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Lavori in corso per l’Atlante dei mammiferi del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi

Realizzare il primo Atlante dei mammiferi del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi: è questo l'obiettivo del progetto triennale nato dalla convenzione tra il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica (DAIS) dell'Università Ca' Foscari Venezia, con la collaborazione del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue di Fondazione Musei Civici di Venezia.

Avviato nel febbraio 2025, il progetto di mappatura si sviluppa in tre fasi: il recupero e l'analisi delle informazioni già disponibili sulla teriofauna del Parco, cioè tutte le specie di mammiferi che popolano l’area geografica protetta; la raccolta di nuovi dati sul campo; la realizzazione di testi, cartografie e schede che confluiranno nella pubblicazione dell'Atlante. Uno strumento scientifico, destinato a diventare un punto di riferimento per gli specialisti, ma anche divulgativoper diffondere la conoscenza e la consapevolezza sulla tutela della biodiversità dell'area protetta, dedicato a cittadini, escursionisti, curiosi e appassionati, protagonisti attivi coinvolti nella realizzazione del progetto.

Le attività di ricerca e monitoraggio - dichiara il Commissario del Parco Ennio Vigne - sono tra le più rilevanti dell'area protetta, perché la conservazione del patrimonio naturale che ci è affidato è tanto più efficace quanto più precise e dettagliate sono le nostre conoscenze. È quindi motivo di grande soddisfazione - ha proseguito il Commissario - dare avvio al progetto "Atlante dei mammiferi del Parco", che ci permetterà di ordinare in un quadro organico le conoscenze fin qui acquisite su una componente fondamentale della fauna del Parco, approfondire lo studio di specie meno indagate negli anni scorsi e divulgare, presso un ampio pubblico, informazioni aggiornate e scientificamente rigorose. Desidero per questo ringraziare l'Università Ca' Foscari di Venezia e il Museo di Storia Naturale di Venezia, le due prestigiose istituzioni che ci affiancano nella realizzazione di questo nuovo progetto, che prosegue una lunga e consolidata tradizione di stretta e proficua collaborazione tra il Parco e il mondo universitario e museale."

I mammiferi sono bioindicatori fondamentali per comprendere la salute e i cambiamenti dell'ambiente. Nel Parco alcune specie, come cervi, caprioli, camosci e lupi, sono già oggetto di monitoraggi consolidati, mentre per altre, come i piccoli e medi mammiferi, le conoscenze sono ancora limitate. Questo progetto consentirà di colmare importanti lacune, offrendo un quadro molto più completo delle specie presenti grazie alla collaborazione con l'Università Ca' Foscari e il Museo di Storia Naturale. La seconda fase operativa, successiva alla raccolta e all’organizzazione dei dati pregressi, svolta tra febbraio e settembre 2025, prevede un’intensa attività di monitoraggio che proseguirà fino al 2027 e sarà dedicata ai gruppi di mammiferi poco indagati e sui quali sono disponibili meno dati. Le campagne interesseranno i mustelidi (donnole, puzzole, martore, ecc.), i felidi, con particolare attenzione al gatto selvatico e al monitoraggio dell'ibridazione (incroci con il gatto domestico) e micromammiferi (toporagni, topi selvatici, arvicole, ghiri, ecc.).

Per raccogliere le informazioni su queste specie saranno utilizzate diverse tecniche di monitoraggio. Lo strumento base sarà rappresentato dalle fototrappole che verranno collocate in ambiente anche all’interno di speciali scatole, denominate “mostela box”, tecnica nata in Olanda e usata anche nelle Alpi occidentali. Questi dispositivi sfruttano l’abitudine dei piccoli mustelidi, come donnola e ermellino, di cercare le loro prede in tunnel e anfratti del terreno. Entrando all’interno della “mostela”, questi animali particolarmente veloci ed elusivi sono inoltre costretti a rallentare e questo permette di ottenere un maggior numero di “catture fotografiche”. A questa tecnica si affiancheranno anche la raccolta di pelo con specifiche trappole  per l’analisi di materiale genetico  e campagne di cattura temporanea di micromammiferi.

Una componente poco studiata all'interno del Parco - spiega il prof. Stefano Malavasi, Università Ca’ Foscari di Venezia, supervisore scientifico del progetto - è quella dei piccoli mammiferi, come topi selvatici e arvicole, che analizziamo attraverso campionamenti specifici con trappole temporanee, predisposte per garantire il benessere degli animali. Dopo l'identificazione della specie e il rilievo dei principali dati biometrici, gli esemplari vengono immediatamente rilasciati. Queste informazioni sono fondamentali per comprendere quali sono le specie presenti nel parco e la loro distribuzione nel territorio.Fondamentale anche il contributo del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue che ha fornito le competenze specialistiche nella ricerca sui mammiferi e nella progettazione di atlanti faunistici.

