• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

27 giugno, al Circolo di Campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova) si tiene l’Assemblea Argav. Previsto un incontro con l’assessore all’Ambiente regionale, Elisa Venturini

Sabato 27 giugno si svolgerà l’Assemblea Argav (ore 6.30 in prima convocazione e ore 10.00
in seconda convocazione), nella sede del Circolo di Campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova).
 
Questo l'ordine del giorno: insediamento organi assembleari; relazione del presidente; presentazione e approvazione bilancio consuntivo 2025; presentazione ed approvazione bilancio preventivo 2026; dibattito; elezione delegati a Congresso Unarga; varie ed eventuali. Al termine dei lavori assembleari è previsto un incontro con Elisa Venturini, assessore all'Ambiente Regione Veneto.

L’andamento idro-meteorologico di maggio, mese caldo e secco. Il sollievo dalle piogge dei primi di giugno non colmeranno il deficit idrico

Al netto dei gravi danni generati su alcuni territori da grandine, trombe d’aria e nubifragi, la piovosità e le temperature fresche che stanno caratterizzando la prima metà di giugno consentono di tirare un parziale sospiro di sollievo in una primavera calda e poco piovosa.Il bollettino sulla disponibilità di risorsa idrica, redatto da ANBI Veneto in collaborazione con il Ce.Sp.I.I. del Consorzio LEB, fotografa una situazione complessa e un equilibrio tuttora fragile.

Secondo i dati Arpav, a incidere è l’eredità di un maggio secco, che ha registrato una media di precipitazioni regionali pari a circa 94 millimetri, segnando un deficit del 17% rispetto alla media storica e confermando un trend negativo che nell’anno idrologico si attesta al -28%.
Questa carenza si è riflettuta sullo stato dei corsi d’acqua. Spiccano infatti i dati relativi alle portate dei grandi fiumi, sensibilmente inferiori alle medie storiche mensili: -68% per l’Adige al misuratore di Boara Pisani, -64% per il Brenta a Barzizza, -55% per il Po a Pontelagoscuro.
Per quanto riguarda le falde, i livelli sono ancora ovunque sotto la media, pur lontani dai minimi del 2022. Bene i bacini montani su Piave, invasato al 91% e Brenta, invasato al 97%; nella media – secondo i dati dell’Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali del 13 maggio – gli invasi dell’Adige, con il 36% dei volumi utili invasati.

Giugno in sintesi: previsioni e raccomandazioni. Le analisi del Ce.Sp.I.I. – Consorzio LEB per il mese in corso indicano un’inversione di tendenza rispetto a maggio, con una prima metà di giugno prevalentemente umida e fresca, e con temperature e precipitazioni che verso la fine del mese dovrebbero avvicinarsi ai valori medi del periodo. Le piogge sopra la media (specie nella pianura centrale) e la bassa evapotraspirazione ridurranno temporaneamente il fabbisogno irriguo, preservando le riserve idriche del suolo.Dal punto di vista operativo saranno necessarie prudenza e flessibilità: l’umidità nel terreno condiziona la portanza dei suoli e dunque il transito con mezzi pesanti, col relativo rischio di compattazione. La comparsa di una componente più calda dalla terza settimana impone un costante monitoraggio dell’umidità per adeguare tempestivamente le irrigazioni al ritorno del caldo estivo.

Silvio Parizzi, direttore di ANBI Veneto: "Le previsioni per giugno confermano uno scenario nella media, ma su basi ancora deboli: il deficit primaverile continua a pesare e le precipitazioni, anche localmente intense, restano poco efficaci. Proprio all’avvio della stagione irrigua serve massima attenzione, con programmazione puntuale e uso efficiente dell’acqua per accompagnare le colture nelle prossime settimane". Alex Vantini, presidente di ANBI Veneto: "Il bollettino evidenzia un equilibrio ancora fragile: le piogge non hanno colmato il deficit accumulato e le riserve restano sotto pressione. Con la stagione irrigua che entra nel vivo, sarà decisiva una gestione attenta e coordinata della risorsa, perché bastano poche settimane senza precipitazioni per riaprire scenari di criticità".

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

20 giugno: all’Abbazia di Praglia (Padova) la terza edizione di “Vulcanico Serprino” con degustazioni delle “bollicine” Euganee

Sabato 20 giugno (dalle ore 16 alle 22) all’Abbazia di Praglia (Teolo, PD), il Serprino dei Colli Euganei apre l’estate con la terza edizione di “Vulcanico Serprino”, iniziativa organizzata dal Consorzio Tutela Vini Colli Euganei. 

Saranno presenti con i loro stand ventisei aziende, che proporranno in assaggio ai visitatori diverse interpretazioni del Serprino, offrendo un ampio panorama delle tipiche bollicine euganee nella tipologia frizzante e in quella spumante, nonché nella versione sperimentale “sui lieviti”. Sarà presente un punto di ristoro per il pubblico, musica dal vivo e due momenti di cooking show con lo chef Andrea Cesaro.

