo di 81 rilevatori, che hanno effettuato oltre 181.000 osservazioni, aggiorna le conoscenze sulla distribuzione e la consistenza dell’avifauna nel territorio metropolitano veneziano. Nello specifico, vengono confrontati i dati raccolti tra il 2019 e il 2023 con quelli dei trent’anni precedenti, offrendo una fotografia dello stato di conservazione delle specie e dei principali fattori di minaccia.

L’Atlante presenta la rilevazione di ben 135 specie nidificanti e 190 specie svernanti in un’area (l’ex provincia di Venezia, oggi città metropolitana) di grande rilevanza ecologica, evidenziando cambiamenti significativi nella distribuzione dell’avifauna. Confrontando i dati raccolti a dieci, venti o trent’anni di distanza, è possibile capire se una specie è in aumento, in diminuzione oppure stabile. Si possono individuare espansioni di areale, cambiamenti migratori, trasformazioni comportamentali e persino effetti indiretti del cambiamento climatico.
Non si tratta di semplici curiosità naturalistiche, anzi, questi dati costituiscono la base scientifica utilizzata da importanti enti internazionali (come per esempio la IUCN - Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) che così possono definire lo stato di conservazione delle specie delle famose “liste rosse” che classificano gli animali in base al rischio di estinzione.Senza questi dati raccolti con meticolosità sul territorio, nessuna politica seria di conservazione sarebbe possibile. Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti messi in luce dagli autori: gli atlanti faunistici/ornitologici non sono il punto di arrivo della ricerca, ma il punto di partenza perché rappresentano il terreno su cui costruire studi ecologici più approfonditi, strategie di tutela, piani di gestione ambientale e interventi di conservazione.

Spesso, parlando di biodiversità veneziana, l’immaginario collettivo si concentra esclusivamente sulla Laguna, ed è comprensibile perché si tratta di uno degli ecosistemi umidi più importanti d’Europa, un ambiente straordinario per la presenza di uccelli acquatici migratori e svernanti. L'Atlante di Stival e Bon si spinge però ben oltre la sola Laguna, coprendo infatti l’intero territorio della città metropolitana di Venezia con le sue campagne, aree agricole, fiumi, zone industriali, aree urbane, boschi residuali, litorali, aree di bonifica e piccoli habitat diffusi. È questo un aspetto cruciale dato che gli uccelli non conoscono i confini amministrativi e spesso le specie più interessanti utilizzano habitat molto diversi tra loro durante le varie stagioni dell’anno. Le aree agricole attorno alla Laguna, ad esempio, possono diventare fondamentali per molte specie svernanti. Le campagne ospitano rapaci, passeriformi e ardeidi (come gli aironi). Le aree industriali dismesse possono trasformarsi in ambienti sorprendenti per alcune specie opportuniste. Persino i centri urbani stanno diventando ecosistemi sempre più importanti. Guardare soltanto la Laguna significherebbe dunque perdere una parte importante della complessità ecologica del territorio veneziano.

Un altro elemento interessante emerso durante l'a conferenza'incontro riguarda la scelta metodologica di non escludere nessuna specie rilevata. Nel volume sono state inserite tutte le specie osservate, sia nidificanti che svernanti. Questa completezza è fondamentale perché anche presenze apparentemente marginali possono diventare importanti nel lungo periodo. Una specie rara oggi potrebbe diventare comune domani. Una presenza occasionale può rappresentare il primo segnale di una futura colonizzazione. Al contrario, una specie abbondante potrebbe iniziare un lento declino quasi invisibile, a conferma che la biodiversità non è mai statica. Ecco perché la raccolta sistematica dei dati assume un grande valore, consentendo agli studiosi ma anche agli amministratori locali di intercettare trasformazioni che, senza monitoraggi costanti, passerebbero inosservate fino a diventare irreversibili.

Ma quali sono stati i cambiamenti osservati negli ultimi trent’anni nel territorio veneziano? Le trasformazioni sono state tante e impressionanti. Alcune specie sono aumentate enormemente, altre sono diminuite, alcune hanno cambiato comportamento, altre ancora hanno modificato il proprio areale di distribuzione. E molti di questi cambiamenti sono avvenuti in tempi relativamente rapidi. Di tutto questo ne parlano ampiamente gli Autori nella pagine dell'Atlante. Vediamo qualche esempio. Negli anni Ottanta il cormorano era considerato raro nel territorio veneziano. Oggi è una presenza molto comune comune. Questo incremento non riguarda solo l'areale veneziano, ma gran parte dell’Europa. Il recupero della specie è stato favorito da politiche di protezione, dalla diminuzione della persecuzione diretta e da cambiamenti ambientali che ne hanno favorito l’espansione. Il cormorano rappresenta un caso emblematico di come una specie possa recuperare rapidamente quando vengono ridotte le pressioni umane. Ma non tutto è oro quel che luccica. La diffusione del cormorano è al centro anche di tante controversie, a partire dai conflitti generati con il mondo della pesca (in particolari delle valli da pesca, vista la quantità di pesce consumata quotidianamente da questi uccelli), a dimostrazione di quanto la conservazione della biodiversità richieda spesso mediazione tra interessi diversi.