Il coinvolgimento del Museo nasce dall'esperienza maturata nella realizzazione di numerosi atlanti faunistici e nello studio dei micromammiferi - chiarisce Mauro Bon, responsabile ricerca e divulgazione scientifica del Museo -  attività che i nostri specialisti portano avanti da trent'anni. Conoscere la distribuzione delle specie è il primo passo per proteggerle e per gestire in modo efficace il patrimonio naturale. Allo stesso tempo, divulgazione e comunicazione al pubblico non specialistico, una delle principali missioni dei musei di storia naturale, contribuisce a creare consapevolezza e attenzione sul rispetto dell’ambiente, della fauna e sul delicato equilibrio tra natura e attività umane. Uno degli aspetti più innovativi del progetto è il forte coinvolgimento della comunità attraverso attività di Citizen Science. Accanto alla collaborazione dei Carabinieri Forestali e dei collaboratori del Parco, prende il via la campagna "Adotta una fototrappola", che permetterà attraverso il coinvolgimento delle Associazioni locali di partecipare direttamente al monitoraggio della fauna. I partecipanti saranno formati dal personale del progetto per imparare a installare e controllare le fototrappole, utilizzare correttamente le attrezzature e operare nel rispetto della normativa sulla privacy. Anche questi dati contribuiranno ad arricchire il futuro Atlante dei mammiferi del Parco. Attraverso incontri periodici saranno inoltre condivisi i risultati delle attività di monitoraggio e realizzate fotografie e schede descrittive delle specie che entreranno a far parte del volume finale. Con "Adotta una fototrappola", il progetto apre la ricerca scientifica alla partecipazione attiva del territorio, trasformando cittadini, studenti ed escursionisti in protagonisti della conoscenza e della tutela della biodiversità delle Dolomiti Bellunesi.

Fonte: servizio stampa Fondazione Musei civici di Venezia


Esiste davvero l’over tourism in Cansiglio?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Toio de Savorgnani e Michele Boato (Ecoistituto Veneto A. Langer), entrambi Premio Argav rispettivamente nel 2016 e nel 2019, Lara Negro e Giancarlo Gazzola (Mountain Wilderness Veneto), il testo seguente. 

13 agosto 2026. Al problema dell’affollamento domenicale in Cansiglio è stato dedicato un notevole spazio sulla stampa locale in occasione di domeniche molto calde in pianura e la ricerca di un po’ di sollievo in Cansiglio e si è parlato di overtourism come fosse il principale problema dell’altopiano, paragonandolo a quanto avviene  alle Tre Cime di Lavaredo o al Lago di Braies o altre località dolomitiche famose molto frequentate dai turisti nei mesi estivi  o anche invernali.

Ma  la prima domanda a cui dare risposta è se davvero esiste l’overtourism in Cansiglio? Noi riteniamo che la definizione di overtourism per il Cansiglio non sia corretta, siamo  a numeri del tutto diversi dal lago di Braies, anche 7000 presenze al giorno per intere settimane, poi ridotti a 4.500, stesso numero alle Tre Cime di Lavaredo con circa 300.000 auto all’anno nel grande parcheggio. La Val Gardena ha circa 10.000 abitanti ma i turisti in un anno possono superare gli 800.000.

Niente di tutto questo succede in Cansiglio e ci chiediamo se chi ha parlato di domeniche estive con 10.000 turisti possa dirlo in base a rilievi fatti, oppure è solo una cifra presunta e diffusa per creare allarme e voler arrivare a qualche risultato a tutti i costi e velocemente.

Gli operatori turistici del Cansiglio possono contare su meno di 15 domeniche all’anno, soprattutto quando in estate la pianura diventa bollente e in molti cercano un po’ di sollievo in quota. Anche quest’anno la gara automobilistica, la Vittorio Veneto-Cansiglio, ha bloccato la strada  per due giorni e mezzo, in alcuni anni le iniziative sportive che hanno annullato o ridotto l’accesso a Cansiglio sono state anche 3 o più. Poi durante le settimane anche estive, tranne che per qualche settimana attorno a Ferragosto, i turisti  in Cansiglio sono ridotti a numeri  più che accettabili.

I sindaci dell’area veneta parlano di numeri insostenibili e della necessità di mettere un biglietto di accesso, ma molto probabilmente le loro motivazioni non sono di tutela ambientale, bensì solo quella di chiedere una quota parte del guadagno. Non è un’idea nuova, infatti un sindaco delle  passate amministrazioni di Tambre ha tenuto bloccato per anni la creazione di parcheggi a pagamento in Pian Cansiglio con la richiesta di poter accedere ad una parte del biglietto. E’ la solita idea  del Cansiglio come bancomat...

Ma un biglietto d’accesso al Cansiglio è, a nostro avviso, una  proposta irrealizzabile, prima di tutto  perché l’altipiano è percorso dalla  strada provinciale 422 che lo attraversa tutto, quindi diventa difficile distinguere e separare chi vuole fermarsi in piana e chi vuole proseguire per l’Alpago. Ma il Cansiglio è diviso tra le due regioni Veneto e Friuli e quindi perché un turista dovrebbe pagare una tassa al Veneto se poi volesse frequentare la parte friulana? E poi sarebbe impossibile risolvere l’accesso solo con la prenotazione on line, quindi bisognerebbe creare dei caselli tipo autostradali o come quelli delle Tre Cime di Lavaredo, sia sul versante trevigiano che su quello alpagoto,  costosi e invasivi e il rischio di lunghe file e lunghe attese.

E se il guadagno poi andasse diviso tra il gestore regionale della foresta, Veneto Agricoltura, e i vari comuni o si dovrebbe imporre un biglietto parecchio costoso, con conseguente diminuzione dei turisti, oppure i guadagni una volta divisi sarebbero non rilevanti. Quindi quello dell’overtourism, pensato più come modo per far cassa che per una vera limitazione agli accessi, risulterebbe essere un ulteriore modo per avere più introiti che  per la salvaguardia ambientale.