Il Serprino dei Colli Euganei è l'unico vino autoctono a denominazione di origine controllata del Veneto specializzato nella tipologia frizzante. Ha note di mela, pera, pesca, che lo rendono ideale sia per l’aperitivo, sia per una cena estiva. Ottenuto dall’uva omonima, il Serprino costituisce una delle ricchezze della biodiversità dei Colli Euganei, tutelati come Parco Regionale e recentemente riconosciuti Riserva della Biosfera MAB UNESCO, e rappresenta una delle anime del saper fare dei vignaioli locali, che nei secoli hanno perfezionato l’arte di produrre vini frizzanti fini e persistenti, versatili, caratterizzati da bollicine finissime.

Fonte: servizio stampa Consorzio tutela Vini Colli Eguanei

Treviso capitale della birra agricola: oggi, 18 giugno, torna la “Notte gialla – attenti al luppolo”

Il Veneto si conferma una delle regioni più dinamiche d'Italia nel settore della birra artigianale. Con 138 realtà produttive attive (dati Veneto Agricoltura), una produzione stimata tra i 100 e i 110 mila ettolitri annui e un fatturato che supera i 100 milioni di euro, la filiera brassicola regionale rappresenta un esempio concreto di integrazione tra agricoltura, trasformazione e valorizzazione del territorio. 

Un ruolo centrale è svolto dagli agribirrifici che, pur rappresentando il 39% delle aziende del comparto, realizzano oltre il 60% della produzione artigianale veneta. Per celebrare questa eccellenza, oggi, giovedì 18 giugno, dalle ore 18 alle 23, il Mercato Coperto di Campagna Amica Treviso in piazza Giustinian Recanati 8 ospiterà una nuova edizione di "Notte gialla – Attenti al Luppolo!", la festa dedicata alle migliori birre agricole del Veneto promossa da Coldiretti Treviso, Campagna Amica Treviso e Consorzio Birra Italiana, con il contributo della Camera di Commercio di Treviso-Belluno e la collaborazione del Ristorante Il Carro di Dunag Verde.

L'appuntamento si inserisce nel percorso di valorizzazione della birra agricola italiana, un settore nel quale il Veneto è stato tra i pionieri grazie agli investimenti nelle coltivazioni di orzo e luppolo e nella costruzione di filiere locali capaci di garantire qualità, tracciabilità e identità territoriale. Il taglio del nastro è previsto alle ore 18.30 e darà il via a una serata all'insegna del gusto, della sostenibilità e dell'incontro diretto tra produttori e consumatori.

Protagonisti saranno i birrifici agricoli che presenteranno le proprie produzioni e offriranno degustazioni e vendita diretta. Saranno presenti: Birrificio Napinta (Montebelluna), Birrificio Birrè (Paese), Birrificio Agricolo Tribe (Alpago), Norah's Beer (Borso del Grappa), Birrificio Agricolo Valderon (Valdobbiadene), Birrificio Via Regia (Preganziol), Birrificio Borgo Decimo (Borgo Facca – Pordenone), Birrificio Valle del Masero (Vo' Euganeo – Padova, nella foto Alessia Parisatto, titolare del birrificio).
 
Nel corso della serata saranno proposte degustazioni guidate gratuite, percorsi sensoriali dedicati a malti e luppoli, momenti di approfondimento sulla produzione brassicola agricola e uno spazio dedicato allo street food contadino con le eccellenze agroalimentari del territorio. Per informazioni e prenotazioni chiamare il numero 366 6722499 o scrivere a mercaticampagnaamica.tv@coldiretti.it.  Per aggiornamenti e curiosità sull'evento è possibile seguire i canali social di Campagna Amica Treviso.

Fonte: servizio stampa Coldiretti Veneto

Innovazione e sostenibilità ad alta quota: svelati i vincitori dei Lagazuoi Winning Ideas Mountain Awards 2026

(di Mattia Frizzera, consigliere Argav) Lo scorso 6 giugno 2026, negli gli spazi espositivi del Lagazuoi Expo Dolomiti a 2.732 metri di quota sopra Cortina d’Ampezzo (Belluno), si è tenuta la cerimonia di premiazione della settima edizione dei Lagazuoi Winning Ideas Mountain Awards (WIMA). L'evento ha premiato le idee più innovative, sostenibili e inclusive dedicate alle terre alte, inaugurando inoltre una mostra permanente dei progetti finalisti che sarà visitabile fino a marzo 2027.

