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Po e Adige, fonti di cultura e di identità delle genti polesane

Delegazione ‘Navigatio’ di Santander, Spagna

(di Antonio Verni, giornalista socio Argav) Polesine come terra di mezzo fra Adige e Po, che i due fiumi, con le innumerevoli alluvioni, avvenute nel corso di tanti secoli, hanno modellato e formato. E grazie all’intervento umano, con il Taglio di Porto Viro, del 1604, si è persino creato l’attuale Delta del Po.

Di volta in volta le popolazioni hanno adottato diverse e nuove strategie di resilienza per far fronte ai cambiamenti e orientarsi negli scenari addivenienti, ricche di riscontri al Museo dei Grandi fiumi di Rovigo: dalle palafitte e dai villaggi dell’età del Bronzo, fino alle grandi opere di bonifica degli Etruschi, dei Romani, dei Benedettini e del Rinascimento. Acqua non soltanto come minaccia, ma come risorsa primaria, per il cibo e per i commerci, attorno alla quale organizzare la vita delle comunità, promuovere il culto, sviluppare le attività quotidiane. E’ quanto ha voluto mostrare il Gruppo remiero Adigetto, nato a Villanova del Ghebbo, ma con sede nella Conca fluviale di Canda, in località Vallalta, comune di Bagnolo Po, ai colleghi rematori della ‘Navigatio’ di Santander, in Spagna, intervenuti con una delegazione a questa giornata di promozione del Polesine.

A far da anfitrione al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, Raffaele Peretto, geomorfologo, poliedrica figura della cultura polesana, uno dei suoi padri fondatori e direttore fino al 2007. Il Museo ha sede nell’ex monastero Olivetano di San Bartolomeo. I monaci di Monte Oliveto Maggiore arrivarono nel 1475, per essere allontanati a seguito delle disposizioni napoleoniche nel 1810. Nel 1844 subentrò il Comune di Rovigo, che convertì il complesso in un centro di assistenza per anziani, fino al 1978. Con il trasferimento della Casa di riposo in una sede più consona, si decise di destinare la struttura ad attività museali. Nacque il Museo civico della civiltà in Polesine.

L’obiettivo originario era quello di raccogliere testimonianze archeologiche, etnografiche e naturalistiche provenienti dall’intera provincia. Si tirarono le somme e nel 2001 fu ufficialmente inaugurato il Museo dei Grandi Fiumi, volto, come si legge nella presentazione, “alla valorizzazione e divulgazione del patrimonio archeologico, etnografico, culturale e ambientale del territorio polesano”. Reperti che coprono circa 3.500 anni di storia polesana, dall’età del Bronzo al Rinascimento, provenienti da scavi e ritrovamenti dell’intera provincia.

Qual è il grande valore antropologico di questo museo? Risiede nella capacità di narrare attraverso le esposizioni ciò che gli archeologi hanno trovato nel sottosuolo, dedotto e intuito, in relazione a come l’uomo ha strutturato la società e ha modellato la propria cultura e la propria esistenza in un rapporto simbiotico con l’acqua del Po, dell’Adige e dei cento canali di collegamento, protagonisti di un ecosistema particolarmente instabile.

Chi entra nel museo si accinge a compiere un viaggio nell’antropologia culturale e sociale, camminando per oltre tre millenni. Grazie alla creatività di Gabbris Ferrari e dei suoi collaboratori, e dei padri fondatori, il visitatore, attraverso le “ambientazioni scenografiche, installazioni multimediali, diorami e plastici” rivive i principali periodi storici. Inoltre, “le riproduzioni lungo il percorso consentono di toccare, vivere e comprendere i reperti originali custoditi nelle vetrine. Le cinque sezioni presentano le conoscenze archeologiche sul Polesine dal secondo millennio a. C. all’età rinascimentale, anche attraverso continui rimandi alle coeve realtà insediative di aree limitrofe ed europee”.

Con particolare vezzo storico e personale, Raffaele Peretto ha ricordato che “dal VI secolo a. C. il Delta padano è soggetto a una articolata riorganizzazione territoriale ad opera degli Etruschi. Tale processo porterà all’affermarsi degli empori di Adria e di Spina e alla nascita di insediamenti diffusi principalmente lungo le vie d’acqua e terrestri, come a San Cassiano”. In relazione a questo ha fatto notare quanto gli archeologi apprezzino le foto aeree e che in quella esposta fosse stata ripresa anche la sua casa natale a San Cassiano.

Simbolo del museo sono uno stilizzato, immaginario volto di Fetonte sovrapposto al sole. Quel sole che rivestiva di colori ambrati le foci del Po intorno ad Adria al tramonto. Atria, la porta della valle del Po, se la si rapporta alla parola etrusca ‘atrium’. Giorno, luce, posta a levante, a oriente. Ecco, Adria era la città a oriente, verso il sole nascente, la più vicina al mare, la prima che vedevano i Greci quando arrivavano.

