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San Michele all’Adige (Trento). Presentati alla Fondazione Edmund Mach i risultati di un progetto di ricerca che approfondisce le radici storiche della bovina di razza rendena

Fertile, longeva, resistente alle malattie, particolarmente adatta all’alpeggio e capace  di adattarsi ai ripidi pascoli alpini, ma inserita nella lista delle razze autoctone a rischio di estinzione. La rendena, razza autoctona del Trentino,  verso la fine dell’Ottocento aveva raggiunto la consistenza di oltre 800 mila  capi allevati, mentre oggi si contano poco più di 6000 esemplari, distribuiti  per lo più nelle province di Trento, Padova, Vicenza e Verona.

I significativi cali demografici dovuti ad epidemie, crisi economiche e cambiamenti delle pratiche zootecniche hanno messo a rischio la sua sopravvivenza.  Tuttavia prosegue l’impegno verso la sua tutela, in primis da parte  dell’associazione ANARE, ma anche grazie alla ricerca  scientifica. Nei giorni scorsi, alla Fondazione Edmund Mach (FEM) si è svolto l’incontro “La storia genetica delle valli dolomitiche: i Rendeneri e i loro bovini” nel quale sono stati presentati i risultati  di un progetto di ricerca che ha evidenziato il ruolo della razza rendena come risorsa per la sostenibilità e la resilienza degli allevamenti di montagna.

Finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, realizzato da FEM in collaborazione con le Università di Piacenza, Perugia e Pavia e il supporto di ANARE, il progetto ha consentito di creare per questa razza una carta d’identità ancora più ricca e completa  supportata grazie ad avanzate analisi genetiche che hanno studiato l’origine e l’evoluzione genetica della popolazione della Val Rendena e della razza bovina caratteristica di questo territorio. L’incontro è stato aperto da Maurizio Bottura, sostituto direttore generale Fondazione Edmund Mach e dirigente del Centro Trasferimento Tecnologico FEM, Giacomo Broch, presidente della Federazione Provinciale Allevatori di Trento, Manuel Cosi, presidente dell’ Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Rendena. Sono intervenuti  Heidi Hauffe e Erika Partel della Fondazione Mach, Hovirag Lancioni dell’ Università degli Studi di Pavia, Alessandro Achilli dell’ Università degli Studi di Pavia. “La conoscenza dal punto di vista genetico  – ha evidenziato Maurizio Bottura – consente di mettere in campo una serie di azioni per migliorare la presenza  di questa razza autoctona, ma anche la sua produttività e la sua efficienza. Questo vuol dire riuscire a  essere presenti sul territorio montano, valorizzando le malghe, patrimonio inestimabile,  il turismo e contrastando  il dissesto idrogeologico”.  Giacomo Broch ha spiegato che la razza rendena svolge un ruolo molto importante anche all’interno della Federazione allevatori.  “E’ autoctona, pertanto va mantenuta e difesa perché è la storia del nostro Trentino”. Manuel Cosi, presidente di ANARE, associazione  centrale nella salvaguardia e valorizzazione della razza Rendena, ha sottolineato che gli studi scientifici consentono di valorizzare l’identità e la forza di questa razza che oggi mantiene la caratteristica della triplice attitudine “latte, carne e mantenimento dell’ambiente, pascolando le terre alte delle nostre montagne”.

Il recente studio scientifico ha approfondito l’origine e l’evoluzione della Rendena attraverso l’analisi del DNA mitocondriale, trasmesso esclusivamente per via materna. Sono stati selezionati 137 bovini per rappresentare la maggior parte delle linee materne presenti nella razza Rendena, più 31 bovini di razza Grigio Alpina, considerata storicamente affine, ma finora poco studiata dal punto di vista del DNA mitocondriale. I risultati hanno mostrato una ricchezza genetica sorprendente: nella sola Rendena sono state identificate ben 86 diverse sottolinee, un dato che indica una diversità elevata e una storia evolutiva complessa.
La quasi totalità dei campioni appartiene alla “superlinea” mitocondriale T3, diffusa sin dall’epoca della domesticazione. Sono emerse, però, anche linee genetiche rare e antiche, oggi poco rappresentate nelle razze moderne. Questo aspetto conferma che la Rendena ha conservato nel tempo il patrimonio genetico (mitocondriale) originale, nonostante le epidemie, i tentativi di incrocio e le forti riduzioni numeriche subite nei secoli.

Il confronto con la Grigio Alpina ha evidenziato una stretta vicinanza genetica tra le due razze, probabilmente dovuta a un’origine comune o a incroci avvenuti in epoche storiche. Tuttavia, l’assenza di DNA mitocondriali identici indica che la Rendena ha mantenuto una propria identità genetica, ben definita, rafforzata dall’isolamento geografico e dalle scelte di allevamento operate nel tempo. Questi sono i motivi per cui la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio genetico forniscono strumenti utili per una gestione più consapevole della selezione e della conservazione della razza. La variabilità riscontrata nei bovini di razza Rendena, infatti, non è solo un risultato scientifico, ma racconta anche la storia di secoli di allevamento in un ambiente alpino difficile, in cui uomini e animali hanno condiviso un percorso di adattamento reciproco. Gli allevatori della valle hanno svolto, anche inconsapevolmente, un ruolo fondamentale nella conservazione di questo patrimonio biologico, selezionando animali adatti al territorio e alle esigenze locali. Oggi, la ricerca genetica consente di rendere visibile e misurabile questa eredità, restituendole valore e significato e rafforzando il legame profondo tra la razza Rendena, il territorio e la sua storia.