Le eccellenze enogastronomiche di montagna. Un'attenzione particolare va alla categoria dedicata alle "Produzioni enogastronomiche e agricole di montagna", di cui la nostra associazione ARGAV è partner. Il progetto vincitore assoluto è il vino della Cooperativa Alpi dell’Adamello (Edolo, Brescia). Questa realtà è la prima in Italia a produrre vini esclusivamente da vitigni PIWI, varietà resistenti alle principali malattie fungine, promuovendo una viticoltura montana sostenibile e favorendo l’inclusione sociale attraverso l'impiego di ragazzi con disabilità. La giuria ha inoltre assegnato due menzioni speciali: all'enologo Federico Graziani, per la valorizzazione della viticoltura sui terreni vulcanici dell'Etna unita a sistemi di tracciabilità innovativi, e al progetto piemontese Le Delizie del Dahu, una rete collaborativa di tredici piccoli imprenditori agroalimentari delle Valli Chisone e Germanasca.

Tutela ambientale e servizi per il territorio. Per la categoria "Progetti e servizi per la montagna", ha trionfato FOREMYC – Radicati nel Futuro, una start-up giovanile che ha sviluppato un gemello digitale degli ecosistemi boschivi. Questo sistema di monitoraggio aiuta i forestali a comprendere e proteggere le foreste alpine, sempre più minacciate dai cambiamenti climatici. Menzioni speciali sono andate ad Arte Dolomiti, un progetto altoatesino che porta concerti di musica da camera e cultura nel territorio, e ad AUT-LAB Scarpinocc, un'associazione della Val Seriana che crea opportunità socio-occupazionali per ragazzi con disabilità impiegati nella produzione di pasta tipica.

Attrezzature, abbigliamento e sicurezza. L'inclusione sociale e la filiera etica sono stati i driver anche della categoria "Attrezzature e abbigliamento", vinta da Manifattura Diffusa di ELBEC. Questo progetto coinvolge la comunità locale del Bellunese nella lavorazione artigianale di lana merinos, contrastando lo spopolamento e valorizzando i saperi tradizionali. Sul fronte della sicurezza outdoor, menzioni speciali sono state assegnate allo zaino airbag da valanga Ortovox AVABAG LITRIC TOUR 30 e al dispositivo ICE-KEY TAG, un sistema intelligente integrabile su caschi e abbigliamento che permette ai soccorritori di accedere subito ai dati sanitari dell'infortunato.

Nuove generazioni, ricerca e giornalismo. La settima edizione dei WIMA ha introdotto importanti novità: tra i riconoscimenti fuori concorso, spicca la menzione speciale Unifarco per il "Dolomia Biodiversity Award", sviluppato con il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi a sostegno dei giovani ricercatori nell'ambito della biodiversità. Un premio speciale è andato anche a RailEvo, start-up focalizzata su taxi ferroviari autonomi per le aree marginali. Grande spazio è stato dato ai giovani con la nuova sezione WIMA Angels, dedicata a studenti universitari (coinvolgendo lo IUAV di Venezia e la Libera Università di Bolzano) impegnati nello sviluppo di idee per il domani delle Alpi. Infine, l'edizione 2026 ha visto il debutto del Premio Lagazuoi per il Giornalismo, ideato per valorizzare le migliori firme e i reportage dedicati alle trasformazioni ambientali, culturali e sportive della montagna contemporanea.Maggiori informazioni sul premio, del quale Argav è media partner, anche su questo articolo pubblicato sul giornale online altoatesino Salto

Credits foto: Lagazuoi WIMA 2026 ©manazproductions – 3 (funivia Lagazuoi)

Crisi della pesca, convocato dall’assessore regionale Dario Bond il Tavolo Interistituzionale

pesca vongole
“Quella che sta attraversando la pesca dell’Alto Adriatico è una crisi senza precedenti per estensione e profondità, che colpisce contemporaneamente ambiente, economia e lavoro. Il nostro obiettivo è riunire con frequenza tutti i soggetti coinvolti per individuare risposte concrete, immediate e fruibili: lo faremo attraverso il Tavolo Interistituzionale sulla Pesca, che a breve sarà deliberato dalla Giunta regionale proprio per dargli valenza ufficiale. A chi ne farà parte (rappresentanti e dirigenti regionali, categorie, parlamentari) chiederò concretezza: fondi, emendamenti, strategie per sostenere un settore che versa in una situazione senza precedenti e che ha bisogno di risorse straordinarie”.
 
L’assessore regionale alla Pesca Dario Bond ha riunito a Mestre (Venezia) lo scorso 4 maggio eurodeputati, parlamentari, consiglieri regionali, categorie del settore pesca. Hanno partecipato: il direttore della Direzione del presidente Marco Mazzoni, il dirigente regionale della Pesca Giuseppe Cherubini, il commissario straordinario al granchio blu Enrico Caterino, gli assessori regionali Stefano Zannier del Friuli Venezia Giulia, Luis Walcher della Provincia di Bolzano, Alessio Mammi dell’Emilia Romagna; gli europarlamentari Paolo Borchia, Flavio Tosi, Sergio Berlato, Anna Maria Cisint; i parlamentari Luca De Carlo, Mara Bizzotto, Laura Cavandoli, Maria Cristina Carretta, Nadia Romeo; i consiglieri regionali Eleonora Mosco, Cristiano Corazzari, Claudia Barbera, Rosanna Conte, Alberto Bozza, Fabio Benetti, Jonatan Montanariello, Alessio Morosin; Marilena Fusco di Cia, Alessandro Faccioli di Coldiretti, Antonio Gottardo di Legacoop, Paolo Tiozzo di Confcooperative.
 
