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Panificazione, siglato accordo italo-russo di collaborazione, Italia leader mondiale nelle macchine per l’arte bianca

Veronafiere ha siglato una partnership con l’Associazione dei panificatori e pasticceri russi e l’Associazione Conoscere Eurasia. L’accordo di collaborazione è stato sottoscritto nei giorni scorsi a Mosca – in occasione del II° Forum italo-russo per la panificazione – dal direttore generale di Veronafere, Giovanni Mantovani, dal presidente dei panificatori e pasticceri russi, Yury Katnelson, e da Antonio Fallico, presidente di Conoscere Eurasia (e anche di Zao Banca Intesa Russia).

Un tour all’estero per i panificatori italiani. Sullo sfondo di questa importante collaborazione si staglia Siab, il salone dedicato alle tecnologie e ai prodotti legati a pane, pasta, pizza, pasticceria, in programma a Verona dal 25 al 29 maggio 2013. Ma prima dell’evento fieristico di Veronafiere, Siab sosterrà nel business le proprie aziende con un programma di tour all’estero (dal 25 al 28 giugno prossimi si terrà la missione brasiliana a San Paolo, in occasione di Fispal). «Siab è una rassegna strategica per Veronafiere, inserita in un panorama consolidato di manifestazioni dedicate all’agroalimentare di qualità – osserva il direttore generale, Giovanni Mantovani -. Con l’accordo siglato oggi a Mosca Veronafiere punta a promuovere il settore dell’arte bianca in due direzioni principali: attraverso l’esportazione in Russia di prodotti e tecnologie Made in Italy, ma anche sostenendo una crescita della panificazione, pasticceria e affini sul piano del know how».

L’export in Russia. Anche se le realtà russa e italiana sono piuttosto differenti, la capacità artigianale e imprenditoriale dei panificatori italiani è considerato un valore aggiunto che interessa molto nella Federazione Russa, soprattutto nell’ottica di un ricambio generazionale qualificato e attento alle nuove frontiere della sicurezza alimentare. E una nutrita delegazione di operatori russi ha già annunciato la propria presenza a Verona in occasione di Siab 2013, grazie anche al sostegno di Conoscere Eurasia, associazione senza fine di lucro costituita per sviluppare relazioni culturali e rapporti sociali ed economici prevalentemente tra l’Italia e la Federazione Russa. Dai dati elaborati da Siab (fonte: Eurostat-Istat), nel 2011 solamente nel settore della pasta, delle preparazioni a base di cereali e dei prodotti da forno, l’Italia ha esportato in Russia per 111 milioni di euro, posizionandosi al terzo posto dopo Germania e Ucraina. Mentre l’export italiano di farine ha toccato i 3,6 milioni di euro.

Vendita forni, macchine impastatrici, essiccatoi alimentari. Quanto alle tecnologie, l’Italia è il secondo Paese esportatore al mondo. In particolare, nel 2011 in Russia sono stati venduti forni italiani per un valore di 1.430.000 euro, mentre nella sezione delle macchine e apparecchi per panificazione, pasticceria, biscotteria e paste alimentari le imprese italiane hanno esportato in Russia per una cifra vicina ai 35 milioni di euro. Valori tutt’altro che trascurabili e che sottolineano le grandi capacità nell’innovazione tecnologica dell’industria italiana, il cui business è generato per il 10 per cento grazie al sistema fieristico nazionale, che vede Veronafiere leader proprio nell’area “agri & food”.

I numeri della panificazione in Russia e in Italia. «Nella Federazione Russa – ha detto il presidente dell’Associazione dei panificatori e pasticceri russi, Yury Katsnelson – operano nell’arte bianca circa 30mila aziende, per un valore alla produzione dei prodotti da forno che nel 2011 è stato di 10,2 miliardi di euro, il 13 per cento in più rispetto al 2010. La prospettiva di crescita per l’anno in corso si aggira intorno al 10-12 per cento». L’Italia conta oltre 26mila panificatori e 6mila pasticceri. La plv è di circa 10,6 miliardi di euro, destinata a triplicare se si considera anche la filiera industriale dell’arte bianca e l’indotto dell’industria molitoria.

