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Al Museo di Storia Naturale, trent’anni di voli planati sopra Venezia e la sua Laguna attraverso la lettura degli Atlanti ornitologici

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). C’è un modo molto particolare di leggere il tempo: non attraverso i calendari, né attraverso le cronache politiche o economiche, ma osservando il volo degli uccelli. Guardando quali specie compaiono, quali scompaiono, quali cambiano abitudini, quali colonizzano nuovi territori. È un tempo più lento e insieme più profondo, che parla di clima, trasformazioni ambientali, urbanizzazione, agricoltura, inquinamento, conservazione della natura e persino del nostro modo di abitare il territorio. Sono questi i temi trattati da Emanuele Stival (ornitologo e presidente dell’Associazione Venezia Birdwatching) e Mauro Bon (responsabile Ricerca e Divulgazione Scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia) nel bellissimo volume “Atlante degli uccelli nidificanti e svernanti nella città metropolitana di Venezia (2019-2023)”, edito da Mare di Carta e presentato nei giorni scorsi al Museo veneziano di Storia Naturale.

Nel corso di una partecipata conferenza di presentazione, gli autori hanno spiegato innanzitutto quello che è stato il lavoro immenso necessario alla stesura di un Atlante di questo tipo. Un lavoro che ha coinvolto decine di studiosi, volontari, birdwatcher e appassionati che, per anni, hanno percorso lagune, campagne, aree industriali, argini, boschi urbani e periferie per raccogliere dati sugli uccelli presenti nel territorio veneziano. Dietro le mappe, i numeri, le tabelle e le foto che accompagnano ciascuna scheda delle quasi 300 pagine che compongono il volume si nasconde una straordinaria operazione collettiva di osservazione ambientale, ma soprattutto si cela qualcosa di fondamentale, ovvero la possibilità di comprendere come sta cambiando il nostro ecosistema.

Quando si parla di atlanti ornitologici (o biologici in generale) si rischia di immaginare semplicemente un elenco di specie. In realtà, si tratta di strumenti scientifici molto più complessi e preziosi che permettono di monitorare nel tempo la presenza, la distribuzione e l’abbondanza di specie animali in un determinato territorio. Questi lavori, spesso ciclopici, rappresentano una sorta di fotografia periodica della biodiversità presente in un'area, ma, a differenza di una fotografia statica, gli atlanti possono essere ripetuti e aggiornati anche a distanza di anni utilizzando gli stessi metodi di rilevazione che li rende comparabili nel tempo.
E' questo uno dei motivi per cui gli atlanti ornitologici detengono uno straordinario valore scientifico, presente anche nel lavoro di Stival e Bon che, con il contributo di 81 rilevatori, che hanno effettuato oltre 181.000 osservazioni, aggiorna le conoscenze sulla distribuzione e la consistenza dell’avifauna nel territorio metropolitano veneziano. Nello specifico, vengono confrontati i dati raccolti tra il 2019 e il 2023 con quelli dei trent’anni precedenti, offrendo una fotografia dello stato di conservazione delle specie e dei principali fattori di minaccia.

L’Atlante presenta la rilevazione di ben 135 specie nidificanti e 190 specie svernanti in un’area (l’ex provincia di Venezia, oggi città metropolitana) di grande rilevanza ecologica, evidenziando cambiamenti significativi nella distribuzione dell’avifauna. Confrontando i dati raccolti a dieci, venti o trent’anni di distanza, è possibile capire se una specie è in aumento, in diminuzione oppure stabile. Si possono individuare espansioni di areale, cambiamenti migratori, trasformazioni comportamentali e persino effetti indiretti del cambiamento climatico.
Non si tratta di semplici curiosità naturalistiche, anzi, questi dati costituiscono la base scientifica utilizzata da importanti enti internazionali (come per esempio la IUCN - Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) che così possono definire lo stato di conservazione delle specie delle famose “liste rosse” che classificano gli animali in base al rischio di estinzione.Senza questi dati raccolti con meticolosità sul territorio, nessuna politica seria di conservazione sarebbe possibile. Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti messi in luce dagli autori: gli atlanti faunistici/ornitologici non sono il punto di arrivo della ricerca, ma il punto di partenza perché rappresentano il terreno su cui costruire studi ecologici più approfonditi, strategie di tutela, piani di gestione ambientale e interventi di conservazione.

Spesso, parlando di biodiversità veneziana, l’immaginario collettivo si concentra esclusivamente sulla Laguna, ed è comprensibile perché si tratta di uno degli ecosistemi umidi più importanti d’Europa, un ambiente straordinario per la presenza di uccelli acquatici migratori e svernanti. L'Atlante di Stival e Bon si spinge però ben oltre la sola Laguna, coprendo infatti l’intero territorio della città metropolitana di Venezia con le sue campagne, aree agricole, fiumi, zone industriali, aree urbane, boschi residuali, litorali, aree di bonifica e piccoli habitat diffusi. È questo un aspetto cruciale dato che gli uccelli non conoscono i confini amministrativi e spesso le specie più interessanti utilizzano habitat molto diversi tra loro durante le varie stagioni dell’anno. Le aree agricole attorno alla Laguna, ad esempio, possono diventare fondamentali per molte specie svernanti. Le campagne ospitano rapaci, passeriformi e ardeidi (come gli aironi). Le aree industriali dismesse possono trasformarsi in ambienti sorprendenti per alcune specie opportuniste. Persino i centri urbani stanno diventando ecosistemi sempre più importanti. Guardare soltanto la Laguna significherebbe dunque perdere una parte importante della complessità ecologica del territorio veneziano.

Un altro elemento interessante emerso durante l'a conferenza'incontro riguarda la scelta metodologica di non escludere nessuna specie rilevata. Nel volume sono state inserite tutte le specie osservate, sia nidificanti che svernanti. Questa completezza è fondamentale perché anche presenze apparentemente marginali possono diventare importanti nel lungo periodo. Una specie rara oggi potrebbe diventare comune domani. Una presenza occasionale può rappresentare il primo segnale di una futura colonizzazione. Al contrario, una specie abbondante potrebbe iniziare un lento declino quasi invisibile, a conferma che la biodiversità non è mai statica. Ecco perché la raccolta sistematica dei dati assume un grande valore, consentendo agli studiosi ma anche agli amministratori locali di intercettare trasformazioni che, senza monitoraggi costanti, passerebbero inosservate fino a diventare irreversibili.

Ma quali sono stati i cambiamenti osservati negli ultimi trent’anni nel territorio veneziano? Le trasformazioni sono state tante e impressionanti. Alcune specie sono aumentate enormemente, altre sono diminuite, alcune hanno cambiato comportamento, altre ancora hanno modificato il proprio areale di distribuzione. E molti di questi cambiamenti sono avvenuti in tempi relativamente rapidi. Di tutto questo ne parlano ampiamente gli Autori nella pagine dell'Atlante. Vediamo qualche esempio. Negli anni Ottanta il cormorano era considerato raro nel territorio veneziano. Oggi è una presenza molto comune comune. Questo incremento non riguarda solo l'areale veneziano, ma gran parte dell’Europa. Il recupero della specie è stato favorito da politiche di protezione, dalla diminuzione della persecuzione diretta e da cambiamenti ambientali che ne hanno favorito l’espansione. Il cormorano rappresenta un caso emblematico di come una specie possa recuperare rapidamente quando vengono ridotte le pressioni umane. Ma non tutto è oro quel che luccica. La diffusione del cormorano è al centro anche di tante controversie, a partire dai conflitti generati con il mondo della pesca (in particolari delle valli da pesca, vista la quantità di pesce consumata quotidianamente da questi uccelli), a dimostrazione di quanto la conservazione della biodiversità richieda spesso mediazione tra interessi diversi.

Quello dei fenicotteri é forse il caso più spettacolare. Negli anni Novanta del secolo scorso, praticamente non esistevano fenicotteri nella Laguna veneziana, oggi si contano decine di migliaia di individui. Vedere grandi gruppi di fenicotteri nelle barene e nelle acque lagunari è diventato quasi normale, ma si tratta in realtà di una trasformazione recentissima, considerata uno dei fenomeni più evidenti dell’avifauna italiana contemporanea. Le ragioni di questo incremento sono molteplici: protezione degli habitat umidi, aumento delle aree favorevoli, cambiamenti climatici, dinamiche migratorie mutate, ma il punto più importante è dato dal paesaggio sonoro e visivo della Laguna che è cambiato radicalmente in pochissimi decenni. Infatti, chi osservava questi luoghi trent’anni fa vedeva una Laguna molto diversa.

Tra le tantissime specie citate dagli autori vi è il guardabuoi, un airone bianco spesso confuso con la garzetta. Negli anni Novanta era considerato rarissimo in Italia, oggi è diventato comune. È questa una specie interessante perché mostra chiaramente come il cambiamento climatico possa favorire l’espansione di specie originariamente più legate ad aree tropicali o subtropicali. Il guardabuoi racconta anche un’altra storia: quella della straordinaria adattabilità degli uccelli. A differenza della garzetta, molto legata alle zone umide, il guardabuoi frequenta spesso campi agricoli, prati e pascoli. È una specie opportunista, capace di sfruttare habitat diversi e modificati dall’uomo. In un certo senso, è una delle specie simbolo dell’Antropocene, ovvero un animale che riesce a prosperare dentro i paesaggi trasformati dall’attività umana.

Un altro caso emblematico è quello del colombaccio. Negli anni Ottanta del secolo scorso era una specie schiva, osservabile quasi esclusivamente in alcune aree boschive durante l’inverno. Oggi è diventato un abitante stabile delle città. Chi vive a Venezia, Mestre, Marghera o nei comuni limitrofi conosce bene la presenza quotidiana dei colombacci nei parchi urbani, nei viali alberati e nei giardini pubblici. Il suo cambiamento però non è solo geografico ma anche comportamentale. Il colombaccio è diventato infatti molto più confidente nei confronti dell’uomo, un fenomeno questo osservabile in molte specie urbane, perché gli animali modificano progressivamente la distanza di fuga, cambiano abitudini alimentari, imparano a sfruttare nuove risorse. In altre parole, le città stanno diventando ecosistemi evolutivi e gli uccelli sono tra gli animali che meglio riescono ad adattarsi a queste nuove condizioni.

Non tutte le specie stanno aumentando; molte sono diminuite drasticamente di consistenza e alcune sono quasi scomparse. Si tratta di una dinamica non solo locale ma generale che interessa tutta l'Europa, visto che numerosi uccelli legati agli ambienti agricoli sono in forte declino in tanti Paesi dell'UE. L’agricoltura intensiva, l’uso di pesticidi, la scomparsa di siepi e zone umide, l’urbanizzazione diffusa e il consumo di suolo hanno impoverito enormemente gli habitat. Di conseguenza, alcune specie soffrono particolarmente, al contrario, altre specie opportuniste e generaliste aumentano. È un processo che produce una biodiversità apparentemente ancora ricca, ma in realtà più omogenea e meno complessa.

Dietro ogni atlante c’è un’enorme quantità di lavoro offerto dai volontari, ed è forse questo uno degli aspetti più emozionanti emersi nel corso della conferenza. Decine, anzi centinaia di persone hanno dedicato anni del proprio tempo libero alla raccolta dei dati. Uscite all’alba, giornate intere nei campi, monitoraggi invernali, osservazioni nei canali industriali, censimenti nelle aree agricole più remote. Tutto questo fatto solo per passione e senza alcuna remunerazione. È questa una dinamica che riguarda tutti i progetti volontari, che racconta anche quanto sia preziosa la presenza di persone capaci di coordinare, motivare e organizzare.

Gli autori, in particolare Emanuele Stival, in qualità di presidente di Venezia Birdwatching, ha spiegato qual è il rapporto tra l'osservazione degli uccelli e la fotografia naturalistica. Negli ultimi anni, questo tipo di fotografia ha conosciuto una crescita enorme: social network, teleobiettivi sempre più accessibili e la facilità di diffusione delle immagini hanno trasformato profondamente il modo di vivere l’osservazione naturalistica. “Prima della macchina fotografica – ricorda Stival - l'appassionato osservatore-fotografo deve dotarsi di binocolo, che resta lo strumento fondamentale. Limitarsi alla macchina fotografica riduce spesso la capacità di osservazione, perché molte specie, soprattutto i piccoli passeriformi, richiedono rapidità, attenzione ai movimenti e capacità di lettura dell’ambiente. La fotografia è preziosa per documentare le osservazioni e identificare le specie, ma non può sostituire completamente l’osservazione diretta”. È questa una riflessione molto interessante e la domanda sorge spontanea: stiamo osservando gli animali o stiamo solo cercando di produrre immagini? La differenza non è banale.