Dopo il Museo dei Grandi fiumi, il piccolo gruppo di rematori rodigini, insieme al presidente Eligio Garbo, di Giorgio Pavan, consigliere Argav e alla rappresentanza spagnola, si sono diretti in visita a una mostra micologica al Palazzo del Corpo di Guardia ed al Tempio della Beata Vergine del Soccorso, da tutti chiamata La Rotonda. Quindi, nel pomeriggio, hanno raggiunto Badia Polesine per ammirare il Teatro Sociale Eugenio Balzan e l’annessa Collezione Balzan: 49 dipinti di pittori italiani del XIX e del XX secolo. Poi qualche decina di minuti li hanno trascorsi all’Abbazia della Vangadizza, per comprenderne il valore storico, anche in relazione alle ultime scoperte.

Hanno collaborato alla giornata il Comune di Rovigo, con gli assessorati competenti; il Comune di Badia Polesine, con il sindaco, Giovanni Rossi, ed il Sodalizio Vangadicense con il presidente, Paolo Aguzzoni; il Comune di Bagnolo di Po, con il sindaco, Amor Zeri, e la Pro Loco. Gli ospiti spagnoli hanno portato alcune specialità della loro terra al convivio, tenutosi nella sede del Gruppo remiero Adigetto. Tutti i presenti hanno partecipato al giro in barca nelle acque del Canalbianco.

Permafrost dolomitico, l’estate 2026 accelera il degrado

Photo by Lana Kravchenko on Pexels.com

(di Giuseppe Pomarico, geologo) Nelle Dolomiti venete il ghiaccio che cementa le fratture della roccia sta perdendo la sua funzione strutturale, e l’estate 2026, la più calda mai misurata in quota sulle Alpi, ha reso il fenomeno più evidente. Per valutare il rischio non bastano più i modelli geomeccanici statici: vanno integrati i parametri termici e idrogeologici del sottosuolo.

Il ghiaccio nelle fratture e la stabilità delle pareti

Gli ammassi dolomitici e calcareo-dolomitici del Veneto orientale sono rocce fortemente tettonizzate, con una fitta rete di discontinuità: piani di strato, faglie, diaclasi. Oltre i 2.500 m la stabilità di queste pareti è stata garantita per millenni dal permafrost di parete, cioè dal ghiaccio interstiziale e di riempimento dei giunti, mantenuto a temperature negative. Quel ghiaccio lavora come un connettivo strutturale. Quando la roccia si avvicina alla soglia del warm permafrost, tra −1 e 0 °C, la resistenza al taglio lungo le discontinuità cala drasticamente (ice-bonding loss; Krautblatter et al., 2013). Il quadro si aggrava con l’acqua di fusione, che si accumula nelle fessure trattenuta da tappi di ghiaccio più profondi: ne derivano picchi di pressione neutra (u) che possono innescare scivolamenti di blocchi, crolli e rock avalanches, soprattutto con piogge in quota (rain-on- snow). Parallelamente si approfondisce lo strato attivo, e a mobilitarsi sono volumi di roccia sempre più grandi e profondi (Gruber & Haeberli, 2007).

Effetti idrogeologici e carsici

La scomparsa del ghiaccio occludente riapre condotti carsici e fratture prima sigillate, modificando i tempi di corrivazione e di ricarica degli acquiferi basali. Nelle cavità d’alta quota, dalle Pale di San Martino al Sella e all’Ampezzano, cambiano i flussi d’aria termo-convettivi, che a loro volta trasferiscono calore dall’esterno verso il cuore del massiccio. Il maggiore percolamento altera inoltre il chimismo delle acque di stillicidio (Ca2+, HCO3−) e la cinetica di deposizione carbonatica: gli speleotemi diventano così un archivio e un indicatore dell’accelerazione termica in corso.

L’estate 2026: un test su scala reale

L’estate 2026 ha messo il permafrost dolomitico sotto uno stress termico senza precedenti recenti, con effetti che si leggono sia nei dati atmosferici sia nei siti di monitoraggio. Lo zero termico è misurato in libera atmosfera con i radiosondaggi di Payerne e non coincide con la temperatura della roccia. Indica però per quanto tempo l’energia termica è stata disponibile per penetrare nei versanti, e il calore si propaga nell’ammasso con ritardo: più del singolo picco conta il bilancio cumulato. Un’estate di questo tipo ha precedenti nel 2003, quando la forte attività di crollo da pareti ritenute stabilmente ghiacciate portò per la prima volta il tema all’attenzione generale. Lo ha ricordato per il Pelmo il presidente del Comitato scientifico del CAI, Gianni Frigo: le settimane di zero termico molto elevato avrebbero favorito la fusione del ghiaccio interno alla roccia, con effetti che sui versanti nord possono manifestarsi dopo un periodo prolungato di accumulo termico. Lo stesso CAI invita a non attribuire ogni distacco al permafrost. Anche gli indicatori di campo vanno nella stessa direzione. Secondo Legambiente, al Piz Boè non risulta terreno gelato a nessuna profondità. Il dato non descrive direttamente le Dolomiti bellunesi, ma conferma il trend e rafforza la richiesta di estendere il monitoraggio a Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane. Lo scarso innevamento e il caldo prolungato hanno inoltre eliminato gli effetti di isolamento e riflessione che normalmente rallentano il riscaldamento di roccia e ghiaccio.