(Fonte: Veronafiere)

Caso Simest, direttiva ministeriale blocca il sostegno pubblico a iniziative sleali di “Italian sounding”

pecorino e caciotta rumeni prodotti da Lactitalia con finanziamenti italiani.

“A nome di tutto il Consiglio direttivo dell’Associazione polesana Coldiretti Rovigo, ho il piacere di informare la sua Amministrazione che, anche grazie all’impegno del Comune da lei rappresentato, il ministro dello Sviluppo economico ha emanato una direttiva Simest che vieta il sostegno ad iniziative che configurano il finanziamento pubblico all’italian sounding”.

En plein polesano. Inizia così la lettera che il presidente di Coldiretti Rovigo Mauro Giuriolo, ha inviato a tutti i 50 sindaci dei 50 comuni polesani che hanno appoggiato la mobilitazione pro vero “Made in Italy” con specifici ordini del giorno. L’adesione plebiscitaria delle amministrazioni polesane, caso unico in Veneto, ha contribuito al successo della mobilitazione di Coldiretti a livello nazionale, cui hanno aderito 2215 comuni italiani, 26 province, 41 camere di commercio, 119 comunità montane e tante associazioni di consumatori. In Polesine hanno appoggiato la mobilitazione anche il Prefetto Romilda Tafuri, la Provincia, la Cciaa di Rovigo, la Cna Rovigo, i Consorzi di tutela dell’Aglio bianco polesano Dop e dell’Insalata di Lusia Igp, l’Adiconsum e la Federconsumatori.

Il movimento di denuncia era partito da Coldiretti nazionale nell’ottobre 2011, quando erano stati scoperti caciotte e pecorini prodotti in Romania con latte romeno, ma con nomi italiani, dalla società romena Lactitalia, sostenuta dalla finanziaria pubblica italiana Simest, una controllata del ministero per lo Sviluppo. La denuncia di Coldiretti si era dunque estesa in Polesine e in tutte le province italiane, con incontri atti a sensibilizzare le istituzioni e le forze sociali contro il finanziamento di Stato a prodotti stranieri che fanno concorrenza al “vero Made in Italy”.

Auspicabile un divieto per legge. Con la manifestazione di Coldiretti in piazza Montecitorio a Roma, la Simest ha ceduto le proprie quote partecipative uscendo da Lactitalia, in ottemperanza alla direttiva del ministero. “Una vicenda finita bene – conclude il presidente Mauro Giuriolo – ma che solleva una domanda: quanti casi ancora esisteranno di finanziamento pubblico ai prodotti stranieri che fanno concorrenza sleale al vero “Made in Italy” di cui non sappiamo niente? Ci auguriamo che governo e parlamento provvedano in modo definitivo con un divieto per legge”.

(Fonte: Coldiretti Rovigo)

Veneto sul podio europeo per produttività agricola

Con quasi 2.800 euro/ha il Veneto si posiziona in terza posizione, per produttività ad ettaro delle coltivazioni agricole, dietro a Paesi Bassi e Malta, che primeggiano rispettivamente con 5.650 euro/ha e 4.900 euro/ha. E’ quanto emerge dalle analisi degli esperti di Veneto Agricoltura, che hanno messo a confronto i dati Eurostat dei 27 Stati membri dell’Unione Europea con quelli della nostra regione in termini di “Valore della Produzione delle Coltivazioni agricole” (VPC), numero e dimensioni delle aziende in termini di SAU (Superficie Agricola Utilizzata).

L’Italia sa far fruttare meglio la superficie coltivata rispetto ai competitor agricoli. Nel 2009, ultimo dato disponibile per tutti i paesi membri dell’UE-27, il VPC ha raggiunto i 173 miliardi di euro, pari a circa il 53% del valore totale generato dal comparto agricolo (il rimanente è prodotto dagli allevamenti). L’Italia ad oggi contribuisce alla produzione per il 15% del totale, dietro a Francia (19%), e davanti a Spagna (13%) e Germania (12%). L’aspetto più significativo, tuttavia, è che in termini di SAU, l’Italia detiene una quota pari solo al 7% del totale europeo; quindi l’agricoltura italiana è capace di far “fruttare” meglio la superficie coltivata rispetto ai principali competitors agricoli. In termini di produttività per ettaro, se il Veneto è al terzo posto, l’Italia occupa la sesta posizione, con 1.900 euro/ha, poco più su della Germania (8° posto) e notevolmente più avanti di Francia e Spagna, che si posizionano vicine alla media UE-27, pari a circa 940 euro/ha.