Quello dei fenicotteri é forse il caso più spettacolare. Negli anni Novanta del secolo scorso, praticamente non esistevano fenicotteri nella Laguna veneziana, oggi si contano decine di migliaia di individui. Vedere grandi gruppi di fenicotteri nelle barene e nelle acque lagunari è diventato quasi normale, ma si tratta in realtà di una trasformazione recentissima, considerata uno dei fenomeni più evidenti dell’avifauna italiana contemporanea. Le ragioni di questo incremento sono molteplici: protezione degli habitat umidi, aumento delle aree favorevoli, cambiamenti climatici, dinamiche migratorie mutate, ma il punto più importante è dato dal paesaggio sonoro e visivo della Laguna che è cambiato radicalmente in pochissimi decenni. Infatti, chi osservava questi luoghi trent’anni fa vedeva una Laguna molto diversa.

Tra le tantissime specie citate dagli autori vi è il guardabuoi, un airone bianco spesso confuso con la garzetta. Negli anni Novanta era considerato rarissimo in Italia, oggi è diventato comune. È questa una specie interessante perché mostra chiaramente come il cambiamento climatico possa favorire l’espansione di specie originariamente più legate ad aree tropicali o subtropicali. Il guardabuoi racconta anche un’altra storia: quella della straordinaria adattabilità degli uccelli. A differenza della garzetta, molto legata alle zone umide, il guardabuoi frequenta spesso campi agricoli, prati e pascoli. È una specie opportunista, capace di sfruttare habitat diversi e modificati dall’uomo. In un certo senso, è una delle specie simbolo dell’Antropocene, ovvero un animale che riesce a prosperare dentro i paesaggi trasformati dall’attività umana.

Un altro caso emblematico è quello del colombaccio. Negli anni Ottanta del secolo scorso era una specie schiva, osservabile quasi esclusivamente in alcune aree boschive durante l’inverno. Oggi è diventato un abitante stabile delle città. Chi vive a Venezia, Mestre, Marghera o nei comuni limitrofi conosce bene la presenza quotidiana dei colombacci nei parchi urbani, nei viali alberati e nei giardini pubblici. Il suo cambiamento però non è solo geografico ma anche comportamentale. Il colombaccio è diventato infatti molto più confidente nei confronti dell’uomo, un fenomeno questo osservabile in molte specie urbane, perché gli animali modificano progressivamente la distanza di fuga, cambiano abitudini alimentari, imparano a sfruttare nuove risorse. In altre parole, le città stanno diventando ecosistemi evolutivi e gli uccelli sono tra gli animali che meglio riescono ad adattarsi a queste nuove condizioni.

Non tutte le specie stanno aumentando; molte sono diminuite drasticamente di consistenza e alcune sono quasi scomparse. Si tratta di una dinamica non solo locale ma generale che interessa tutta l'Europa, visto che numerosi uccelli legati agli ambienti agricoli sono in forte declino in tanti Paesi dell'UE. L’agricoltura intensiva, l’uso di pesticidi, la scomparsa di siepi e zone umide, l’urbanizzazione diffusa e il consumo di suolo hanno impoverito enormemente gli habitat. Di conseguenza, alcune specie soffrono particolarmente, al contrario, altre specie opportuniste e generaliste aumentano. È un processo che produce una biodiversità apparentemente ancora ricca, ma in realtà più omogenea e meno complessa.

Dietro ogni atlante c’è un’enorme quantità di lavoro offerto dai volontari, ed è forse questo uno degli aspetti più emozionanti emersi nel corso della conferenza. Decine, anzi centinaia di persone hanno dedicato anni del proprio tempo libero alla raccolta dei dati. Uscite all’alba, giornate intere nei campi, monitoraggi invernali, osservazioni nei canali industriali, censimenti nelle aree agricole più remote. Tutto questo fatto solo per passione e senza alcuna remunerazione. È questa una dinamica che riguarda tutti i progetti volontari, che racconta anche quanto sia preziosa la presenza di persone capaci di coordinare, motivare e organizzare.