Il Cansiglio, area di Rete 2000 protetta dall’Europa, ha bisogno di un progetto complessivo in cui l’ambiente sia davvero il protagonista principale  e le attività economiche dimensionate in modo tale da conservare il patrimonio naturalistico. E’ stato così finora anche se negli ultimi anni si sono verificate delle situazioni sulle quali merita porre l’attenzione e che saranno oggetto  dell’attività e dell’azione delle associazioni ambientaliste, Ecoistituto e Mountain Wilderness in testa.

Infine il Cansiglio è sempre stato un luogo libero, con regole da rispettare ma in grado di accogliere, nei fine settimana, numeri anche elevati di presenze, per poi tornare tranquillo durante la settimana (non come a Braies o alle Tre Cime, con grandi numeri tutti i giorni e per mesi). A parte qualche tentativo di trasformarlo in discoteca notturna, che difficilmente si ripeterà, chi frequenta il Cansiglio dimostra di essere consapevole della importanza della Foresta ed ha comportamenti adeguarti. L’abbandono di immondizie è relativamente raro, i comportamenti veramente scorretti sono rari forse mancano servizi igienici e il controllo, ma questo non è colpa dei frequentatori.
 


		

	

Bollettino ANBI Veneto disponibilità risorsa idrica a luglio in Veneto: -70% Adige, -69% Bacchiglione, -68% Po, -42% Brenta. La crisi continua ad agosto

Dati Arpav alla mano, a fronte di precipitazioni inferiori alla media (-9% a luglio e -24% dall'inizio dell'anno idrologico) e di un mese particolarmente caldo (+1,3 °C), la situazione dei fiumi registra criticità diffuse e marcate, con picchi negativi per l'Adige (-70%), il Bacchiglione (-69%), il Po (-68%) e il Brenta (-42%) mentre le falde dell'alta pianura restano su livelli estremamente bassi.

Le proiezioni elaborate del CeSpII Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irriga istituito presso il Consorzio di Bonifica LEB delineano per il mese di agosto una condizione di diffusa siccità climatica su gran parte del territorio veneto, in particolare nelle aree centro-settentrionali.

L'effetto congiunto della scarsità di piogge e dell'elevata evapotraspirazione sta esaurendo rapidamente la riserva idrica del suolo, rendendo necessaria una gestione mirata del terreno e il costante monitoraggio dei canali per sostenere le colture nelle fasi fenologiche più critiche.

«La prolungata sofferenza dei corpi idrici superficiali osservata nel mese di luglio deriva in modo diretto dall'esaurimento della componente nivale e dalle persistenti elevate temperature registrate in quota», dichiara Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «In questo scenario complesso, i Consorzi di bonifica hanno assicurato la continuità del servizio irriguo mediante un'azione di gestione dinamica ed equilibrata, applicando riduzioni selettive alle derivazioni laddove necessario. L'adozione di tecnologie avanzate, il monitoraggio costante e il progressivo efficientamento delle reti consentono oggi una gestione razionale della risorsa, ma si conferma indispensabile l'attuazione di investimenti strutturali per rafforzare la resilienza del sistema».

«Il comparto agricolo sta affrontando questa ennesima fase critica con estremo senso di responsabilità», sottolinea Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto. «Le limitazioni concordate con la Regione del Veneto sulla quota di derivazioni, in particolare lungo l'asta del fiume Adige, rappresentano un impegno gravoso per le aziende agricole del territorio, reso tuttavia necessario per salvaguardare la risorsa idrica, tutelare l'equilibrio degli ecosistemi e garantire la priorità degli approvvigionamenti civili. Risulta ora imprescindibile definire una programmazione infrastrutturale di lungo periodo affinché gli impatti dei cambiamenti climatici non continuino a gravare in modo sproporzionato sul settore primario».

Fonte: servizio stampa ANBI VENETO

Nel Delta la portata del Po scende verso i 200 mc/s, Porto Tolle (Rovigo) al collasso, ma iniziano i raccolti

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Con 206 mc/s registrati a Pontelagoscuro (Ferrara), la portata del fiume Po ha registrato lo scorso 5 agosto pomeriggio il livello più basso – per quanto riguarda il tratto alla foce – di quest’estate da incubo. Dopo una parziale ripresa nella notte, il livello è tornato a scendere e punta decisamente sotto la soglia psicologica dei 200 mc/s.
 
Il cuneo salino circonda ora l’unità territoriale di Porto Tolle (Rovigo)costringendo il Consorzio di Bonifica Delta del Po a chiudere tutte le derivazioni irrigue. L’Osservatorio permanente del fiume Po, riunitosi nella mattina del 6 agosto 2026, non ha potuto far altro che prendere atto della situazione, che è ancora più grave rispetto alla settimana scorsa, quando il livello di severità era stato elevato al massimo. Qualche beneficio potrebbe derivare dalle precipitazioni sull’arco alpino, ma con gli invasi idroelettrici scarichi e i prelievi a monte ridotti, le portate attuali sono sostenute solo dalle restituzioni dei sistemi irrigui. Questo non basta a dar respiro al Polesine e al Delta, la cui linea di costa si è virtualmente ritirata di almeno 20 km nell’entroterra dai primi di giorni di luglio.
 