Veneto sempre sul podio. Distinguendo le aziende in diverse classi dimensionali in termini di SAU, il Veneto primeggia in tutte le classi analizzate. Nelle aziende con meno di 5 ha di SAU (la maggioranza in Europa e in Veneto), dietro i Paesi Bassi, il Veneto si posizionerebbe al secondo posto, con poco più di 5.000 euro/ha di VPC. In quelle con più di 50 ha di SAU, i Paesi Bassi sono sempre in prima posizione con quasi 500.000 euro/ha, il Veneto si troverebbe in terza posizione, con circa 350.000 euro/ha, l’Italia sempre sesta con una valore medio di 257.000 euro/ha, la Francia addirittura sotto la media UE-27, pari a poco meno di 170.000 euro/ha.

Le dimensioni delle aziende. Di particolare interesse l’analisi del contributo che le aziende, distinte per classi dimensionali di SAU, hanno fornito alla realizzazione del VPC. I risultati ottenuti sembrano confermare che nell’UE-27, ma anche in Italia, in Veneto e nei maggiori paesi agricoli europei, le aziende di maggiori dimensioni (con più di 20 ha di SAU) sono quelle che contribuiscono in maniera preponderante alla formazione del VPC.  In media, nell’UE-27, oltre il 60% del Valore della Produzione delle Coltivazioni viene prodotto da circa il 5% delle grandi aziende con superficie superiore ai 50 ha, mentre al contrario, le piccole aziende con meno di 5 ha di SAU (circa il 70% del totale) generano meno del 10% del VPC. Italia e Veneto, sono in una situazione in cui il contributo delle diverse classi dimensionali di aziende alla formazione del VPC è più equamente distribuito. Emerge positivamente poi che le aziende venete e italiane presentano livelli di efficienza e produttività superiori a quelli degli altri stati europei. Ciò grazie non solo dalle dimensioni aziendali, e quindi dalla struttura agricola esistente nei paesi, ma anche dalla tipologia delle produzioni (ortofrutticole, vitivinicole, florovivaistiche piuttosto che cerealicole) e dalle capacità organizzative delle aziende.

(Fonte: Veneto Agricoltura)

Protocollo d’intesa tra Corpo Forestale e Antimafia

Un momento dell'accordo

“La battaglia principale che dobbiamo affrontare è quella per la legalità nel nostro Paese. Noi siamo attenti agli indicatori economici e alla crescita, ma al tempo stesso dobbiamo alzare il livello dello scontro con le organizzazioni criminali per riportare la legalità nella nostra comunità nazionale. Questo è il nostro dovere, anche nei confronti delle generazioni a cui lasceremo l’Italia. Sono orgoglioso del contributo che il Corpo Forestale dello Stato dà, ha dato e potrà continuare a dare, grazie alla firma di questo protocollo, al raggiungimento di questo obiettivo”.

Obiettivo, contrastare ancor più lo smaltilmento illegale di rifiuti e la sicurezza agroalimentare.  il ruolo di contrasto Lo ha detto il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, intervenendo alla cerimonia per la firma di un protocollo d’intesa tra il Capo del Corpo forestale dello Stato, Cesare Patrone, ed il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, a seguito del quale verrà rafforzato il ruolo di contrasto svolto dal Corpo forestale dello Stato, all’interno delle Forze di Polizia, in materia di traffici illeciti, smaltimento illegale dei rifiuti e di sicurezza agroalimentare. Alla cerimonia, che si è tenuta presso il Parlamentino delle Foreste del CFS, hanno partecipato anche i Procuratori nazionali Roberto Pennisi, Maurizio De Lucia, Filippo Beatrice, Giovanni Russo e, per la DDA di Napoli e Caserta il Procuratore aggiunto Federico Cafiero De Rhao e il Sostituto Procuratore Giovanni Conzo.