Gli autori, in particolare Emanuele Stival, in qualità di presidente di Venezia Birdwatching, ha spiegato qual è il rapporto tra l'osservazione degli uccelli e la fotografia naturalistica. Negli ultimi anni, questo tipo di fotografia ha conosciuto una crescita enorme: social network, teleobiettivi sempre più accessibili e la facilità di diffusione delle immagini hanno trasformato profondamente il modo di vivere l’osservazione naturalistica. “Prima della macchina fotografica – ricorda Stival - l'appassionato osservatore-fotografo deve dotarsi di binocolo, che resta lo strumento fondamentale. Limitarsi alla macchina fotografica riduce spesso la capacità di osservazione, perché molte specie, soprattutto i piccoli passeriformi, richiedono rapidità, attenzione ai movimenti e capacità di lettura dell’ambiente. La fotografia è preziosa per documentare le osservazioni e identificare le specie, ma non può sostituire completamente l’osservazione diretta”. È questa una riflessione molto interessante e la domanda sorge spontanea: stiamo osservando gli animali o stiamo solo cercando di produrre immagini? La differenza non è banale.

Manca acqua in Veneto. Stefani dichiara lo Stato di Emergenza Regionale. In un anno persi 2,4 miliardi di metri cubi

Il Presidente della Regione, Alberto Stefani, ha firmato un’Ordinanza con la quale viene dichiarato lo Stato di Emergenza Regionale su tutto il territorio veneto, a seguito delle anomale condizioni idrologiche e idrauliche riscontrate, in particolare nel territorio del Distretto del fiume Po, e del rischio di risalita del cuneo salino.
 
La decisione è stata assunta alla luce della verificata presenza di deficit di precipitazioni in particolare a partire da marzo (-21%), peggiorato in aprile e ancora sotto media storica a maggio. Al 31 maggio 2026, l’intero anno idrologico ha presentato un deficit di -28%, pari a quasi 2,4 miliardi di metri cubi di acqua mancanti. La risorsa determinata dalla neve si è peraltro esaurita precocemente per le alte temperature di aprile e maggio e le portate dei maggiori fiumi veneti risultano sensibilmente e costantemente inferiori alle medie storiche (Piave e Brenta -23%; Po
- 23%; Adige -21%). In sensibile discesa è anche il livello del Lago di Garda.

Nell’Ordinanza, Stefani individua anche alcune azioni necessarie a fronteggiare la situazione e prevede di raccomandare alle strutture regionali competenti di adottare una strategia per l’uso più parsimonioso e sostenibile delle risorse idriche nel proprio territorio evitando tutti gli sprechi possibili e, con particolare riguardo al bacino del fiume Adige, di adottare ogni misura necessaria al fine di limitare l’utilizzo della risorsa idrica e a garantire la portata minima fluente di 80 mc/s a Boara Pisani.

Raccomanda ai Consorzi irrigui di tutto il Veneto di attivare campagne di sensibilizzazione per l’uso accorto della risorsa idrica, orientato al soddisfacimento dei reali fabbisogni irrigui delle colture anche tramite il ricorso di strumenti di consiglio irriguo per supportare le aziende agricole nella individuazione del preciso momento di intervento irriguo e nella valutazione del volume di adacquata; finalizzare l’attività di sensibilizzazione a rendere gli operatori agricoli consapevoli del possibile rischio di aggravamento dei problemi di carenza idrica nei periodi di più intensa attività irrigua (tradizionalmente nei mesi di luglio ed agosto), nel caso in cui, a fronte del graduale esaurirsi delle risorse accumulate nei serbatoi dell’area montana, non si verificassero significative precipitazioni meteoriche; attivarsi per la predisposizione dei «piani di siccità» costituenti misure del Piano di gestione delle acque, dandone sollecita comunicazione alla scrivente Regione dall’Osservatorio Permanente territorialmente competente.
 
Raccomanda ai gestori degli invasi idroelettrici dell’area montana di orientare la gestione degli invasi idroelettrici in modo da preservare, compatibilmente con le esigenze di produzione idroelettrica, l’accumulo di risorsa idrica, per consentire l’eventuale integrazione dei deflussi naturali che dovesse rendersi necessaria nel prosieguo della stagione irrigua, a fronte del perdurare delle condizioni siccitose; agevolare lo scambio di informazioni con i consorzi irrigui di pianura e con i gestori del servizio idrico integrato, relativamente alle portate complessivamente esitate a valle degli invasi già oggetto di pubblicazione da parte delle Regioni e delle Province autonome; sono in ogni caso fatti salvi gli obblighi di rilascio del deflusso minimo vitale ovvero del deflusso ecologico a valle dei paramenti.
 