Verso una gestione del rischio integrata

LiDAR (telerilevamento) e InSAR (strumento per visualizzare la deformazione della superficie terrestre) descrivono bene la cinematica dei versanti, ma non bastano senza sensori termometrici in fessura e in cavità, che misurano ciò che accade nel sottosuolo. Estati come la 2026 mostrano che la pericolosità non dipende più solo dalla geometria dell’ammasso, ma dal suo regime termico e idrico. Servono quindi modelli che integrino parametri geomeccanici, termici e idrogeologici, e reti di monitoraggio capaci di leggere il ritardo tra forzante climatica e risposta del versante. Il degrado del permafrost è una delle manifestazioni più dinamiche del cambiamento climatico nel territorio veneto, e va trattato come tale nella pianificazione.

Disponibilità risorsa idrica in Veneto: a settembre precipitazioni ancora col segno meno, l’anno idrologico si chiude con un deficit del 23%

Il mese di settembre 2026 conferma una grave e persistente carenza idrica in Veneto. Secondo i dati Arpav analizzati da Anbi Veneto nel proprio bollettino sulla disponibilità di risorsa a settembre, le piogge mensili (media di 89 mm, -19% rispetto al valore medio dei 30 anni) sono state disomogenee e insufficienti: mentre la costa veneziana orientale ha registrato localizzati violenti rovesci che hanno causato anche allagamenti, il deficit è rimasto acuto in Polesine e nel Delta del Po. L’intero anno idrologico (ottobre 2025 – settembre 2026) si chiude con appena 872 mm di pioggia, segnando un deficit del 23%.

Nella fase conclusiva della stagione irrigua, tutti i principali corsi d’acqua della regione presentano portate fortemente sotto la media storica: il crollo più critico riguarda il Bacchiglione (-69%), seguito da Adige (-57%), Po (-43%), Livenza (-42%) e Brenta (-28%). Le falde sotterranee restano in sofferenza senza benefici apprezzabili derivanti dalle piogge di fine estate. Ancora elevate le temperature, con un valore medio di 21,7 °C e un’anomalia termica di +1,6 °C.

Le proiezioni per ottobre 2026 elaborate dal Centro di sperimentazione per l’innovazionei Irrigua (Ce.Sp.I.I) Consorzio Leb indicano un Veneto diviso in due. Nel settore occidentale e settentrionale prosegue la scarsità di pioggia con bilancio idrico negativo e terreni asciutti che complicano le semine autunno-vernine; si raccomandano lavorazioni superficiali e conservative. Al contrario, l’area centro-meridionale attende piogge abbondanti e sopra la media che richiederanno attenzione allo sgrondo delle acque per evitare ristagni e compattamento del terreno. L’evapotraspirazione colturale si manterrà generalmente elevata a causa di temperature superiori alla norma, pur rimanendo contenuta tra i 53 e i 64 mm.

Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto: “Dopo una stagione irrigua difficile è necessario sostenere concretamente le aziende agricole, ma la risposta non può essere soltanto economica. Dobbiamo accelerare sui progetti multifunzionali per l’accumulo dell’acqua e sviluppare interventi di ricarica delle falde. Allo stesso tempo, tecnologia e ricerca devono aiutarci a utilizzare l’acqua in modo sempre più efficiente, garantendo le esigenze di agricoltura, ambiente e paesaggio”.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

La salute delle api è minacciata da un acaro in espansione dall’Est asiatico verso l’Europa, l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie coinvolto nel gruppo di lavoro per debellare il parassita

Il rilevamento dell’acaro Tropilaelaps mercedesae (nella foto in alto) segnalato ad Artvin, nella Turchia nord-orientale, vicino al confine con la Georgia, rappresenta una minaccia per la salute delle api in Europa. Sebbene la sua presenza non sia ancora stata ufficialmente confermata dalle autorità turche, il livello di infestazione osservabile in un video diffuso dall’associazione di ricerca PHIRA-Science sembra elevato e rende necessario procedere rapidamente con verifiche ufficiali.

La situazione geografica è preoccupante anche alla luce delle precedenti segnalazioni di T. mercedesae in Georgia (2024) e Russia (2025), nonché delle preoccupazioni relative a possibili presenze in Armenia, Azerbaigian e Iran. Il ritrovamento in Turchia potrebbe quindi rappresentare un ulteriore passo nella progressiva espansione dell’acaro verso occidente. Questo scenario evidenzia la necessità di rafforzare la diagnosi precoce, la sorveglianza basata sul rischio, l’armonizzazione delle metodologie diagnostiche e la capacità di risposta rapida, soprattutto nei Paesi situati lungo le possibili vie di introduzione.