Dietro ai reati ambientali, interessi economici e sodalizi mafiosi. “La sottoscrizione del protocollo d’intesa tra CFS e DNA – ha detto il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso – darà un nuovo impulso al perseguimento dei reati ambientali che sempre più hanno una connotazione criminale di stampo associativo, riconducibili ai cospicui interessi economici perseguiti dai sodalizi mafiosi con particolare riferimento al traffico illecito dei rifiuti. Oggi firmiamo questo documento, ma è da adesso in poi che dovremo mettere sempre maggiore impegno. Sono convinto che grazie alla preziosa collaborazione con il Corpo Forestale riusciremo a ottenere ancora molti risultati”.

(Fonte: Asterisconet.it)

Proroga terza rata SISTRI: differimento misura insufficiente

Il differimento, da parte del Ministero dell’Ambiente, del pagamento del contributo Sistri ad una data successiva alla sua entrata in vigore, è un atto di buon senso ed il risultato di un grande lavoro di lobby di Confartigianato nei confronti del Ministero dell’Ambiente”. Ad affermarlo Giuseppe Sbalchiero, Presidente di Confartigianato Imprese Veneto che precisa: “dopo che il decreto Milleproroghe ha di recente rinviato al 30 giugno 2012, per la settima volta in due anni, l’entrata in vigore del sistema di tracciabilità elettronico dei rifiuti, il Ministro Corrado Clini ha convenuto sulla inopportunità di andare a chiedere il 30 aprile alle nostre imprese l’inutile balzello per la terza volta!”

Richiesto un confronto per istituire un nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti. “Prendiamo quindi atto della nuova scadenza al 30 novembre –prosegue Sbalchiero- tuttavia, riteniamo questa misura insufficiente. Da quasi un anno (subito dopo il clamoroso flop del click-day dell’11 maggio 2011) stiamo proponendo con insistenza la soppressione del contributo che le imprese devono pagare, tenuto conto della sostanziale inoperatività del SISTRI a fronte delle cospicue quote già versate dalle imprese negli ultimi due anni”. “E’ di vitale importanza – conclude il Presidente- che il Ministro dell’Ambiente Clini accetti l’invito di tutte le organizzazioni datoriali nazionali ad aprire immediatamente un confronto per istituire un nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti, che risponda ai requisiti di efficienza, economicità ed efficacia, come già proposto ormai da diversi mesi al Ministero e al Governo”.

(Fonte: Asterisconet.it)

Aumenta la percentuale di frutta nelle bibite italiane

La Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati ha dato il via libera in sede referente alla proposta di legge «Norme in materia di bevande analcoliche alla frutta, succhi di frutta e nettari, nonché di etichettatura, promozione e salvaguardia dei prodotti italiani». La proposta era stata presentata da Nicodemo Oliverio, parlamentare PD e capogruppo della commissione agricoltura alla Camera dei Deputati.

Si passa dal 12 al 20 per cento. «Questo intervento – ha spiegato Oliverio – innalza la percentuale di succo di frutta presente nelle bevande analcoliche a base di frutta. Questo produrrà delle ricadute positive in termini di tutela della salute dei consumatori, di innalzamento della qualità delle bibite prodotte e di vantaggi economici per i produttori di frutta». L’articolo 2 della proposta riguarda le bevande analcoliche che sono identificate in base alla denominazione (aranciata, limonata eccetera) e non in base al gusto. Per questo tipo di bevande si è deciso di alzare la percentuale di succo presente dal 12 per cento al 20 per cento. Per quanto concerne la produzione di agrumi, la Coldiretti ha stimato che ogni percentuale oltre il 12 per cento corrisponderebbe all’utilizzo di 250.000 quintali di arance, pari a circa 1.060 ettari di agrumeti. Al tempo stesso, l’obiettivo della norma è anche quello di assicurare ai consumatori una completa e corretta informazione sulle caratteristiche delle bibite analcoliche a base di frutta. In particolare, si prevede l’obbligatorietà dell’indicazione dell’origine della materia prima impiegata e dei nomi e della percentuale complessiva del frutto naturale.