Raccomanda agli Enti d’Ambito e ai gestori del Servizio idrico integrato di promuovere azioni di sensibilizzazione per la razionale gestione della risorsa idropotabile, rinviando possibilmente le operazioni di manutenzione delle reti e degli impianti che comportino lo sperpero di risorsa idrica, fatte salve le operazioni eventualmente necessarie per motivi di igiene pubblica;
comunicare ai Comuni interessati l’attuale stato di carenza idrica, fornendo indicazioni sull’eventuale applicazione di misure di contingentamento e limitazione della risorsa idrica fornita dal servizio idrico integrato, con particolare riguardo ai seguenti usi:irrigazione e annaffiatura di orti, giardini, aree verdi e prati; lavaggio di aree cortilizie e piazzali; lavaggio privato di veicoli a motore; riempimento di piscine, fontane ornamentali, vasche da giardino; in generale per gli usi diversi da quello alimentare domestico e per l’igiene personale.
 
Raccomanda ad ANCI Veneto di comunicare ai Comuni del Veneto di attivare campagne di sensibilizzazione per l’uso accorto della risorsa idrica con particolare riguardo a quella derivante da auto-approvvigionamento da pozzo per uso domestico; verificare la possibilità di procedere alla temporanea sospensione dei prelievi da falde per gli usi non prioritari, con particolare riguardo all’utilizzo ornamentale senza specifico impiego (fontane a getto continuo).

Raccomanda alle strutture regionali competenti di: avviare quanto prima, un tavolo di lavoro al fine di aggiornare il censimento dei pozzi domestici e delle loro caratteristiche, anche allo scopo di verificare l’applicazione della disciplina prevista dal Piano di Tutela delle Acque.
 
Raccomanda all’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po di richiedere una convocazione urgente dell’Osservatorio Permanente sugli utilizzi idrici del Distretto idrografico del fiume Po al fine di rivalutare il grado di severità idrica attuale e le ulteriori misure da attuarsi per il contenimento della crisi idrica in parola.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto
 
 

Crisi della plastica riciclata. Dal tavolo di lavoro regionale emerge la necessità di interventi immediati e di rilancio della filiera

“Quello di oggi è stato un momento di confronto estremamente importante, che ha confermato la validità del metodo di lavoro scelto dalla Regione del Veneto: mettere attorno allo stesso tavolo tutti gli attori della filiera per affrontare insieme una problematica complessa, ascoltando le esigenze di ciascuno e costruendo soluzioni condivise”. A dichiararlo è l'assessore regionale all'Ambiente, Clima, Parchi e Protezione Civile, Elisa Venturini, al termine dell'incontro, avvenuto lo scorso 1 luglio, dedicato alla crisi della filiera della plastica riciclata, e al quale hanno preso parte gestori degli impianti, aziende della trasformazione, utilizzatori finali del materiale, rappresentanti di COREPLA.

“Oggi i centri di selezione della plastica stanno attraversando una fase di forte difficoltà nell'assorbire i quantitativi provenienti dalla raccolta differenziata, con il conseguente rischio di saturazione degli impianti. Era quindi necessario creare un luogo di confronto dove individuare insieme le soluzioni più efficaci”, ha aggiunto l'assessore.

Dal confronto è emersa una doppia linea d'azione. “Nell'immediato – ha spiegato l'assessore – lavoreremo per evitare qualsiasi interruzione della raccolta differenziata. La soluzione individuata consiste nell'aumentare la capacità di stoccaggio della plastica ritirata dagli impianti ma oggi non collocabile sul mercato, consentendo la realizzazione di depositi dedicati e temporanei, dotati di tutti i necessari requisiti di sicurezza. In questo modo sarà possibile continuare a ricevere il materiale raccolto dai cittadini, evitando il blocco della filiera in attesa che il mercato torni ad assorbire questi quantitativi”.

