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Crisi idrica in Veneto, Anbi chiama, la Regione risponde

“I danni all’agricoltura, così come la sofferenza degli invasi in quota, sono facce della stessa medaglia; la crisi idrica non risparmia nessuno e si manifesta in base alle specificità di ciascun territorio. Il grido di allarme che giunge dalla pianura è lo stesso che viene dalle montagne e dai territori costieri: ci impone di andare oltre l’approccio di emergenza e di intervenire dal punto di vista infrastrutturale, senza contrapposizioni di alcun genere” . Ad affermarlo è Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce gli 11 Consorzi di bonifica regionali.

“Da anni, insistiamo nel dotare il Veneto di nuovi invasi per riscoprire la capacità del territorio regionale di dare spazio all’acqua, per la sicurezza idraulica, l’ambiente e l’agricoltura. Attualmente – continua il presidente di AnbiVeneto – il nostro territorio è in grado di trattenere solo una piccola parte dell’acqua piovana. Il Piano Invasi che i Consorzi di bonifica e il comparto agricolo propongono, insieme alla riconversione verso tecniche irrigue più efficienti, rappresenta la strada maestra per adattare il territorio al clima che cambia. Il percorso è chiaro – conclude Vantini –, auspichiamo che nelle leggi di bilancio, sia a livello regionale sia a livello nazionale, si possa trovare lo spazio finanziario necessario per sostenerla; altrimenti, alla prossima siccità, parleremo ancora di emergenza, guerre dell’acqua e contrapposizioni che non permetteranno di far fronte al problema in maniera adeguata”.

“L’emergenza siccità denunciata da Anbi Veneto è reale, e sulle necessità e sulle priorità indicate dai Consorzi di bonifica mi trovo pienamente d’accordo”, afferma di rimando l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond. Che continua: “Assieme al presidente Alberto Stefani stiamo lavorando per mettere sul tavolo un investimento da 30 milioni di euro per affrontare questa emergenza e rafforzare la capacità del Veneto di gestire la risorsa idrica. E’ inoltre in arrivo un Programma Speciale della UE per le infrastrutture legate alla siccità. Ma nell’immediato, dobbiamo cambiare il nostro modo di gestire l’acqua. Se oggi affrontiamo una crisi idrica ogni due o tre anni, non possiamo più ragionare come se l’emergenza fosse un’eccezione: dobbiamo comportarci come se fossimo sempre chiamati a prevenire la prossima. Questo significa ottimizzare la risorsa quando è disponibile, governarla in modo dinamico e spingere al massimo l’efficienza delle derivazioni e degli utilizzi, 12 mesi all’anno. E’ un cambio di mentalità che deve riguardare anche la montagna, dove la disponibilità d’acqua è sempre più una questione strategica. Per fare questo, però, dobbiamo partire dai dati: dobbiamo avere un quadro pubblico, aggiornato e trasparente di tutte le derivazioni e degli effettivi utilizzi della risorsa. Solo conoscendo esattamente quanta acqua abbiamo, dove viene prelevata e come viene utilizzata possiamo costruire un vero Piano di gestione della siccità, capace di programmare oggi quello che ci servirà domani. Non possiamo più limitarci a rincorrere l’emergenza: dobbiamo governarla prima che arrivi”.

“Oggi ci troviamo di fronte a una combinazione di fattori che ci impone di cambiare approccio – spiega ancora Bond.- E’ cambiata innanzitutto l’agricoltura: lavoriamo sempre più sulla qualità delle produzioni e questo significa che l’acqua serve per periodi più lunghi rispetto a quelli previsti storicamente dai sistemi concessori. Nel frattempo il clima ci presenta ormai con una frequenza impressionante crisi idriche, una ogni due o tre anni. E, giustamente, è cambiata anche la nostra sensibilità ambientale: non possiamo pensare di svuotare i laghi di montagna e lasciare i fiumi senz’acqua per garantire le esigenze irrigue della pianura. Di fronte a questo scenario non esiste una sola soluzione. Dobbiamo agire sul risparmio della risorsa, incentivando e diffondendo sistemi irrigui sempre più efficienti e contemporaneamente sulla capacità di accumulo, aumentando i volumi disponibili attraverso nuovi invasi e, soprattutto, ottimizzando quelli che già abbiamo”. Su questo punto Bond rassicura direttamente Anbi: “I Consorzi sanno che la Regione non è rimasta ferma. Abbiamo già numerosi progetti, elaborati insieme agli stessi Consorzi di bonifica, che sono stati inseriti nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (Pniissi). Si tratta di interventi che sono stati ritenuti ammissibili e che ora attendono il finanziamento da parte del Governo. E’ questa una delle strade che dobbiamo percorrere con maggiore determinazione”.