Il Centro di Referenza Nazionale (Crn) per l’apicoltura presso l’IZS delle Venezie svolge un ruolo importante nella preparazione a questo nuovo scenario. Grazie all’esperienza nelle malattie delle api e nei parassiti esotici, il Crn contribuisce non solo alla sorveglianza nazionale già attivata nel 2026 con un piano specifico che si affianca a quello per Aethina tumida, il “coleottero degli alveari”, ma anche al rafforzamento delle capacità diagnostiche, alla formazione e allo scambio internazionale di competenze tecniche sulle minacce emergenti, tra cui Tropilaelaps. La partecipazione del Crn italiano al workshop pratico organizzato in Kazakistan il 17-18 agosto 2026 rappresenta un esempio concreto di questo ruolo. L’incontro ha permesso di trasferire conoscenze sulla biologia, peraltro ancora limitate, nozioni pratiche sulle modalità di rilevamento e sorveglianza di Tropilaelaps, rafforzare le capacità diagnostiche dei Paesi potenzialmente a rischio e promuovere metodologie di sorveglianza più armonizzate, oltre a evidenziare i rischi connessi alla movimentazione/importazione di api e materiale apistico non controllato. Il coinvolgimento di Franco Mutinelli, direttore del Crn per l’apicoltura, e del suo staff nel Gruppo di lavoro Apimondia – la federazione internazionale degli apicoltori – sulle Buone Pratiche Veterinarie in Apicoltura dimostra inoltre il contributo del Centro allo sviluppo e alla diffusione di raccomandazioni per la prevenzione, la sorveglianza e la gestione veterinaria delle malattie e dei parassiti emergenti delle api.

“La situazione attuale – afferma Mutinelli – dovrebbe essere considerata un campanello d’allarme per le autorità veterinarie e apistiche europee. La possibile presenza di T. mercedesae in Turchia aumenta il rischio di una sua ulteriore diffusione verso l’Europa orientale e, successivamente, anche più ad ovest. L’informazione e la prevenzione non dovrebbero quindi iniziare dopo la prima introduzione confermata in Europa, ma prima che l’acaro raggiunga il territorio europeo. In questo contesto, il Centro di Referenza Nazionale per l’apicoltura italiano è particolarmente ben posizionato per contribuire alla preparazione internazionale, mettendo a disposizione competenze scientifiche e diagnostiche, sostenendo l’armonizzazione delle metodologie di sorveglianza, formando il personale dei Paesi a rischio e favorendo la collaborazione tra autorità nazionali e organismi internazionali”. Il Crn italiano può quindi svolgere un’importante funzione di collegamento tecnico tra autorità veterinarie nazionali, laboratori di riferimento, organizzazioni apistiche e reti scientifiche internazionali, facilitando lo scambio rapido di informazioni quando vengono rilevati parassiti esotici in prossimità dei confini europei.

Fonte: servizio stampa ISZVe

Lunedi 28/9 a Mirano (Venezia), nell’ambito del Festival dell’Acqua, di cui Argav è partner, il concerto esperienziale “Breath of Water”, con i chitarristi Andrea Vettoretti e Andrea Candeli insieme allo scienziato Lorenzo Furlan, premio Argav 2024

Il programma culturale del Festival dell’acqua di Mirano (Venezia) prosegue lunedì 28 settembre 2026 alle ore 20.30 con “Breath of Water” al Teatro Villa Belvedere, in via Belvedere n. 6. Dopo gli esordi “work in progress” al Teatro La Fenice di Venezia, seguiti da una tournee in Italia ed all’estero, approda su palcoscenico miranese il nuovo progetto del musicista e compositore, Andrea Vettoretti, realizzato sotto l’egida della Rete Mondiale dei Musei dell’Acqua (“iniziativa faro” dell’UNESCO).

Con l’artista trevigiano sarà sul palco il chitarrista, Andrea Candeli, mentre allo scienziato, Lorenzo Furlan, dirigente di Veneto Agricoltura e premio Argav 2024, saranno affidati gli “speech” legati ai temi dell’acqua e dell’ambiente in un concerto, che si preannuncia “esperienziale”. “Breath of Water” nasce da un lavoro durato oltre tre anni e dedicato all’acqua come elemento vitale, memoria del Pianeta e spazio di ascolto profondo. Il concerto intreccia le chitarre con i suoni dell’acqua, raccolti in 20 Paesi: ne nasce un viaggio sonoro, intimo ed universale, in cui natura, musica e consapevolezza ambientale si fondono in un unico respiro.

L’ingresso al concerto è gratuito fino ad esaurimento posti. Si consiglia la prenotazione su Eventbrite//https://breathofwater.eventbrite.com

Il Festival dell’acqua è organizzato dal Comune di Mirano, con il patrocinio della Regione del Veneto e dalla Città Metropolitana di Venezia e con la collaborazione del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, dell’ANBI Veneto – Associazione Regionale Consorzi Gestione e Tutela del Territorio e Acque Irrigue, dell’Argav, gruppo di specializzazione del Sindacato Giornalisti del Veneto

27 settembre, in occasione della Giornata mondiale dei fiumi, a Bosco di Sacco di Campolongo Maggiore (Venezia) si svolge la prima edizione de “La Brenta: musica, immagini, parole”

Domenica 27 settembre, dalle 16:00 alle 20:30, al punto turistico “BRENTA” (via Umbria, 5) a Bosco di Sacco di Campolongo Maggiore (Venezia) si svolgerà la prima edizione de “La Brenta: musica, immagini, parole”. L’evento si compone dei ricordi, delle domande, delle storie di ciò che ciascuno vede, o non vede più, nel territorio in cui abita. Ognuno può partecipare raccontando, cantando, leggendo, suonando, portando una memoria, una fotografia, un pensiero. Oppure semplicemente ascoltando ciò che gli atri diranno. L’evento prevede anche un concerto folk e la proiezione del docufilm “Come l’acqua del fiume Brenta”, commentato dall’autore Francesco Leitner. La partecipazione è libera e gratuita. In caso di interventi (foto, letture, racconti), è necessario prenotarsi al numero WhatsApp 347 2305979 (Marino Zamboni) entro il 23 settembre p.v.