La crisi attuale del comparto si articola in due linee distinte ma tra loro strettamente intrecciate. Da un lato, a partire dalla fine del 2023, si è registrato un calo significativo e persistente del numero di imprese della pesca professionale e dell’acquacoltura, conseguenza diretta di eventi eccezionali come l’invasione del granchio blu e le anomalie climatiche. Dall’altro lato, si è sviluppata una crisi ambientale di straordinaria gravità legata alla prolungata presenza di mucillagini e alle elevate temperature marine registrate nell’estate 2024.
 
“Già nei mesi scorsi avevamo evidenziato come il comparto fosse sottoposto a pressioni eccezionali – ricorda Bond – ma oggi siamo di fronte a un punto di rottura che impone interventi strutturali oltre che emergenziali. La questione dell’Alto Adriatico è particolarmente grave, soprattutto dal 2024: le vongole sono completamente scomparse e la situazione è comune a Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Oggi abbiamo 163 barche ferme e un indotto di circa mille persone coinvolte da questa crisi. Nell’odierna riunione abbiamo voluto dimostrare che il problema è sì produttivo, ma anche ambientale, ed è legato a dinamiche del sistema nel suo complesso”. Il fenomeno delle mucillagini - noto da tempo nell’Adriatico settentrionale - ha assunto nell’estate 2024 caratteristiche eccezionali per intensità e durata. Dopo un giugno particolarmente piovoso (+34% rispetto alla norma), i mesi di luglio e agosto sono stati tra i più caldi degli ultimi trent’anni, con temperature medie superiori anche di +1,8° rispetto alla norma e picchi record nelle minime notturne, condizioni ideali per un’esplosione del fenomeno mucillaginoso.

Le conseguenze per il comparto sono state immediate e devastanti. Le mucillagini hanno progressivamente ostruito gli strumenti di pesca, rendendo pressoché inutilizzabili gli attrezzi di cattura. Ma gli effetti più gravi si sono manifestati sul fondo marino. Con il deposito delle masse gelatinose e il perdurare delle alte temperature, si sono verificati fenomeni di anossia – ovvero carenza di ossigeno – che hanno soffocato gli organismi bentonici, in particolare i molluschi bivalvi. “Non si è trattato solo di un problema operativo per i pescatori – evidenzia l’assessore – ma di un collasso dell’ecosistema marino in intere aree di pesca”.

I dati sono drammatici: in numerosi areali della costa veneta si è registrata una moria tra il 90% e il 100% delle popolazioni di molluschi bivalvi, in particolare della vongola di mare e dei fasolari. La situazione ha portato, nell’ottobre 2024, all’adozione di ordinanze da parte delle Capitanerie di Porto di Venezia e Chioggia che hanno vietato “fino a revoca” la pesca con draga idraulica, determinando la sospensione totale delle attività. Le conseguenze economiche sono state pesantissime: 102 imprese dedite alla pesca della vongola di mare risultano da un anno e mezzo completamente ferme, con produzioni azzerate e totale assenza di reddito. Nel corso del 2025, di fatto, la produzione di vongole e bivalvi nei compartimenti marittimi del Veneto è stata pari a zero.
 
La gravità della situazione è stata riconosciuta anche a livello nazionale: con decreto del 12 marzo 2025 il Ministero dell’Agricoltura ha dichiarato l’eccezionalità dell’evento, qualificandolo come calamità naturale. La Regione ha quindi attivato le procedure per consentire alle imprese di accedere al Fondo di solidarietà nazionale della pesca e dell’acquacoltura. “Il riconoscimento della calamità è un passaggio fondamentale – spiega Bond – ma ora servono risorse adeguate e tempi rapidi per sostenere le imprese. Il Tavolo di oggi serve proprio a questo: individuare risorse per i nostri operatori andando oltre l’emergenza”.
 