“Dopo la grande siccità del 2022, stiamo di nuovo assistendo al collasso del territorio – afferma il direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po Rodolfo Laurenti –. Porto Tolle (nella foto in alto) e Polesine Camerini sono isole in mezzo a un mare che ormai lambisce Taglio di Po e Porto Viro”. “In una crisi entrata nel vivo già sul finire della primavera, l’agricoltura è sopravvissuta per le misure emergenziali intraprese dal Consorzio di Bonifica – spiega la presidente Virginia Taschini - . Il nostro personale, grazie all’esperienza e alla conoscenza capillare del territorio, ha svolto un lavoro chirurgico nel gestire i livelli di risorsa attraverso bypass, motopompe e turnazioni serrate. Attraverso queste misure anche a Porto Tolle si è portato a compimento il ciclo di maturazione delle piante; in questi giorni gli agricoltori avviano la fase dei raccolti e potranno quantificare le rese e, dunque, la redditività". “Ora l’attenzione è concentrata sulle risaie – conclude la presidente -, con il riso che non è ancora arrivato a maturazione e dovrà pertanto far affidamento sulla pochissima acqua in circolazione nella rete consortile, nella speranza di piogge che però al momento non si vedono”. 

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

Veneto, luglio 2026: un mese torrido tra ondate di calore e siccità a macchia di leopardo

Giuseppe Pomarico, geoclimatologo, ha elaborato per Argav i dati del report ARPAV (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto - Dipartimento per la sicurezza del territorio, unità organizzativa meteorologia e climatologia), inerenti al clima di luglio 2026 in Veneto, eccone di seguito il resoconto.

Il quadro che emerge dal bollettino mensile di ARPAV è netto: il luglio appena trascorso si conferma tra i mesi più caldi mai registrati in regione dall'avvio delle rilevazioni automatiche nel 1991, con una piovosità leggermente inferiore alla norma ma distribuita in modo estremamente disomogeneo sul territorio.

Secondo i dati dell'Unità organizzativa meteorologia e climatologia di ARPAV, luglio 2026 si colloca al quarto posto tra i mesi di luglio più caldi della serie storica, preceduto solo dal 2015, dal 2022 e dal 2024, con uno scarto di +2,1°C rispetto alla media climatica di riferimento 1991-2020. Il bimestre giugno-luglio nel suo complesso risulta il secondo più caldo mai registrato, superato soltanto dal 2022.

Le temperature più elevate si sono concentrate sul Veneto interno, in particolare sulla pianura occidentale, attorno alla Laguna di Venezia e sul delta del Po: Chioggia centro e Verona Santa Caterina hanno condiviso il primato mensile con 27,2°C di media. Le anomalie più marcate, invece, hanno interessato le Prealpi occidentali.

Sul fronte delle precipitazioni, il mese chiude con un deficit regionale del 9% rispetto alla norma, ma la fotografia cambia radicalmente scendendo a scala locale: mentre l'alta pianura e la costa settentrionale — con Nogarolo di Tarzo, Vittorio Veneto e Bibione sotto i 30 mm cumulati — hanno vissuto un mese quasi da deserto, la pianura meridionale ha registrato un surplus fino al 20%, con punte come Villadose, dove sono caduti 123 mm, oltre il doppio della media storica.

Il mese si è aperto nel segno dell'instabilità, con un fronte atlantico che ha posto fine alla lunghissima ondata di calore della seconda metà di giugno. La tregua, tuttavia, è durata poco: dal 7 al 16 luglio una nuova ondata ha investito la regione, caratterizzata da una spiccata "mobilità" territoriale, colpendo a rotazione le Prealpi vicentine, il Veronese e le Dolomiti settentrionali, generalmente per non più di 3-4 giorni consecutivi per singola stazione.

Ancora più rilevante, dal punto di vista dell'impatto sulla popolazione, è stata l'ondata di forte disagio fisico registrata tra l'8 e il 18 luglio, calcolata attraverso l'indice Humidex (che combina temperatura e umidità relativa). Con una durata media di 11 giorni — fino a 13 sulla costa centro-meridionale — e valori che hanno toccato punte superiori ai 47°C a Porto Tolle, l'evento si posiziona al sesto posto tra i più lunghi ed estesi mai registrati in Veneto.

Negli ultimissimi giorni del mese, tra il 29 e il 30 luglio, è scattata una terza e più intensa ondata di calore, tuttora in corso al momento della chiusura del bollettino, che ha portato a
un'autentica raffica di record: 45 nuovi primati decadali per le temperature massime, con punte di 39,2°C a Castelfranco Veneto e Trebaseleghe (nuovo record assoluto per quest'ultima località) e 38,9°C a Cittadella.

Anche sul fronte del disagio notturno il mese si distingue: con una media di 15 notti tropicali (temperatura minima sopra i 20°C) in pianura, luglio 2026 è terzo nella classifica storica, dietro solo a 2024 e 2015. ARPAV sottolinea come, rispetto agli anni '90 — quando se ne contavano in media appena 3 — il fenomeno si sia più che quadruplicato, con Chioggia centro e Venezia Cavanis che hanno vissuto praticamente un mese intero senza sollievo notturno.