L’evento è organizzato dall’associazione intercomunale Brenta Sicuro, insieme all’Osservatorio del paesaggio della Riviera del Brentae Proloco di Campolongo Maggiore; ha inoltre il patrocinio dei Comuni di Campolongo Maggiore, Camponogara, Campagna Lupia, Dolo, Fiesso d’Artico, Fossò, Mira, Noventa Padovana, Pianiga, Stra e Vigonovo.

L’iniziativa aderisce ad Atlante delle Rive, il progetto teatrale ideato da Marco Paolini per La Fabbrica del Mondo e realizzato da Jolefilm, nato con l’ambizioso obiettivo di cambiare la percezione dell’importanza dell’acqua nella nostra vita e promuovere un rapporto sostenibile con questa risorsa fondamentale. Un’opera corale che non ha l’ambizione di risolvere i problemi legati alla gestione idrica, ma di raccontarli, creare connessioni e far nascere una nuova consapevolezza collettiva per prendersi cura dei nostri fiumi. «Il termine “rivale” – spiega Paolini – viene dal latino rivus e indica colui o colei che attinge al medesimo corso d’acqua. Finché di acqua ce n’è va tutto bene, ma quando scarseggia si diventa rivali. Capire l’articolazione degli interessi nella gestione delle acque, delle falde e dei fiumi prima, e dei tubi poi, è un passo necessario per superare le rivalità, individuare i punti di forza di una necessaria alleanza e restituire alle acque il valore di bene comune. Il cambiamento climatico ci impone oggi di impegnarci a farlo». La forza di Atlante delle Rive è la sua coralità, che si manifesta per la seconda volta, dopo il successo del 2025, nella Giornata Mondiale dei Fiumi: domenica 27 settembre, lungo i fiumi italiani, sono in programma oltre 50 appuntamenti, spettacoli, racconti e cammini che coinvolgono cittadini, artisti, ricercatori e tecnici del settore idrico in un’unica, grande celebrazione dell’Italia dei fiumi. Programma completo degli eventi del 27 settembre: https://atlantedellerive.org

Fonte: Associazione intercomunale Brenta Sicuro

28 settembre, a Mirano (Venezia), il corso di formazione giornalisti “Cambiamenti climatici e argomenti di rilevante attualità: raccontare i nuovi modelli di resilienza urbana nelle città dell’acqua”, organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav

Mercoledì 28 settembre, dalle 9 alle 13, nella sala teatro Villa Belvedere (Parco Villa Belvedere, via Belvedere, 14) a Mirano (Venezia) si svolgerà il corso di formazione giornalisti “Cambiamenti climatici e argomenti di rilevante attualità: raccontare i nuovi modelli di resilienza urbana nelle “città dell’acqua”, organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav (chiusura iscrizioni 25 settembre piattaforma formazione giornalisti, 4 crediti). Il corso è gratuito e il numero massimo di partecipanti ammessi è 100.

Il corso, organizzato in collaborazione con l’ Ordine degli Ingegneri e l’ Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia, è inserito nel programma del Festival dell’Acqua 2026 e vuole fornire un quadro su come, al tempo della crisi climatica, cambia il rapporto fra uomo ed acqua, con particolare attenzione alla vita quotidiana in ambito urbano.

Interventi. Fabrizio Stelluto, giornalista, presidente Argav: “Difendere l’acqua, difendersi dall’acqua: un rapporto complesso”; Massimo Crespi, climatologo; Tullio De Giacomi, ingegnere ambientale: “La meteorologia urbana ed il riscaldamento delle città”; Silvio Parizzi, direttore ANBI Veneto: “Convivere con l’acqua”; Alvise Fiume, ingegnere, coordinatore della commissione difesa del suolo dell’Ordine degli Ingegneri di Venezia: “Un ruolo nuovo per l’ingegneria idraulica”; Andrea Rumor, consigliere Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia: “Pianificare con l’acqua”; Alessandro Bedin, presidente nazionale Associazione Pubblici Giardini e consigliere Argav: “Città e verde urbano per adattarsi alla crisi climatica”; Bruno Ferrarese, imprenditore: “La best practise: “Le isole di freschezza & salubrità in Francia e Svizzera”; Piero Zanette, direttore tecnico Consorzio di bonifica Acque Risorgive: “Mestre e Martellago: quando l’acqua disegna le città”. Coordina: Mauro Poletto, giornalista e consigliere Argav, responsabile ufficio Comunicazione ANBI Veneto.