Per quanto riguarda la montagna, l’assessore invita però a guardare anche oltre la semplice realizzazione di nuovi laghetti: “Creare nuovi bacini artificiali in quota può essere una possibilità, ma non sempre è la risposta più rapida. Sono opere che richiedono tempi autorizzativi importanti e che devono confrontarsi anche con i pareri della Soprintendenza, come dimostrano le difficoltà incontrate in territori vicini al Veneto. Nei nostri progetti, invece, puntiamo sull’ottimizzazione degli invasi esistenti in montagna, per aumentarne i volumi disponibili e riuscire a distribuire la risorsa verso la pianura senza dover svuotare i laghi proprio nel pieno della stagione irrigua e, contemporaneamente, di quella turistica della montagna”.

Ma per Bond gli investimenti infrastrutturali devono essere accompagnati nell’immediato da una nuova modalità di gestione dell’acqua. “Ai Consorzi dico: sì, servono risorse e dobbiamo investire, ma nel frattempo dobbiamo anche imparare a governare in maniera sempre più dinamica l’acqua che abbiamo, evitando che la scarsità produca squilibri e disparità tra territori. L’esperienza della gestione dell’Adige di questa estate dimostra che, attraverso una programmazione attenta e condivisa, è possibile affrontare con efficienza anche una stagione delicata. La strategia deve essere quindi doppia: nel breve periodo, gestire in maniera dinamica e intelligente l’acqua che c’è; nel lungo periodo, investire per avere più acqua da accumulare e distribuire. E’ su questo equilibrio che dobbiamo costruire la sicurezza idrica del Veneto dei prossimi anni”, conclude Bond.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto/Regione Veneto

Bollettino ANBI Veneto disponibilità risorsa idrica a luglio in Veneto: -70% Adige, -69% Bacchiglione, -68% Po, -42% Brenta. La crisi continua ad agosto

Dati Arpav alla mano, a fronte di precipitazioni inferiori alla media (-9% a luglio e -24% dall'inizio dell'anno idrologico) e di un mese particolarmente caldo (+1,3 °C), la situazione dei fiumi registra criticità diffuse e marcate, con picchi negativi per l'Adige (-70%), il Bacchiglione (-69%), il Po (-68%) e il Brenta (-42%) mentre le falde dell'alta pianura restano su livelli estremamente bassi.

Le proiezioni elaborate del CeSpII Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irriga istituito presso il Consorzio di Bonifica LEB delineano per il mese di agosto una condizione di diffusa siccità climatica su gran parte del territorio veneto, in particolare nelle aree centro-settentrionali.

L'effetto congiunto della scarsità di piogge e dell'elevata evapotraspirazione sta esaurendo rapidamente la riserva idrica del suolo, rendendo necessaria una gestione mirata del terreno e il costante monitoraggio dei canali per sostenere le colture nelle fasi fenologiche più critiche.

«La prolungata sofferenza dei corpi idrici superficiali osservata nel mese di luglio deriva in modo diretto dall'esaurimento della componente nivale e dalle persistenti elevate temperature registrate in quota», dichiara Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «In questo scenario complesso, i Consorzi di bonifica hanno assicurato la continuità del servizio irriguo mediante un'azione di gestione dinamica ed equilibrata, applicando riduzioni selettive alle derivazioni laddove necessario. L'adozione di tecnologie avanzate, il monitoraggio costante e il progressivo efficientamento delle reti consentono oggi una gestione razionale della risorsa, ma si conferma indispensabile l'attuazione di investimenti strutturali per rafforzare la resilienza del sistema».