Fonte testo e foto: servizio stampa FEM

San Michele all’Adige (Trento). Alla Fondazione Edmund Mach lo stato dell’arte del progetto “Astro” mirato a rendere più resiliente e sostenibile l’acquacoltura di montagna

Rendere più sostenibile, innovativa e competitiva l’acquacoltura di montagna, settore di nicchia ma strategico per i territori alpini, è l’obiettivo del progetto di filiera “Competitività e sostenibilità dell’acquacoltura di montagna”, coordinato da Astro con la collaborazione tecnico-scientifica della Fondazione Edmund Mach (FEM) e dell’Università di Bologna per il filone della ricerca.

Nei giorni scorsi, nella sala conferenze del Palazzo della Ricerca e della Conoscenza, ricercatori, tecnici e rappresentanti della filiera si sono confrontati sui risultati raggiunti nei primi due anni di attività e sulle azioni previste per la fase finale del progetto. “Il progetto di filiera – ha spiegato nel saluto di apertura Diego Coller, direttore di OP Astro- nasce per sostenere un comparto che opera in ambienti di elevato valore ecologico e che oggi si trova ad affrontare sfide complesse: aumento dei costi, necessità di ridurre gli impatti ambientali, richiesta di maggiore efficienza produttiva e di innovazione tecnologica”. “All’interno del progetto – ha aggiunto il sostituto direttore generale Maurizio Bottura – la Fondazione Edmund Mach svolge un ruolo scientifico di primo piano, con attività che collegano direttamente laboratorio, territorio e imprese”.

Uno dei filoni più significativi della parte di ricerca del progetto, finanziato dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, riguarda il carpione del Garda (Salmo carpio), specie ittica endemica e a rischio di estinzione, ma al contempo di elevato pregio e interesse alimentare. I ricercatori FEM stanno approfondendo gli aspetti biologici e genetici della specie e sviluppando protocolli di allevamento standardizzati, accompagnati da sistemi di caratterizzazione genetica e tracciabilità. L’obiettivo è rendere possibile una produzione controllata che risponda al mercato senza aumentare la pressione sulla popolazione selvatica, mantenendo ben distinta la dimensione produttiva da quella di conservazione della specie.

Un altro ambito chiave è la qualità delle acque. FEM utilizza un approccio multidisciplinare che integra metodi tradizionali con tecniche innovative basate sul DNA ambientale (eDNA) per analizzare biodiversità e stato ecologico dei corsi d’acqua collegati agli impianti di troticoltura. Questi studi permettono di valutare gli impatti, verificare l’efficacia delle misure di mitigazione e mettere a punto strumenti utili anche per sistemi di monitoraggio e certificazione ambientale. Grande attenzione è dedicata anche all’acquacoltura di precisione. Attraverso l’analisi dei dati storici degli allevamenti, modelli predittivi e tecniche di “machine vision” applicate a immagini e video raccolti in vasca, è possibile contribuire allo sviluppo di strumenti per migliorare l’alimentazione, il benessere animale e la gestione dei cicli produttivi. Una strada che punta ad aumentare l’efficienza e ridurre sprechi e impatti ambientali.

Il progetto affronta anche il tema della valorizzazione degli scarti organici della filiera. I ricercatori e tecnici di San Michele si occupano di studiare processi per recuperare componenti utili — come farine proteiche e oli — e valutare il potenziale energetico e agronomico dei residui, in un’ottica di economia circolare e riduzione dell’impronta complessiva dell’attività di allevamento. Il progetto di filiera prevede investimenti per circa 13 milioni di euro in 11 soggetti beneficiari di cui 65% investimenti produttivi nelle pescicolture trentine, 18% in Ricerca & Sviluppo e il 17% relativo alla trasformazione, di cui la quota principale è destinata alla realizzazione presso ASTRO di una bioraffineria capace di recuperare tutti i by-product della lavorazione e reimmetterli nella filiera FOOD e FEED con prodotti a base di olio di trota e farina di trota sia per l’alimentazione umana che quella destinata agli cani e gatti. Un sistema “zero sprechi” che valorizza l’intera produzione ittica di montagna.

Fonte testo e foto: servizio stampa Fondazione Edmund Mach

Selva di Grigno (Trento). La riserva naturale Fontanazzo si rivela uno scrigno di biodiversità in fatto di insetti impollinatori

(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) 4-24-75: non è la terna vincente di un’estrazione del lotto, bensì i numeri che, in un certo senso, sintetizzano il progetto di monitoraggio degli insetti impollinatori realizzato, con sviluppi futuri, all’interno della Riserva naturale provinciale “Fontanazzo” di Selva di Grigno.