Le conseguenze del caldo prolungato si sono fatte sentire anche in quota: sulle Dolomiti il mese si è distinto per l'assenza pressoché totale di apporti nevosi ai ghiacciai — un'anomalia rispetto alla norma, che prevede in genere qualche nevicata anche a luglio — con un'accelerata fusione della neve residua invernale e un aggravamento del degrado del permafrost. Al sito di riferimento del Piz Boè, a 2.900 metri, lo strato attivo del permafrost ha raggiunto una profondità di oltre 7,4 metri, quasi 3 metri in più rispetto alla media 2011-2015.

Se la pianura meridionale ha beneficiato di precipitazioni superiori alla media, la situazione è opposta per le zone montane e pedemontane, dove l'indice SPEI (che integra precipitazioni ed evapotraspirazione) segnala un'accentuazione delle condizioni di siccità, tra il lieve e il moderato, con punte severe sia nel breve che nel medio-lungo periodo. Il bilancio idroclimatico regionale, del resto, risulta negativo su tutta la pianura e la fascia collinare, complice un'evapotraspirazione potenziale che a luglio ha superato i 150 mm medi in pianura.

Il quadro complessivo restituito da ARPAV descrive un'estate 2026 che, dopo l'ondata eccezionale di fine giugno, non ha concesso lunghe tregue al territorio veneto. Il progressivo rialzo termico degli ultimi giorni di luglio, con l'avvio della terza intensa ondata di calore stagionale, lascia presagire un mese di agosto ugualmente impegnativo dal punto di vista climatico e sanitario, in una regione dove il trend di riscaldamento degli ultimi trent'anni — quantificato da ARPAV in +0,85°C per decennio per le temperature medie di luglio — continua a manifestarsi con crescente evidenza.


“Spese per la gestione del verde pubblico, non costi ma investimento”: l’intervento del consigliere Argav Alessandro Bedin, presidente dell’Associazione Pubblici Giardini

Alessandro Bedin, consigliere Argav, in qualità di presidente dell'Associazione Pubblici Giardini, ha inviato una nota al Corriere del Veneto in risposta ad alcuni articoli pubblicati dal quotidiano sul problema delle isole di calore nelle città, nota che proponiamo anche ai lettori di Argav.


I due articoli proposti sul Corriere del Veneto sabato 1° agosto 2026, a firma di Silvia Madiotto e Stefano Bensa contengono contenuti condivisibili e non, e vorrei cercare in poche righe (con tutta la difficoltà del caso), di aggiungere qualche contenuto tecnico.

Dopo un inizio giusto dell'articolo di Silvia ”la spinta verde per raffreddare le città” mi ha fatto sobbalzare il solito adagio: “Il nodo dei costi”; perché, convinzione, luogo comune o pregiudizio di gran parte della popolazione è che la gestione del verde pubblico portino solamente a problemi e costi.

E’ vero, la Natura ci crea anche qualche problema, ma non sono nulla rispetto i grandi benefici che riceviamo. E' vero, per avere quantità importanti di verde pubblico e ben gestirlo servono tante risorse e di più di quelle dichiarate per la città di Verona (non affronto la questione per non allungare troppo l’intervento). Ma dobbiamo ragionare non solamente considerando i costi (che sono tanti e in aumento, se vogliamo avere più benessere sanitario), ma anche i benefici, cioè fare una analisi costi benefici (ACB), come indicato giustamente nell'articolo da Silvia Madiotto citando il consigliere delegato di Venezia Massimiliano De Martin.

Dovremmo farci anche qualche altra domanda come, per esempio, quanti sono i morti per eventi meteo estremi? I morti per colpi di calore in Italia nel 2025 sono stati 4957; quanto vale una vita umana? E quanto ammontano i costi dovuti a mareggiate, tornadi, allagamenti? (sono stati stimati in 43 miliardi, sempre riferiti al 2025).

Anziché parlare sempre di costi dovremmo declinarli in INVESTIMENTI perché studi scientifici hanno ampiamente dimostrato che ogni euro speso per la pianificazione, progettazione e gestione del verde pubblico comporta un ritorno ben maggiore. Investire nel verde pubblico non significa solamente garantire una maggiore infiltrazione delle acque (e quindi in minori problemi di alluvioni, esondazioni, ma anche garanzia di acqua in falda), trattenimento di inquinanti (come PM2,5 e PM10), mitigazione microclimatica, quindi meno morti per problemi cardiovascolari e colpi di calore, ma anche una maggiore attrattività turistica; banalmente anche più ossigeno (che non è scontato né banale).

Il "problema" è che la Natura ha tempi lunghi, che non sono i tempi dell'uomo moderno che vorrebbe tutto e subito. Se attuiamo interventi importanti e corretti oggi (Parchi, giardini, boschi, viali alberati, tetti verdi, pareti verdi, ecc....), avremo risultati tra i 10 e i 50 anni, perché un albero, è bene ricordarlo, per esprimere i massimi benefici ecosistemici che può produrre deve raggiungere l'età adulta che varia, in media, a 20, 30, 40 o 50 anni. Se invece vengono attuati interventi non pianificando, mal progettando la gestione sarà un disastro dopo pochi anni e con costi smisurati.