(Fonte: Garantitaly.it)

Tabacco: settore in difficoltà, pericolo crisi gravissima

“Bisogna razionalizzare la filiera del tabacco. E’ un settore che va salvaguardato e rilanciato in chiave imprenditoriale, rafforzando l’integrazione tra produzione e trasformazione”. Lo ha detto il presidente di Confagricoltura Mario Guidi intervenendo a Città di Castello al convegno “Tabacco e lavoro: una risorsa per il Paese”.

Un comparto che conta 210 mila addetti. In dieci anni la superficie agricola coltivata è diminuita del 30% circa, il raccolto è quasi il 40% in meno, hanno dismesso la coltivazione circa l’85% delle aziende. “In un momento così difficile per questa coltivazione, che non ha più sostegni pubblici e che comunque necessita di forti investimenti, si rende ancora più urgente intervenire – ha commentato Guidi – per scongiurare una crisi di mercato gravissima che ne minaccia la sopravvivenza”. Per il presidente di Confagricoltura il processo di ristrutturazione, già in atto con l’accorpamento delle aziende e la riorganizzazione della tabacchicoltura nazionale, se sarà associato all’accorciamento della filiera, consentirà di rendere più economico il nostro prodotto e di mantenere la produzione e l’occupazione attuale. Guidi ha ricordato i ‘numeri’ del comparto che solo nell’indotto vale 174 milioni di euro, che conta 210 mila addetti, ed una manodopera diretta di oltre 60 mila unità. “Sono numeri che rendono la misura del peso che ha il settore in termini economici e occupazionali”.

(Fonte: Asterisco Informazioni)

Italiani sempre più alla ricerca di una… vita in campagna

Maschio, diplomato, di età matura, animato dal piacere di recuperare il rapporto con la natura e le tradizioni familiari o di mangiare prodotti genuini. Questo l’identikit di chi coltiva per passione terreni, orti o giardini emerso dalla ricerca realizzata da Nomisma e promossa da Vita in Campagna, con la collaborazione di Bayer Garden, Stihl e Viking, presentata venerdì 30 marzo scorso a Montichiari (Brescia) in occasione della seconda edizione della Fiera di Vita in Campagna.

Interesse crescente verso pratiche e stili di vita rurali. “La ricerca conferma ulteriormente che l’agricoltura amatoriale è una realtà diffusa in tutto il Paese e ha assunto un’importanza non più trascurabile – afferma Giorgio Vincenzi, direttore responsabile di Vita in Campagna, a due anni di distanza dalla prima ricerca con Nomisma, che aveva portato alla ribalta il fenomeno. Lo studio inoltre ci dice che in Italia esiste una parte di territorio agricolo, rurale e forestale che non è in capo ad agricoltori e che viene gestito secondo logiche rivolte soprattutto al mantenimento ambientale e paesaggistico e più in generale della tutela territoriale”.

Da un interesse privato, vantaggi ambientali e territoriali per la comunità. L’indagine diretta, realizzata da Nomisma nei primi mesi del 2012 coinvolgendo un campione di 8.000 individui della popolazione italiana con età superiore a 18 anni, ha permesso di misurare e mappare a livello nazionale e regionale il fenomeno di chi coltiva per passione un terreno agricolo, un orto o un  giardino. “Le evidenze più significative testimoniano che la coltivazione di prodotti agricoli a fini hobbistici coinvolge profili socio-demografici tra di loro molto diversi, è animata da motivazioni esclusivamente extraeconomiche e permette di assicurare alla collettività vantaggi ambientali e territoriali non evidenti e molto spesso sottovalutati” spiega Massimo Spigola di Nomisma.

Le dimensioni del fenomeno in Italia e la localizzazione territoriale. I risultati della ricerca restituiscono uno scenario di forte partecipazione sociale, evidenziando come coloro che dedicano il proprio tempo libero ad attività di produzione di prodotti agricoli e cura del verde siano un movimento ampio e diffuso. Coloro che per passione coltivano e curano un fondo agricolo rappresentano il 2,4% della popolazione
italiana con più di 18 anni (in Italia sono 1,2 milioni gli hobby farmer). Le persone che coltivano un orto sono invece 2,7 milioni (il 5,3% della popolazione maggiorenne), mentre coloro che si prendono cura di un giardino raggiungono i 3,5 milioni (6,9% di italiani con più di 18 anni). In complesso circa 7,4 milioni di italiani (14,6% della popolazione) sono impegnati in attività amatoriali di coltivazione e cura del verde. L’indagine Nomisma per Vita in Campagna ne traccia un chiaro identikit e permette di ricostruire il profilo socio-demografico, le caratteristiche strutturali e produttive dei terreni, la destinazione delle produzioni e le peculiarità della domanda attivata dagli agricoltori per passione e dagli amanti del verde in merito a prodotti e attrezzature.

