(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Sabato 25 novembre 2017 si è tenuto a Padova un incontro dell’ISDE (International Society of Doctor for Environment), medici per l’Ambiente, nel quale è stato ricordato Lorenzo Tomatis, uno dei fondatori dell’associazione che sosteneva come “tutti gli uomini siano responsabili per l’ambiente ma i medici lo siano doppiamente”.
Pesticidi, un tempo armi di guerra, oggi “armi” nei campi agricoli. Tomatis fu tra i primi a indicare gli effetti transgenerazionali da esposizione di molecole cancerogene. Nella breve introduzione per presentare l’Isde, sono stati sottolineati alcuni obiettivi di tale associazione come “recuperare il ruolo etico della professione medica, privilegiare le politiche di prevenzione, informare e coinvolgere sulle problematiche ambientali.” E’ stato poi evidenziato come i pesticidi (prodotti fitosanitari) sono stati impiegati per la prima volta nel secondo conflitto mondiale come “armi biologiche” e poi utilizzati da allora in avanti ancora come “armi” nei campi agricoli. Mentre prima dell’avvento della chimica i migliori difensori dell’ambiente erano gli agricoltori che garantivano la fertilità del suolo anno dopo anno con l’apporto di sostanza organica, ora la si sta perdendo (per la parte di suolo che è rimasto).
Il 64% delle acque sono inquinate da prodotti fitosanitari ma anche l’inquinamento atmosferico è dovuto in parte alle “moderne” tecniche di agricoltura intensiva e industriale. L’Italia ha il triste primato di consumare il 33% dei pesticidi impiegati in Europa e Veneto ed Emilia Romagna sono le regioni italiane che ne usano di più. Ma, contemporaneamente, sempre il Veneto, è una delle regioni con il più alto numero di aziende biologiche, è la Regione con un fatturato agricolo fra i più alti e nello stesso tempo quella in cui le manifestazioni popolari si susseguono sempre più numerose reclamando la messa al bando dei pesticidi. Le aziende biologiche sono molto attive nel campo della sperimentazione e della ricerca e il consumo di prodotti biologici è fra i più elevati. Dati negativi e positivi al contempo che rattristano ma anche fanno ben sperare.
Sono sorti e stanno sempre più sorgendo biodistretti in cui amministrazioni, aziende agricole, associazioni e gas (gruppi di acquisto solidale) hanno capito che la produzione locale biologica di qualità è una via sana, per noi e per l’ambiente, permette un ritorno della fertilità dei suoli, un aumento della biodiversità (che secondo studi scientifici porta a minori allergie – Haatela et al. 2013), e, nel lungo periodo, garantisce anche una maggiore resa, trattandosi di coltivazioni che sono meno suscettibili ai cambiamenti climatici. I biodistretti sono una sinergia per migliorare lo status del nostro ambiente e della nostra salute, ma soprattutto una visione lungimirante per lasciare ai nostri eredi una miglior possibilità di vita. Se tali realtà, sempre più interessanti e ben viste dalla popolazione, ci dovessero trovare un po’ scettici da un punto di vista economico, dovremmo allora anche considerare che la produzione di qualità (non di quantità) biologica è uno dei mercati più fiorenti.
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