Confagricoltura Padova, Alessandra Da Porto è la nuova presidente

Alessandra Da Porto è la nuova presidente di Confagricoltura Padova. L’elezione si è lo scorso venerdì 26 giugno, in occasione dell’Assemblea Generale dell’Associazione, ospitata all’Hotel Crowne Plaza di Padova, alla presenza del vicepresidente nazionale di Confagricoltura, Emo Capodilista Giordano, del presidente di Confagricoltura Veneto, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, degli associati, dei delegati territoriali, dei rappresentanti degli organismi dirigenti e del sistema Confagricoltura. Da Porto succede a Michele Barbetta, che lascia la guida dell’Associazione dopo otto anni di presidenza, avendo ricoperto due mandati: il primo avviato nel 2018 e il secondo dopo la riconferma del 2022.

Agronoma e imprenditrice agricola, Alessandra Da Porto era già vicepresidente di Confagricoltura Padova e componente del Comitato di Presidenza. Gestisce un’azienda agricola e un’attività agrituristica a Vigonza, portando con sé un’esperienza diretta d’impresa, radicata nel territorio padovano e attenta ai temi dell’innovazione, della sostenibilità e della valorizzazione del ruolo femminile in agricoltura. Nel corso dell’Assemblea sono stati eletti anche i membri del nuovo Consiglio Direttivo e i Probiviri: Giorgio Salvan, Fabio Finco e Pierluigi Rigato, indicati dalla presidente ed eletti con voto unanime.

“Concludo questi otto anni di presidenza – ha dichiarato il presidente uscente, Michele Barbetta - con un profondo senso di gratitudine verso tutti gli imprenditori agricoli che ogni giorno, con professionalità e determinazione, continuano a garantire cibo, tutela del territorio e sviluppo economico. Sono stati anni complessi, segnati dalla pandemia, dalla crisi energetica, dall'aumento dei costi di produzione, dalle conseguenze della guerra in Ucraina e da un cambiamento climatico che ha reso sempre più difficile programmare il lavoro nei campi. Abbiamo affrontato insieme queste sfide, cercando sempre di rappresentare con forza le esigenze delle nostre aziende e di costruire un dialogo costruttivo con le istituzioni. Lascio oggi un'associazione solida, competente e pronta ad affrontare una nuova fase. Ad Alessandra Da Porto rivolgo il mio più sincero augurio di buon lavoro, certo che saprà guidare Confagricoltura Padova con passione, equilibrio e visione, accompagnando le imprese verso un'agricoltura sempre più innovativa, sostenibile e competitiva”.
“Raccolgo questa responsabilità con gratitudine e senso del dovere – ha replicato Alessandra Da Porto –. Confagricoltura Padova rappresenta imprese vere, famiglie, lavoro, territori e filiere produttive che ogni giorno affrontano sfide sempre più complesse. Il nostro compito sarà quello di continuare a dare voce agli agricoltori, difendere il reddito delle aziende e accompagnare il settore dentro una fase di cambiamento che richiede competenza, visione e unità”.

Al termine della parte assembleare si è svolta la tavola rotonda “Agricoltura sostenibile: valore per le imprese”, dedicata a uno dei temi centrali per il futuro del settore primario. Il confronto ha visto la partecipazione del professor Gianni Barcaccia, direttore del Dipartimento di Agraria dell’Università di Padova, di Federico Caner, direttore di Veneto Agricoltura, e di Elisa Venturini, assessore all’Ambiente della Regione Veneto. L’agricoltura sta vivendo una trasformazione profonda. Da una parte il cambiamento climatico modifica le condizioni produttive, con minore disponibilità d’acqua, eventi estremi più frequenti, nuove fitopatie e una crescente pressione sugli ecosistemi. Dall’altra le imprese agricole devono restare competitive, produrre qualità, garantire reddito e rispondere a richieste ambientali sempre più stringenti. In apertura di confronto è stato affrontato il tema delle Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) anche alla luce del nuovo quadro normativo europeo. Il professor Barcaccia ha richiamato la distinzione tra Tea e Ogm, sottolineando come le nuove tecniche di miglioramento genetico possano rappresentare una frontiera decisiva per ottenere varietà più resistenti alle malattie, alla siccità e agli stress climatici, senza introdurre DNA estraneo ma intervenendo in modo mirato sui caratteri già presenti nelle piante.

Per l’agricoltura veneta, queste tecnologie potrebbero offrire risposte concrete su colture strategiche come vite, mais, frumento, orticole e frutticole, riducendo la necessità di trattamenti, migliorando la capacità di adattamento agli stress ambientali e aumentando la stabilità produttiva. Nei prossimi dieci anni, la ricerca genetica applicata alle colture sarà chiamata a lavorare soprattutto su resilienza climatica, resistenza alle patologie e uso più efficiente dell’acqua. Federico Caner ha invece portato l’attenzione sulle innovazioni che sono già presenti nelle aziende agricole venete: agricoltura di precisione, sensoristica, gestione razionale dell’irrigazione, tecniche conservative del suolo, sperimentazione varietale, difesa integrata e digitalizzazione dei processi produttivi. Veneto Agricoltura, attraverso i propri centri sperimentali e dimostrativi, sta lavorando proprio per trasferire alle imprese soluzioni applicabili, misurabili e sostenibili anche dal punto di vista economico. La sostenibilità, è emerso dal confronto, non può essere interpretata come un vincolo astratto, ma come un percorso tecnico e imprenditoriale. Significa ridurre gli sprechi, usare meglio le risorse, aumentare l’efficienza, proteggere il suolo e l’acqua, ma anche consentire alle aziende agricole di rimanere sul mercato.

L’assessore Elisa Venturini ha posto l’accento sulla necessità di conciliare tutela ambientale e competitività delle imprese. La sfida principale riguarda oggi la gestione degli effetti del cambiamento climatico: acqua, suolo, qualità dell’aria, difesa del territorio e protezione degli ecosistemi sono ambiti che richiedono politiche integrate, capaci di accompagnare le aziende e non di lasciarle sole davanti alla transizione. A chiudere la tavola rotonda è stata la neo presidente Alessandra Da Porto, che ha richiamato il ruolo dell’agricoltura come presidio economico, ambientale e sociale del territorio.“La sostenibilità non può essere uno slogan – ha concluso Da Porto –. Per le imprese agricole deve diventare una strada percorribile, fatta di innovazione, ricerca, investimenti e regole chiare. Gli agricoltori non sono un problema da correggere, ma una parte essenziale della soluzione. Il nostro compito sarà quello di accompagnare le aziende in questa direzione, difendendo la loro capacità di produrre, creare valore e custodire il territorio”.