Accanto agli interventi urgenti, la Regione avvierà un percorso di confronto strutturato.“Nelle prossime settimane organizzeremo una serie di incontri bilaterali con i diversi soggetti della filiera – gestori degli impianti, aziende della trasformazione, utilizzatori finali, COREPLA e tutti gli altri interlocutori – per approfondire nel dettaglio le esigenze e le criticità di ciascun comparto. L'obiettivo sarà sviluppare tutte le possibili opportunità di valorizzazione della plastica, sia attraverso il recupero di materia sia attraverso il recupero energetico, favorendo accordi territoriali che consentano di rafforzare gli sbocchi industriali presenti in Veneto e di mantenere sul territorio il maggior valore possibile della materia riciclata. Successivamente riporteremo tutte le proposte in un nuovo tavolo comune, affinché le soluzioni possano essere condivise e costruite insieme”.

Nel corso della riunione sono inoltre emerse alcune richieste che richiedono interventi normativi di competenza nazionale. “Diversi operatori hanno evidenziato la necessità di modifiche legislative e regolatorie, oltre all'introduzione di strumenti di incentivazione fiscale che favoriscano le imprese che utilizzano plastica riciclata e creino nuovi sbocchi di mercato per questi materiali. Su questi temi la Regione del Veneto farà la propria parte, portando le osservazioni emerse oggi all'attenzione del Governo e confrontandosi con le altre Regioni per individuare risposte di carattere nazionale”.

L'Assessore ha ribadito infine un principio che la Regione considera irrinunciabile.“Su una cosa dobbiamo essere estremamente chiari: il Veneto non intende fare alcun passo indietro sulla raccolta differenziata. La situazione che stiamo gestendo la affrontiamo per primi perché il nostro territorio rappresenta un'eccellenza nazionale, grazie all'impegno quotidiano dei cittadini e degli enti locali nel differenziare correttamente i rifiuti. Questo patrimonio di sensibilità ambientale non deve essere disperso, ma anzi rafforzato e valorizzato. Tutta l'azione della Regione sarà orientata a trovare soluzioni che consentano di raccogliere, recuperare e riciclare sempre di più e sempre meglio. La tutela dell'ambiente passa anche da qui e su questo non arretreremo. La raccolta differenziata è uno dei pilastri della politica ambientale del Veneto e continueremo a sostenerla con convinzione, trasformando questa emergenza in un'opportunità per rendere ancora più forte e resiliente l'intera filiera del riciclo”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

3 luglio, al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova) il corso di formazione giornalisti “Colli Euganei: comunicare la bellezza, documentare l’abbandono”


Venerdì 3 luglio, dalle 18.30 alle 20.30, si svolgerà al circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova) il corso di formazione giornalisti proposto da Org Veneto in collaborazione con Argav dal tema: “Colli Euganei, comunicazione la bellezza, documentare l'abbandono” (2 crediti).

Il 24 novembre 1971 veniva approvata la legge 1097/71 “Romanato-Fracanzani” che salvò dalla distruzione i Colli Euganei e che fece scuola per la successiva legislazione di tutela ambientale italiana ed europea. Fu anche efficace esempio d’informazione ambientale e aiutò ad estenderne la consapevolezza. Le sfide per la sostenibilità dello sviluppo oggi continuano su fronti più ampi e complessi trovando in chi fa informazione, ora come allora, la fonte di dati oggettivi e la testimonianza di lungimiranti politiche orientate al pubblico interesse. Il corso utilizzerà il contesto euganeo come area campione della narrativa ambientale.

Relatori. Renato Malaman, giornalista socio Argav, intervento "“Come raccontare i luoghi e le esperienze di viaggio”; Toni Mazzetti, naturalista, divulgatore e scrittore, esperto dei Colli Euganei, intervento "La narrazione sulla tutela ambientale dalla Legge di salvaguardia ad oggi”; Gianni Sandon, rappresentante del Coordinamento dei Comitati per la Difesa dei Colli Euganei, intervento "La narrazione sulla tutela ambientale dalla Legge di salvaguardia ad oggi”; Efrem Tassinato, giornalista socio Argav, presidente e direttore rdi “Wigwam News”, intervento "Comunicare il rispetto dell’ambiente attraverso i giovani: l’esempio del Premio Wigwam Stampa Italiana – Giovani comunicatori per Comunità resilenti". A coordinare l'incontro sarà Fabrizio Stelluto, giornalista, presidente Argav.

Per il “secondo tempo” ci collegheremo con Marica Furini, dottoressa in Scienze Ambientali
che illustrerà gli interventi agroambientali e i risultati del progetto collettivo Con.Adi.Po.  
coordinato dal Consorzio di bonifica Adige Po (Rovigo).
 
Ad accompagnarci verso il conclusivo momento conviviale, grazie alla disponibilità dell’Associazione dei Circoli Wigwam, sarà quindi la presentazione e degustazione dei vini della cantina Corteros  di Piove di Sacco, introdotta dalla giornalista Giorgia Gay, socia Argav.