Nel corso dell’incontro, l’assessore ha inoltre posto con forza il tema del coinvolgimento europeo: “Abbiamo chiesto una collaborazione a livello UE e parlamentare. Altre risorse possono arrivare dal Regolamento (UE) 2024/1991, noto come Nature Restoration Law ed entrato in vigore il 18 agosto 2024, che impone obiettivi giuridicamente vincolanti per il ripristino degli ecosistemi degradati su terra e mare. Nel contempo dobbiamo creare una diversificazione produttiva a livello di acquacoltura: ci sono progetti UE che hanno accesso diretto a risorse, anche per sperimentazioni innovative, che dobbiamo intercettare. Sappiamo che l’Ue sta riducendo le risorse per la pesca fino al 60% e che i fondi Feampa andranno progressivamente a ridursi già dal 2028, a favore dei fondi di coesione a disposizione dei singoli Stati. Proprio per questo è fondamentale muoversi ora, con una strategia chiara e condivisa”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto/Assessorato all'Agricoltura e alla Pesca

Presentati da ANBI del Trentino-Alto Adige gli interventi prioritari per garantire la sicurezza idrica e la resilienza dei territori

Photo by ryo f on Pexels.com
L’ANBI (Associazione Nazionale Consorzi Gestione e Tutela di Territorio e Acque Irrigue), a cui aderiscono il Consorzio Trentino di Bonifica e il COMIFO (Federazione Provinciale dei Consorzi Irrigui e di Miglioramento Fondiario), ha presentato a Roma nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, le progettualità contenute nel Piano Nazionale di Interventi Infrastrutturali e per la Sicurezza del Settore Idrico (PNIISSI). 

Si tratta di 7 progetti che riguardano altrettanti comprensori produttivi relativi alla realizzazione di opere strategiche per il futuro dell’agricoltura trentina curati da ANBI ai quali si affianca un ottavo progetto proposto da Hydro Dolomiti Energia. L’ammontare complessivo degli interventi proposti supera i 200 milioni di euro di investimenti e riguardano sia nuovi invasi per il rafforzamento della disponibilità idrica, sia opere di modernizzazione ed ampliamento dei sistemi razionali di irrigazione.

Le progettualità presentate da Luigi Stefani, presidente ANBI del Trentino Alto Adige, riguardano in particolare:

1.Progetto per l’integrazione delle risorse idriche e adduzione principale antibrina a servizio dei Consorzi aderenti al Consorzio di Miglioramento Fondiario II grado Val di Non per un investimento di 106.586.800,00 euro.

2.Completamento dell’ammodernamento della condotta idropotabile e irrigua Val di Sole-Cles. Progetto a cura del Consorzio Acquario M.C. Cles per un importo di 19.561.945,58 euro.

3.Adeguamento infrastrutturale con opere di completamento per un’irrigazione innovativa e sostenibile a cura del CMF II grado Lagorai per un importo di 12.161.985,50 euro.

4.Adeguamento sistema irriguo consortile di Praolini Bagolè di Volano per la riduzione delle dispersioni idriche e l’aumento della resilienza dei sistemi idrici ai cambiamenti climatici a cura del Consorzio Trentino di Bonifica per un importo di 7.120.000 euro.

5.Progetto di condotta di adduzione dal lago di Molveno per la razionalizzazione dell’approvvigionamento idrico del CMF II grado Pedegazza nel comune di Vallelaghi per un investimento di 8.271.000 euro.

6. Ottimizzazione della gestione delle risorse idriche dei territori compresi nel comune amministrativo di Brentonico mediante la realizzazione di nuovi serbatoi di accumulo a scopo irriguo, potabile ed antincendio e di nuovi collegamenti idraulici al fine dello sfruttamento di due invasi a cielo aperto esistenti a cura del Consorzio Trentino di Bonifica per un valore di 15.300.000 euro.

7. Realizzazione di un bacino artificiale di riserva per la salvaguardia dell’irrigazione di soccorso delle aree agricole della Valle di Cembra nei periodi siccitosi proposto dal Consorzio di Miglioramento Fondiario Valle di Cembra per un importo di 7.800.000 euro.

Le progettualità presentate da ANBI del Trentino Alto Adige tramite il Presidente Luigi Stefani sono state condivise dell’assessorato provinciale all’Agricoltura il quale ha fissato i relativi criteri di priorità e di congruenza. A loro volta, le progettualità in oggetto sono state elaborate attraverso la fattiva collaborazione fra l’ANBI e gli enti territoriali competenti, le amministrazioni locali, le Organizzazioni dei Produttori e le rappresentanze di categoria in un clima di fattiva sinergia e condivisione.

A queste progettualità si affianca il progetto proposto da Hydro Dolomiti Energia srl riguardante l’impianto idroelettrico esistente del comune di Carzano in Valsugana che prevede l’adeguamento della capacità di accumulo di risorsa idrica in quota a beneficio dell’utilizzo plurimo irriguo e idroelettrico. L’investimento previsto è in questo caso di 25.034.000 euro.

Fonte: servizio stampa ANBI


Al via il piano straordinario della Regione Veneto per la pulizia dei fiumi

“I corsi d’acqua sono una componente essenziale della nostra identità territoriale. Proteggerli significa garantire qualità della vita, sostenere l’economia e preservare un bene comune fondamentale per le generazioni future. Continueremo su questa strada, rafforzando il nostro impegno nella tutela delle risorse naturali e promuovendo politiche integrate per coniugare sviluppo, sicurezza e rispetto dell’ambiente. Desidero rivolgere un sincero ringraziamento alla Giunta regionale e a tutti gli assessori competenti per il lavoro svolto con spirito di collaborazione e visione condivisa”.