Negli anni scorsi, l’associazione Selva Green, con la collaborazione di Fondazione E. Mach,  WBA-World Biodiversity Association e Rete di Riserve del fiume Brenta, ha avviato un “progetto di comunità” rivolto ai residenti della frazione in un’iniziativa di notevole interesse ambientale volta a preservare e a migliorare la biodiversità. L’associazione ha iniziato con il prendere in affitto alcuni appezzamenti all’interno della Riserva, coltivati fino ad allora a mais e a soia per l’alimentazione animale, convertendoli a “prato biodiverso” dopo che una ditta sementiera aveva individuato il miscuglio di sementi locali più adatto alla zona. E, come ci racconta il presidente di Selva Green Stefano Marighetti, la semina è stato il primo momento comunitario, perché si è svolta in occasione di feste e altre iniziative, appunto, “di comunità”.

E’ cresciuto così un bel prato, composto da diverse specie di piante sul quale nel 2021, cioè quattro anni fa – ed ecco il primo numero della “terna vincente” – è iniziato il monitoraggio degli insetti impollinatori. Non tutti però, perché gli impollinatori sono tantissimi: fra questi troviamo infatti ditteri (le varie specie di mosche), lepidotteri come farfalle e falene, odonati come le libellule, le vespe, alcuni coleotteri, uccelli, alcuni rettili come le lucertole, i pipistrelli e poi, naturalmente, le api. Il monitoraggio a Fontanazzo si è occupato proprio delle api o meglio di tutti gli apoidei che non appartengono al genere “Apis”, del quale fa parte l’ape domestica, quella cioè allevata dall’uomo per produrre miele. Perché è da ricordare che sulla Terra esistono addirittura circa 20.000 specie di insetti apoidei, più o meno 2.000 in Europa e 1.017 di queste nella sola Italia.

La tecnica di ricerca applicata al Fontanazzo – come ci spiega Paolo Fontana, l’entomologo della Fondazione E. Mach che ha coordinato il progetto – ha utilizzato le cosiddette “Pantrap”, tre vaschette di tre colori diversi (bianco, giallo e azzurro) per attirare i diversi insetti con all’interno acqua e una piccola goccia di tensioattivo; lasciate esposte per 48 ore a un’altezza di 40 centimetri da terra vengono poi ritirate filtrandone il contenuto e inserendo nelle provette i singoli insetti raccolti. Il campionamento, che prevede cinque gruppi di Pantrap, è stato ripetuto dai volontari di Selva Green una volta al mese da marzo ad agosto dal 2021 al 2024. Quindi sei mesi per quattro anni ed ecco il secondo “numero estratto”: 24, vale a dire i campionamenti nel corso dei quattro anni.

Il passaggio successivo del lavoro è stato quello che ha portato al terzo numero: ogni singolo insetto raccolto è stato infatti analizzato e, grazie alla grande competenza di Livia Zanotelli, entomologa della Fondazione E. Mach, è stato classificato assegnandogli nome e cognome, cioè genere e specie.

E i risultati sono stati molto interessanti perché in soli quattro anni di monitoraggio, lavorando su una striscia molto limitata di prato e con una raccolta di insetti per nulla invasiva, sono state censite ben 75 specie diverse di apoidei, più del 7% di tutte le specie conosciute in Italia!

Questo dato conferma l’importanza dell’area Natura2000 del “Fontanazzo” e in realtà di tutte le altre riserve all’interno della Rete del Brenta, che costituiscono dei veri e propri scrigni di biodiversità, per gli insetti, ma naturalmente anche per il resto della fauna, oltre che per la varietà floristica. Il discorso vale ovviamente per tutte le altre aree naturali presenti nel resto del Trentino e in tutto il mondo: porzioni di territorio, magari anche piccolissime, che consentono la vita a un numero incredibile di esseri viventi portando un grande beneficio, anche alla vita dell’uomo. Se venissero a mancare gli insetti impollinatori, ad esempio, una grande varietà di frutta e verdura non esisterebbe perché non più impollinata e non avremmo così a disposizione il 35% della produzione globale di alimenti, come ad esempio mele, pere, pesche, ciliegie, prugne, kiwi, meloni, pomodori, zucche, zucchine.

Grazie alla semina del “prato biodiverso” il monitoraggio ha anche evidenziato l’importanza ambientale della corretta gestione dei prati da parte dell’uomo. Al Fontanazzo sono state in realtà organizzate diverse altre attività legate alla biodiversità e alla ricerca sugli apoidei, come la produzione di miele nelle arnie posizionate in zona dalla Fondazione E. Mach e la cui analisi del polline trasportato dalle api ha consentito di conoscerne la composizione precisa, con le “preferenze alimentari” degli insetti.

Numerose sono state poi le iniziative di comunicazione, informazione e didattica come il posizionamento di “hotel per insetti”, svariate visite guidate con scolaresche e gruppi di cittadini e incontri di approfondimento come quello di fine maggio scorso quando sono stati illustrati i risultati che qui abbiamo riassunto o quello di giugno incentrato sulla sostenibilità in Valsugana.