«Il comparto agricolo sta affrontando questa ennesima fase critica con estremo senso di responsabilità», sottolinea Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto. «Le limitazioni concordate con la Regione del Veneto sulla quota di derivazioni, in particolare lungo l'asta del fiume Adige, rappresentano un impegno gravoso per le aziende agricole del territorio, reso tuttavia necessario per salvaguardare la risorsa idrica, tutelare l'equilibrio degli ecosistemi e garantire la priorità degli approvvigionamenti civili. Risulta ora imprescindibile definire una programmazione infrastrutturale di lungo periodo affinché gli impatti dei cambiamenti climatici non continuino a gravare in modo sproporzionato sul settore primario».

Fonte: servizio stampa ANBI VENETO

Nel Delta la portata del Po scende verso i 200 mc/s, Porto Tolle (Rovigo) al collasso, ma iniziano i raccolti

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Con 206 mc/s registrati a Pontelagoscuro (Ferrara), la portata del fiume Po ha registrato lo scorso 5 agosto pomeriggio il livello più basso – per quanto riguarda il tratto alla foce – di quest’estate da incubo. Dopo una parziale ripresa nella notte, il livello è tornato a scendere e punta decisamente sotto la soglia psicologica dei 200 mc/s.
 
Il cuneo salino circonda ora l’unità territoriale di Porto Tolle (Rovigo)costringendo il Consorzio di Bonifica Delta del Po a chiudere tutte le derivazioni irrigue. L’Osservatorio permanente del fiume Po, riunitosi nella mattina del 6 agosto 2026, non ha potuto far altro che prendere atto della situazione, che è ancora più grave rispetto alla settimana scorsa, quando il livello di severità era stato elevato al massimo. Qualche beneficio potrebbe derivare dalle precipitazioni sull’arco alpino, ma con gli invasi idroelettrici scarichi e i prelievi a monte ridotti, le portate attuali sono sostenute solo dalle restituzioni dei sistemi irrigui. Questo non basta a dar respiro al Polesine e al Delta, la cui linea di costa si è virtualmente ritirata di almeno 20 km nell’entroterra dai primi di giorni di luglio.
 
“Dopo la grande siccità del 2022, stiamo di nuovo assistendo al collasso del territorio – afferma il direttore del Consorzio di Bonifica Delta del Po Rodolfo Laurenti –. Porto Tolle (nella foto in alto) e Polesine Camerini sono isole in mezzo a un mare che ormai lambisce Taglio di Po e Porto Viro”. “In una crisi entrata nel vivo già sul finire della primavera, l’agricoltura è sopravvissuta per le misure emergenziali intraprese dal Consorzio di Bonifica – spiega la presidente Virginia Taschini - . Il nostro personale, grazie all’esperienza e alla conoscenza capillare del territorio, ha svolto un lavoro chirurgico nel gestire i livelli di risorsa attraverso bypass, motopompe e turnazioni serrate. Attraverso queste misure anche a Porto Tolle si è portato a compimento il ciclo di maturazione delle piante; in questi giorni gli agricoltori avviano la fase dei raccolti e potranno quantificare le rese e, dunque, la redditività". “Ora l’attenzione è concentrata sulle risaie – conclude la presidente -, con il riso che non è ancora arrivato a maturazione e dovrà pertanto far affidamento sulla pochissima acqua in circolazione nella rete consortile, nella speranza di piogge che però al momento non si vedono”. 

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

Quarta ondata di calore, in Veneto la crisi idrica è sempre più grave

“Con l’arrivo della quarta ondata di calore, l’unico bagliore di speranza è rappresentato dall’imminenza dei raccolti – spiega il direttore di ANBI Veneto Silvio Parizzi. – In molti territori, infatti, questa fase inizierà con diversi giorni di anticipo rispetto agli altri anni in ragione delle semine precoci effettuate in una primavera già molto calda. Per avere un quadro preciso della stagione sarà poi necessario effettuare una valutazione delle rese anche alla luce dei maggiori costi energetici sostenuti per irrigare”.