Con queste parole il presidente della Regione del Veneto, Alberto Stefani, commenta l’approvazione, da parte della Giunta regionale, di una delibera per l’attuazione di interventi urgenti di pulizia dei fiumi, volti alla rimozione di rifiuti galleggianti e materiali abbandonati su argini e golene. L’iniziativa, che prevede un investimento di 100.000 euro, nasce da un lavoro di squadra che vede l’assessore all’Ambiente, Elisa Venturini, operare in sinergia con i colleghi Dario Bond, Diego Ruzza, Marco Zecchinato e Lucas Pavanetto. L’obiettivo è garantire il corretto deflusso delle acque, ma anche preservare la bellezza dei paesaggi veneti, asset fondamentale per l’economia turistica regionale.

La tutela dei corsi d’acqua del Veneto diventa una priorità trasversale che unisce sicurezza idraulica, protezione ambientale e valorizzazione del territorio. Non si tratta soltanto di un tema ambientale, ma di una questione strategica che coinvolge la sicurezza dei cittadini, la salvaguardia degli ecosistemi e la valorizzazione del nostro patrimonio paesaggistico e produttivo. Il progetto nasce anche dall’ascolto del territorio, delle imprese e del settore turistico, che chiedono ambienti più curati, sicuri e attrattivi perché un fiume pulito rappresenta un elemento significativo per l’immagine del Veneto nel mondo.

Le operazioni saranno coordinate dalla società in house Veneto Acque SBPA, che gestirà le procedure di affidamento e il monitoraggio dei lavori, con l’obiettivo di completare gli interventi entro il 31 dicembre 2026. Il piano d’azione è stato sviluppato di concerto con i vari rami dell’amministrazione regionale per assicurare una copertura capillare su tutto il territorio. Veneto Acque SBPA, agendo senza oneri aggiuntivi per la Regione (salvo il rimborso dei costi vivi per gli smaltimenti), si occuperà della pianificazione tecnica e della direzione dei lavori, avvalendosi di ditte specializzate individuate tramite procedure ad evidenza pubblica. L’intervento mira non solo a risolvere le criticità attuali, ma a stabilire un modello di gestione che tuteli la biodiversità e la navigabilità, rendendo i fiumi veneti sicuri e accoglienti per residenti e visitatori.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

 

San Michele all’Adige (Trento). Presentati alla Fondazione Edmund Mach i risultati di un progetto di ricerca che approfondisce le radici storiche della bovina di razza rendena

Fertile, longeva, resistente alle malattie, particolarmente adatta all’alpeggio e capace  di adattarsi ai ripidi pascoli alpini, ma inserita nella lista delle razze autoctone a rischio di estinzione. La rendena, razza autoctona del Trentino,  verso la fine dell’Ottocento aveva raggiunto la consistenza di oltre 800 mila  capi allevati, mentre oggi si contano poco più di 6000 esemplari, distribuiti  per lo più nelle province di Trento, Padova, Vicenza e Verona.

I significativi cali demografici dovuti ad epidemie, crisi economiche e cambiamenti delle pratiche zootecniche hanno messo a rischio la sua sopravvivenza.  Tuttavia prosegue l’impegno verso la sua tutela, in primis da parte  dell’associazione ANARE, ma anche grazie alla ricerca  scientifica. Nei giorni scorsi, alla Fondazione Edmund Mach (FEM) si è svolto l’incontro “La storia genetica delle valli dolomitiche: i Rendeneri e i loro bovini” nel quale sono stati presentati i risultati  di un progetto di ricerca che ha evidenziato il ruolo della razza rendena come risorsa per la sostenibilità e la resilienza degli allevamenti di montagna.

Finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, realizzato da FEM in collaborazione con le Università di Piacenza, Perugia e Pavia e il supporto di ANARE, il progetto ha consentito di creare per questa razza una carta d’identità ancora più ricca e completa  supportata grazie ad avanzate analisi genetiche che hanno studiato l’origine e l’evoluzione genetica della popolazione della Val Rendena e della razza bovina caratteristica di questo territorio. L’incontro è stato aperto da Maurizio Bottura, sostituto direttore generale Fondazione Edmund Mach e dirigente del Centro Trasferimento Tecnologico FEM, Giacomo Broch, presidente della Federazione Provinciale Allevatori di Trento, Manuel Cosi, presidente dell’ Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Rendena. Sono intervenuti  Heidi Hauffe e Erika Partel della Fondazione Mach, Hovirag Lancioni dell’ Università degli Studi di Pavia, Alessandro Achilli dell’ Università degli Studi di Pavia. “La conoscenza dal punto di vista genetico  – ha evidenziato Maurizio Bottura – consente di mettere in campo una serie di azioni per migliorare la presenza  di questa razza autoctona, ma anche la sua produttività e la sua efficienza. Questo vuol dire riuscire a  essere presenti sul territorio montano, valorizzando le malghe, patrimonio inestimabile,  il turismo e contrastando  il dissesto idrogeologico”.  Giacomo Broch ha spiegato che la razza rendena svolge un ruolo molto importante anche all’interno della Federazione allevatori.  “E’ autoctona, pertanto va mantenuta e difesa perché è la storia del nostro Trentino”. Manuel Cosi, presidente di ANARE, associazione  centrale nella salvaguardia e valorizzazione della razza Rendena, ha sottolineato che gli studi scientifici consentono di valorizzare l’identità e la forza di questa razza che oggi mantiene la caratteristica della triplice attitudine “latte, carne e mantenimento dell’ambiente, pascolando le terre alte delle nostre montagne”.