Fonte: servizio stampa Confagricoltura Padova

“Più forti insieme”: Veneto protagonista nella campagna di comunicazione sul bilancio europeo


A Roma, il centro “Europa Experience - David Sassoli” ha ospitato il lancio della nuova campagna, promossa dalla Commissione Europea in Italia, sul bilancio europeo “Più forti insieme”: i ritratti di Sara, Edoardo, Miryam e i loro racconti sono al centro dell’iniziativa di comunicazione istituzionale, che racconta esempi di progetti finanziati dai fondi europei e le opportunità di crescita per cittadini, imprese, comunità locali; i tre protagonisti sono un significativo esempio delle migliaia di progetti finanziati in Italia ogni anno, grazie al bilancio europeo.

Le storie raccontano percorsi di crescita personale e professionale, nonché di investimenti in settori strategici per il Paese e per l’Unione Europea come l’agricoltura, le tecnologie spaziali, la formazione professionale nelle tecnologie digitali, grazie ai fondi per la Politica di Coesione (in Italia ammontano a più di 42 miliardi di euro nel ciclo 2021-2027, tra cui 10,4 miliardi di euro sono destinati alla formazione ed all’inserimento lavorativo tramite il Fondo sociale Europeo Plus e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), la Politica Agricola Comune (in Italia ammonta a più di 36 miliardi di euro tra pagamenti diretti e gli investimenti del Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale nel periodo 2023-2027, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza - Next Generation EU (l’Italia ha la più ampia dotazione nell’Unione Europea con oltre 194 miliardi di euro, di cui 1,4 miliardi di investimenti per lo sviluppo del settore spaziale).

La campagna è pensata per far arrivare le storie dei cittadini beneficiari al più ampio pubblico possibile e in particolare nei territori di appartenenza dei tre volti protagonisti: Veneto, Piemonte e Umbria; viene realizzata dalla Commissione Europea in tutti i Paesi membri, scegliendo personaggi e storie da ciascun territorio. Con questa iniziativa, l’UE vuole sottolineare l’importanza dell’azione comune per costruire insieme un futuro più resiliente, innovativo ed inclusivo, capace di rispondere alle sfide attuali e future.

“I fondi dedicati per lo sviluppo rurale ci hanno permesso di ristrutturare, in parte, il nostro punto vendita, che è il cuore della vita dell’azienda – dichiara Sara Tognato, legale rappresentante della cooperativa Cerasa di Brugine, nel Padovano. Ci hanno permesso di plantumare quasi 3 chilometri di siepi e poi, attraverso i fondi del PNRR, abbiamo potuto accedere alle misure per la realizzazione di un impianto fotovoltaico. La sfida è quella di lavorare per la tutela di un cibo buono, sano e di stagione. Sogno un'Europa che non lasci indietro nessuno, perché solo così una società progredisce davvero”.

I racconti, le immagini e i video al centro della campagna di comunicazione sono disponibili sul sito della Rappresentanza della Commissione Europea in Italia e sui canali social di @europainItalia (X, Facebook, Instagram, YouTube).

Fonte: Commissione europea in Italia








Delta del Po. Pescherecci ormeggiati a causa di invertebrati gelatinosi (noce di mare o salpa) che impediscono la normale attività di pesca

Gli invertebrati gelatinosi pescati al posto del pesce azzurro – Foto Coldiretti Rovigo
Anche se manca un mese al fermo pesca previsto per legge l’1 agosto, i pescherecci di Pila, nel Delta del Po, specializzati nella pesca di pesce azzurro con metodo volante, hanno smesso di uscire. Non bastassero i problemi che affliggono il settore - in primis il caro-gasolio - le acque territoriali sono infatti letteralmente invase da organismi invertebrati che impediscono le normali attività di pesca. 

Apparentemente innocuo, questo organismo gelatinoso è l’ennesimo fenomeno alieno; non è una novità di quest’anno, da qualche estate si assiste alla sua presenza nel Mare Adriatico, ma con queste temperature, da circa 20 giorni, la specie si è propagata a forte velocità, a tal punto che è impossibile pescare. Nelle reti zero pesce, solo organismi gelatinosi; gli armatori stanno ancora cercando di capire di quale specie si tratti, dalle prime verifiche potrebbe sembrare noce di mare o salpa.
 
A fare il punto della situazione è la cooperativa Pilamare, associata a Coldiretti Rovigo. Oltre ai racconti, ci sono foto e video che testimoniamo quello che sta succedendo. Ciò che si vede in mare da giorni è un enorme tappeto di gelatina. Durante la notte (le imbarcazioni escono alle 3 di notte) con le temperature più fresche, gli organismi si possono vedere in superficie, man mano che l’acqua si scalda, questi scendono verso il fondale; quando le barche posizionano le reti, invece di raccogliere pesce, trasportano un enorme agglomerato gelatinoso che si impiglia fino a creare un tappo. Questo grumo di organismi non permette più né il passaggio d’acqua né l’entrata dei pesci nelle reti e, nel momento in cui vengono tirate, si spezzano a causa del peso. Attualmente ci sono 60 famiglie di pescatori preoccupate per la situazione, in quanto la loro fonte di reddito ruota attorno a questa attività di pesca.
 
“La coop Pilamare primeggia nel commercio italiano di pesce azzurro, per questo uno stop totale dell'uscita dei pescherecci crea, oltre ai danni al reddito, anche un danno economico al settore", queste le parole del presidente della cooperativa Pilamare, Alessandro Ferro, che racconta quanto sta succedendo: “Le prime avvisaglie risalgono a 20 giorni fa, l’ultima uscita è stata fatta lunedì 30 giugno notte, i soci sono riusciti a raccogliere solo 50 casse di pesce, quando la media invece è circa di 500. Dall’1 agosto - prosegue il presidente - inizierà il fermo pesca e forse rivedremo la normalità verso settembre. Il nostro lavoro è sempre più complesso ed è colpito da variabili che ci costringono a gestire questo importante settore con strumenti, anche normativi, che non sono al passo con i tempi. Il fermo pesca dovrebbe essere rivisto nel suo calendario, per adeguarsi ai tempi. Inoltre, riteniamo indispensabile che lo strumento della cassa integrazione debba diventare disponibile anche per noi. Il nostro è un lavoro che rispetta l’ecosistema. Siamo disponibili a studiare assieme alle istituzioni delle soluzioni grazie all’esperienza diretta di chi lavora in mare, lo conosce e tutti i giorni vive sulla propria pelle gli effetti del cambiamento climatico”.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Rovigo

Manca acqua in Veneto. Stefani dichiara lo Stato di Emergenza Regionale. In un anno persi 2,4 miliardi di metri cubi

Il Presidente della Regione, Alberto Stefani, ha firmato un’Ordinanza con la quale viene dichiarato lo Stato di Emergenza Regionale su tutto il territorio veneto, a seguito delle anomale condizioni idrologiche e idrauliche riscontrate, in particolare nel territorio del Distretto del fiume Po, e del rischio di risalita del cuneo salino.
 