Nel giorno in cui l’Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici nel Distretto Idrografico del Fiume Po alza ai massimi la valutazione di severità idrica elevandola dal livello “medio” al livello “alto”, i dati aggiornati restituiscono un quadro che si aggrava costantemente su tutti i corsi d’acqua veneti.

Se il Po a Pontelagoscuro segna una portata intorno ai 250 mc/s, record negativi si registrano anche sull’Adige, che a Boara Pisani è sceso a 43 metri cubi al secondo comportando una necessaria rimodulazione a monte delle derivazioni consortili, e sul Brenta, che al misuratore di Barzizza – Bassano del Grappa segna soli 31 metri cubi al secondo, a fronte di una portata minima per garantire ambiente e agricoltura a 44 mc/s.

Il cuneo salino interessa tutti i fiumi, con le derivazioni di foce chiuse un po’ ovunque, dal Delta del Po al Veneto Orientale, con il consorzio locale costretto a tener chiuse le derivazioni alle foci di Tagliamento, Livenza e Piave, in una situazione che nel territorio appare peggiore a quella del 2022.

Nella cronaca della crisi, l’ultima comunicazione in ordine temporale viene dal Consorzio di Bonifica Acque Risorgive che, dopo aver avviato nelle scorse settimane turnazioni straordinarie, ha comunicato ieri la chiusura delle derivazioni irrigue nel bacino del Marzenego, nell'area compresa tra il comune trevigiano di Resana e la Laguna Veneta.

Lunedì, il Consorzio di Bonifica Brenta ha annunciato la necessità di stringere ulteriormente i turni irrigui per evitare l'esaurimento completo delle disponibilità idriche, stimato in meno di una settimana ai ritmi attuali. Il Consorzio di Bonifica Veronese si è visto costretto a richiedere l’intervento dei carabinieri in località San Vito al Mantico (VR), nel territorio comunale di Bussolengo, a causa di un prelievo d’acqua effettuato senza autorizzazione dal canale Conagro.

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

Risorsa idrica in Veneto in grave crisi, sia a giugno (-15% di precipitazioni), sia nell’anno idrologico (-26%)

Il mese di giugno ha confermato un quadro di preoccupante attenzione per la disponibilità idrica regionale. Secondo i dati ARPAV raccolti nel bollettino ANBI Veneto, la situazione si fa sempre più complessa: sono caduti mediamente 85 mm di pioggia, con un deficit del 15% rispetto alla norma. Se i settori montani hanno beneficiato di rovesci più abbondanti, il basso Veneto e il Delta del Po sono rimasti pressoché a secco. Con questi dati, il deficit complessivo dell’anno idrologico (ottobre 2025 – giugno 2026) si attesta a un pesante -26%.

La temperatura media osservata sui distretti irrigui monitorati da CeSPII-LEB (il Centro di Sviluppo e Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua del Consorzio LEB) ha raggiunto i 25°C, con un’anomalia di +2.2°C rispetto alla media storica che classifica il periodo come il quarto mese più caldo dal 1991 a oggi. All'interno dei medesimi distretti, il valore medio delle precipitazioni è stato di appena 2 mm al giorno, con una distribuzione estremamente irregolare.

Scompaiono le riserve di neve, fiumi in sofferenza. Sulle Dolomiti si sono registrati picchi termici fino a +3°C sopra la norma; un caldo eccezionale che ha accelerato l’evapotraspirazione e l’esaurimento delle riserve nivali. La fusione precoce e quasi totale del manto nevoso residuo in quota ha privato il territorio di una delle sue principali riserve naturali estive. Senza l’apporto della neve, la pressione su corsi d’acqua, invasi e sistemi irrigui è aumentata drasticamente.
I principali fiumi veneti mostrano portate ben inferiori alle medie stagionali: lo scenario più critico si registra sul fiume Po, che segna un drammatico -70% al misuratore di Pontelagoscuro. Risultano in forte sofferenza anche l’Adige, con un -57% al misuratore di Boara Pisani, il Bacchiglione (-60% a Montegalda), il Brenta (-53% a Barziza) e il Livenza (-46% a Meduna di Livenza). La carenza non risparmia il sottosuolo, dove anche le falde idriche sotterranee restano generalmente al di sotto dei livelli medi del periodo, faticando a ricaricarsi per la mancanza di piogge stabili in pianura.

