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Un inizio difficile per le entrate dell’Unione Europea basate sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati

Secondo una relazione della Corte dei conti europea pubblicata lo scorso settembre, la risorsa basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati, introdotta nel 2021, non ha funzionato. Le azioni volte a monitorare e a sostenere l’attuazione non sono state tempestive, con molti dei paesi dell’Unione Europea impreparati alla sfida. Problemi persistenti con la comparabilità e l’affidabilità dei dati, nonché la mancanza di controlli adeguati sui rifiuti di imballaggio di plastica effettivamente riciclati implicano probabili disfunzioni nel calcolo della risorsa.

Oltre a contribuire al rimborso dei fondi dello strumento europeo per la ripresa, la risorsa Ue basata sulla plastica mira a fornire un incentivo a ridurre il consumo di prodotti di plastica monouso, promuovere il riciclaggio e dare impulso all’economia circolare. È costituita da un contributo nazionale calcolato sulla base di un importo pari a 0,80 euro per chilogrammo di rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati. Poiché i dati pertinenti sono disponibili solo a distanza di due anni, i contributi sono basati su previsioni che sono successivamente adeguate. Nel 2023 le entrate derivanti dalla risorsa propria basata sulla plastica ammontavano a 7,2 miliardi di euro, pari al 4 % delle entrate complessive dell’UE.

“Dopo aver utilizzato le stesse risorse per 33 anni, nel 2021 l’Ue ha introdotto una fonte aggiuntiva di entrate basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati dagli Stati membri. Tuttavia, il metodo di calcolo di questa nuova entrata presenta ancora troppe debolezze”, ha dichiarato Lefteris Christoforou, membro della Corte responsabile dell’audit. “Pertanto, chiediamo alla Commissione europea di risolvere immediatamente il problema e che gli insegnamenti tratti in questa occasione vengano sfruttati nell’elaborazione di potenziali future fonti di entrate dell’Ue”.

La Corte dei conti europea segnala che solo cinque paesi Ue hanno recepito le disposizioni della direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio nella legislazione nazionale entro i termini, inducendo la Commissione europea ad avviare procedure di infrazione nei confronti dei 22 Stati membri rimanenti, delle quali una era ancora in corso al momento dell’audit. I controlli di conformità sono stati effettuati da un contraente esterno una volta considerato completato il recepimento della normativa europea. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la Corte ha notato che almeno una disposizione fondamentale (ad esempio, la definizione di “plastica” e di “imballaggio”, o il calcolo dei rifiuti di imballaggi di plastica generati e riciclati) non era stata adeguatamente recepita. Gli auditor della Corte rilevano che dare seguito a tali questioni può richiedere anni. Fino ad allora, i Paesi europei probabilmente continueranno a utilizzare definizioni incoerenti e metodi di compilazione errati che incidono sul calcolo dei rispettivi contributi: è per questo motivo che la Corte esorta la Commissione europea ad affrontare la situazione.

Per il primo anno di attuazione della risorsa basata sulla plastica (2021), la maggior parte (22) degli Stati membri avevano previsto una quantità inferiore a quella calcolata utilizzando i dati definitivi. Nel complesso, la quantità totale di rifiuti di imballaggio non riciclati prevista per il 2021 era di 1,4 miliardi di chilogrammi in meno rispetto alle quantità comunicate nel 2023. Di conseguenza, la risorsa basata sulla plastica per il 2021 è stata sottostimata di un importo di 1,1 miliardi di euro (circa un quinto dei 5,9 miliardi di euro riscossi quell’anno), ed è stato necessario compensarla con un’altra risorsa per riequilibrare il bilancio.

La Corte dei conti europea rileva che i paesi Ue utilizzano diversi metodi di compilazione e non effettuano un bilanciamento dei risultati ottenuti. Ha inoltre riscontrato che solo sei Stati membri avevano comunicato i dati relativi al riciclaggio all’atto di immissione in un’operazione di riciclaggio come richiesto dalla normativa, mentre altri avevano principalmente fatto ricorso a dati ottenuti al punto di uscita dall’impianto di cernita, e applicato tassi di scarto medio. Ciò fa sì che le stime degli Stati membri relativi alle quantità riciclate siano difficili da mettere a confronto e meno affidabili, e incide sulla rendicontazione del modo in cui i valori-obiettivo stabiliti dalla direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio sono raggiunti.

Infine, a causa di una mancanza di controlli adeguati, vi è un rischio elevato che alcuni rifiuti di imballaggio di plastica non siano effettivamente riciclati. In effetti, se i rifiuti dichiarati come riciclati sono inceneriti, scaricati o conferiti in discarica, ciò non solo costituisce un reato ambientale, ma si traduce anche in una indebita riduzione degli importi dovuti per la risorsa propria. La Corte dei conti europea rileva che lo stesso rischio si applica ai rifiuti di plastica esportati al di fuori dell’Unione Europea, in quanto gli Stati membri non possono attualmente verificare che le condizioni di riciclaggio in paesi terzi siano conformi alle disposizioni UE. Pertanto, raccomanda di adottare misure per mitigare tale rischio.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea