
Il quadro di riferimento dell’UE per promuovere lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura negli Stati membri è migliorato, ma i finanziamenti, seppur notevolmente aumentati, non hanno prodotto risultati concreti, avvisa la Corte dei conti europea in una relazione pubblicata lo scorso 15 novembre.
Premessa. L’acquacoltura designa l’allevamento di pesci, molluschi, alghe e altri organismi acquatici. Può essere praticata in acque marine, salmastre o interne, nonché in impianti terrestri dotati di sistemi di ricircolo dell’acqua. Lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura (in termini ambientali, economici e sociali) è uno dei principali obiettivi della politica comune della pesca dell’Unione europea. Nel 2020 la produzione acquicola totale Ue ammontava a 1,1 milioni di tonnellate, pari a meno dell’1 % del totale mondiale. I principali paesi produttori nell’Unione Europea sono Spagna, Francia, Grecia e Italia, che rappresentano circa due terzi della produzione totale dell’Unione. La Corte ha esaminato il periodo 2014-2020, nonché le disposizioni e i programmi già in essere per il periodo 2021-2027 al momento dell’audit.
La produzione acquicola in Europa sembra proprio a un punto morto. L’acquacoltura è una componente importante della strategia Ue per l’economia blu. Contribuisce alla sicurezza alimentare ed è promossa dal Green Deal europeo quale fonte di proteine con una più bassa impronta di carbonio. Con il sostegno del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (1,2 miliardi di euro assegnati per il periodo 2014-2020) e del successivo Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (1 miliardo di euro assegnato per il periodo 2021-2027), l’Unione europea mira ad assicurare la sostenibilità ambientale a lungo termine dell’acquacoltura e a ottenere vantaggi sul piano economico, sociale e occupazionale. I risultati però sono lenti a manifestarsi e non sono ancora misurabili con certezza. “Negli ultimi anni l’Ue ha cercato di aiutare questo settore gettando in acqua enormi reti, che sono però rimaste desolatamente vuote”, ha dichiarato Nikolaos Milionis della Corte dei conti europea che ha diretto l’audit. L’importo dei finanziamenti destinati esclusivamente all’acquacoltura per il periodo 2014-2020 è stato più del triplo di quanto speso in totale nel periodo 2007-2013, ma la produzione acquicola globale dell’Ue non è decollata, anzi, si è addirittura contratta per due dei maggiori paesi produttori (Italia e Francia). Neanche gli indicatori socioeconomici promettono bene. Il numero di imprese del settore è in calo e, tra il 2014 e il 2020, i posti di lavoro sono diminuiti approssimativamente da 40 000 a 35 000.
Gli auditor rilevano inoltre debolezze nel sistema di monitoraggio.Né la Commissione europea né gli Stati membri hanno dimostrato la necessità di un così forte incremento e gli auditor hanno motivo di ritenere che l’Ue abbia messo in campo troppo denaro. Fatto sta che i fondi disponibili non sono stati in gran parte usati e gli Stati membri potrebbero non essere in grado di spenderli tutti entro il 2023, termine ultimo di ammissibilità per le spese. Uno degli effetti collaterali di tale situazione è che i paesi dell’Ue hanno finanziato quasi tutti i progetti, indipendentemente dal contributo che avrebbero potuto apportare al conseguimento degli obiettivi Ue per l’acquacoltura, mentre un approccio più mirato sarebbe stato forse più proficuo. Gli auditori non hanno potuto individuare un insieme unico di indicatori che consentisse loro di valutare la sostenibilità ambientale del settore, sebbene si trattasse di uno dei principali obiettivi della politica dell’Ue. Destano ancora maggiore preoccupazione i dati attualmente forniti sui traguardi raggiunti con i fondi Ue, che non sono né uniformi né attendibili e mostrano risultati palesemente sovrastimati, valori conteggiati tre volte e cifre che variano a seconda del sistema di rendicontazione selezionato. Di conseguenza, gli auditor non hanno potuto determinare il contributo dei fondi Ue alla sostenibilità ambientale e sociale del settore acquicolo o alla sua competitività.
Fonte: Servizio comunicazione Corte dei conti europea
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