L’avanzata del cuneo salino nel Delta. Nei territori di valle e nel Delta del Po, la drastica riduzione dei deflussi d’acqua dolce sta favorendo la risalita del cuneo salino che, attualmente (dati dell'8 luglio), è penetrato fino a 20 km nell’entroterra.

Le proiezioni di CeSPII LEB per il mese di luglio. Nelle proiezioni di luglio del Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua istituito presso il Consorzio LEB, le mappe di anomalia delle precipitazioni evidenziano un deficit pluviometrico generalizzato. Si prevedono valori sotto la media su quasi tutto il comprensorio, con punte di forte scarsità nelle aree centro-orientali; solo un settore limitato lungo la fascia costiera mostra condizioni prossime alla norma.
L’evapotraspirazione colturale risulta diffusamente elevata rispetto ai valori medi stagionali su tutto il territorio, un segnale coerente con una fase termica più calda della norma. Il bilancio idrico climatico riflette questa combinazione: il deficit si presenta marcato e diffuso su quasi tutto il comprensorio, dove la scarsità di precipitazioni si somma a un’evapotraspirazione elevata.

Il commento di ANBI Veneto. «Le precipitazioni, pur presenti in alcune aree, non hanno compensato il deficit accumulato dall’inizio dell’anno idrologico, mentre le temperature elevate e le portate fluviali molto ridotte aumentano la pressione sul sistema irriguo», spiega Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto. «Viste anche le previsioni per luglio, particolare attenzione desta la situazione del Delta del Po e dei territori di valle, dove i bassi deflussi del Po e degli altri grandi fiumi favoriscono l’avanzata del cuneo salino e rendono sempre più delicata la gestione della risorsa". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto, evidenzia come i provvedimenti regionali e i modelli previsionali impongano un cambio di passo immediato: «Le preoccupazioni espresse dalla Regione del Veneto con l’ordinanza dello Stato di emergenza regionale, unitamente alle proiezioni per luglio, richiamano l’urgenza di accelerare sulla realizzazione del Piano Invasi e su tutte le opere necessarie a trattenere l’acqua sul territorio nei periodi più favorevoli. È il momento di superare definitivamente la logica dell’emergenza e fare della sicurezza idrica una priorità strutturale delle politiche regionali e nazionali, perché la disponibilità d’acqua rappresenta una condizione indispensabile per l’agricoltura, l’ambiente e lo sviluppo dei nostri territori».

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

L’andamento idro-meteorologico di maggio, mese caldo e secco. Il sollievo dalle piogge dei primi di giugno non colmeranno il deficit idrico

Al netto dei gravi danni generati su alcuni territori da grandine, trombe d’aria e nubifragi, la piovosità e le temperature fresche che stanno caratterizzando la prima metà di giugno consentono di tirare un parziale sospiro di sollievo in una primavera calda e poco piovosa.Il bollettino sulla disponibilità di risorsa idrica, redatto da ANBI Veneto in collaborazione con il Ce.Sp.I.I. del Consorzio LEB, fotografa una situazione complessa e un equilibrio tuttora fragile.