I lupi fanno i lupi, e gli umani?

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(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). Gridare al lupo non aiuta la verità, per il semplice fatto che il lupo fa il lupo. Casomai, spetta all'uomo sforzarsi di comprenderne il comportamento, visto che negli ultimi due decenni il lupo “si è permesso” di tornare a frequentare alcuni territori del nostro Paese che in passato aveva sempre abitato, ma che - secondo il modo di pensare degli umani - avrebbe dovuto evitare in quanto una convivenza “uomo-lupo” oggi non è più possibile.

Su questo tema, in molti Paesi europei e anche nel Veneto, negli ultimi anni si sono aperte discussioni infinite che hanno visto confrontarsi le tante parti chiamate in causa (amministrazioni nazionali e locali, associazioni animaliste, allevatori, biologi, giornalisti, ecc.), ma che fin qui poco hanno chiarito, complice anche un'azione di informazione e divulgazione spesso confusa e distorta.

Attorno a questi interessanti argomenti si è sviluppato un corso di formazione per giornalisti svoltosi ad Arzerello di Piove di Sacco (Pd),nel Circolo di Campagna Wigwam, organizzato da Wigwam e Argav in collaborazione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti. All'evento sono intervenuti due relatori d'eccezione: la biologa della conservazione Paola Peresin (autrice, tra l'altro, di “Bestiario – Piccolo dizionario per grandi bioequivoci” e il più recente “Il viaggio di Slavc – Errori, bugie, falsi miti e leggende sul lupo”); e il biologo esperto in grandi carnivori Renato Semenzato, abituale ospite della trasmissione di Rai3 Geo sui temi della fauna selvatica.

Cosa significa per il lupo fare il lupo? Per capirlo è sufficiente conoscere quello che è stato lo straordinario viaggio di Slavc (si pronuncia Slauz), un giovane lupo radiocollarato sulle Alpi Dinariche (in Slovenia) nel 2011 che, l'anno seguente, lasciato il branco di origine (la naturale “dispersione” che spinge i soggetti di 1-2 anni a cercare un nuovo territorio e un partner), percorse ben 1.176 chilometri in tre mesi, attraversando un pezzo di Slovenia, Austria e Italia, fermandosi sui monti della Lessinia, in provincia di Verona, dove il lupo mancava da oltre 130 anni.

Come scrive Peresin nel suo libro “Il viaggio di Slavc”: “…..attraversando il confine di tre Stati, Slavc non sta semplicemente cambiando territorio geografico, ma entrando in un universo culturale stratificato da millenni di trasformazioni simboliche, normative, amministrative. Ogni sua impronta sui sentieri alpini riattiva echi di narrazioni ancestrali, ogni predazione documentata riaccende conflitti che affondano le radici in concezioni diverse della natura, della zoologia, della coesistenza”.

In altre parole, Slavc ha semplicemente fatto il lupo, e la biologia, altrettanto semplicemente, ha seguito il suo corso naturale, vale a dire: al momento opportuno il giovane lupo ha lasciato il suo branco d'origine; ha girovagato tra mille pericoli, attraversando nel suo lungo cammino strade e autostrade; ha cacciato e predato quello che gli serviva per sfamarsi; si è fermato quando ha incontrato quella che presto sarebbe diventata la sua partner (e nel veronese il nome affibbiato a questa giovane lupa non poteva che essere Giulietta), una femmina di origine appenninica che aveva raggiunto la Lessinia anch'essa per naturale dispersione. Slavc, il lupo sloveno migrato in Italia, e la sua compagna Giulietta, nel corso di dieci anni (fino al 2022) hanno generato almeno 42 cuccioli, divenendo per alcuni “autentici eroi della natura selvaggia che riconquista i suoi diritti”, e per altri “una minaccia per la civiltà, l'avanguardia di un'invasione che avrebbe messo a rischio la sicurezza delle comunità rurali”.

Non volere il lupo nei paraggi delle malghe alpine dove d'estate si pratica l'allevamento è più che legittimo, ma sorprendersi che questo splendido animale sia tornato ad abitare le nostre montagne è poco plausibile. Non solo. Siccome il lupo fa il lupo e considerato che da animale molto adattabile e resistente quale è riesce a percorrere anche oltre 50 chilometri in una notte, è più che naturale che siano sempre più frequenti le segnalazioni di avvistamenti di lupi in dispersione o di micro branchi anche in pianura (recenti avvistamenti sono stati segnalati nel Veneziano, nel Bbassanese, sui Colli Euganei, sui Monti Berici, nelle golene del Po), dove non mancano le prede da cacciare, a partire dalle nutrie e i cinghiali, responsabili rispettivamente dei ben noti danni alle arginature dei corsi d'acqua e alle colture.