Dopo la “Tempesta Vaia”, negli orti forestali creati per l’imboschimento delle aree danneggiate nella montagna veneta, raccolto il “Miele della rinascita”

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Dalle fioriture spontanee dei boschi colpiti dalla tragica calamità naturale occorsa in particolare nell’area montana delle Dolomiti e delle Prealpi Venete tra il 26 il 29 ottobre 2018, quando violente piogge e un vento fortissimo di 200 km/ora colpirono un’area boschiva di oltre 40 mila ettari e abbatterono milioni di alberi, compromettendo per decenni il futuro dell’economia agro-forestale del territorio, è nato un miele speciale che testimonia la resilienza della natura e il valore della biodiversità. Si chiama il “Miele della Rinascita”, a definirlo così il gruppo di lavoro impegnato nella ricostruzione delle aree boschive distrutte e al recupero della biodiversità compromessa dopo quella che è stata chiamata la “Tempesta Vaia”.

Da quella distruzione ambientale prese forma il progetto LIFE VAIA, finalizzato al recupero delle foreste dai danni provocati dai cambiamenti climatici al patrimonio della biodiversità. Il Progetto, a valenza europea, è gestito in sinergia da dieci partner: Rigoni di Asiago (capofila), Veneto Agricoltura, Università di Padova-Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF), Fondazione Edmund Mach, Comuni di Asiago e di Gallio, Fiera di Longarone Dolomiti, World Biodiversity Association (WBA), Association Française d’Agroforesterie (Francia), Università di Santiago di Compostela (Spagna) e Venetian Cluster.

“Il Miele della Rinascita” è stato prodotto e invasettato dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige come produzione limitata, destinata a promuovere il progetto di recupero LIFE VAIA. È un miele originato da orti forestali che accompagnano il lavoro di imboschimento dei boschi danneggiati dall’evento meteorologico estremo. Il lavoro di recupero è affrontato con un approccio innovativo di misure agroforestali finalizzato alla preservazione dell’ecosistema, tutela della biodiversità e sviluppo di filiere produttive, in particolare nell’ambito dell’apicoltura e dei piccoli frutti per la trasformazione. Il sistema innovativo prevede la realizzazione – su limitate superfici di terreno – di orti forestali coltivati temporaneamente da varie specie erbacee e arbustive a valore commerciale (piccoli frutti, piante alimurgiche e officinali), in grado di garantire un reddito alternativo alle colture forestali. L’obiettivo del progetto è puntare a sviluppare e valorizzare i prodotti e i servizi sostenibili in aree boschive distrutte da eventi catastrofici, aumentando la resilienza ecologica, economica e sociale degli ecosistemi forestali e aiutandoli ad affrontare meglio i cambiamenti climatici.

Un miele speciale del quale Le Città del Miele, la rete dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani, si fanno sostenitori ideali per promuovere e valorizzare il valore che accompagna la tutela della biodiversità territoriale. Le Città del Miele è la rete dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani. Fin dalla sua nascita, nel 2001, collabora, a livello regionale e provinciale con il mondo dell’apicoltura sviluppando un’agenda nazionale di eventi promossi e sostenuti dalle Città associate. Un impegno che, nell’arco di vent’anni, è stato fondamentale per la conoscenza dei mieli e che ha consentito a più di 5 milioni e mezzo di consumatori di conoscere, degustare e scoprire la qualità e la diversità dei numerosi mieli italiani. – https://cittadelmiele.it/

Fonte: servizio stampa Le Città del miele

Trento. Fondazione Edmund Mach, ricerca sul legame tra alimentazione e salute del cervello

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Tempo di bilanci per il progetto NeuroTOm, finanziato dall’Unione Europea nell’ambito delle azioni Marie Skłodowska-Curie e condotto dalla Fondazione Edmund Mach (Fem) in collaborazione con l’Università di Wageningen. Sotto la supervisione di Urska Vrhovsek e coadiuvata dal team dell’Unità di Metabolomica di FEM, la post-doc Ana Kovačič, titolare del finanziamento, ha esplorato come i composti neuroattivi presenti nei pomodori possano influenzare la salute del cervello attraverso l’asse intestino-cervello.

Analizzati quattro tipi di pomodori

Nella prima fase di attività sono stati analizzati quattro tipi di pomodori (datterini biologici e convenzionali, pomodori a grappolo e lavorati) per individuare sia composti neuroprotettivi, come polifenoli e aminoacidi, sia sostanze che richiedono ulteriori studi, come gli additivi alimentari. Questi elementi e il loro comportamento sono stati osservati in un modello simulato di digestione per riprodurne il percorso nell’organismo. I risultati del progetto condotto dal Centro Ricerca e Innovazione suggeriscono che alcune sostanze, tra cui la tomatina e il bisfenolo S, possono raggiungere il colon e da qui, potenzialmente, influenzare il cervello. Le informazioni e i dati ottenuti segnano un importante passo avanti nella comprensione del ruolo che può avere l’alimentazione nella prevenzione delle malattie neurodegenerative ed aprono nuove prospettive per future ricerche sulla dieta e la salute del cervello.
Il lavoro ha suscitato ampio interesse anche nella comunità scientifica internazionale con i risultati recentemente presentati ad importanti conferenze di settore, tra cui la Nordic Metabolomics Conference svoltasi a Turku, in Finlandia lo scorso agosto.