Altro aspetto da sfatare: gli alberi non devono essere potati. Se piantati nel posto giusto per ambiente e sviluppo (cioè ben progettando), hanno bisogno di un po' di aiuto nell'attecchimento eventualmente qualche potatura di rimonda periodica per togliere rami secchi, ma più le chiome sono intonse da insensate e scriteriate potature che li minano nella loro stabilità, più sono in grado di offrirci i grandi benefici ecosistemici di cui possiamo godere grazie a biomasse importanti (sono molto più efficienti alberi adulti con ampie e ben sviluppate chiome).

Un sacerdote padovano dell'800 (nel “Catechismo Agricolo ad uso dei Contadini” 1869), sollecitava i contadini veneti a non lesinare nell'acquisto di letame pensando di risparmiare, ma di spendere le giuste risorse perché concimando bene i campi avrebbero in seguito ottenuto maggiori raccolti. Anticipava ai posteri il concetto di investimento che ha bisogno di spese iniziali (che non sono, banalmente, solo costi).

Nel 2026 non abbiamo ancora imparato la lezione: “chi più spende, manco spende”, e questo concetto vale particolarmente per quanto riguarda la corretta pianificazione, progettazione e gestione del verde pubblico che tende ad essere ancora frenata “dall'incubo del costi” e dai problemi percepiti.



Emergenza idrica. Situazione critica per Adige e Albarella, stretta sui prelievi e sforzi sul fronte idroelettrico

«La situazione resta estremamente critica, con le criticità maggiori concentrate in questa fase sull’isola di Albarella e sul fiume Adige». A fare il punto è l'assessore regionale all'Ambiente, Elisa Venturini, tracciando un aggiornamento rispetto al quadro dei giorni scorsi.

Sul fronte fluviale, l'Adige continua a registrare dati fortemente negativi e a collassare, non arrivando cioè al livello minimo richiesto per il pompaggio dell'acqua. In particolare, la portata a Boara Pisani continua a rimanere ben sotto la quota necessaria e, per far fronte a questa criticità, la situazione viene attivamente aiutata attraverso l'acqua che arriva tramite il SAVEC.

Alla luce di questo aggravamento, la Regione è stata costretta a prevedere un'ulteriore e drastica stretta a tutti i prelievi di acqua dall'Adige. Inoltre, sarà necessario bloccare il prelievo di acqua dagli affluenti del Piave proprio per continuare a preservare la poca acqua che c'è in questo momento.

Per quanto riguarda il comparto idroelettrico, va riconosciuto e ringraziato lo sforzo compiuto dagli operatori; attualmente si sta infatti procedendo a scaricare l'acqua senza creare energia.

Nel frattempo, per tamponare l'emergenza potabile e non lasciare scoperte le aree in difficoltà, continua incessantemente l'azione del SAVEC (Sistema Acquedottistico del Veneto Centrale) tramite il prelievo dell'acqua dai pozzi di Camazzole, a Carmignano di Brenta (Padova) un'attività fondamentale per trasferire la risorsa verso i territori della Bassa Padovana e del Polesine.

«Siamo consci che tutti stanno facendo grandi sacrifici: i produttori di energia, gli operatori turistici ed anche gli agricoltori — conclude l'assessore Venturini —. Ma in questa fase è determinante fare il massimo per preservare la fornitura di acqua potabile ai cittadini».

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Il Po è in secca, e inizia il “party” dei microbi che avvelena l’Italia

Rilanciamo nel nostro sito l'interessante articolo di Marco Zambianchi, microbiologo vaccinatore, docente in Ispezione degli alimenti di origine animale all'Università di Milano, Auditor ISO e membro della Commissione Igiene, Qualità e Sicurezza dell'ONB, pubblicato da Scienzaveneto.it, testata diretta dal consigliere Argav e giornalista scientifico Riccardo Panigada. 

Quando il Grande Fiume decide di fare lo sciopero della sete e si trasforma in un rigagnolo stanco, la natura non si prende una pausa, anzi: organizza una festa clandestina dove i microbi sono i DJ e i nutrienti il buffet illimitato. In pratica, quando la portata del Po crolla sotto i 450 metri cubi al secondo e il Delta raggiunge temperature da idromassaggio a 32°C, accade esattamente quello che succederebbe dimenticando un brodo di pollo sul balcone a ferragosto. Senza l’effetto “risciacquo” dell’acqua fresca, tutto ciò che arriva dai campi intensivi, dagli allevamenti e dai depuratori cittadini — parliamo di quintali di nitrati e fosfati — si concentra in un cocktail micidiale. È il regno dell’eutrofizzazione, ovvero l’abbondanza di cibo che diventa una condanna.

I primi ad approfittare di questo party da incubo sono i cianobatteri, simpatici organismi un tempo noti come alghe blu-verdi. Trovando acqua calda, calma e un buffet di fosforo e azoto da far invidia a un cenone di Capodanno, proliferano a dismisura creando vistosi “tappeti” verdi e schiume galleggianti. Purtroppo, insieme a loro arrivano anche batteri decisamente poco raccomandabili come Escherichia coli, Salmonella e Vibrio, che festeggiano il calo di ossigeno e la concentrazione degli scarichi. Quando poi tutta questa sterminata massa algale muore, la decomposizione prosciuga fino all’ultima molecola di ossigeno disciolto nell’acqua, lasciando il campo libero ai batteri anaerobi e alle loro esalazioni preferite: idrogeno solforato (con il suo inconfondibile profumo di uova marce) e metano.