Educare alla selvaticità
. Saper gestire la complessità dei sistemi socio-economici in rapido mutamento, dovuti per esempio ai cambiamenti climatici in corso, ma anche a fenomeni specifici e circoscritti come quelli di cui abbiamo fatto cenno in questo articolo, rappresenta per chi amministra il territorio una grande responsabilità. La presenza dei grandi carnivori (quindi non solo lupi ma anche orsi) nei territori antropizzati dev'essere gestita attraverso la conoscenza scientifica, la formazione e una corretta informazione, proprio per cercare di ridurre al minimo le conflittualità, considerato che nella società della conoscenza, una comunicazione scientifica efficace ed efficiente rappresenta un dovere civico.
La fauna selvatica, che ovviamente comprende anche i grandi carnivori, è stata ormai inglobata in un territorio in rapida e continua trasformazione. Appare pertanto inevitabile dover imparare a conviverci mettendo in campo tutte quelle misure capaci di salvaguardare gli interessi della collettività nel rispetto della fauna selvatica. Per fare questo si deve operare delle scelte oggettive basate sulle evidenze scientifiche, ovvero su quel concetto il cui principio fondamentale è dato dal fatto che tutte le decisioni riguardanti la gestione della fauna selvatica dovrebbero essere prese sulla base di studi fondati sulla ricerca scientifica, selezionati e interpretati secondo criteri ben definiti. Questo perché la presenza diffusa dei grandi predatori necessità appunto di conoscenza, pianificazione, azioni coordinate di prevenzione, di un'efficiente comunicazione e di concreti interventi sul campo.

L’andamento idro-meteorologico di maggio, mese caldo e secco. Il sollievo dalle piogge dei primi di giugno non colmeranno il deficit idrico

Al netto dei gravi danni generati su alcuni territori da grandine, trombe d’aria e nubifragi, la piovosità e le temperature fresche che stanno caratterizzando la prima metà di giugno consentono di tirare un parziale sospiro di sollievo in una primavera calda e poco piovosa.Il bollettino sulla disponibilità di risorsa idrica, redatto da ANBI Veneto in collaborazione con il Ce.Sp.I.I. del Consorzio LEB, fotografa una situazione complessa e un equilibrio tuttora fragile.

Secondo i dati Arpav, a incidere è l’eredità di un maggio secco, che ha registrato una media di precipitazioni regionali pari a circa 94 millimetri, segnando un deficit del 17% rispetto alla media storica e confermando un trend negativo che nell’anno idrologico si attesta al -28%.
Questa carenza si è riflettuta sullo stato dei corsi d’acqua. Spiccano infatti i dati relativi alle portate dei grandi fiumi, sensibilmente inferiori alle medie storiche mensili: -68% per l’Adige al misuratore di Boara Pisani, -64% per il Brenta a Barzizza, -55% per il Po a Pontelagoscuro.
Per quanto riguarda le falde, i livelli sono ancora ovunque sotto la media, pur lontani dai minimi del 2022. Bene i bacini montani su Piave, invasato al 91% e Brenta, invasato al 97%; nella media – secondo i dati dell’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali del 13 maggio – gli invasi dell’Adige, con il 36% dei volumi utili invasati.

Giugno in sintesi: previsioni e raccomandazioni. Le analisi del Ce.Sp.I.I. – Consorzio LEB per il mese in corso indicano un’inversione di tendenza rispetto a maggio, con una prima metà di giugno prevalentemente umida e fresca, e con temperature e precipitazioni che verso la fine del mese dovrebbero avvicinarsi ai valori medi del periodo. Le piogge sopra la media (specie nella pianura centrale) e la bassa evapotraspirazione ridurranno temporaneamente il fabbisogno irriguo, preservando le riserve idriche del suolo.Dal punto di vista operativo saranno necessarie prudenza e flessibilità: l’umidità nel terreno condiziona la portanza dei suoli e dunque il transito con mezzi pesanti, col relativo rischio di compattazione. La comparsa di una componente più calda dalla terza settimana impone un costante monitoraggio dell’umidità per adeguare tempestivamente le irrigazioni al ritorno del caldo estivo.

Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto: "Le previsioni per giugno confermano uno scenario nella media, ma su basi ancora deboli: il deficit primaverile continua a pesare e le precipitazioni, anche localmente intense, restano poco efficaci. Proprio all’avvio della stagione irrigua serve massima attenzione, con programmazione puntuale e uso efficiente dell’acqua per accompagnare le colture nelle prossime settimane". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto: "Il bollettino evidenzia un equilibrio ancora fragile: le piogge non hanno colmato il deficit accumulato e le riserve restano sotto pressione. Con la stagione irrigua che entra nel vivo, sarà decisiva una gestione attenta e coordinata della risorsa, perché bastano poche settimane senza precipitazioni per riaprire scenari di criticità".

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

Presentati da ANBI del Trentino-Alto Adige gli interventi prioritari per garantire la sicurezza idrica e la resilienza dei territori

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L’ANBI (Associazione Nazionale Consorzi Gestione e Tutela di Territorio e Acque Irrigue), a cui aderiscono il Consorzio Trentino di Bonifica e il COMIFO (Federazione Provinciale dei Consorzi Irrigui e di Miglioramento Fondiario), ha presentato a Roma nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, le progettualità contenute nel Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza del Settore Idrico (PNIISSI). 

Si tratta di 7 progetti che riguardano altrettanti comprensori produttivi relativi alla realizzazione di opere strategiche per il futuro dell’agricoltura trentina curati da ANBI ai quali si affianca un ottavo progetto proposto da Hydro Dolomiti Energia. L’ammontare complessivo degli interventi proposti supera i 200 milioni di euro di investimenti e riguardano sia nuovi invasi per il rafforzamento della disponibilità idrica, sia opere di modernizzazione ed ampliamento dei sistemi razionali di irrigazione.

Le progettualità presentate da Luigi Stefani, presidente ANBI del Trentino Alto Adige, riguardano in particolare:

1.Progetto per l’integrazione delle risorse idriche e adduzione principale antibrina a servizio dei Consorzi aderenti al Consorzio di Miglioramento Fondiario II grado Val di Non per un investimento di 106.586.800,00 euro.

2.Completamento dell’ammodernamento della condotta idropotabile e irrigua Val di Sole-Cles. Progetto a cura del Consorzio Acquario M.C. Cles per un importo di 19.561.945,58 euro.

3.Adeguamento infrastrutturale con opere di completamento per un’irrigazione innovativa e sostenibile a cura del CMF II grado Lagorai per un importo di 12.161.985,50 euro.

4.Adeguamento sistema irriguo consortile di Praolini Bagolè di Volano per la riduzione delle dispersioni idriche e l’aumento della resilienza dei sistemi idrici ai cambiamenti climatici a cura del Consorzio Trentino di Bonifica per un importo di 7.120.000 euro.

5.Progetto di condotta di adduzione dal lago di Molveno per la razionalizzazione dell’approvvigionamento idrico del CMF II grado Pedegazza nel comune di Vallelaghi per un investimento di 8.271.000 euro.

6. Ottimizzazione della gestione delle risorse idriche dei territori compresi nel comune amministrativo di Brentonico mediante la realizzazione di nuovi serbatoi di accumulo a scopo irriguo, potabile ed antincendio e di nuovi collegamenti idraulici al fine dello sfruttamento di due invasi a cielo aperto esistenti a cura del Consorzio Trentino di Bonifica per un valore di 15.300.000 euro.

7. Realizzazione di un bacino artificiale di riserva per la salvaguardia dell’irrigazione di soccorso delle aree agricole della Valle di Cembra nei periodi siccitosi proposto dal Consorzio di Miglioramento Fondiario Valle di Cembra per un importo di 7.800.000 euro.

Le progettualità presentate da ANBI del Trentino Alto Adige tramite il Presidente Luigi Stefani sono state condivise dell’assessorato provinciale all’Agricoltura il quale ha fissato i relativi criteri di priorità e di congruenza. A loro volta, le progettualità in oggetto sono state elaborate attraverso la fattiva collaborazione fra l’ANBI e gli enti territoriali competenti, le amministrazioni locali, le Organizzazioni dei Produttori e le rappresentanze di categoria in un clima di fattiva sinergia e condivisione.

A queste progettualità si affianca il progetto proposto da Hydro Dolomiti Energia srl riguardante l’impianto idroelettrico esistente del comune di Carzano in Valsugana che prevede l’adeguamento della capacità di accumulo di risorsa idrica in quota a beneficio dell’utilizzo plurimo irriguo e idroelettrico. L’investimento previsto è in questo caso di 25.034.000 euro.

Fonte: servizio stampa ANBI