Coltivare e prendersi cura di un giardino è l’attività che coinvolge più italiani. Ammontano infatti a 3,5 milioni in Italia gli appassionati di aree verdi; il fenomeno è diffuso soprattutto – considerando l’incidenza sulla popolazione – in Friuli-Venezia Giulia (11,8%), Valle d’Aosta (10,3%), Sardegna (9,1%), Veneto (8,5%) e Lombardia (8,4%).  Al secondo posto si piazzano i coltivatori di orto (2,7 milioni) per lo più diffusi in Valle d’Aosta (12,1% sul totale della popolazione regionale), Friuli-Venezia Giulia e Umbria (9,6%), Trentino Alto Adige (8,2%), Toscana (7,7%), Veneto (7,4%) e Lombardia (7,3%).  Coloro che coltivano invece un terreno per passione sono 1,2 milioni (2,4% sulla popolazione italiana) e sono maggiormente concentrati in Umbria (4,4% sul totale della popolazione regionale), Basilicata (4,2%), Sicilia (4%), Lazio (3,7%). Nel Nord Italia la regione leader è l’Emilia Romagna (2,2%), seguita da Liguria (2,1%), Friuli-Venezia Giulia (1,9%), Veneto (1,7%), Trentino Alto Adige (1,6%) e Lombardia e Valle D’Aosta (1,4%).  L’età media di chi si dedica al giardinaggio è di 57 anni: si tratta in prevalenza di maschi (54,4%), con un grado di istruzione medio-alto (il 45,5% ha un diploma superiore e il 27% è laureato), in maggioranza pensionati (34,1%), seguiti a grande distanza da impiegati (18,6%), casalinghe (9,1%) e operai (8,5%). Il giardino ha un’estensione media di 695 mq, si trova nell’abitazione principale e comprende fiori (79,4%), alberi da frutto (61,6%), siepi (54%), alberi ornamentali (50,4%), prato (47,8%) ed erbe officinali o aromatiche (46,8%). Nel giardino, non mancano tuttavia piccoli spazi destinati alla coltivazione di ortaggi. In media il giardino viene curato da 21 anni (85,1%), e circa il 60% vi dedica fino a 5 ore a settimana. La spesa media annua per l’acquisto di prodotti necessari per la cura del giardino è di 159 euro; i primi tre prodotti acquistati in ordine di spesa sono piantine da trapiantare, “sementi e bulbi” e concimi.

Orto: una passione senza confini. 2,7 milioni di italiani si dedicano alla coltivazione di ortaggi ottenendo verdura da consumare ogni giorno. L’età media di chi coltiva un orto è di 60 anni, si tratta soprattutto di maschi (56,1%) con un grado di istruzione medio-basso (il 33,1% ha una licenza media inferiore e il 34,5% una licenza media superiore) in maggioranza pensionati (47,1%), seguiti a grande distanza da casalinghe (13,6%), impiegati (12%) e operai (10,1%).  L’orto ha un’estensione media di 159 mq, è di proprietà (83,6%) ed è localizzato nel terreno circostante l’abitazione (66,5%). Non mancano tuttavia spazi concessi in uso gratuito localizzati anche al di fuori dell’abitazione principale. Ma anche estensioni così piccole motivano moltissimo questa popolazione di
appassionati, tant’è che una fetta importante di popolazione dichiara di dedicarvi oltre 2 ore al giorno. Il 60,2% degli interpellati ha fatto questa scelta per consumare prodotti genuini, il 54,9% perché ama coltivare per rilassarsi e stare all’aria aperta. Non va sottovalutato che circa un 20% dichiara che la coltivazione di un orto permette di risparmiare sulla spesa alimentare. La destinazione dei prodotti ottenuti è infatti consumata in famiglia (96,7%) o regalata ad amici e parenti (1,8%). L’attività di coltivazione viene svolta prevalentemente in maniera autonoma (44,7%) o con il coniuge (36,2%). La spesa media per acquistare prodotti utili alla coltivazione dell’orto è di 87 euro all’anno: ai primi posti si candidano piantine da trapiantare (92,8%), sementi (85,6%) e concimi (51,5%). Una popolazione di appassionati poco propensa all’uso di nuove tecnologie quali Internet e, per documentarsi, e abituata a fare prevalentemente da sé (33,8%) o leggendo Vita in Campagna (15,5%).

