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Rincari, carrelli della spesa più cari e più vuoti, CNA Veneto chiede al Governo interventi ad hoc e azioni di sostegno

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Il nuovo anno è iniziato sotto un pesante ‘effetto Domino’ a cui, già nel 2022, aveva dato inizio l’esorbitante aumento dei costi dell’energia. La fine degli sconti sulle accise con il conseguente rialzo dei prezzi dei carburanti e l’incremento dei pedaggi autostradali stanno impattando gravemente sul comparto del trasporto merci veneto, con pesantissime conseguenze anche per le imprese dell’intera filiera agroalimentare. In Italia, infatti, l’85% delle merci viaggia su gomma; una percentuale al rialzo per i beni alimentari, e in particolare per il fresco. Attualmente il prezzo del gasolio è di 1,890 euro al litro: dal 1° gennaio scorso i pedaggi autostradali e il rifornimento per un veicolo pesante incideranno per 10.300 euro in più l’anno sulle casse delle imprese di trasporto.

Costi che si ripercuotono sul carrello della spesa delle famiglie. In Veneto, nel 2021  la spesa media mensile di una famiglia per alimentari e bevande analcoliche è stata di 453 euro (dati Istat); nel 2022, in base all’inflazione degli alimentari e bevande analcoliche registrata nella nostra Regione, ogni famiglia veneta ha speso in media 41 euro in più al mese (elaborazione di CNA Veneto su dati Istat) per le spesa domestica.  L’aumento del prezzo del pane, considerando il periodo cumulato dei primi nove mesi dell’anno scorso, ha causato l’incremento medio della spesa dell’11,5% determinando una reazione dei consumatori che ha portato a una riduzione dei volumi acquistati del -7,7%, ma ciò non è bastato ad assorbire gli aumenti di prezzo, per cui la spesa è cresciuta del 2,9% (dati Ismea). Allo stesso modo, la spesa per i prodotti lattiero-caseari è aumentata nei primi nove mesi del 2022 del 4,1%. Per il latte, invece, con il mese di settembre scorso si è registrato un complessivo aggravio di spesa del 5% circa. Il settore delle carni fa registrare un incremento di spesa del 7,7% cui è corrisposta una diminuzione delle quantità acquistate pari al -1,6% e uno spostamento verso tagli e aree merceologiche più economiche. Per tutti i prodotti ortofrutticoli si rileva un incremento dei prezzi al consumo con una conseguente contrazione dei volumi acquistati. Per esempio i pomodori segnano un aumento del 19,4% del prezzo e una conseguente diminuzione dei volumi del -6,1%; l’insalata IV gamma segna un aumento del 14,6% del prezzo e una conseguente diminuzione dei volumi del -14,1% (dati Ismea).

Carrelli sempre più leggeri. La situazione è purtroppo chiara:  da un lato le imprese della filiera agroalimentare stanno facendo fronte al caro-bolletta e agli aumenti dei costi delle materie prime cercando di limitare gli aumenti per i clienti e piuttosto riducendo le marginalità; dall’altro gli autotrasportatori si trovano stretti tra l’incudine e il martello. Se continuerà così, la filiera non riuscirà più a reggere e a contenere gli incrementi dei costi di produzione i quali, affinché le imprese rimangano aperte, si ripercuoteranno a cascata sui consumatori finali. Le famiglie cercano di risparmiare per far fronte agli aumenti dei prodotti agroalimentari alleggerendo il carrello della spesa: i tagli generalizzati delle quantità acquistate oscillano dal -1% del latte fino al -31% del pesce fresco,  e allo spostamento delle preferenze verso prodotti dal valore unitario più basso. Gli alimenti verso i quali i consumatori tendono ad orientarsi sono quelli di largo consumo come pasta e uova che sono tra le poche referenze a non aver subito riduzioni delle quantità acquistate; mentre subiscono una battuta d’arresto i cibi etnici, le varie tipologie di “free from” e i cibi già pronti.

Aumenti non dovuti a speculazioni ma a necessità. «La crescita economica sarà influenzata dal protrarsi delle tensioni internazionali, delle spinte inflazionistiche e del rincaro delle materie prime – commenta Mirco Froncolati, presidente CNA Agroalimentare Veneto  – oltre al caro carburante che sta causando l’aumento ulteriore di tutto ciò che viaggia sulle nostre strade. Desideriamo rimarcare che noi operatori non aumentiamo i prezzi per speculare, ma per necessità: per poter investire in strutture, in attrezzature, e nella possibilità di mantenere posti di lavoro e offrire prospettive di carriera al personale. Chiediamo al Governo azioni di sostegno e interventi ad hoc per tutelare l’attività delle piccole e medie imprese dell’agroalimentare che consentano alle stesse di sopravvivere senza andare ad incidere in maniera pesante sull’economia delle famiglie. Ai rincari corrisponde una evidente e comprensibile contrazione degli acquisti da parte dei consumatori che potrebbe portare alla paralisi di molti comparti.»

Fonte: Servizio Stampa CNA Veneto

Rapporto Istat, due famiglie su cinque tagliano la spesa alimentare, tre su dieci portano a tavola solo promozioni e i discount fanno “boom”

Due famiglie su cinque costrette a “tagliare” la spesa alimentare e tre su dieci che comprano soltanto promozioni, sempre più frequenti nella nostra catena distributiva. E ancora: sei famiglie su dieci che cambiano menù e una su dieci che dice addio a pranzi e cene fuori dalle mura domestiche (ristoranti, trattorie, tavole calde, pizzerie). Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori in merito al Rapporto sulla povertà in Italia diffuso nei giorni scorsi dall’Istat.

Sono dati che dimostrano le gravi difficoltà economiche delle famiglie che si impoveriscono sempre di più. Da quando è cominciata la crisi a oggi, la spesa media a famiglia per generi alimentari e bevande è diminuita già del 6 per cento. E sul fronte dei “tagli” – come rileva un’indagine della Cia condotta a livello territoriale – gli italiani certo non rinunciano solo al superfluo, anzi: nel 2010 il 41,4 per cento delle famiglie ha ridotto gli acquisti di frutta e di verdura, il 37 per cento quelli di pane e pasta, il 38,5 per cento quelli di carne (soprattutto bovina) e pesce.

Calano gli acquisti nonché la loro qualità. Se invece si analizza la ripartizione geografica – sostiene ancora l’indagine Cia – si rileva che, sempre nell’anno passato, nelle regioni del Nord il 32 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti, mentre in quelle del Centro la percentuale di chi ha tagliato i consumi sale al 37 per cento. Nelle regioni del Sud, poi, si arriva fino al 49 per cento. Ma per risparmiare – aggiunge la Cia – le famiglie italiane non riducono solo gli acquisti, cambiano anche la tipologia di esercizio commerciale a cui rivolgersi. Nel 2010, infatti, i piccoli negozi e le botteghe tradizionali hanno perso il 5,7 per cento, mentre iper e supermercati si sono dovuti accontentare di un misero più 0,2 per cento. Di contro, gli unici punti vendita a segnare un balzo in avanti sono stati appunto gli hard-discount, con un aumento netto dell’1,3 per cento. Con la conseguenza che, oggi, la quota di famiglie che fa la spesa solo ai discount risulta pari al 10,1 per cento del totale.

(fonte Cia-Confederazione Italiana Agricoltori)