La decisione è stata assunta alla luce della verificata presenza di deficit di precipitazioni in particolare a partire da marzo (-21%), peggiorato in aprile e ancora sotto media storica a maggio. Al 31 maggio 2026, l’intero anno idrologico ha presentato un deficit di -28%, pari a quasi 2,4 miliardi di metri cubi di acqua mancanti. La risorsa determinata dalla neve si è peraltro esaurita precocemente per le alte temperature di aprile e maggio e le portate dei maggiori fiumi veneti risultano sensibilmente e costantemente inferiori alle medie storiche (Piave e Brenta -23%; Po
- 23%; Adige -21%). In sensibile discesa è anche il livello del Lago di Garda.

Nell’Ordinanza, Stefani individua anche alcune azioni necessarie a fronteggiare la situazione e prevede di raccomandare alle strutture regionali competenti di adottare una strategia per l’uso più parsimonioso e sostenibile delle risorse idriche nel proprio territorio evitando tutti gli sprechi possibili e, con particolare riguardo al bacino del fiume Adige, di adottare ogni misura necessaria al fine di limitare l’utilizzo della risorsa idrica e a garantire la portata minima fluente di 80 mc/s a Boara Pisani.

Raccomanda ai Consorzi irrigui di tutto il Veneto di attivare campagne di sensibilizzazione per l’uso accorto della risorsa idrica, orientato al soddisfacimento dei reali fabbisogni irrigui delle colture anche tramite il ricorso di strumenti di consiglio irriguo per supportare le aziende agricole nella individuazione del preciso momento di intervento irriguo e nella valutazione del volume di adacquata; finalizzare l’attività di sensibilizzazione a rendere gli operatori agricoli consapevoli del possibile rischio di aggravamento dei problemi di carenza idrica nei periodi di più intensa attività irrigua (tradizionalmente nei mesi di luglio ed agosto), nel caso in cui, a fronte del graduale esaurirsi delle risorse accumulate nei serbatoi dell’area montana, non si verificassero significative precipitazioni meteoriche; attivarsi per la predisposizione dei «piani di siccità» costituenti misure del Piano di gestione delle acque, dandone sollecita comunicazione alla scrivente Regione dall’Osservatorio Permanente territorialmente competente.
 
Raccomanda ai gestori degli invasi idroelettrici dell’area montana di orientare la gestione degli invasi idroelettrici in modo da preservare, compatibilmente con le esigenze di produzione idroelettrica, l’accumulo di risorsa idrica, per consentire l’eventuale integrazione dei deflussi naturali che dovesse rendersi necessaria nel prosieguo della stagione irrigua, a fronte del perdurare delle condizioni siccitose; agevolare lo scambio di informazioni con i consorzi irrigui di pianura e con i gestori del servizio idrico integrato, relativamente alle portate complessivamente esitate a valle degli invasi già oggetto di pubblicazione da parte delle Regioni e delle Province autonome; sono in ogni caso fatti salvi gli obblighi di rilascio del deflusso minimo vitale ovvero del deflusso ecologico a valle dei paramenti.
 
Raccomanda agli Enti d’Ambito e ai gestori del Servizio idrico integrato di promuovere azioni di sensibilizzazione per la razionale gestione della risorsa idropotabile, rinviando possibilmente le operazioni di manutenzione delle reti e degli impianti che comportino lo sperpero di risorsa idrica, fatte salve le operazioni eventualmente necessarie per motivi di igiene pubblica;
comunicare ai Comuni interessati l’attuale stato di carenza idrica, fornendo indicazioni sull’eventuale applicazione di misure di contingentamento e limitazione della risorsa idrica fornita dal servizio idrico integrato, con particolare riguardo ai seguenti usi:irrigazione e annaffiatura di orti, giardini, aree verdi e prati; lavaggio di aree cortilizie e piazzali; lavaggio privato di veicoli a motore; riempimento di piscine, fontane ornamentali, vasche da giardino; in generale per gli usi diversi da quello alimentare domestico e per l’igiene personale.
 
Raccomanda ad ANCI Veneto di comunicare ai Comuni del Veneto di attivare campagne di sensibilizzazione per l’uso accorto della risorsa idrica con particolare riguardo a quella derivante da auto-approvvigionamento da pozzo per uso domestico; verificare la possibilità di procedere alla temporanea sospensione dei prelievi da falde per gli usi non prioritari, con particolare riguardo all’utilizzo ornamentale senza specifico impiego (fontane a getto continuo).

Raccomanda alle strutture regionali competenti di: avviare quanto prima, un tavolo di lavoro al fine di aggiornare il censimento dei pozzi domestici e delle loro caratteristiche, anche allo scopo di verificare l’applicazione della disciplina prevista dal Piano di Tutela delle Acque.
 
Raccomanda all’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po di richiedere una convocazione urgente dell’Osservatorio Permanente sugli utilizzi idrici del Distretto idrografico del fiume Po al fine di rivalutare il grado di severità idrica attuale e le ulteriori misure da attuarsi per il contenimento della crisi idrica in parola.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto
 
 

Crisi della plastica riciclata. Dal tavolo di lavoro regionale emerge la necessità di interventi immediati e di rilancio della filiera

“Quello di oggi è stato un momento di confronto estremamente importante, che ha confermato la validità del metodo di lavoro scelto dalla Regione del Veneto: mettere attorno allo stesso tavolo tutti gli attori della filiera per affrontare insieme una problematica complessa, ascoltando le esigenze di ciascuno e costruendo soluzioni condivise”. A dichiararlo è l'assessore regionale all'Ambiente, Clima, Parchi e Protezione Civile, Elisa Venturini, al termine dell'incontro, avvenuto lo scorso 1 luglio, dedicato alla crisi della filiera della plastica riciclata, e al quale hanno preso parte gestori degli impianti, aziende della trasformazione, utilizzatori finali del materiale, rappresentanti di COREPLA.

“Oggi i centri di selezione della plastica stanno attraversando una fase di forte difficoltà nell'assorbire i quantitativi provenienti dalla raccolta differenziata, con il conseguente rischio di saturazione degli impianti. Era quindi necessario creare un luogo di confronto dove individuare insieme le soluzioni più efficaci”, ha aggiunto l'assessore.

