• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

Spesa alimentare delle famiglie, dati 2017, crescono le disparità sociali

Nel 2017 la spesa media mensile delle famiglie ha segnato un incremento (+1,6% rispetto al 2016) raggiungendo i 2.564 euro. E’ cresciuta maggiormente nell’Italia Centrale (+2,6%) e nelle Isole (+2,1%), ma queste ultime restano fanalino di coda con 1.983 euro, mentre spendono più di tutte le famiglie del Nord-Ovest con 2.875 euro, seguite da quelle del Nord-Est con 2.844 euro. L’incremento del 2017 sul 2016 (+1,6%) rappresenta oltre il 40% dell’incremento registrato nel periodo 2013-2017 (+3,8%).

E’ cresciuta in misura superiore la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (+2%), ma l’incremento si è concentrato nelle Regioni del Centro (+4,9%) e del Nord-Est (+3,2%), mentre nelle altre è rimasto sotto +1%, con un minimo di +0,2% nelle le Isole. L’incremento del 2017 sul 2016 (+2%) rappresenta poco meno del 50% del complessivo registrato nel periodo 2013-2017 (+4,1%).

In realtà, tenendo conto della sia pur modesta inflazione del periodo, gli incrementi di spesa delle famiglie (totale e per prodotti alimentari) indicati in precedenza risultano sensibilmente ridimensionati nel 2013 e nel 2017. In particolare, la spesa alimentare media mensile depurata dell’inflazione segna, nel 2017 rispetto al 2016, una crescita di 4 euro rispetto ai 9 euro calcolati sui valori correnti. L’incidenza della spesa alimentare sulla spesa complessiva delle famiglie è indicatore dello stato generale di benessere economico della popolazione: meno si spende, in percentuale, per generi di prima necessità, come sono gli alimentari, più c’è margine per consumi voluttuari. Sotto questo profilo, negli ultimi cinque anni, non si sono registrate variazioni significative: la spesa alimentare, nel 2017 come nel 2013, incide per il 17,8%, un decimo di punto percentuale più che nel 2016 e 2015 (17,7%), e tre decimi più che nel 2014 (17,5%).

Aumentano prevalentemente gli acquisti di prodotti bio e a denominazione d’origine. Da questo punto di vista, si rileva che, nel periodo 2013-2017, sono cresciuti maggiormente gli acquisti di prodotti biologici e a denominazione d’origine, che costano più dei prodotti “comuni” e che, tra l’altro, sono riconducibili in misura rilevante alla produzione agricola nazionale (l’Italia è uno dei maggiori produttori di “biologico” e di specialità certificate Dop e Igp dall’Ue). A tal proposito le stime Sinab evidenziano una crescita in valore corrente della spesa media delle famiglie per prodotti biologici (Grande Distribuzione Organizzata) nettamente superiore alla crescita della spesa alimentare complessiva: +15% nel 2017 sul 2016 (per la spesa alimentare complessiva è stato +2%), +85% nel 2017 sul 2013 (per la spesa alimentare complessiva è stato +4%). Differenza analoga, per quanto più contenuta e per stime (Ismea-Qualivita) di più breve periodo (2014-2016) limitate ai prodotti confezionati, si registra per quanto riguarda i prodotti Dop e Igp: la spesa media mensile delle famiglie per acquisto di questi prodotti è cresciuta, nel 2016 sul 2015, del 5% (spesa alimentare totale nello stesso periodo +1,6%) e fra il 2014 e il 2016 del 20% (spesa alimentare totale nello stesso periodo +2,7%). Sottraendo alla spesa alimentare complessiva la spesa per i prodotti alimentari biologici, Dop e Igp, compiuta dalle famiglie più benestanti. l’andamento della spesa alimentare presenta incrementi ulteriormente più contenuti rispetto alla spesa alimentare complessiva: nel 2016 sul 2015, il +1,6% della spesa alimentare complessiva si riduce a +1,2% della spesa di sussistenza; nel periodo 2014-2016, il +2,7% si riduce a +2%.