Agosto 2026 in Veneto: un mese da record, tra ondate di calore senza precedenti e permafrost ormai scomparso

(di Giuseppe Pomarico, geologo e climatologo). Il Veneto chiude l’estate meteorologica 2026 con un agosto che si colloca a un soffio dal leggendario 2003, confermando una tendenza che ormai da tre mesi consecutivi (giugno, luglio, agosto) non lascia spazio a dubbi interpretativi: la regione sta attraversando una fase climatica di eccezionale e persistente anomalia termica. I dati diffusi da Arpav nel report meteoclimatico agosto 2026, restituiscono un quadro che merita una lettura non solo cronachistica, ma propriamente geoclimatologica.

Un’estate che supera, seppur di poco, il 2003

Il dato di sintesi è di per sé una notizia climatologica di rilievo: la temperatura media del trimestre giugno-luglio-agosto 2026 sembra aver superato, sia pure lievemente, quella della celebre estate 2003, a lungo considerata insuperabile. Agosto da solo si è classificato come il secondo più caldo mai registrato dalla rete Arpav, con un’anomalia media regionale di +3,2 °C rispetto alla norma 1991-2020, preceduto solo dal 2003. Il trend di lungo periodo, statisticamente significativo, è di +0,75 °C per decennio sulle temperature medie e di +0,78 °C per decennio sulle minime — un segnale coerente con l’intensificazione del riscaldamento osservata a scala regionale negli ultimi trent’anni. Dal punto di vista dinamico, il mese è stato dominato nella prima metà da un promontorio anticiclonico sub-tropicale persistente, la terza grande “bolla di calore” della stagione dopo quelle di giugno e luglio, mentre nella seconda parte impulsi di origine atlantica hanno favorito un temporaneo riequilibrio termico, interrotto a fine mese da una nuova, breve avvezione calda nord- africana (26-28 agosto) accompagnata da polveri sahariane in quota, responsabili dell’aspetto lattiginoso del cielo tra il 27 e il 28.

Il dato più significativo: l’ondata di calore più lunga mai registrata

Dal punto di vista bioclimatico, l’elemento di maggiore interesse scientifico riguarda il disagio fisico da caldo-umido misurato attraverso l’indice Humidex. Se le due ondate di calore “tradizionali” di agosto (29 luglio-7 agosto e 9-16 agosto) risultano formalmente separate da una breve pausa l’8 agosto, l’analisi in termini di Humidex mostra che tale pausa si annulla completamente: l’umidità relativa elevata ha mantenuto l’Humidex medio giornaliero sopra la soglia critica dei 35 °C anche in quel giorno, configurando un’unica ondata di forte disagio fisico ininterrotta durata 18 giorni, dal 27 luglio al 13 agosto — la più lunga e intensa mai registrata in Veneto, che supera il primato appena stabilito a giugno 2026. Il 2026 entra così, con tre distinti episodi (giugno, luglio, agosto), nella classifica delle dieci peggiori ondate di sempre per stress termico. Punte di Humidex superiori a 50 °C sono state misurate a Roverchiara (53,7 °C), Villorba e Porto Tolle-Pradon (51,6 °C), Codevigo (51,4 °C) e Chioggia-Sant’Anna (51,1 °C).

Geomorfologia e criosfera alpina: il permafrost del Piz Boè

L’aspetto più rilevante sotto il profilo geomorfologico riguarda la criosfera dolomitica. Al sito di monitoraggio del permafrost del Piz Boè (2900 m), a fine agosto non risulta più presente terreno gelato: un degrado totale che segna un punto di non ritorno rispetto alla situazione rilevata nel 2011, quando lo spessore del permafrost si estendeva per circa 5 metri di profondità fino a fondo pozzo (30 m). Il dato conferma la prosecuzione, per l’intero mese, della fusione di ghiacciai, rock glaciers e permafrost, in un contesto in cui lo zero termico ha oscillato tra i 3480 m (22 agosto) e i 4805 m (27 agosto). Le immagini della Marmolada, con ghiaccio scuro e ricoperto di detrito, restituiscono visivamente l’entità del degrado in atto, con implicazioni dirette sulla stabilità dei versanti in alta quota e sul rischio di crolli rocciosi legati al disgelo del permafrost — un tema che meriterebbe monitoraggi geotecnici mirati nei prossimi anni.

Precipitazioni: deficit disomogeneo e dissesti idrogeologici localizzati

Sul fronte pluviometrico, agosto chiude con un deficit regionale del -12%, ma con una distribuzione fortemente disomogenea: -30% sulla fascia pedemontana, -15% su area alpina e prealpina, mentre la pianura ha chiuso sostanzialmente in pareggio grazie a eventi estremi localizzati (Veronese, Padovano, Veneziano). Lo SPI a 6 e 12 mesi conferma una siccità di lungo periodo moderata-severa sulle aree montane e di alta pianura, aggravata — secondo lo SPEI, che integra anche l’effetto della temperatura — proprio dalle alte temperature stagionali che hanno incrementato l’evapotraspirazione potenziale (+8 mm di anomalia media in pianura). Non sono mancati fenomeni di instabilità idrogeologica: il 1° agosto un flash flood ha interessato un torrente tra Giralba e Reane (Auronzo di Cadore), con case investite da acqua e detriti; il 5 agosto allagamenti tra Ponte nelle Alpi e Soverzene e un ulteriore dissesto idrogeologico in Val d’Oten. L’evento più severo dal punto di vista dell’intensità di precipitazione e della ventosità resta però quello del 28 agosto, con sistemi temporaleschi grandinigeni tra Prealpi/Pedemontana e pianura, cumulati fino a 54,2 mm a Mira (VE) in poche ore, e raffiche di vento eccezionali: 200 km/h sulla Marmolada, 180 km/h nella rilevazione del Bellunese, 108 km/h alle Pale di San Martino, oltre 100 km/h in diverse località di pianura.