Dal confronto è emersa una doppia linea d'azione. “Nell'immediato – ha spiegato l'assessore – lavoreremo per evitare qualsiasi interruzione della raccolta differenziata. La soluzione individuata consiste nell'aumentare la capacità di stoccaggio della plastica ritirata dagli impianti ma oggi non collocabile sul mercato, consentendo la realizzazione di depositi dedicati e temporanei, dotati di tutti i necessari requisiti di sicurezza. In questo modo sarà possibile continuare a ricevere il materiale raccolto dai cittadini, evitando il blocco della filiera in attesa che il mercato torni ad assorbire questi quantitativi”.

Accanto agli interventi urgenti, la Regione avvierà un percorso di confronto strutturato.“Nelle prossime settimane organizzeremo una serie di incontri bilaterali con i diversi soggetti della filiera – gestori degli impianti, aziende della trasformazione, utilizzatori finali, COREPLA e tutti gli altri interlocutori – per approfondire nel dettaglio le esigenze e le criticità di ciascun comparto. L'obiettivo sarà sviluppare tutte le possibili opportunità di valorizzazione della plastica, sia attraverso il recupero di materia sia attraverso il recupero energetico, favorendo accordi territoriali che consentano di rafforzare gli sbocchi industriali presenti in Veneto e di mantenere sul territorio il maggior valore possibile della materia riciclata. Successivamente riporteremo tutte le proposte in un nuovo tavolo comune, affinché le soluzioni possano essere condivise e costruite insieme”.

Nel corso della riunione sono inoltre emerse alcune richieste che richiedono interventi normativi di competenza nazionale. “Diversi operatori hanno evidenziato la necessità di modifiche legislative e regolatorie, oltre all'introduzione di strumenti di incentivazione fiscale che favoriscano le imprese che utilizzano plastica riciclata e creino nuovi sbocchi di mercato per questi materiali. Su questi temi la Regione del Veneto farà la propria parte, portando le osservazioni emerse oggi all'attenzione del Governo e confrontandosi con le altre Regioni per individuare risposte di carattere nazionale”.

L'Assessore ha ribadito infine un principio che la Regione considera irrinunciabile.“Su una cosa dobbiamo essere estremamente chiari: il Veneto non intende fare alcun passo indietro sulla raccolta differenziata. La situazione che stiamo gestendo la affrontiamo per primi perché il nostro territorio rappresenta un'eccellenza nazionale, grazie all'impegno quotidiano dei cittadini e degli enti locali nel differenziare correttamente i rifiuti. Questo patrimonio di sensibilità ambientale non deve essere disperso, ma anzi rafforzato e valorizzato. Tutta l'azione della Regione sarà orientata a trovare soluzioni che consentano di raccogliere, recuperare e riciclare sempre di più e sempre meglio. La tutela dell'ambiente passa anche da qui e su questo non arretreremo. La raccolta differenziata è uno dei pilastri della politica ambientale del Veneto e continueremo a sostenerla con convinzione, trasformando questa emergenza in un'opportunità per rendere ancora più forte e resiliente l'intera filiera del riciclo”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

3 luglio, al Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova) il corso di formazione giornalisti “Colli Euganei: comunicare la bellezza, documentare l’abbandono”


Venerdì 3 luglio, dalle 18.30 alle 20.30, si svolgerà al circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova) il corso di formazione giornalisti proposto da Org Veneto in collaborazione con Argav dal tema: “Colli Euganei, comunicazione la bellezza, documentare l'abbandono” (2 crediti).

Il 24 novembre 1971 veniva approvata la legge 1097/71 “Romanato-Fracanzani” che salvò dalla distruzione i Colli Euganei e che fece scuola per la successiva legislazione di tutela ambientale italiana ed europea. Fu anche efficace esempio d’informazione ambientale e aiutò ad estenderne la consapevolezza. Le sfide per la sostenibilità dello sviluppo oggi continuano su fronti più ampi e complessi trovando in chi fa informazione, ora come allora, la fonte di dati oggettivi e la testimonianza di lungimiranti politiche orientate al pubblico interesse. Il corso utilizzerà il contesto euganeo come area campione della narrativa ambientale.

Relatori. Renato Malaman, giornalista socio Argav, intervento "“Come raccontare i luoghi e le esperienze di viaggio”; Toni Mazzetti, naturalista, divulgatore e scrittore, esperto dei Colli Euganei, intervento "La narrazione sulla tutela ambientale dalla Legge di salvaguardia ad oggi”; Gianni Sandon, rappresentante del Coordinamento dei Comitati per la Difesa dei Colli Euganei, intervento "La narrazione sulla tutela ambientale dalla Legge di salvaguardia ad oggi”; Efrem Tassinato, giornalista socio Argav, presidente e direttore rdi “Wigwam News”, intervento "Comunicare il rispetto dell’ambiente attraverso i giovani: l’esempio del Premio Wigwam Stampa Italiana – Giovani comunicatori per Comunità resilenti". A coordinare l'incontro sarà Fabrizio Stelluto, giornalista, presidente Argav.

Per il “secondo tempo” ci collegheremo con Marica Furini, dottoressa in Scienze Ambientali
che illustrerà gli interventi agroambientali e i risultati del progetto collettivo Con.Adi.Po.  
coordinato dal Consorzio di bonifica Adige Po (Rovigo).
 
Ad accompagnarci verso il conclusivo momento conviviale, grazie alla disponibilità dell’Associazione dei Circoli Wigwam, sarà quindi la presentazione e degustazione dei vini della cantina Corteros  di Piove di Sacco, introdotta dalla giornalista Giorgia Gay, socia Argav.


I lupi fanno i lupi, e gli umani?

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(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). Gridare al lupo non aiuta la verità, per il semplice fatto che il lupo fa il lupo. Casomai, spetta all'uomo sforzarsi di comprenderne il comportamento, visto che negli ultimi due decenni il lupo “si è permesso” di tornare a frequentare alcuni territori del nostro Paese che in passato aveva sempre abitato, ma che - secondo il modo di pensare degli umani - avrebbe dovuto evitare in quanto una convivenza “uomo-lupo” oggi non è più possibile.

Su questo tema, in molti Paesi europei e anche nel Veneto, negli ultimi anni si sono aperte discussioni infinite che hanno visto confrontarsi le tante parti chiamate in causa (amministrazioni nazionali e locali, associazioni animaliste, allevatori, biologi, giornalisti, ecc.), ma che fin qui poco hanno chiarito, complice anche un'azione di informazione e divulgazione spesso confusa e distorta.

