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Costituito il tavolo suinicolo del coordinamento Agrinsieme

maialiSi é riunito a Roma il tavolo suinicolo di Agrinsieme. Alla presenza del coordinatore Mario Guidi e dei dirigenti di settore di CIA, Confagricoltura e Alleanza Cooperative Italiane, sono state poste le basi per un lavoro che porterà a breve a proposte e linee guida per rilanciare un comparto essenziale della nostra zootecnia.

Un comparto che conta il 6% della produzione agricola. “Vanno affrontate alcune questioni strategiche – dichiara Agrinsieme – che devono essere risolte tenendo conto delle giuste esigenze degli allevatori suinicoli. Crediamo che occorra andare verso un riassetto ed una giusta valorizzazione sul mercato della filiera di qualità dei prodotti nazionali. Affronteremo tutte le questioni aperte – hanno concluso i rappresentanti del coordinamento Agrinsieme – e ci siamo impegnati a lavorare assieme su questo fronte per un nuovo progetto economico strategico di rilancio di un comparto che conta per circa il 6% della produzione agricola e del fatturato industriale del settore con un giro di affari complessivo di 10 miliardi tra fase allevatoriale, macellazione e trasformazione delle carni.”

Risorse comunitarie e PAC. “Uno strumento essenziale in tal senso é costituito sicuramente dalle risorse comunitarie per lo sviluppo rurale che le Regioni devono utilizzare in maniera coordinata ed efficiente per finanziare misure utili al sistema allevatoriale suinicolo. Non dobbiamo dimenticare, peraltro, che tale sistema é storicamente escluso dai benefici del ‘primo pilastro’ della politica agricola comune.”

(Fonte: Asterisco Informazioni)

Allevamento suini, abuso antibiotici in Nord Europa, interrogazione alla Commissione europea

maiale_suino_250«Ho chiesto alla Commissione di intervenire per fermare, o almeno rallentare, l’uso ingiustificato di antibiotici che viene fatto negli allevamenti intensivi di suini da ingrasso, tipici del Nord Europa. Una pratica diffusa specialmente in Germania, nonostante sia vietata dalle norme europee, che mette a rischio la salute dei consumatori». Questa la richiesta avanzata alla Commissione europea dall’eurodeputato Giancarlo Scottà (ELD), in un’interrogazione parlamentare prioritaria avente come oggetto i metodi di allevamento adottati nelle grandi produzioni di carne suina del Nord Europa.

Uso massiccio di Carbapenem. È comprovato, infatti, che in numerosi allevamenti intensivi di suini da ingrasso si faccia un uso massiccio di Carbapenem, un antibiotico che la normativa europea (Regolamento CE 1831/2003) considera una sorta di extrema ratio nella lotta ai microrganismi nocivi, da utilizzare esclusivamente per fini terapeutici. Secondo le ultime stime dell’ufficio federale tedesco per la protezione dei consumatori e la sicurezza alimentare, ad esempio, i veterinari tedeschi somministrano agli animali, spesso a puro scopo profilattico, 1734 tonnellate di antibiotici all’anno, più del doppio di quelli prescritti ai cittadini tedeschi.

Nascita di ceppi di batteri resistenti. E’ uno dei problemi che scaturisce da questo abuso di anticorpi. In particolare, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) riconosce negli allevamenti intensivi di suini da ingrasso le condizioni ideali per fungere da laboratorio naturale nella selezione di nuovi batteri antibiotico-resistenti, tra cui quelli dei generi Campylobacter, Salmonella e alcuni Escherichia, che possono provocare gravi intossicazioni alimentari. «È giusto che i consumatori siano a conoscenza di questa situazione – afferma Scottà – il mercato interno è invaso da prodotti stranieri che, oltre a penalizzare la salute economica delle nostre aziende, possono rappresentare un rischio per la salute delle persone».

Produzione intensiva e tracciabilità. «La dimensione degli allevamenti, in particolare, incide in modo determinante sul rischio di proliferazione di questi batteri – spiega Scottà – gli studi dell’EFSA a tal proposito evidenziano come un allevamento con 400 o più suini da riproduzione presenta un fattore di rischio almeno doppio rispetto ad uno con 100 capi. E in Italia la dimensione media degli allevamenti è di 90 suini». «Altro fattore di rischio – prosegue l’europarlamentare trevigiano – è la movimentazione degli animali, controllabile solo intensificando la tracciabilità, che attualmente in Europa prevede l’indicazione solamente dei luoghi di nascita e di macellazione del suino, senza considerare i passaggi intermedi. L’esigenza di un maggiore controllo delle filiere lunghe è sia di natura sanitaria, che economica: la Commissione europea, infatti, stima che ogni anno circa 25mila pazienti muoiano a causa di infezioni causate da microrganismi resistenti, con costi sanitari che ammontano a oltre 1,5 miliardi di euro all’anno».

(Fonte: Segreteria Europarlamentare Scottà)

Suinicoltura, dall’accesso al credito al dialogo di filiera, queste le priorità

maiali«La posizione della presidente di Assica, Lisa Ferrarini, non si può non condividere. L’analisi dell’industria di macellazione è corretta, ma per rilanciare il comparto suinicolo serve un’intesa con la parte allevatoriale, altrimenti non possono esserci progressi». È questo il commento di Antenore Cervi, allevatore reggiano al vertice dell’organizzazione di produttori (op) emiliana Asser e vicepresidente di Unapros, l’associazione di op che con 1,5 milioni di maiali commercializzati rappresenta il 20 per cento della produzione suinicola italiana. Lo dichiara all’Ufficio stampa di Fieragricola, che nella prossima edizione del 6-9 febbraio 2014 dedicherà ampio spazio al comparto suinicolo.