Il recente studio scientifico ha approfondito l’origine e l’evoluzione della Rendena attraverso l’analisi del DNA mitocondriale, trasmesso esclusivamente per via materna. Sono stati selezionati 137 bovini per rappresentare la maggior parte delle linee materne presenti nella razza Rendena, più 31 bovini di razza Grigio Alpina, considerata storicamente affine, ma finora poco studiata dal punto di vista del DNA mitocondriale. I risultati hanno mostrato una ricchezza genetica sorprendente: nella sola Rendena sono state identificate ben 86 diverse sottolinee, un dato che indica una diversità elevata e una storia evolutiva complessa.
La quasi totalità dei campioni appartiene alla “superlinea” mitocondriale T3, diffusa sin dall’epoca della domesticazione. Sono emerse, però, anche linee genetiche rare e antiche, oggi poco rappresentate nelle razze moderne. Questo aspetto conferma che la Rendena ha conservato nel tempo il patrimonio genetico (mitocondriale) originale, nonostante le epidemie, i tentativi di incrocio e le forti riduzioni numeriche subite nei secoli.

Il confronto con la Grigio Alpina ha evidenziato una stretta vicinanza genetica tra le due razze, probabilmente dovuta a un’origine comune o a incroci avvenuti in epoche storiche. Tuttavia, l’assenza di DNA mitocondriali identici indica che la Rendena ha mantenuto una propria identità genetica, ben definita, rafforzata dall’isolamento geografico e dalle scelte di allevamento operate nel tempo. Questi sono i motivi per cui la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio genetico forniscono strumenti utili per una gestione più consapevole della selezione e della conservazione della razza. La variabilità riscontrata nei bovini di razza Rendena, infatti, non è solo un risultato scientifico, ma racconta anche la storia di secoli di allevamento in un ambiente alpino difficile, in cui uomini e animali hanno condiviso un percorso di adattamento reciproco. Gli allevatori della valle hanno svolto, anche inconsapevolmente, un ruolo fondamentale nella conservazione di questo patrimonio biologico, selezionando animali adatti al territorio e alle esigenze locali. Oggi, la ricerca genetica consente di rendere visibile e misurabile questa eredità, restituendole valore e significato e rafforzando il legame profondo tra la razza Rendena, il territorio e la sua storia.

Fonte testo e foto: servizio stampa FEM

Venezia e i delfini, un rapporto che si può definire storico

(di Renzo Michieletto, vice presidente Argav). Che ci fa un delfino in bacino San Marco a Venezia? Nulla di straordinario, potrebbe essere la risposta. Vive la sua vita, cacciando (con facilità) cefali, orate e sardine e giocando (nonostante il pericolo costante delle eliche delle imbarcazioni) sulla scia dei vaporetti. I delfini in laguna di Venezia non sono una novità e in passato hanno sempre convissuto con l'attività dei pescatori. Diportisti, turisti e curiosi devono però mantenere un rigido codice di comportamento. 

Di tutto questo si è parlato in un incontro svoltosi lo scorso.....nel Museo di Storia Naturale di Venezia tra ricercatori, cittadinanza, stampa e operatori del mare per spiegare il codice di condotta che in apertura della stagione estiva i diportisti (e non solo) devono tenere con il delfino che da alcuni mesi ha trovato casa nella laguna di Venezia e più precisamente nello specchio d'acqua antistante il Bacino San Marco e lungo il Canale della Giudecca. Si tratta di un tursiope, ovvero un cetaceo odontoceto appartenente alla famiglia dei Delfinidi, specie protetta dalle normative nazionali e internazionali che, come una star, ha ormai attirato l'attenzione di residenti, turisti e media internazionali.

A relazionare sullo stato di salute del cetaceo, sulla presenza attuale e passata dei delfini nella laguna di Venezia e nel Nord Adriatico e sui progetti di salvaguardia di questi animali selvatici, sono stati Luca Mizzan, biologo marino del Museo di Storia Naturale, Silvia Bonizzoni e Giovanni Bearzi, cetologi di Dolphin Biology and Conservation e Sandro Mazzariol del Dipartimento Biomedicina Comparata e Alimentazione dell'Università di Padova. Secondo gli studiosi, il delfino “veneziano” sta modificando gradualmente alcune abitudini, motivo per cui è fondamentale raccogliere dati scientifici in modo continuativo. L’animale viene osservato mentre caccia, segue le barche, si avvicina ai vaporetti o esplora le gondole, mostrando comportamenti tipici di una specie estremamente intelligente e curiosa.