Fonte: servizio stampa Fem

Trento. Il gambero di fiume torna nelle acque della Valsugana

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(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) In passato molto diffuso in tutta l’Europa occidentale, nel corso degli ultimi 50 anni il gambero di fiume europeo (Austropotamobius pallipes) ha subìto anche in Trentino una drastica riduzione dell’areale di distribuzione.

La specie

E’ il crostaceo autoctono più grande presente nei corsi d’acqua e nei laghi della provincia trentina, fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi acquatici. Vive in fiumi, torrenti, ruscelli, fossi, laghi e stagni, dal fondovalle fino ai 1.500 metri di quota, prediligendo luoghi ricchi di massi, ciottoli, radici e detrito vegetale in grado di offrirgli rifugio nelle varie fasi del suo ciclo vitale. La specie presenta attualmente un tasso di estinzione molto elevato a livello nazionale ed europeo e la Direttiva Ue “Habitat”– lo strumento legislativo principe per la conservazione della biodiversità nel territorio dell’Unione Europea – lo elenca tra le specie a elevata priorità di conservazione in quanto ha subìto nel corso degli ultimi dieci anni una riduzione superiore al 50% dovuta al declino degli habitat disponibili, all’inquinamento, all’introduzione di specie alloctone e di parassiti e all’eccessivo prelievo di individui, fino a non molto tempo fa catturati a fini culinari.

In via di estinzione anche in Valsugana

Senza interventi specifici volti alla riduzione delle minacce e all’incremento delle popolazioni, esiste la concreta possibilità della sua estinzione nel medio-breve termine. I dati ci dicono che anche per quanto riguarda la Valsugana la situazione non è rosea: l’A. pallipes è stato censito in sole dodici delle 56 stazioni monitorate dalla Fondazione E. Mach (FEM) negli ultimi cinque anni nei bacini del Brenta e del Fersina. Risulta estinto ad esempio nel Rio Vena (all’interno della riserva naturale di Inghiaie a Levico Terme) dove era presente fino al 2011, nel Rio Resenzuola a Grigno dove i dati storici ci dicono che era presente fino al 1995 e nei canali e negli stagni della riserva naturale del Fontanazzo, ancora a Grigno, dove lo si trovava sicuramente fino al 2006.

Un piano per la reintroduzione

Da queste premesse è nato il progetto della Rete di Riserve del fiume Brenta volto a reintrodurre questo importante crostaceo almeno in una nuova area, individuata sulla base di dati scientifici. A occuparsi di questo tentativo è Maria Cristina Bruno, ricercatrice della FEM che sta seguendo anche il lavoro di contenimento delle specie aliene di gamberi presenti nel territorio e che nelle settimane scorse, assieme al presidente della Rete di Riserve Enrico Galvan e a Marcello Scutari del Servizio Aree protette della Provincia autonoma di Trento, ha presentato a Borgo Valsugana in un incontro pubblico il “Piano per la reintroduzione del gambero di fiume”.

Palude Roncegno per reintroduzione

Che cosa è stato fatto finora?

La prima fase ha riguardato l’individuazione della potenziale popolazione “donatrice” di gamberi di fiume europei, dalla quale prevedere di prelevarne un certo numero da destinare al ripopolamento. Fra le poche popolazioni ancora presenti in Valsugana la scelta è caduta su quella presente da tempo nel Rio Laguna di Grigno e nello stagno artificiale da questo alimentato; si tratta di una popolazione in ottima salute sia dal punto di vista numerico che, aspetto fondamentale, dal punto di vista sanitario, essendo risultata indenne da qualsiasi malattia e quindi non a rischio di trasmissione di patologie in altre zone. A questo riguardo è opportuno ricordare che il gambero di fiume europeo può essere portatore della “peste del gambero” e della “malattia della porcellana”. Individuata la popolazione donatrice si doveva trovare una zona adatta dove provare a traslocare i gamberi e una serie di considerazioni tecniche hanno fatto ricadere la scelta sulla riserva “Palude di Roncegno” (foto in alto) il biotopo che si estende su circa 20 ettari al confine fra i territori di Borgo Valsugana e Roncegno Terme, caratterizzato da una grande abbondanza di corsi d’acqua, stagni e laghetti che lo rendono ideale per accogliere i gamberi di fiume, con la possibilità che in futuro la popolazione del crostaceo si espanda autonomamente risalendo ad esempio parte del rio Chiavona.

I prossimi passi

Ora è arrivato il momento di entrare nel vivo e nel corso del mese di ottobre si passerà alla fase operativa che prevede la raccolta dal rio Laguna di una ventina di gamberi maschi e indicativamente del doppio di femmine. Questo è il rapporto numerico ideale per assicurare il massimo successo della reintroduzione; il numero complessivo di individui prelevati, pari a circa il 10% del totale della popolazione donatrice, è inoltre tale da non creare alcun problema a quest’ultima. I gamberi prelevati verranno immediatamente rilasciati all’interno della Palude di Roncegno distribuendoli in un tratto di qualche decina di metri, in zone di acqua relativamente ferma, permettendo così la dispersione naturale degli individui.

E dopo?