Priorità del comparto. Nei giorni scorsi, nel corso dell’assemblea annuale di Assica, l’Associazione dei macellatori di suini, aderente a Confindustria, la presidente Lisa Ferrarini aveva indicato sei priorità per sostenere l’export alimentare. Le ricordiamo: eliminare ogni pretesto per le barriere non tariffarie; concludere accordi di libero scambio (eliminare i dazi); creare una cabina di regia per l’export; coordinare le azioni di promozione, dall’Ice alle fiere; strutturare linee di credito adeguate per le imprese che esportano; qualificare la nostra presenza all’estero: dai Desk anticontraffazione all’Addetto commerciale agroalimentare. «Si tratta di iniziative corrette – afferma Cervi – ed è su questa linea che dovremmo muoverci, sostenendo l’export con iniziative coese e non, come accade oggi, frammentate in mille rivoli. Bisogna intercettare e impegnare sinergicamente i fondi ministeriali, dell’Ice, delle Camere di commercio e dell’Unione europea». Troppo spesso, secondo il presidente di Asser, «l’imprenditore è lasciato solo, a partire da accuse di carattere sanitario che, come sottolineato anche da Lisa Ferrarini, talvolta rappresentano una barriera commerciale mascherata».

Aggregazione dell’offerta fondamentale per fare massa critica. Ma l’export dei salumi italiani, che nel 2012 per il secondo anno consecutivo hanno superato la soglia del miliardo di euro, non è l’unico aspetto sul quale concentrarsi. «Dobbiamo impegnarci a risolvere le problematiche interne alle filiera, a partire dall’accesso al credito – chiosa Cervi –. Su questo punto l’aggregazione dell’offerta, e quindi le op, sono fondamentali non soltanto per fare massa critica, ma anche per ottenere quelle garanzie bancarie e assicurative che assai raramente vengono riconosciute ai singoli allevatori. In tale ottica ritengo che anche Ismea potrebbe essere coinvolta in un sistema creditizio più omogeneo». Un punto importante, ottenuto nella recente riforma della Pac, «grazie all’impegno di Unapros e all’azione del presidente della commissione Agricoltura al Parlamento europeo, Paolo De Castro, è la programmazione produttiva per i prosciutti e la salumeria Dop – rileva Cervi –. Ora gli sforzi dovranno intensificarsi affinché produttori, macellatori e stagionatori individuino una strategia condivisa per ridurre quanto più possibile la volatilità del mercato».

Mercato, regna ancora grande incertezza. Bene la promozione del «Made in», ma ad una condizione, e cioè che «si utilizzino suini italiani, altrimenti si rischia il paradosso di pubblicizzare i marchi igp come italiani, quando la materia prima ha provenienza estera». La suinicoltura, secondo Cervi, ha anche bisogno di un piano cerealicolo strategico, per contenere la volatilità dei listini e ridurre le spese in allevamento, visto che i costi della suinicoltura italiana superano alla voce razione alimentare anche i 3-4 euro per maiale, rispetto agli standard medi europei. «Sarebbe poi opportuno incentivare, per evitare ulteriori speculazioni, solamente quegli impianti bioenergetici che sfruttano i reflui zootecnici come carburante e non i cereali, che devono rimanere nei circuiti destinati all’alimentazione umana e animale».  Rimane l’incognita del mercato, che sta riprendendo quota dopo la flessione preoccupante di aprile e maggio. «Con 1,495 euro al chilogrammo dell’ultima quotazione della Cun al 4 luglio – analizza Cervi – rimaniamo ancora al di sotto dei costi di produzione, che si aggirano intorno a 1,60 euro. Regna tuttavia una grande incertezza, perché nel giro di un anno il patrimonio suinicolo italiano ha perso il 10 per cento delle scrofe, con una flessione del 5-6 per cento sui grassi da macello. Eppure, i listini sono ancora lontani da una corretta fotografia del mercato».

(Fonte: Veronafiere)

Crisi suinicola, allevatori veneti oggi a Milano davanti a Piazza Affari

Grazie all’elevato grado di specializzazione raggiunto dai 1775 allevamenti concentrati in tre province – Verona, Treviso e Padova – l’allevamento di suini in Veneto ha registrato in dieci anni un aumento del numero di capi allevati (+ 230 mila). Per questo oggi gli agricoltori veronesi, trevigiani e padovani convergeranno su Milano per tenere sotto scacco la borsa merci dove il lavoro quotidiano degli allevatori viene vilipeso da speculatori senza scrupoli che possono agire spesso nella legalità grazie a regole comunitarie dalle maglie volutamente larghe.

Di qui la battaglia per l’indicazione obbligatoria dell’origine di tutti i prodotti agricoli – spiega Coldiretti Veneto – che precisa inoltre che per la carne suina è possibile conoscere la provenienza solo di quella destinata alle Dop (Denominazione di Origine Protetta) mentre per tutto il resto vige il completo anonimato. I dati dell’ultimo censimento agricolo registrano al 2010, ben 930 mila suini destinati alla produzione di salumi e carni da consumo. Numeri sufficienti a garantire il fabbisogno alimentare di tutta la popolazione veneta e non solo, che invece deve fare i conti con importazioni sfrenate dall’estero pari al 53% in valore e al 27% in termini di quantità.

I prosciutti arrivano dalla vicina Europa – sottolinea Coldiretti – basti pensare che in Veneto transitano 18 mila tonnellate di spalle e cosce per un valore di 33 milioni di euro e altre 12 mila tonnellate di carni di maiale per un valore pari a 37 milioni di euro. Il Veneto subisce l’importazione di 38 mila tonnellate per un valore che sfiora gli 85 milioni di euro, ovvero più del 50% della produzione veneta che è pari a 160 milioni di euro.

(fonte Coldiretti Veneto)