Attorno a questi interessanti argomenti si è sviluppato un corso di formazione per giornalisti svoltosi ad Arzerello di Piove di Sacco (Pd),nel Circolo di Campagna Wigwam, organizzato da Wigwam e Argav in collaborazione con l'Ordine Nazionale dei Giornalisti. All'evento sono intervenuti due relatori d'eccezione: la biologa della conservazione Paola Peresin (autrice, tra l'altro, di “Bestiario – Piccolo dizionario per grandi bioequivoci” e il più recente “Il viaggio di Slavc – Errori, bugie, falsi miti e leggende sul lupo”); e il biologo esperto in grandi carnivori Renato Semenzato, abituale ospite della trasmissione di Rai3 Geo sui temi della fauna selvatica.

Cosa significa per il lupo fare il lupo? Per capirlo è sufficiente conoscere quello che è stato lo straordinario viaggio di Slavc (si pronuncia Slauz), un giovane lupo radiocollarato sulle Alpi Dinariche (in Slovenia) nel 2011 che, l'anno seguente, lasciato il branco di origine (la naturale “dispersione” che spinge i soggetti di 1-2 anni a cercare un nuovo territorio e un partner), percorse ben 1.176 chilometri in tre mesi, attraversando un pezzo di Slovenia, Austria e Italia, fermandosi sui monti della Lessinia, in provincia di Verona, dove il lupo mancava da oltre 130 anni.

Come scrive Peresin nel suo libro “Il viaggio di Slavc”: “…..attraversando il confine di tre Stati, Slavc non sta semplicemente cambiando territorio geografico, ma entrando in un universo culturale stratificato da millenni di trasformazioni simboliche, normative, amministrative. Ogni sua impronta sui sentieri alpini riattiva echi di narrazioni ancestrali, ogni predazione documentata riaccende conflitti che affondano le radici in concezioni diverse della natura, della zoologia, della coesistenza”.

In altre parole, Slavc ha semplicemente fatto il lupo, e la biologia, altrettanto semplicemente, ha seguito il suo corso naturale, vale a dire: al momento opportuno il giovane lupo ha lasciato il suo branco d'origine; ha girovagato tra mille pericoli, attraversando nel suo lungo cammino strade e autostrade; ha cacciato e predato quello che gli serviva per sfamarsi; si è fermato quando ha incontrato quella che presto sarebbe diventata la sua partner (e nel veronese il nome affibbiato a questa giovane lupa non poteva che essere Giulietta), una femmina di origine appenninica che aveva raggiunto la Lessinia anch'essa per naturale dispersione. Slavc, il lupo sloveno migrato in Italia, e la sua compagna Giulietta, nel corso di dieci anni (fino al 2022) hanno generato almeno 42 cuccioli, divenendo per alcuni “autentici eroi della natura selvaggia che riconquista i suoi diritti”, e per altri “una minaccia per la civiltà, l'avanguardia di un'invasione che avrebbe messo a rischio la sicurezza delle comunità rurali”.

Non volere il lupo nei paraggi delle malghe alpine dove d'estate si pratica l'allevamento è più che legittimo, ma sorprendersi che questo splendido animale sia tornato ad abitare le nostre montagne è poco plausibile. Non solo. Siccome il lupo fa il lupo e considerato che da animale molto adattabile e resistente quale è riesce a percorrere anche oltre 50 chilometri in una notte, è più che naturale che siano sempre più frequenti le segnalazioni di avvistamenti di lupi in dispersione o di micro branchi anche in pianura (recenti avvistamenti sono stati segnalati nel Veneziano, nel Bbassanese, sui Colli Euganei, sui Monti Berici, nelle golene del Po), dove non mancano le prede da cacciare, a partire dalle nutrie e i cinghiali, responsabili rispettivamente dei ben noti danni alle arginature dei corsi d'acqua e alle colture.

Educare alla selvaticità
. Saper gestire la complessità dei sistemi socio-economici in rapido mutamento, dovuti per esempio ai cambiamenti climatici in corso, ma anche a fenomeni specifici e circoscritti come quelli di cui abbiamo fatto cenno in questo articolo, rappresenta per chi amministra il territorio una grande responsabilità. La presenza dei grandi carnivori (quindi non solo lupi ma anche orsi) nei territori antropizzati dev'essere gestita attraverso la conoscenza scientifica, la formazione e una corretta informazione, proprio per cercare di ridurre al minimo le conflittualità, considerato che nella società della conoscenza, una comunicazione scientifica efficace ed efficiente rappresenta un dovere civico.
La fauna selvatica, che ovviamente comprende anche i grandi carnivori, è stata ormai inglobata in un territorio in rapida e continua trasformazione. Appare pertanto inevitabile dover imparare a conviverci mettendo in campo tutte quelle misure capaci di salvaguardare gli interessi della collettività nel rispetto della fauna selvatica. Per fare questo si deve operare delle scelte oggettive basate sulle evidenze scientifiche, ovvero su quel concetto il cui principio fondamentale è dato dal fatto che tutte le decisioni riguardanti la gestione della fauna selvatica dovrebbero essere prese sulla base di studi fondati sulla ricerca scientifica, selezionati e interpretati secondo criteri ben definiti. Questo perché la presenza diffusa dei grandi predatori necessità appunto di conoscenza, pianificazione, azioni coordinate di prevenzione, di un'efficiente comunicazione e di concreti interventi sul campo.

Stagione vitivinicola 2026: in Veneto, le stime produttive reggono nonostante gli sbalzi climatici. Molto attenzione alla flavescenza dorata

Nonostante i bruschi sbalzi di temperatura e gli eventi climatici estremi più frequenti, i vigneti del Veneto resistono: le stime produttive sono in linea con quelle dell’anno scorso. Questo è quanto emerge dal primo incontro della 52° edizione del Trittico Vitivinicolo Veneto, tenutosi in modalità online lo scorso 18 giugno, e organizzato da Veneto Agricoltura in collaborazione con Regione del Veneto, ARPAV e CREA.

Nello scorso anno, la superficie vitata, coltivata per il 75% con varietà di uva a bacca bianca e per il restante 25% con varietà a bacca nera, ammontava ad oltre 104.000 ettari e la produzione totale di uva si è attestata sui 14,7 milioni di quintali (+6,8% annuale). Un raccolto che ha generato 11,4 milioni di ettolitri di vino, evidenziando una crescita del 7% sul 2024. Questi numeri hanno confermato il Veneto sulle vette nazionali della produzione vitivinicola e ora, pure nel 2026, le condizioni preliminari di viti e vigneti promettono una vendemmia di tutto rispetto.