Secondo i dati Arpav, a incidere è l’eredità di un maggio secco, che ha registrato una media di precipitazioni regionali pari a circa 94 millimetri, segnando un deficit del 17% rispetto alla media storica e confermando un trend negativo che nell’anno idrologico si attesta al -28%.
Questa carenza si è riflettuta sullo stato dei corsi d’acqua. Spiccano infatti i dati relativi alle portate dei grandi fiumi, sensibilmente inferiori alle medie storiche mensili: -68% per l’Adige al misuratore di Boara Pisani, -64% per il Brenta a Barzizza, -55% per il Po a Pontelagoscuro.
Per quanto riguarda le falde, i livelli sono ancora ovunque sotto la media, pur lontani dai minimi del 2022. Bene i bacini montani su Piave, invasato al 91% e Brenta, invasato al 97%; nella media – secondo i dati dell’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali del 13 maggio – gli invasi dell’Adige, con il 36% dei volumi utili invasati.

Giugno in sintesi: previsioni e raccomandazioni. Le analisi del Ce.Sp.I.I. – Consorzio LEB per il mese in corso indicano un’inversione di tendenza rispetto a maggio, con una prima metà di giugno prevalentemente umida e fresca, e con temperature e precipitazioni che verso la fine del mese dovrebbero avvicinarsi ai valori medi del periodo. Le piogge sopra la media (specie nella pianura centrale) e la bassa evapotraspirazione ridurranno temporaneamente il fabbisogno irriguo, preservando le riserve idriche del suolo.Dal punto di vista operativo saranno necessarie prudenza e flessibilità: l’umidità nel terreno condiziona la portanza dei suoli e dunque il transito con mezzi pesanti, col relativo rischio di compattazione. La comparsa di una componente più calda dalla terza settimana impone un costante monitoraggio dell’umidità per adeguare tempestivamente le irrigazioni al ritorno del caldo estivo.

Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto: "Le previsioni per giugno confermano uno scenario nella media, ma su basi ancora deboli: il deficit primaverile continua a pesare e le precipitazioni, anche localmente intense, restano poco efficaci. Proprio all’avvio della stagione irrigua serve massima attenzione, con programmazione puntuale e uso efficiente dell’acqua per accompagnare le colture nelle prossime settimane". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto: "Il bollettino evidenzia un equilibrio ancora fragile: le piogge non hanno colmato il deficit accumulato e le riserve restano sotto pressione. Con la stagione irrigua che entra nel vivo, sarà decisiva una gestione attenta e coordinata della risorsa, perché bastano poche settimane senza precipitazioni per riaprire scenari di criticità".

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

La stagione irrigua in Veneto inizia tra deficit idrico e incognite meteo

Le piogge degli ultimi giorni non devono trarre in inganno: nonostante il sollievo temporaneo, il quadro idrico regionale resta fragile all’avvio della stagione irrigua. L’ultimo Bollettino ANBI Veneto sulla disponibilità di risorsa conferma infatti una grande incertezza, dettata da deficit strutturali difficili da colmare nel breve periodo.

Secondo i dati ARPAV di marzo, in regione sono caduti mediamente 54 mm di pioggia (-21% rispetto alla media). Il dato è ancora più critico se si analizza l’intero anno idrologico (ottobre-marzo), che presenta un ammanco complessivo del 23%, con appena 399 mm accumulati contro i 517 mm attesi.

Anche il fronte nivale resta sotto la media del periodo, con deficit del 35% sulle Prealpi e fino al 28% sulle Dolomiti. Questa scarsità incide direttamente sulle portate dei grandi fiumi: il Bacchiglione ha segnato -38%, l’Adige -21%, il Livenza -23%, con flessioni significative anche per Po (-17%) e Gorzone (-16%).

A complicare il quadro è stata la variabilità termica, con il rallentamento alla fine del mese della fusione delle nevi e il conseguente rallentamento nella ricarica delle riserve. Per quanto riguarda le falde, si registrano, tra Verona, Vicenza e Padova, livelli inferiori alle medie stagionali con ricariche localizzate e discontinue.

E aprile? Le proiezioni del CeSpII, il Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua istituito presso il Consorzio LEB, invitano alla cautela. Se la prima metà di aprile appare nella norma, dal 22 del mese si attende un netto deterioramento: la componente umida lascerà spazio a condizioni secche che diverranno preponderanti entro inizio maggio.