Avere un terreno premia (in olio, frutta e verdura di produzione propria). Sono 1,2 milioni gli italiani che coltivano un terreno agricolo a cui dedicano attenzione per ottenere frutta e verdura di produzione propria. Le dimensioni medie sono pari a circa 7.000 mq (0,7 ettari), tuttavia oltre il 15% gestisce spazi che superano un ettaro.  Nella maggioranza dei casi si tratta di terreni ereditati (52,4%) o acquistati (36,7%). La localizzazione prevalente è in collina e montagna (62%), territori marginali a cui gli hobby farmer con le proprie
attività di coltivazione e cura assicurano un presidio ambientale e territoriale. Oltre alla produzione di frutta e ortaggi, nel 26% dei casi risulta presente anche un’attività di allevamento, che interessa soprattutto animali di bassa corte quali polli, galline, oche e anatre (89,1%). Inoltre, il 70% degli agricoltori per passione è impegnato in attività di piccola trasformazione: il 48,1% realizza olio, il 29,6% conserve vegetali e il 21,4% vino. Ciò che piace e alimenta questa passione è l’idea di produrre per trasformare e consumare in famiglia: infatti, circa il 90% degli intervistati afferma che la totalità dei prodotti viene consumata nel circuito familiare o regalata ad amici e parenti.  In effetti tra le motivazioni alla base di questa scelta spicca il consumo di prodotti più sani e genuini (44%) come pure il desiderio di rilassarsi e recuperare tradizioni familiari (29,6%). Il 78,7% degli hobby farmer coltiva il terreno mediamente da 23 anni, il che testimonia un impegno indipendente dalla difficile congiuntura economica e da dinamiche sociali emergenti. Circa il 20% degli hobby farmer dichiara di dedicare oltre 2 ore al giorno all’attività di coltivazione e cura del terreno, prevalentemente da soli (39,6%) o con il coniuge (26,1%). Tra i prodotti utilizzati figurano diverse categorie (sementi, concimi, prodotti per la protezione delle piante, ecc.), tuttavia il 25,7% afferma di acquistare abitualmente solo sementi e/o piantine. La spesa media complessiva per l’acquisto dei prodotti utili alla coltivazione del terreno è pari a 265 euro all’anno ed è direttamente proporzionale all’ampiezza del terreno. Per informarsi sull’attività di coltivazione e sui nuovi prodotti il 36,3% dichiara di consultare Internet (in particolare forum di agraria e siti dei produttori), fino ad esperienze molto innovative quali i social network (8%). Il 94,2% possiede almeno un’attrezzatura; in particolare, la maggioranza degli appassionati è dotata di decespugliatori (73%), motoseghe (68,6%) e tosaerba manuali (63,4%) che nella prevalenza dei casi vengono acquistate nuove (64,9%). Questo impegno non termina con l’atto di acquisto, ma richiede circa 200 euro all’anno per attività di manutenzione e cura delle attrezzature, segnalando come anche in momenti di crisi economica gli hobby farmer sono propensi a spendere pur di assecondare la loro passione per la coltivazione.

(Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario)

L’Italia in piazza per il vero Made in Italy

Sono 2215 i comuni che hanno adottato fino ad ora delle delibere per chiedere di sostenere e difendere il marchio Made in Italy e di vietare per legge il finanziamento pubblico di prodotti realizzati all’estero di imitazione, ai quali si aggiungono le delibere adottate da 12 regioni, 26 province, 41 Camere di Commercio  e 119 tra Comunità Montane, Consorzi di Tutela e altri enti come Unioncamere. Lo ha reso noto l’alleanza per il Made in Italy promossa dalla Coldiretti, ieri in piazza Montecitorio a Roma, insieme alle associazioni dei consumatori e degli ambientalisti, ai cittadini e ai rappresentanti delle Istituzioni a livello nazionale, regionale e locale, a partire dai Sindaci con trecento gonfaloni.
Migliaia di manifestanti cappelli, bandiere e foular della Coldiretti issano cartelli “Con i soldi dello Stato si licenza in Italia e si assume in Romania”, con “l’Imu gli italiani finanziano il pecorino rumeno” ma anche “No agli Ogm che uccidono il Made in Italy” per esprimere della contrarietà della piazza le dichiarazioni del Ministro dell’Ambiente Corrado Clini al Corriere della Sera che sono ritenute in contrasto con l’opinione della maggioranza degli italiani e un danno per l’agroalimentare italiano.Per l’occasione la Caciotta e il Pecorino prodotti completamente in Romania da una società partecipata dello Stato italiano sono stati portati per la prima volta dal presidente della Coldiretti Sergio Marini in piazza “in bella vista” a disposizione delle Autorità e dei cittadini.
Falsi di Stato. Un esempio eclatante in cui lo Stato favorisce la delocalizzazione e fa concorrenza agli italiani sfruttando il valore evocativo del marchio Made in Italy che è il principale patrimonio del Paese ma è spesso banalizzato, usurpato, contraffatto e sfruttato. Il Pecorino e la Caciotta – spiega la Coldiretti – sono alcuni dei prodotti realizzati in Romania da Lactitalia Srl con latte rumeno ma commercializzati con nomi e immagini che evocano e sfruttano l’italianità. Lactitalia è una società partecipata dalla Simest, società per azioni controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico.
(Fonte: Coldiretti)

8 marzo: “Vai al vivaio e piantala!”

Basilico, rosmarino, timo, lavanda, piante officinali o alberi da frutto, ma anche pomodori, peperoni e tutti i prodotti dell’orto. Piantare un seme, una piantina, un albero da frutto e impegnarsi nel lavoro di cura e nutrimento è, a parere dell’Associazione Donne in Campo della Cia-Confederazione italiana agricoltori, il miglior modo per celebrare l’8 marzo, il giorno della Festa della Donna.

Le imprenditrici agricole lanciano, quindi, un preciso invito agli italiani: “Vai al vivaio e piantala!”. Non è soltanto un “gesto verde”, puramente simbolico, ma un atto concreto per “dare la vita” e coltivare e far crescere un vegetale per promuovere armonia con la Terra e i suoi ecosistemi. I semi – ricorda Donne in Campo-Cia- sono il primo anello della catena alimentare e un dono di natura. Difenderli e curarli è, dunque, il compito di tutti. Le donne, comunque, sono particolarmente interessate alla cura della produzione alimentare per nutrire in maniera corretta e armonica e a proteggere la biodiversità, la coltivazione e il consumo locale di cibo.

Imprese agricole in rosa in Italia, oltre cinquecentomila. In Italia -sottolinea l’Associazione delle imprenditrici agricole della Cia – sono, secondo i dati dell’ultimo Censimento Istat, 538 mila le aziende agricole condotte da donne. In 10 anni -dal 2000 al 2010- si è registrato un aumento dal 30 al 33 per cento delle aziende “rosa” sul totale dell’imprenditoria agricola e questo nonostante la crisi del settore. Le imprese agricole al femminile sono, pertanto, aziende di successo! “L’Associazione Donne in Campo – ha affermato la presidente Mara Longhin– è impegnata su molti fronti per difendere e valorizzare l’agricoltura italiana e in particolare il ruolo delle donne, protagoniste sempre più importanti del mondo agricolo e rurale. Esse rappresentano un anello particolarmente resistente del tessuto economico del Paese”. Insomma, “un piccolo esercito” di imprenditrici, il cui simbolo è la spiga e il papavero (che si trova affisso anche in azienda). Imprenditrici determinate e orgogliose del proprio ruolo. Donne che vogliono far sentire la loro voce, e non certo in modo rituale, anche in occasione dell’8 marzo.

(Fonte: Confederazione Italiana Agricoltori)