Notti tropicali e giornate estive: indicatori di un cambiamento strutturale

Completano il quadro due indicatori bioclimatici in forte crescita: le notti tropicali (minima ≥20 °C), con una media di 18 giornate in pianura — secondo valore più alto della serie storica, sei volte superiore alla media degli anni ’90 — e le giornate estive (massima >30 °C), con 26 giorni medi in pianura (+9 rispetto alla norma), terzo valore più alto di sempre. Entrambi i parametri, letti in serie storica, mostrano una traiettoria di crescita che va ben oltre la variabilità interannuale attesa, rafforzando l’ipotesi di un cambiamento strutturale del regime termico regionale piuttosto che di un’anomalia episodica.

Considerazioni conclusive

Il quadro che emerge da questo report Arpav conferma, dal punto di vista geoclimatologico, una convergenza di segnali che non può essere ignorata: allungamento e intensificazione delle ondate di calore, degrado accelerato della criosfera alpina, incremento della frequenza di eventi pluviometrici a elevata intensità oraria a fronte di un deficit cumulato di lungo periodo, e un trend termico di fondo statisticamente robusto. Il caso del permafrost del Piz Boè, in particolare, rappresenta un indicatore geomorfologico di soglia superata che meriterebbe un approfondimento specifico nei prossimi mesi, anche in relazione alla stabilità dei versanti dolomitici.

Crisi idrica in Veneto, Anbi chiama, la Regione risponde

“I danni all’agricoltura, così come la sofferenza degli invasi in quota, sono facce della stessa medaglia; la crisi idrica non risparmia nessuno e si manifesta in base alle specificità di ciascun territorio. Il grido di allarme che giunge dalla pianura è lo stesso che viene dalle montagne e dai territori costieri: ci impone di andare oltre l’approccio di emergenza e di intervenire dal punto di vista infrastrutturale, senza contrapposizioni di alcun genere” . Ad affermarlo è Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce gli 11 Consorzi di bonifica regionali.

“Da anni, insistiamo nel dotare il Veneto di nuovi invasi per riscoprire la capacità del territorio regionale di dare spazio all’acqua, per la sicurezza idraulica, l’ambiente e l’agricoltura. Attualmente – continua il presidente di AnbiVeneto – il nostro territorio è in grado di trattenere solo una piccola parte dell’acqua piovana. Il Piano Invasi che i Consorzi di bonifica e il comparto agricolo propongono, insieme alla riconversione verso tecniche irrigue più efficienti, rappresenta la strada maestra per adattare il territorio al clima che cambia. Il percorso è chiaro – conclude Vantini –, auspichiamo che nelle leggi di bilancio, sia a livello regionale sia a livello nazionale, si possa trovare lo spazio finanziario necessario per sostenerla; altrimenti, alla prossima siccità, parleremo ancora di emergenza, guerre dell’acqua e contrapposizioni che non permetteranno di far fronte al problema in maniera adeguata”.

“L’emergenza siccità denunciata da Anbi Veneto è reale, e sulle necessità e sulle priorità indicate dai Consorzi di bonifica mi trovo pienamente d’accordo”, afferma di rimando l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond. Che continua: “Assieme al presidente Alberto Stefani stiamo lavorando per mettere sul tavolo un investimento da 30 milioni di euro per affrontare questa emergenza e rafforzare la capacità del Veneto di gestire la risorsa idrica. E’ inoltre in arrivo un Programma Speciale della UE per le infrastrutture legate alla siccità. Ma nell’immediato, dobbiamo cambiare il nostro modo di gestire l’acqua. Se oggi affrontiamo una crisi idrica ogni due o tre anni, non possiamo più ragionare come se l’emergenza fosse un’eccezione: dobbiamo comportarci come se fossimo sempre chiamati a prevenire la prossima. Questo significa ottimizzare la risorsa quando è disponibile, governarla in modo dinamico e spingere al massimo l’efficienza delle derivazioni e degli utilizzi, 12 mesi all’anno. E’ un cambio di mentalità che deve riguardare anche la montagna, dove la disponibilità d’acqua è sempre più una questione strategica. Per fare questo, però, dobbiamo partire dai dati: dobbiamo avere un quadro pubblico, aggiornato e trasparente di tutte le derivazioni e degli effettivi utilizzi della risorsa. Solo conoscendo esattamente quanta acqua abbiamo, dove viene prelevata e come viene utilizzata possiamo costruire un vero Piano di gestione della siccità, capace di programmare oggi quello che ci servirà domani. Non possiamo più limitarci a rincorrere l’emergenza: dobbiamo governarla prima che arrivi”.