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

Disponibilità risorsa idrica in Veneto: a febbraio bene le piogge, male le temperature. E per marzo si prevede un clima più secco della norma, con un deficit idrico diffuso a scapito delle falde

Un febbraio piovoso – le precipitazioni segnano il +33% rispetto alla media – non basta a compensare un deficit nell’anno idrologico che rimane ancora accentuato. I dati dell’ultimo Bollettino di ANBI Veneto sulla disponibilità di risorsa fotografano uno scenario in chiaroscuro, dove i timidi segnali di recupero pluviometrico si scontrano con un’anomalia termica senza precedenti. Nonostante i 77 mm di precipitazioni, il bilancio cumulato dall’inizio dell’anno idrologico resta profondamente in rosso: da ottobre a oggi mancano all’appello oltre 100 mm d’acqua, con un deficit del 23% rispetto alla media storica che continua a gravare sulle falde e sui bacini regionali.

A rendere il quadro ancora più fragile è l’aspetto termico. Febbraio 2026 si è imposto come il secondo più caldo mai registrato da Arpav, non lontano dal record del 2024, con temperature medie regionali superiori di +2.8 °C rispetto alla norma. In pianura lo scarto ha superato i +3°C, ma è in quota che si è registrata la dinamica più preoccupante. Nella terza decade del mese, le temperature sono schizzate a +6.5 °C sopra la media, innescando processi di fusione nivale precoce proprio quando la neve, caduta abbondante grazie alle perturbazioni di metà mese, avrebbe dovuto consolidarsi per garantire le scorte estive. Il risultato è una risorsa nivale che, nonostante i 70-80 cm accumulati in quota nelle Dolomiti e nelle Prealpi, rimane più debole del normale nel bilancio stagionale, con un deficit che tocca il 36% nel comparto dolomitico. La mitezza eccezionale ha ridotto l’estensione della copertura nevosa alle quote medio-basse, trasformando quello che doveva essere un “serbatoio bianco” in un deflusso anticipato e meno gestibile.

Morale? Ancora una volta, l’inizio della stagione irrigua dovrà far affidamento su piogge estemporanee e sulla capacità dei consorzi di governare la rete in gestione più che sui depositi nivali. Tanto più che le proiezioni del Centro di Sperimentazione per l’Innovazione Irrigua CeSPII LEB per il mese in corso prevedono un clima più secco della norma, con un deficit idrico diffuso che minaccia la ricarica delle falde. Con l’avvio della stagione irrigua, diventerà cruciale preservare l’umidità del terreno attraverso pratiche agronomiche conservative. A tal proposito possono risultare utili la riduzione delle lavorazioni, la gestione dei residui e coperture vegetali per limitare l’evaporazione. Un monitoraggio attento dell’umidità sarà fondamentale per programmare una distribuzione irrigua efficiente.

Fonte: ufficio stampa Anbi Veneto

ANBI VENETO: derivazioni, a rischio 8 miliardi di produzione agricola e servizi ecosistemici per centinaia di milioni di euro

“I consorzi di bonifica sono contrari a qualunque contrapposizione tra fiume e territori: è necessario evitare che rigide applicazioni del Deflusso Ecologico mettano in crisi la rete idraulica secondaria, dunque, gran parte del territorio regionale. Diminuire in maniera drastica le derivazioni dei canali per aumentare le portate nei fiumi, avrebbe impatto drammatico su agricoltura, ambiente e paesaggio. La risorsa che scorre nella rete minore consente una produzione agricola pari a 8 miliardi di euro e circa 640 milioni di euro di servizi ecosistemici”. A lanciare l’allarme è Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto, l’associazione dei Consorzi di Bonifica.

Il tema è il Deflusso Ecologico (DE), espressione che, secondo la definizione prevista nella Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE), rappresenta il “volume d’acqua utile affinché l’ecosistema acquatico continui a prosperare e a fornire i servizi necessari”. Dal 1° gennaio 2027 sostituirà il Deflusso Minimo Vitale (DMV) che indica il valore di una portata minima necessario alla salvaguardia delle caratteristiche idrologiche dei fiumi. Il DE pertanto rappresenta un’evoluzione del DMV perché agli obiettivi idrologici affianca obiettivi ambientali. Il principio, in linea generale, è condivisibile. Tuttavia, lasciare più acqua nel fiume significa ridurre, talvolta in maniera drastica, le portate della rete secondaria, con effetti ecosistemici potenzialmente critici.