Il lavoro non finisce però qui. Intanto perché la traslocazione di gamberi dal rio Laguna alla Palude di Roncegno si ripeterà per altri due anni e poi perché si renderà necessario il monitoraggio della situazione per almeno cinque anni per stimarne la consistenza, verificarne lo stato sanitario e valutare la qualità dell’ambiente. Il successo dell’intervento potrà essere accertato a partire dall’anno successivo alla prima traslocazione: se alla conclusione del ciclo riproduttivo nella nuova area verranno individuati i cosiddetti “giovani 0+”, cioè i piccoli gamberi nati l’anno precedente, vorrà dire che la reintroduzione del gambero di fiume nella Palude di Roncegno avrà avuto successo.

Articolo già pubblicato dall’autore su “Il Cinque”

Vacca Rendena, razza resiliente, longeva, fertile ma vulnerabile all’estinzione

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La vacca Rendena è conosciuta per la sua longevità, fertilità, resistenza alle malattie e adattabilità ai ripidi pascoli alpini. Nonostante queste qualità eccezionali, è classificata come “vulnerabile all’estinzione”, essendo stati registrati nel 2022 solo 6057 esemplari. Una carta di identità sulla razza emerge dallo studio recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Genetics Selection Evolution”. Il lavoro, condotto dalle Università di Piacenza, Padova e Pavia in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach (Fem), è la prima analisi dettagliata della diversità molecolare di questa razza e si concentra sulla genetica e l’evoluzione della Rendena, una risorsa zootecnica di grande rilevanza per il territorio trentino.

Una razza presente in gran parte in Veneto e Trentino

Complessivamente ad oggi si hanno poco più di 200 allevamenti in tutto il Nord Italia, distribuiti prevalentemente in Trentino (32% dei capi, dato riferito ai controlli per il latte 2021) ed in Veneto (oltre 60% dei capi), e con presenze minime anche il Lombardia, Friuli, Emilia Romagna e Piemonte (dati Associazione nazionale allevatori bovini razza Rendena).

Lo studio

Dal titolo “Eredità genetica e firme adattative: indagare la storia, la diversità e le firme di selezione nei bovini Rendena resistenti alle epidemie di peste bovina del XVIII secolo”, l’analisi descritta nello studio ha rivelato che questa razza condivide componenti genetiche con altre razze alpine e della valle del Po e possiede una prossimità genetica alla razza Original Braunvieh. Il dato rifletterebbe gli sforzi storici di ripopolamento di questa razza in Trentino, in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Nel corso dello studio, che vede il coinvolgimento per Fem del Centro ricerca e Innovazione e del Centro trasferimento tecnologico, in particolare di Heidi Hauffe, Erika Partel e Matteo Komjanc, sono emerse evidenze delle differenze di composizione e della frequenza con cui si rinvengono le varianti di sequenza del Dna, indice del fatto che la selezione praticata dai Rendeneri nel corso dei secoli ha lasciato un segno nel genoma, che nel caso della Rendena è orientata alla produzione di latte e carne, all’adattamento all’ambiente alpino e alla risposta immunitaria, quest’ultima probabilmente indotta dalle epidemie di peste bovina che hanno colpito le Alpi qualche centinaio di anni fa. Lo studio suggerisce che la razza Rendena ha spiccati tratti distintivi che le permettono di prosperare nell’ambiente alpino, accrescendone il valore per gli allevatori locali. Preservare queste caratteristiche di adattamento è essenziale non solo per mantenere la diversità genetica e migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti ambientali, ma anche per garantire la resilienza e la sostenibilità del sistema zootecnico e delle comunità che su di esso insistono nell’area della Val Rendena.

Fonte: Fem, foto Wikipedia


Concorso vini territorio Fondazione Edmund Mach, assegnato il premio “Sergio Ferrari”, per anni “colonna trentina” di Argav

assegnazione-del-premio-1In occasione del concorso vini del territorio, Fondazione Edmund Mach ha assegnato il premio dedicato alla memoria dell’ex professore Sergio Ferrari, per anni “colonna trentina” di Argav, che quest’anno è andato allo studente del corso enotecnico Daniele Bandera, per la costanza dimostrata nel percorso didattico e nell’apprendimento delle materie tecnico-scientifiche caratterizzanti il percorso enotecnico e per essersi distinto per la capacità di coinvolgimento dei propri compagni contribuendo alla loro capacità personale e alla propria. 

Lo studente ha ricevuto il premio dalla moglie dell’ex professore dell’Istituto Agrario, la signora Grazia e dalla figlia Chiara (nella foto in alto, credits Fem), e dal direttore generale Mario Del Grosso Destreri alla presenza del dirigente scolastico Manuel Penasa e del referente organizzativo, Andrea Panichi.  “Questo evento si inserisce bene nell’ambito delle attività che FEM ha in corso per celebrare il 150° anniversario della sua fondazione. Sia il vino, sia l’attenzione per il territorio sono due parole chiave per la missione della nostra istituzione”, ha commentato Mario Del Grosso Destreri. 

Il concorso è organizzato dal Centro Istruzione e Formazione con il patrocinio dei comuni di San Michele, Mezzocorona e Mezzolombardo e la collaborazione di Assoenologi sezione Trentino e sezione Alto Adige, Museo etnografico trentino e Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg.  Il concorso intende promuovere la qualità dei vini provenienti dai vitigni autoctoni o dalle interpretazioni territoriali di vitigni internazionali, ma rappresenta anche una interessante opportunità didattica per gli studenti del corso enotecnico per iniziare a prendere confidenza con i vini prodotti nel territorio e con le aziende produttrici. “Si tratta di una esperienza importante per gli studenti del percorso enotecnico – ha sottolineato il dirigente prof. Manuel Penasa – perchè grazie a questa manifestazione hanno l’opportunità di affiancare i commissari e mettere in pratica quanto hanno appreso in classe”. La commissione è composta da 30 esperti selezionati tra enologi, enotecnici, sommelier, giornalisti, provenienti da tutta Italia  e sono coordinati dall’enotecnico Luciano Groff.

Fonte: Fondazione Edmund Mach

Dalla terra il futuro, i 150 anni della Fondazione Edmund Mach in mostra sino al 29 settembre 2024 a Trento

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Nel 150° anniversario della nascita dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, oggi Fondazione Edmund Mach, ha ideato una mostra in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento, aperta al pubblico sino al 29 settembre 2024 nello Spazio archeologico sotterraneo del Sas, in piazza Cesare Battisti, a Trento. La mostra, curata da Marta Villa e Katia Malatesta con la collaborazione di Silvia Ceschini, Erica Candioli e Lucia Zadra, ne rilegge la genesi e l’evoluzione, mettendo a fuoco le sue molteplici attività nei settori: agricolo, agroalimentare e ambientale, tra istruzione e formazione, ricerca scientifica, sperimentazione, consulenza e servizio alle imprese.

Ripercorrendo le fasi di un dialogo sempre fertile tra tradizione e innovazione, il percorso, con il progetto espositivo dell’architetto Manuela Baldracchi, si intreccia con uno sguardo generale agli sviluppi del contesto agrario trentino, interpretati, senza pretesa di completezza, attraverso la soggettività di cinque dei più importanti fotografi e atelier fotografici attivi sul territorio tra la fine del XIX secolo e il terzo millennio. Il percorso espositivo che si snoda tra gli ambienti della Tridentum romana dando forma visiva alla lunga storia dell’ente, attraverso pubblicazioni, manufatti storici e soprattutto centinaia di fotografie selezionate nell’archivio fotografico della Fem e tra i fondi dell’Archivio fotografico storico provinciale.

Una storia lunga 150 anni. La storia dell’Istituto iniziò il 12 gennaio 1874, quando la Dieta regionale tirolese di Innsbruck deliberò di attivare a San Michele all’Adige una scuola agraria con annessa stazione sperimentale. Alla direzione dell’Istituto fu posto Edmund Mach, giovane e brillante assistente dell’Istituto enologico e pomologico di Klosterneuburg (Vienna). Fin dalle origini, con un’intuizione che rimarrà a connotare tutta la storia successiva dell’istituzione, lo statuto prevedeva la simbiosi tra formazione agricola e sperimentazione in azienda, a favore del progresso dell’agricoltura trentina. Sotto la magistrale regia di Mach, la scuola di San Michele e la stazione sperimentale si affermarono come istituto modello e la loro fama varcò ben presto i confini regionali.

Dopo Edmund Mach si susseguirono altri validi direttori, fra i quali spiccano le figure di Enrico Avanzi, professore accademico che diede un forte impulso scientifico all’Istituto e al quale si deve l’importante attività nel settore cerealicolo, frutticolo e viticolo, nelle quali fu supportato dall’opera infaticabile di Rebo Rigotti, ricercatore di grande talento che seppe spaziare in molteplici campi, in particolare nel miglioramento genetico della vite (si deve a lui l’incrocio che fu poi battezzato con il suo nome, “Rebo”).
Alla fine degli anni Cinquanta emerse la figura di Bruno Kessler che, nella duplice veste di presidente della Provincia autonoma di Trento e dell’Istituto Agrario, seppe sviluppare le attività dell’ente comprendendo il fondamentale valore delle scienze agrarie per il territorio trentino e non solo. È soprattutto merito di Kessler se la scuola di San Michele negli anni Settanta si rinnovò e si preparò alle sfide dei tempi moderni, sviluppando, tra l’altro, collaborazioni con altre realtà scientifiche europee, soprattutto nel mondo di lingua tedesca.

Nella storia recente la data più significativa è il primo gennaio 2008. L’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, ente funzionale della Provincia autonoma di Trento si trasformò in una Fondazione, il cui nome tributò i dovuti meriti al suo primo e storico direttore, Edmund Mach. Nacque, quindi, un nuovo ente di interesse pubblico con personalità giuridica di diritto privato, assorbendo anche le attività del Centro di Ecologia Alpina contribuendo così ad ampliare il mandato a favore della ricerca ambientale.
Istruzione e formazione, trasferimento tecnologico e ricerca nei settori agricolo, ambientale e agroalimentare si delineano così come i tre pilastri della nuova organizzazione. La Fondazione Mach è oggi una “cittadella dell’agricoltura”, un unicum a livello nazionale: sempre più impegnata a diffondere gli studi nei settori di competenza ma allo stesso tempo radicata sul territorio. Da 150 anni la missione è sempre la medesima: supportare l’agricoltura, l’ambiente e il territorio affrontando mediante l’innovazione le nuove sfide quotidianamente proposte.

Info per la visita. La mostra, curata dalla Fondazione Edmund Mach in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento – UMSt soprintendenza per i beni e le attività culturali e con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara, è patrocinata dall’Euregio con la partecipazione del Mets – Museo Etnografico Trentino di San Michele all’Adige, della Fondazione Museo storico del Trentino e del Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali. L’iniziativa si inserisce nell’ambito del percorso di eventi dedicati alle celebrazioni per i 150 anni della Fem organizzato dal Comitato presieduto dal prof. Attilio Scienza, che culminerà il 28 settembre 2024 con la cerimonia conclusiva. Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, piazza Cesare Battisti, Trento. Fino al 31 maggio 9-13 / 14-17.30. Dal 1° giugno al 29 settembre 9.30-13 / 14-18 Chiuso il lunedì (escluso i lunedì festivi).

Fonte: Ufficio comunicazione e relazioni esterne Fem

Aperta oggi alla Fondazione Edmund Mach la manifestazione che valorizza le produzioni enologiche del territorio, al via il 6° concorso con il premio “Sergio Ferrari” 

apertura concorso vini territorio - 18 maggio 2023 (4)

Due giorni di degustazioni, 102 etichette in gara, otto categorie, 30 commissari al lavoro. Sono i numeri della sesta edizione del concorso sui vini del territorio organizzato dalla Fondazione Edmund Mach. La manifestazione, autorizzata dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste,  come concorso ufficiale, si è aperta oggi con l’assegnazione del premio dedicato al prof. Sergio Ferrari, stimatissimo socio Argav.

Oggi e domani una commissione di esperti degusterà e valuterà le etichette provenienti dalle cantine trentine e altoatesine. Si tratta di trenta professionisti del vino tra enologi, enotecnici, sommelier, comunicatori e giornalisti del settore provenienti da tutta Italia. Protagonisti sono i vitigni autoctoni o interpretazioni territoriali di vitigni internazionali. L’apertura del concorso si è svolta questa mattina, presso la sala Versini del Palazzo Ricerca e Conoscenza. Erano presenti il presidente FEM, Mirco Maria Franco Cattani, il direttore generale Mario Del Grosso Destreri, il preside prof. Manuel Penasa, il prof. Andrea Panichi, responsabile del Dipartimento istruzione post secondaria e referente organizzativo del concorso, l’enologo Luciano Groff, la commissione e una classe di studenti del corso enotecnico, che in questa manifestazione svolgono un importante ruolo organizzativo e di supporto alla commissione.

Il presidente Cattani ha consegnato assieme alla moglie Grazia e alla figlia Chiara il premio intitolato al prof. Sergio Ferrari allo studente Riccardo Tebaldi, (foto in alto) per la serietà e i valori etici dimostrati nell’apprendimento dei principi teorico pratici della viticoltura ed enologia, distinguendosi in particolar modo per la costanza di impegno e per la crescita personale durante tutto il percorso di studio. “Questo premio – evidenzia il presidente Cattani- rammenta la dedizione e la passione, di professore e giornalista, che Sergio Ferrari ha svolto per tutta la sua vita professionale, dedicandosi ai giovani ed al comparto agricolo in particolare, contribuendo nel contempo a sensibilizzare e stimolare il valore etico di studenti e lettori“.

L’iniziativa, organizzata dal Centro Istruzione e Formazione, conta sul patrocinio dei tre comuni della Piana Rotaliana: San Michele all’Adige, Mezzocorona, Mezzolombardo, delle due sezioni Assoenologi del Trentino e dell’Alto Adige e vede il coinvolgimento del Consorzio turistico Piana Rotaliana Königsberg e del Museo etnografico trentino. L’evento, ha evidenziato il prof. Manuel Penasa si propone, al tempo stesso, come opportunità didattica per gli studenti del Corso enotecnico per iniziare a prendere confidenza con i vini del territorio e con le aziende produttrici, ampliando le competenze tecniche degli studenti.

Per la sesta edizione sono state individuate le seguenti categorie: Teroldego Rotaliano DOP vendemmia 2020, Trentino DOP Marzemino, Trentino DOP Pinot bianco, Trentino DOP Riesling, Trentino DOP, Vigneti delle Dolomiti IGP, Vallagarina IGP con indicazione vitigno Nosiola, Alto Adige – Südtirol DOP Pinot bianco, Alto Adige – Südtirol DOP Riesling, Vini dolci (con residuo zuccherino superiore a 45 g/l), appartenenti alle seguenti DOP o IGP del territorio Trentino Alto Adige/Südtirol: DOP Alto Adige, DOP Trentino, DOP Trento, IGP Vigneti delle Dolomiti, ISP Vallagarina. Giovedì primo giugno saranno premiate le prime tre posizioni per ogni singola categoria delle otto previste, nell’ambito di un incontro in programma, alle 14, presso l’aula magna, che sarà trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube FEM.

Fonte: Servizio stampa FEM