Decresce il rapporto fra spesa media e spesa mediana. La valutazione dei dati esposti evidenzia un quadro socioeconomico già ampiamente noto attraverso altri indicatori: i segni di un miglioramento medio della condizione economica delle famiglie ci sono, ma tale miglioramento è sostenuto prevalentemente dal crescere delle disparità sociali dove le più favorevoli condizioni economiche si concentrano soprattutto su una parte del tessuto sociale, mentre le condizioni economiche dell’altra parte segnano un peggioramento. Questo si conferma anche per la spesa totale mensile delle famiglie (i dati sulla spesa alimentare non sono disponibili) dove l’andamento della media e nettamente difforme dall’andamento della mediana, cioè della fascia di spesa più frequente: la media è in sensibile crescita (+1,6% del 2017 sul 2016, + 3,8% nel 2017 sul 2013), la mediana segna una crescita molto diversa: +0,6% nel 2017 sul 2016; e addirittura un decremento nel più lungo periodo (-0,7% nel 2017 sul 2013). Il rapporto fra mediana e media tende dunque, pressoché costantemente a diminuire: era circa dell’88% nel 2013; nel 2017 è stato dell’84%.

Cresce la povertà. Ciò, d’altra parte, è confermato dal costante aumento delle famiglie e delle persone in stato di povertà, sia relativa (spesa procapite uguale o inferiore alla media nazionale), sia assoluta (spesa inferiore alla minima necessaria per procurarsi i beni di prima necessità come stabiliti da apposito “paniere”). Le famiglie in condizione di povertà relativa, nel 2017 rispetto al 2016, sono cresciute del 16%, rappresentando circa l’80% della crescita del periodo 2013-2017 (+19,9%); è andata peggio per le famiglie in povertà assoluta che in un anno (2017 su 2016) hanno segnato una crescita (+9,8%) pari al 96% della crescita registrata fra il 2013 e il 2017 (10,2%).

Diminuisce la fiducia dei consumatori. In questo contesto, è quindi ulteriormente in evidenza che la maggiore spesa alimentare delle famiglie, nel 2017 sul 2016 (+2%), come del periodo 2013-2017 (+4%), è fenomeno trainato dal maggior benessere economico solo di alcune famiglie, e persone che ne fanno parte. Ma quante sono? Sono la maggioranza o una minoranza? I sondaggi mensili di Istat sulla fiducia dei consumatori danno, al riguardo, una risposta molto chiara: la percezione dei consumatori di una migliore condizione economica è cresciuta considerevolmente fra il 2013 e il 2015 (+54,5%) arrivando a coinvolgere (2015) il 39% degli intervistati. Nel 2016 e nel 2017 la percezione positiva è diminuita del 6,4% coinvolgendo meno di un terzo (30,5%) dei consumatori. Presumibilmente, il risultato di questi sondaggi si riflette sulla spesa alimentare delle famiglie, confermando che il suo recente incremento deve attribuirsi al miglioramento della condizione economica di una percentuale minoritaria (prossima appunto al 30%) di consumatori.

Vende di più solo la Grande Distribuzione. Per quanto riguarda i luoghi di acquisto, da parte delle famiglie, dei prodotti alimentari, si conferma una crescente preferenza per i supermercati (Gdo – Grande Distribuzione Organizzata) che penalizza, di conseguenza gli esercizi che vendono su piccole superfici. Fatto 100 l’indice del valore delle vendite del 2010, la Gdo segna, nel 2017 sul 2010, una ulteriore crescita raggiungendo +5,8%, mentre le piccole superfici scontano un -1,3%. Si consideri che, nello stesso periodo, gli acquisti di prodotti “non alimentari” segnano nella Gdo -2,6% e nelle piccole superfici -9,8%. Il fatto che la crescita del valore delle vendite di prodotti alimentari si sia concentrata sulla Gdo (+5,8% nel 2017 rispetto al 2010) lascia presumere, considerando la dominanza contrattuale di questo settore di commercializzazione, che i benefici per i produttori agricoli italiani, in termini di incremento del reddito, siano stati molto modesti. Tanto più tenendo conto del fatto che il grado di autoapprovigionamento alimentare del nostro Paese è ormai inferiore all’80% (78% nel 2015, dati Ismea) e che quindi, approssimativamente, una quota del 20% della spesa alimentare nazionale è rivolta a prodotti d’importazione.