Tutto questo idillio microbiologico ha conseguenze utili quanto una puntura di vespa sulla lingua. Per gli esseri umani, il rischio si chiama cianotossine: sostanze capaci di fare danni al fegato, al sistema nervoso e persino di promuovere l’insorgenza di tumori. Fare un tuffo in queste acque o respirarne l’aerosol può regalare spiacevoli dermatiti, gastroenteriti e, nei casi più gravi, problemi epatici o neurologici, mentre i gestori dei potabilizzatori devono fare i salti mortali — e spendere cifre da capogiro — per rendere l’acqua di rubinetto di nuovo potabile.

Nelle fattorie la musica non cambia: il bestiame che beve acqua avvelenata da epatotossine rischia la vita e nel Delta la mancanza di ossigeno e il caldo torrido riescono a far strage fino al 90% delle coltivazioni di vongole. L’intero ecosistema va in cortocircuito: le specie native soffrono, la biodiversità crolla e il mare ne approfitta per risalire il fiume con il cosiddetto “cuneo salino”, che penetra per decine di chilometri trasformando la salinità di zone protette come la Riserva Mab Unesco. E non va meglio ai campi coltivati: l’acqua irrigua carica di sale avvelena i terreni, riducendo drasticamente i raccolti di riso, mais e pomodori.

Cosa si sta facendo di fronte a questa apnea idrica? Per ora ci si muove tra stati di emergenza regionali, limitazioni all’irrigazione, monitoraggi continui delle ARPA ed esercitazioni di protezione civile, accompagnati dalle giuste proteste delle associazioni di categoria che chiedono a gran voce una regia unica. Ma la scienza parla chiaro: mettere pezze non basta. Per curare il paziente serve una terapia d’urto strutturale. Bisogna tagliare i nutrienti alla fonte potenziando i depuratori ed evitando che i fertilizzanti finiscano nel fiume grazie all’agricoltura di precisione e alle fasce vegetate di protezione. Occorre poi rispettare religiosamente il Deflusso Ecologico minimo — ovvero la quantità d’acqua necessaria a far respirare il fiume —, passare d’urgenza all’irrigazione a goccia (che risparmia fino al 50% d’acqua rispetto ai vecchi spruzzatori) e realizzare finalmente un piano di invasi multifunzionali per trattenere la pioggia quando cade, superando un’immobilità infrastrutturale che dura da decenni.

In fondo, la diagnosi è chiara: la sofferenza del Po è il risultato di un mix fatale tra cambiamenti climatici imprevedibili — meno neve sulle Alpi, temperature più alte ed eventi meteo estremi — e una gestione umana nettamente migliorabile, fatta di prelievi agricoli massicci (pari a circa tre quarti del totale), reti idriche colabrodo e modelli colturali troppo idro-esigenti per i tempi attuali. Le soluzioni d’emergenza possono tamponare l’emorragia, ma solo una pianificazione integrata del bacino, la riconversione delle colture e una vera economia circolare dell’acqua potranno evitare che l’estate sul Grande Fiume assomigli sempre più a una puntata di un documentario post-apocalittico.

Quarta ondata di calore, in Veneto la crisi idrica è sempre più grave

“Con l’arrivo della quarta ondata di calore, l’unico bagliore di speranza è rappresentato dall’imminenza dei raccolti – spiega il direttore di ANBI Veneto Silvio Parizzi. – In molti territori, infatti, questa fase inizierà con diversi giorni di anticipo rispetto agli altri anni in ragione delle semine precoci effettuate in una primavera già molto calda. Per avere un quadro preciso della stagione sarà poi necessario effettuare una valutazione delle rese anche alla luce dei maggiori costi energetici sostenuti per irrigare”.

Nel giorno in cui l’Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici nel Distretto Idrografico del Fiume Po alza ai massimi la valutazione di severità idrica elevandola dal livello “medio” al livello “alto”, i dati aggiornati restituiscono un quadro che si aggrava costantemente su tutti i corsi d’acqua veneti.

Se il Po a Pontelagoscuro segna una portata intorno ai 250 mc/s, record negativi si registrano anche sull’Adige, che a Boara Pisani è sceso a 43 metri cubi al secondo comportando una necessaria rimodulazione a monte delle derivazioni consortili, e sul Brenta, che al misuratore di Barzizza – Bassano del Grappa segna soli 31 metri cubi al secondo, a fronte di una portata minima per garantire ambiente e agricoltura a 44 mc/s.

Il cuneo salino interessa tutti i fiumi, con le derivazioni di foce chiuse un po’ ovunque, dal Delta del Po al Veneto Orientale, con il consorzio locale costretto a tener chiuse le derivazioni alle foci di Tagliamento, Livenza e Piave, in una situazione che nel territorio appare peggiore a quella del 2022.

Nella cronaca della crisi, l’ultima comunicazione in ordine temporale viene dal Consorzio di Bonifica Acque Risorgive che, dopo aver avviato nelle scorse settimane turnazioni straordinarie, ha comunicato ieri la chiusura delle derivazioni irrigue nel bacino del Marzenego, nell'area compresa tra il comune trevigiano di Resana e la Laguna Veneta.