“Oggi ci troviamo di fronte a una combinazione di fattori che ci impone di cambiare approccio – spiega ancora Bond.- E’ cambiata innanzitutto l’agricoltura: lavoriamo sempre più sulla qualità delle produzioni e questo significa che l’acqua serve per periodi più lunghi rispetto a quelli previsti storicamente dai sistemi concessori. Nel frattempo il clima ci presenta ormai con una frequenza impressionante crisi idriche, una ogni due o tre anni. E, giustamente, è cambiata anche la nostra sensibilità ambientale: non possiamo pensare di svuotare i laghi di montagna e lasciare i fiumi senz’acqua per garantire le esigenze irrigue della pianura. Di fronte a questo scenario non esiste una sola soluzione. Dobbiamo agire sul risparmio della risorsa, incentivando e diffondendo sistemi irrigui sempre più efficienti e contemporaneamente sulla capacità di accumulo, aumentando i volumi disponibili attraverso nuovi invasi e, soprattutto, ottimizzando quelli che già abbiamo”. Su questo punto Bond rassicura direttamente Anbi: “I Consorzi sanno che la Regione non è rimasta ferma. Abbiamo già numerosi progetti, elaborati insieme agli stessi Consorzi di bonifica, che sono stati inseriti nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (Pniissi). Si tratta di interventi che sono stati ritenuti ammissibili e che ora attendono il finanziamento da parte del Governo. E’ questa una delle strade che dobbiamo percorrere con maggiore determinazione”.

Per quanto riguarda la montagna, l’assessore invita però a guardare anche oltre la semplice realizzazione di nuovi laghetti: “Creare nuovi bacini artificiali in quota può essere una possibilità, ma non sempre è la risposta più rapida. Sono opere che richiedono tempi autorizzativi importanti e che devono confrontarsi anche con i pareri della Soprintendenza, come dimostrano le difficoltà incontrate in territori vicini al Veneto. Nei nostri progetti, invece, puntiamo sull’ottimizzazione degli invasi esistenti in montagna, per aumentarne i volumi disponibili e riuscire a distribuire la risorsa verso la pianura senza dover svuotare i laghi proprio nel pieno della stagione irrigua e, contemporaneamente, di quella turistica della montagna”.

Ma per Bond gli investimenti infrastrutturali devono essere accompagnati nell’immediato da una nuova modalità di gestione dell’acqua. “Ai Consorzi dico: sì, servono risorse e dobbiamo investire, ma nel frattempo dobbiamo anche imparare a governare in maniera sempre più dinamica l’acqua che abbiamo, evitando che la scarsità produca squilibri e disparità tra territori. L’esperienza della gestione dell’Adige di questa estate dimostra che, attraverso una programmazione attenta e condivisa, è possibile affrontare con efficienza anche una stagione delicata. La strategia deve essere quindi doppia: nel breve periodo, gestire in maniera dinamica e intelligente l’acqua che c’è; nel lungo periodo, investire per avere più acqua da accumulare e distribuire. E’ su questo equilibrio che dobbiamo costruire la sicurezza idrica del Veneto dei prossimi anni”, conclude Bond.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto/Regione Veneto

6 settembre, Wigwam celebra 55 anni di impegno per l’ambiente: appuntamento a Malga Mariech (Treviso)

Domenica 6 settembre 2026, a Malga Mariech sul Monte Cesen, in provincia di Treviso, Wigwam celebra il 55° anniversario del primo Campo Rimboschimento, che si svolse nel 1971. Sarà una giornata per ricordare l’esperienza che coinvolse oltre cinquanta giovani e che trasformò il lavoro nei boschi in un’occasione di educazione alla responsabilità, alla collaborazione e alla tutela dell’ambiente.

Da quella prima esperienza è cresciuta una rete oggi presente in tutta Italia e in altri venti Paesi, riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente come Associazione Nazionale di Protezione Ambientale. Ma soprattutto è nata una comunità di persone che hanno portato quei valori nelle professioni, nei progetti e nell’impegno quotidiano per una società più equa, solidale e sostenibile. Il 6 settembre sarà quindi non solo una celebrazione del passato, ma un momento per condividere i risultati raggiunti, presentare nuovi progetti e guardare insieme al futuro.

Ci si ritroverà nel luogo simbolico dove sono state piantate foreste e sono germogliate coscienze, con una vista straordinaria dalle Dolomiti al Monte Grappa, dal Piave alla Laguna Veneta e a Venezia. Il programma prevede momenti di incontro e convivialità e, nel pomeriggio, una piccola escursione sui luoghi del primo Campo e delle foreste cresciute nel tempo. Per partecipare al pranzo conviviale in malga è necessaria la prenotazione: i posti sono limitati; ai partecipanti sarà inoltre consegnato un gadget dedicato al 55° anniversario. Per l’escursione si raccomandano scarpe adatte alla montagna e pantaloni lunghi.

Wigwam aspetta gli interessati a Malga Mariech per celebrare insieme 55 anni di storia e continuare, con lo stesso spirito di allora, a costruire nuove esperienze e nuove prospettive. Info e adesioni: direzione@wigwam.it WhastApp +39 333 3938555

Fonte: servizio stampa Wigwam