Come variano i consumi alimentari. I rilevamenti condotti da Nielsen per conto di Ismea ulla spesa alimentare degli italiani, nel 2017 rispetto al 2016 (+3,2%), evidenziano, rispetto a quelli di Istat (+2%), andamenti migliori. Ma i dati non sono esattamente confrontabili perché Istat non rileva, fra i consumi alimentari, le bevande alcoliche (calcolate insieme ai tabacchi). Sono invece complessivamente maggiori, rispetto a quelli di Ismea, gli incrementi della spesa alimentare rilevati da Istat nel periodo 2015-2017. Scostamenti significativi si evidenziano per alcune categorie di prodotti, in quanto confrontabili, in particolare per quanto riguarda gli ortaggi, le bevande analcoliche, le carni e i salumi. C’è comunque concordanza nel registrare una riduzione della spesa per carni e salumi; sensibili incrementi di spesa per prodotti ittici, frutta, bevande analcoliche, ortaggi e derivati dei cereali. Secondo Ismea-Nielsen (Istat, come detto, non rileva separatamente questi consumi), la spesa per vini e spumanti, fra il 2015 e il 2016, ha registrato una flessione dello 0,5% per poi crescere del 3,3% nel 2017 sul 2016.

Fonte: Centro Studi e ricerche Confagricoltura

Prodotti Dop e Igp, Italia sempre leader in Unione Europea per riconoscimenti, ma per i prodotti registrati dopo il 2010 benefici scarsi o irrilevanti dal riconoscimento d’origine

L’Italia si conferma, anche a fine 2017, il Paese dell’UE che ha ottenuto il maggior numero di riconoscimenti Dop (Denominazione origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta) nel settore “food” (293, esclusi vini e altre bevande alcoliche), precedendo la Francia (245) e la Spagna (190).

Questi tre Paesi rappresentano il 54% dei prodotti Dop e Igp registrati dall’Ue. Nel 2017, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento Dop o Igp per 4 nuovi prodotti, molti meno della media annuale del periodo 2010-2017 (circa 11 prodotti l’anno), meno di quelli riconosciuti alla Francia (8) e al Regno Unito (6). Il primato di riconoscimenti dell’Italia, rispetto ai Paesi UE concorrenti, è legato alla larga prevalenza delle certificazioni Dop (167 contro le 103 della Francia e le 102 della Spagna); la Francia ha invece ottenuto più riconoscimenti Igp (142 contro i nostri 126). A fine 2017, il Paese Extra Ue che ha registrato il maggior numero di prodotti Dop o Igp è la Cina (10), seguita a distanza dalla Thailandia (4).

I settori produttivi. Nel ricco e articolato panorama della nostra biodiversità agraria e tradizione alimentare, il settore per il quale il nostro Paese ha proposto e ottenuto il maggior numero di riconoscimenti Dop e Igp è quello dei prodotti delle coltivazioni orticole e cerealicole (111), seguito dai formaggi (52) e dagli oli extravergini di oliva (46). Ma il maggior numero di riconoscimenti Dop, quindi certamente legati alla produzione primaria nazionale e territoriale, si registra per i formaggi (50) e per gli oli extravergini d’oliva (42). Per i riconoscimenti Igp, prevalgono con largo margine ortofrutticoli e cereali (75) seguiti dai salumi (prodotti a base di carne 20). Le Regioni italiane nel cui territorio ricadono produzioni agricole e alimentari Dop e Igp sono quelle del Nord (167), seguite da quelle di Sud e Isole (115) e poi da quelle del Centro (91). Nelle Regioni di Sud e Isole, si registra la maggior quota percentuale di riconoscimenti Dop sul totale Dop e Igp (62%). Per quanto riguarda il valore della produzione, il primato va a formaggi e salumi, mentre per il valore dell’export dominano formaggi
e aceti balsamici.