Uno dei temi centrali dell’incontro è stato il rapporto storico tra Venezia e i delfini. Oggi la presenza di un cetaceo in laguna appare eccezionale, ma in realtà, hanno spiegato i relatori, fino a non molto tempo fa i delfini erano una presenza abituale nell’Adriatico e nelle acque veneziane. A dimostrarlo sono documenti scientifici, racconti popolari e persino modi di dire ancora diffusi tra i pescatori più anziani. Nel 1894, il naturalista Enrico Hillyer Giglioli descriveva già i cetacei presenti nell’Adriatico, parlando del tursiope come di un animale osservato nei porti e nei canali lagunari. Altri studiosi di inizio Novecento raccontavano catture accidentali di delfini nelle reti da pesca e la curiosità che questi animali suscitavano nella popolazione.

I ricercatori hanno ricordato come i pescatori conoscessero bene i delfini, pur considerandoli spesso concorrenti nella pesca. Gli animali rompevano le reti per cibarsi dei pesci intrappolati e sviluppavano tecniche di caccia molto sofisticate. Una delle più curiose riguardava la cattura delle seppie: i delfini staccavano loro la testa, la parte più nutriente, lasciando il resto del corpo galleggiare in acqua. Questi resti venivano chiamati “caussi” e per lungo tempo furono raccolti e venduti dai bambini orfani dei pescatori e venduti al mercato del Rialto, in una sorta di economia di sopravvivenza legata al mare. Da questi episodi sono nati anche modi di dire veneziani oggi quasi dimenticati. Alcuni anziani delle isole di Burano e Pellestrina ricordano ancora espressioni collegate ai “caussi”, testimonianza di un rapporto antico e quotidiano tra la laguna e i delfini. La memoria collettiva di questa convivenza, secondo i relatori, si è progressivamente persa con il cambiamento della città e delle attività tradizionali. Le seppie entrano infatti in massa nella laguna di Venezia durante la primavera (indicativamente tra marzo e maggio), quando risalgono dal Mare Adriatico per riprodursi e deporre le uova tra la vegetazione sommersa delle barene. Poi, all’inizio dell’estate, tutte le seppie, compresi i nuovi nati cresciuti all’interno della laguna, riprendono la via del mare. Di tutto questo andirivieni, in passato ne approfittavano non solo i pescatori ma anche i delfini che, aspettando le seppie al varco - vale a dire nelle acque delle tre bocche di porto di San Nicolò, Malamocco e Chioggia - qui trovavano cibo facile. I delfini si cibavano solo della testa delle seppie abbandonando il resto del corpo al flusso delle maree, che li trasportavano avanti e indietro. Da qui, nasce un antico modo tutto veneziano (anzi, di Burano e Pellestrina) di “rimproverare” i bambini troppi vivaci: “no te sta mai fermo come un causso”.

Durante l’incontro si è parlato anche dell’intelligenza dei cetacei. I pescatori veneziani, pur senza conoscenze scientifiche, avevano compreso che i delfini non erano pesci: respiravano aria, avevano sangue caldo e allattavano i piccoli. Per spiegare la loro natura così simile a quella umana nacquero persino leggende popolari. Una di queste raccontava che i delfini fossero gli antichi soldati del faraone annegati nel Mar Rosso durante la fuga di Mosè, condannati a vagare eternamente nei mari. Particolarmente suggestivo è stato il racconto di un episodio avvenuto nel secolo scorso durante una pesca tradizionale dalla spiaggia: un giovane delfino era rimasto intrappolato nella rete e un adulto, probabilmente la madre, sarebbe saltato dentro la rete stessa per guidarlo verso l’uscita e salvarlo. Un comportamento che già all’epoca colpiva profondamente i pescatori e che oggi viene interpretato come prova dell’elevata socialità e capacità cognitiva di questi animali.

Gli esperti hanno ricordato che il delfino attualmente presente in laguna rappresenta il ritorno di una specie che per secoli ha condiviso questi ambienti con l’uomo. La vera novità, semmai, è che la città moderna ha perso familiarità con la fauna marina e con il delicato equilibrio che un tempo regolava il rapporto tra Venezia e il suo ecosistema. L’incontro si è concluso con un invito alla responsabilità. Il delfino deve restare un animale selvatico: non va inseguito, toccato o alimentato. La convivenza è possibile solo attraverso il rispetto delle regole e una maggiore consapevolezza del valore naturalistico della laguna. Venezia, è stato ricordato, non è soltanto una città costruita sull’acqua, ma un ambiente vivo in cui uomini e animali convivono da secoli.



.