Lunedì, il Consorzio di Bonifica Brenta ha annunciato la necessità di stringere ulteriormente i turni irrigui per evitare l'esaurimento completo delle disponibilità idriche, stimato in meno di una settimana ai ritmi attuali. Il Consorzio di Bonifica Veronese si è visto costretto a richiedere l’intervento dei carabinieri in località San Vito al Mantico (VR), nel territorio comunale di Bussolengo, a causa di un prelievo d’acqua effettuato senza autorizzazione dal canale Conagro.

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

Risorsa idrica in Veneto in grave crisi, sia a giugno (-15% di precipitazioni), sia nell’anno idrologico (-26%)

Il mese di giugno ha confermato un quadro di preoccupante attenzione per la disponibilità idrica regionale. Secondo i dati ARPAV raccolti nel bollettino ANBI Veneto, la situazione si fa sempre più complessa: sono caduti mediamente 85 mm di pioggia, con un deficit del 15% rispetto alla norma. Se i settori montani hanno beneficiato di rovesci più abbondanti, il basso Veneto e il Delta del Po sono rimasti pressoché a secco. Con questi dati, il deficit complessivo dell’anno idrologico (ottobre 2025 – giugno 2026) si attesta a un pesante -26%.

La temperatura media osservata sui distretti irrigui monitorati da CeSPII-LEB (il Centro di Sviluppo e Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua del Consorzio LEB) ha raggiunto i 25°C, con un’anomalia di +2.2°C rispetto alla media storica che classifica il periodo come il quarto mese più caldo dal 1991 a oggi. All'interno dei medesimi distretti, il valore medio delle precipitazioni è stato di appena 2 mm al giorno, con una distribuzione estremamente irregolare.

Scompaiono le riserve di neve, fiumi in sofferenza. Sulle Dolomiti si sono registrati picchi termici fino a +3°C sopra la norma; un caldo eccezionale che ha accelerato l’evapotraspirazione e l’esaurimento delle riserve nivali. La fusione precoce e quasi totale del manto nevoso residuo in quota ha privato il territorio di una delle sue principali riserve naturali estive. Senza l’apporto della neve, la pressione su corsi d’acqua, invasi e sistemi irrigui è aumentata drasticamente.
I principali fiumi veneti mostrano portate ben inferiori alle medie stagionali: lo scenario più critico si registra sul fiume Po, che segna un drammatico -70% al misuratore di Pontelagoscuro. Risultano in forte sofferenza anche l’Adige, con un -57% al misuratore di Boara Pisani, il Bacchiglione (-60% a Montegalda), il Brenta (-53% a Barziza) e il Livenza (-46% a Meduna di Livenza). La carenza non risparmia il sottosuolo, dove anche le falde idriche sotterranee restano generalmente al di sotto dei livelli medi del periodo, faticando a ricaricarsi per la mancanza di piogge stabili in pianura.

L’avanzata del cuneo salino nel Delta. Nei territori di valle e nel Delta del Po, la drastica riduzione dei deflussi d’acqua dolce sta favorendo la risalita del cuneo salino che, attualmente (dati dell'8 luglio), è penetrato fino a 20 km nell’entroterra.

Le proiezioni di CeSPII LEB per il mese di luglio. Nelle proiezioni di luglio del Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua istituito presso il Consorzio LEB, le mappe di anomalia delle precipitazioni evidenziano un deficit pluviometrico generalizzato. Si prevedono valori sotto la media su quasi tutto il comprensorio, con punte di forte scarsità nelle aree centro-orientali; solo un settore limitato lungo la fascia costiera mostra condizioni prossime alla norma.
L’evapotraspirazione colturale risulta diffusamente elevata rispetto ai valori medi stagionali su tutto il territorio, un segnale coerente con una fase termica più calda della norma. Il bilancio idrico climatico riflette questa combinazione: il deficit si presenta marcato e diffuso su quasi tutto il comprensorio, dove la scarsità di precipitazioni si somma a un’evapotraspirazione elevata.

Il commento di ANBI Veneto. «Le precipitazioni, pur presenti in alcune aree, non hanno compensato il deficit accumulato dall’inizio dell’anno idrologico, mentre le temperature elevate e le portate fluviali molto ridotte aumentano la pressione sul sistema irriguo», spiega Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «Viste anche le previsioni per luglio, particolare attenzione desta la situazione del Delta del Po e dei territori di valle, dove i bassi deflussi del Po e degli altri grandi fiumi favoriscono l’avanzata del cuneo salino e rendono sempre più delicata la gestione della risorsa". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto, evidenzia come i provvedimenti regionali e i modelli previsionali impongano un cambio di passo immediato: «Le preoccupazioni espresse dalla Regione del Veneto con l’ordinanza dello Stato di emergenza regionale, unitamente alle proiezioni per luglio, richiamano l’urgenza di accelerare sulla realizzazione del Piano Invasi e su tutte le opere necessarie a trattenere l’acqua sul territorio nei periodi più favorevoli. È il momento di superare definitivamente la logica dell’emergenza e fare della sicurezza idrica una priorità strutturale delle politiche regionali e nazionali, perché la disponibilità d’acqua rappresenta una condizione indispensabile per l’agricoltura, l’ambiente e lo sviluppo dei nostri territori».

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto