(di Riccardo Panigada, giornalista scientifico e consigliere Argav) “Attenzione: la pandemia di COVID-19, per quanto catastrofica, non può essere considerata un evento isolato. Dobbiamo prepararci a un COVID-19 endemico e al rischio già attuale di pandemie più frequenti e gravi” ha avvertito il professor Stefano Vella, personalità eminente sul panorama delle scienze mediche a livello internazionale, componente del Comitato consultivo tecnico del “Pandemic Fund” dell’Oms, in occasione del corso di aggiornamento per giornalisti organizzato in occasione dell’assemblea annuale dell’Ugis (Unione Giornalisti Italiani Scientifici).
“Vaccinare la maggior parte della popolazione in tutti i Paesi è oggi la priorità più urgente della comunità internazionale. Prevenire future pandemie è anche una corsa contro il tempo e deve essere un obbligo fondamentale della governance nazionale e globale. Bisogna garantire che il mondo sia meglio equipaggiato per individuare, prevenire e contrastare un’altra grave epidemia. Potrebbe essere peggiore del COVID-19″ ha proseguito Vella.
Sarebbe meglio dargli retta, visto che poco prima dell’esplosione del COVID-19 aveva pubblicato un articolo in cui prevedeva che qualche nuovo virus sarebbe presto passato dagli animali all’uomo, venendo trasportato in giro per tutto il mondo a causa della globalizzazione, e in cui spiegava dettagliatamente i motivi per cui, ciò che poi è veramente accaduto, sarebbe successo. Data la fatalità per cui il Covid-19 è arrivato proprio l’anno successivo alla pubblicazione di tale articolo, continua a indurre alcuni giornalisti carenti di una pur sommaria cultura scientifica, e che troppo spesso vengono ancora inviati a intervistare i ricercatori, a pretendere che il professor Vella possa pronosticare con precisione quando ci sarà una prossima pandemia… ma invece di cercare fatidicamente di rispondere a insensate esigenze dei propri lettori, bisognerebbe che i giornalisti sapessero investirsi del ruolo di promotori della lettura con senso critico della realtà.
Oggi le cause che hanno permesso quella del Covid19 non sono cambiate, per cui un nuovo evento analogo potrebbe esserci con altissima probabilità anche domani, anche se ovviamente è una cosa sciocca pretendere che si possa prevedere il momento specifico e in quale parte del mondo avverrà uno spillover, mentre ciò che si sa con precisione è che i tempi sono molto stretti, e bisogna prepararsi con la massima urgenza con tutti gli strumenti che si hanno a disposizione per prevenire e limitare gli eventuali danni. Vediamo perché.
Solo in Italia si contano 35 diverse specie di pipistrelli delle oltre 1400 diffuse nel mondo. Sono mammiferi fondamentali per il controllo degli insetti e l’impollinazione, quindi assolutamente necessari come tutti gli altri esseri viventi della Terra che contribuiscono all’equilibrio della biosfera (a condizione che l’ambiente sia rispettato). Non bisognerà quindi prendersela con questi simpatici e unici mammiferi volatili notturni, se, come diversi altri animali, possono essere serbatoi di molti virus pericolosi per l’uomo. Infatti i chirotteri possono essere portatori di molti virus senza ammalarsi, in quanto il loro sistema immunitario è altamente specializzato e tiene sotto controllo anche i virus più pericolosi. Alcune delle malattie trasmesse dai pipistrelli più note sono quelle sostenute dai virus: Virus Nipah, Ebola, Marburg, SARS, MERS, COVID-19 (sospetta origine: pipistrello attraverso ospiti intermedi)
Ma i ricercatori hanno identificato altri 20 nuovi virus presenti nelle popolazioni di pipistrelli che mostrano un’alta probabilità di infettare l’uomo. Questi virus, simili ad altri virus noti che hanno causato epidemie passate, possono: legarsi alle cellule umane aumentando il rischio di infezione, e mostrare la capacità di mutare e adattarsi rapidamente. Il rischio di eventi di salto di specie virale, in cui i virus si evolvono e si diffondono a nuovi ospiti, è elevato. Tali caratteristiche rendono i virus dei pipistrelli una seria minaccia per future infezioni emergenti. Molti di questi virus dei pipistrelli causano infezioni asintomatiche negli animali. Ciò significa che possono circolare silenziosamente finché non trovano un ospite umano. Quando il virus si adatta all’uomo, i sintomi spesso compaiono tardivamente, rendendo difficile la diagnosi precoce. Pertanto l’unica arma efficace contro le epidemie virali è la prevenzione, da intendersi come priorità globale. Bisogna infatti monitorare le malattie animali attraverso la sorveglianza e la ricerca sulla fauna selvatica, al fine di individuare le minacce prima che si trasformino in emergenze sanitarie.
Quando tutto il mondo era stato avvertito del rischio d’insorgenza della pandemia COVID-19, molte nazioni non erano preparate ad affrontare rischi pandemici, per non aver imparato nulla dal passato: hanno adottato un comportamento “wait and see” (aspettiamo a vedere cosa succede) – invece che il necessario approccio di contenimento strategico aggressivo -, anche svalutando il ruolo degli scienziati nella loro fondamentale funzione di orientare la presa di decisioni. Bisogna invece essere sempre preparati al peggio.
Altri virus che provocano zoonosi nell’uomo sono il vaiolo della scimmia, che in giro per il mondo provoca centinaia di vittime; il West Nile, scoperto presso le sorgenti ugandesi del Nilo nel 1937, veicolato da un tipo specifico di zanzara, che, a causa del riscaldamento globale, sopravvive bene anche nel sud dell’Europa; il Marburg, terribile virus delle scimmie verdi al quale si devono dal ’75 14 epidemie che si sono diffuse a partire dagli stabularisti che le accudivano; e il virus influenzale, che ha una capacità di mutazione incredibile, e che oggi ha prodotto il nuovo ceppo H5N1, il quale sta devastando le galline in Nord America (causa della penuria locale di uova) e ammazza i bovini in Texas. “All’H5N1 manca un attimo per lo spillover all’uomo: in vitro si è visto che basterebbe cambiare un gene perché possa riuscire a infettare le vie respiratorie umane… ricordo che in una sua celebre conferenza, Bill Gates potrebbe aver dato correttamente l’idea circa la pericolosità dei virus influenzali, quando, dopo aver mostrato una prima slide che illustrava gli effetti della bomba atomica, è passato alla seconda, nella quale compariva appunto un virus influenzale, pronosticando che quello, e non la bomba avrebbe illustrato la più probabile fine dell’umanità” ha rilevato Stefano Vella.
Oggi ci sono ben 600.000 virus animali che vengono studiati, sequenziando il genoma virale mediante apparecchiature biotecnologiche specializzate per la produzione di vaccini a Rna. “I driver maggiormente rilevanti per lo spillover animale-uomo e lo scatenarsi di una pandemia sono le migrazioni animali, i viaggi per il mondo delle persone, gli allevamenti intensivi, e l’urbanizzazione che induce un’alta promiscuità tra le persone. In un certo senso lo può dimostrare “per contrario” il caso del coronavirus Mers (Middle East Respiratory Syndrome) comparso e scomparso rapidamente perché trasmesso dai cammelli che abitano quasi esclusivamente i deserti…”.
Ma non è poi certo da sottovalutare l’effetto prodotto dalla deforestazione, che induce gli animali selvatici ad abbandonare i loro habitat naturali per avvicinarsi alle aree antropizzate, e la carenza dei sistemi sanitari di molti paesi a basso reddito. “Bisognerebbe pertanto identificare i rischi di malattie zoonotiche, analizzando le caratteristiche delle diverse zone geografiche mediante un sistema di sorveglianza globale (da implementare al più presto), in modo che non si possa più verificare quel disorientamento iniziale dei clinici avvenuto con la comparsa del COVID-19: soluzioni efficaci possono essere poste in atto solo mediante attività di Enviromental Science e con il supporto del Pandemic Found nel cui comitato tecnico monitoriamo e finanziamo i progetti dei paesi (a medio e basso reddito) maggiormente significativi per la prevenzione delle pandemie, promuovendo la costituzione di community anche locali, anche al fine di rendere autonomi tali i paesi per la produzione di vaccini.
La categorizzazione per la scelta dei Paesi da includere risponde a motivazioni strutturali ed economiche, alla vicinanza all’Africa, alla potenziale vulnerabilità dei sistemi sanitari locali, all’attenzione per le zone in cui sono in atto conflitti armati. A una seria azione di prevenzione, basata sulle attività a carattere scientifico dell’Oms non è possibile sottrarsi, anche qualora si volesse agire solo in ossequio alla logica del profitto economico, che attualmente viene così vivacemente perpetrata e promossa a livello globale dal governo USA: basti ricordare quale disastro economico sia stato prodotto dalla pandemia del Covid19, che ha fatto crollare il Pil di tutti gli stati del mondo”. “Per affrontare le emergenze ci vuole un lavoro di “intelligence“, bisogna mettere insieme virologi, infettivologi, epidemiologi, ed esperti di sanità pubblica. Così come bisogna usare bene i vaccini e crearne di nuovi. Per il vaiolo il giovane Jenner inventò il vaccino nel 1798: la malattia è stata eradicata nel 1977… ci sono voluti 200 anni, speriamo oggi di fare più in fretta” ha concluso Vella.
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