L’andamento meteorologico, come sottolineato da Francesco Rech (ARPAV, Dipartimento Regionale per la Sicurezza del Territorio) sulla base delle rilevazioni della stazione meteorologica di Conegliano, è stato, nella prima metà dell’anno, altalenante, con alcune gelate isolate, temperature tendenzialmente sopra la media, un maggio caratterizzato prima da freddo e poi da caldo, raffiche di vento e grandinate piuttosto consistenti.

Tuttavia, il cattivo meteo non ha causato danni particolari ai vigneti veneti, che hanno germogliato in anticipo, evidenziando una fertilità potenziale in lieve crescita rispetto al 2025. Determinanti, a tal proposito, i fattori mostrati dall’approfondimento di Patrick Marcuzzo e Francesco Capovilla (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, Centro di Ricerca Viticoltura ed Enologia): gli eventi siccitosi, così come le gelate primaverili, non hanno inciso negativamente sullo sviluppo vegetativo delle piante e la peronospora, malattia fungina molto temuta dai viticoltori, ha circolato con intensità decisamente inferiore rispetto alla scorsa annata.

Sul fronte della flavescenza dorata, però, l’attenzione deve rimanere massima: i censimenti del 2025 hanno rivelato una presenza diffusa di Scaphoideus Titanus, insetto vettore della flavescenza dorata, in gran parte delle aree viticole del Veneto (circa il 92%). Pertanto, anche nel 2026, è necessario insistere con le misure di lotta obbligatorie illustrate da Diego Fornasiero (Unità Organizzativa Fitosanitario Regione del Veneto), ovvero i trattamenti insetticidi nelle finestre specifiche indicate dalla Regione e l’estirpo delle piante che manifestano sintomi riconducibili alla malattia.

A chiudere l’incontro, l’intervento di Loredana Moffa (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria, Centro di Ricerca Viticoltura ed Enologia), che ha presentato le opportunità e le prospettive in Veneto relative all’editing genetico, procedimento a cui le viti possono essere sottoposte per ottenere un incremento di resistenza alle patologie e assicurare una produzione vitivinicola più sicura e sostenibile.

Ha dichiarato il direttore di Veneto Agricoltura Federico Caner, a margine dell’evento: “Nonostante i cambiamenti climatici e gli eventi geopolitici che stanno caratterizzando lo scenario attuale, la filiera vitivinicola veneta continua a garantire una resa importante: a testimoniarlo il valore complessivo generato, che nel 2025 è stato di 1,9 mld di euro. Tuttavia, il contesto, per i fattori già citati, rimane eccezionale e dunque il supporto di Veneto Agricoltura agli operatori del settore prosegue in maniera assidua. Sia attraverso incontri informativi e di ricognizione, come il Trittico Vitivinicolo inaugurato oggi, che tramite progetti sperimentali ad hoc: tra questi Ampelopros, con cui stiamo lavorando all’allargamento della base ampelografica dei vigneti del Prosecco, e le coltivazioni dei vitigni PIWI, varietà ibride in grado di resistere alle malattie fungine e dunque di ridurre i trattamenti fitosanitari”.

Sulla stessa linea l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond, ma con un’attenzione specifica alle questioni di mercato: “Gli appuntamenti del Trittico Vitivinicolo sono sempre significativi per il comparto del vino veneto, che, soprattutto in questa fase storica, a causa del contesto geopolitico internazionale, sta vivendo un momento particolare. Finora però, come dimostrato dal 2025, il settore ha reagito bene e il supporto della Regione, in questo senso, continua a essere costante, non solo sul versante strettamente agricolo insieme a Veneto Agricoltura, ma anche su quello commerciale. Sono infatti in lavorazione dei decreti ministeriali che favoriranno importanti investimenti sull’enoturismo, con lo scopo di attrarre nuovi clienti: i numeri della vendemmia devono sempre trovare seguito sul mercato”. 

Fonte: servizio stampa Veneto Agricoltura

La biblioteca “La Vigna” di Vicenza diventa il punto di riferimento internazionale per gli studi sul quinto quarto

La Biblioteca Internazionale “La Vigna” di Vicenza, storico punto di riferimento per gli studi sulle scienze agrarie e sulla cultura gastronomica, ha compiuto un importante passo avanti nella valorizzazione della tradizione culinaria. È stata infatti siglata ufficialmente la convenzione tra la Biblioteca e l'Accademia della Trippa, che sancisce la nascita di un polo d'eccellenza unico nel suo genere. 

L’Accademia della Trippa è un progetto culturale ideato e rappresentato da Indro Neri, editore fiorentino, scrittore e giornalista, che dal 1997 si occupa di trippa e collabora regolarmente a riviste, siti Internet e blog, con all’attivo numerosi libri. Un ruolo centrale in questo percorso è stato svolto da Gaetano Bertolo, Ambassador della Biblioteca “La Vigna” e Ceo di Forma srl, l’azienda che da anni cura l'evoluzione digitale dell'istituto. Bertolo, oltre ad essere l'ideatore dei percorsi tematici virtuali che valorizzano il patrimonio cartaceo della Biblioteca, è stato il vero e proprio promotore di questa importante convenzione, favorendo l'incontro e la sinergia tra la Biblioteca “La Vigna” e l'Accademia della Trippa.

Grazie a questo accordo, la Biblioteca “La Vigna” assume il ruolo di ente di riferimento per gli studi su trippa e frattaglie, impegnandosi attivamente a raccogliere, catalogare e conservare tutti i libri pubblicati su questo specifico argomento, antichi e moderni, sia in Italia che all'estero. Un progetto di ampio respiro che mira a mappare e preservare un patrimonio culturale e gastronomico strettamente legato alle tradizioni popolari e alla cucina sostenibile del "quinto quarto".

La collaborazione non si limiterà alla conservazione dei testi. L'Accademia della Trippa si impegna infatti a sviluppare eventi culturali e progetti di ricerca dedicati al tema, creando occasioni di approfondimento scientifico e divulgativo per far conoscere la storia e il valore di questi alimenti. Inoltre, per rendere il patrimonio bibliografico immediatamente accessibile agli interessati, sul sito web della Biblioteca è già stato sviluppato un percorso tematico dedicato intitolato “Trippa e frattaglie”. Questa sezione speciale presenta i volumi attualmente conservati dalla Vigna, offrendo una preziosa vetrina digitale su una bibliografia in continua espansione.

Fonte: servizio stampa Biblioteca La Vigna