Il convegno nazionale, tenutosi in occasione di Fieragricola a Veronafiere, dal titolo, “Dal diritto all’acqua alla governance del territorio. Il deflusso ecologico come chiave di coesione tra istituzioni, consorzi e agricoltori”, promosso da ANBI, ANBI Veneto ed Edagricole e stato aperto dal presidente del Veneto Alberto Stefani, collocandosi in apertura di un 2026 che rappresenta l’ultimo anno di studi e sperimentazioni per la definizione del Deflusso Ecologico, che entrerà in vigore nel 2027. La norma riguarda tutta Italia ma in modo particolare il Veneto, terra solcata da numerosi fiumi ai quali fa riferimento una rete idrografica minore che innerva capillarmente il territorio. Si tratta di fiumi spesso di carattere torrentizio, con regimi molto diversi dai fiumi di Nord Europa che ispirano la direttiva. Piave e Brenta, per esempio, per rientrare nei parametri del Deflusso Ecologico dovranno veder aumentata la propria portata in maniera sensibile e per far questo sarà necessario diminuire, in certi casi azzerare, le derivazioni dei canali artificiali.

Nei tavoli istituiti presso le Autorità di Bacino Distrettuale i Consorzi di Bonifica sostengono l’adozione del “Flusso GEP” (Good Ecological Potential, Potenziale Ecologico Buono): un regime idrologico coerente con il raggiungimento della Direttiva Quadro Acque nei corpi idrici fortemente modificati o artificiali, considerando una condizione vicina alla migliore approssimazione del continnum ecologico.

Fonte: servizio stampa ANBI Veneto

30 gennaio, al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova) corso di formazione giornalisti Org Veneto in collaborazione con Argav sulla gestione sostenibile dell’acqua per produrre cibo

Venerdì 30 gennaio p.v., dalle 18.30 alle 20.30, al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova) si svolgerà il corso di formazione giornalisti Org Veneto in collaborazione con Argav “La gestione sostenibile dell’acqua per produrre cibo: innovazione, ricerca e criticità. Nuovi linguaggi per raccontare il fabbisogno idrico in agricoltura” (2 crediti, iscrizione piattaforma Formazione giornalisti).

Programma

Grazie a ricerca ed innovazione, l’agricoltura ha fortemente ridotto il fabbisogno idrico; contestualmente la crisi climatica ha ampliato la gamma di colture bisognose di irrigazione. Quali sono gli strumenti per ottimizzare l’uso dell’acqua nei campi? Quali i valori ecosistemici, garantiti dalla distribuzione irrigua in una logica di circolarità? Quali gli errori giornalistici più comuni nell’affrontare le tematiche idriche? Ne parleranno: Fabrizio Stelluto, presidente Argav, responsabile comunicazione ANBI (Associazione nazionale consorzi gestione e tutela territorio e acque irrigue), che farà l’inquadramento della comunicazione idrica;  Raffaella Zucaro (Consorzio C.E.R.), che introdurrà il tema “Il confronto europeo sul futuro dell’acqua, cosa rischiamo”; Francesco Cavazza, ricervatore e divulgatore “Acqua Campus” – Consorzio C.E.R, il cui intervento previsto riguarda “Gli orizzonti della ricerca di un’eccellenza internazionale”; Filippo Moretto (Centro studi Anbi Veneto), che spiegherà cosa sono i servizi ecosistemici; Pablo Augustin Yaciuk (ricercatore al CNR -Consiglio nazionale delle ricerche), che parlerà de “Il progetto transfrontaliero Swamrisk”. Coordina Mauro Gambin, direttore “Con i piedi per terra”, giornalista Argav