Luci e ombre. Dall’analisi effettuata, i più recenti dati sui prodotti agricoli e alimentari italiani Dop e Igp confermano alcuni aspetti positivi e altri meno, circa gli effetti di queste certificazioni sullo sviluppo dell’agricoltura e dell’economia rurale italiana. Fra gli aspetti positivi, si rilevano gli incrementi di 76 unità (il più elevato del periodo fra i Paesi UE) dei prodotti riconosciuti fra il 2010 e il 2017; dell’11% (2010-2016) del valore alla produzione; dell’82% (2010-2016) del valore esportato. Tuttavia, si rilevano alcune criticità (2010-2016): il valore alla produzione segna +11% a fronte del +35% dei riconoscimenti; le quantità prodotte segnano +20% a fronte, come sopra, del +35% dei riconoscimenti; il valore alla produzione dei primi 10 principali prodotti, tutti riconosciuti prima del 2010, continua a rappresentare circa l’81% del totale di settore, nonostante i 72 nuovi riconoscimenti; i valori unitari alla produzione (€/kg) segnano una flessione del 7,6%; il valore dell’export dei primi 10 principali prodotti, tutti riconosciuti prima del 2010, continua a rappresentare circa il 91% del totale di settore, nonostante i 72 nuovi riconoscimenti. In particolare, nel 2016, il valore medio alla produzione di ciascuno dei 10 principali prodotti è di circa 539 milioni di euro (+8,8% sul 2010), mentre lo stesso valore per ciascuno degli altri prodotti è di 4,45 milioni di euro (-11,4% sul 2010); il valore medio dell’export di ciascuno dei 10 principali prodotti è di circa 308 milioni di euro (+81,6% sul 2010), mentre lo stesso valore per ciascuno degli altri prodotti è di 1,1 milioni di euro (+40% sul 2010). Ciò significa che, attualmente, la maggior parte dei prodotti Dop-Igp, e in particolare i 72 nuovi registrati fra il 2010 e il 2016, rappresentando valori economici molto limitati, sembrano trarre benefici scarsi o irrilevanti dal riconoscimento d’origine, e di conseguenza incerti sono i benefici per gli agricoltori che devono sostenere costi aggiuntivi per certificare la produzione.

Specialità “eccessivamente locali”. Questi risultati poco esaltanti sono generalmente da attribuire alla registrazione di specialità eccessivamente “locali”, supportate da pochi produttori soprattutto medio-piccoli, con produzione limitata di basso valore complessivo, che non consentono di realizzare le necessarie economie di scala per la gestione, il controllo e la promozione della denominazione. Altri motivi di insuccesso si ritengono dovuti a: creazione troppo verticistica della denominazione protetta, senza il preliminare attento coinvolgimento dei produttori seguito dalla relativa assistenza tecnica; carenze organizzative dell’organismo di tutela della denominazione; insufficiente supporto di coordinamento, assistenza, promozione del settore da parte di istituzioni di livello superiore (Regioni, Stato). Tolto ciò, è un dato di fatto che l’agricoltura italiana, almeno a breve termine, oltre fondare la propria crescita su significativi incrementi di produzione e produttività può e deve puntare anche ad incrementare la remunerazione dei prodotti di pregio e orientare maggiormente la produzione verso tali prodotti. Le certificazioni Dop e Igp, sostenute dal notevole patrimonio di biodiversità agraria e di tradizioni alimentari di cui disponiamo, possono dare un contributo importante in questo senso purché istituite secondo oggettive considerazioni storico-tradizionali, ma anche, e soprattutto, secondo razionali progetti di riconversione produttiva e di marketing (nazionale e, ancor più, internazionale), anche collegati alla promozione del turismo gastronomico. L’attuazione di tali progetti dovrà essere sostenuta da specifiche professionalità e da una puntuale assistenza ai produttori agricoli. A questo link il rapporto completo del centro studi.

Fonte: elaborazione Centro Studi Confagricoltura

Andamento dell’economia agraria italiana nel 2017, le prime stime sono negative

Il 2017 è stato un anno difficile per l’agricoltura italiana. Nei primi nove mesi dell’anno il settore primario aveva già accumulato un calo del 3,4% del valore aggiunto in termini reali rispetto allo scorso anno; il resto dell’economia, invece, ha proseguito la tendenza di crescita registrando sinora un aumento del PIL di un punto e mezzo percentuale. Secondo le stime del Centro Studi Confagricoltura, se queste variazioni saranno confermate su base annua, il valore aggiunto del settore agricolo tornerà al di sotto di quello registrato nel 2012.

Fase congiunturale difficile. Questo dato è lo specchio di un settore agricolo che, al di là dell’entusiasmo enfatico di certi commentatori, vive una fase congiunturale difficile, ancora una volta in controtendenza (ma stavolta in negativo) rispetto all’andamento dell’economia generale del Paese. Livelli delle produzioni insoddisfacenti per vari motivi (andamento climatico, calo degli investimenti ecc.), instabilità dei prezzi di vendita (spesso in forte calo) di molti prodotti agricoli, alti costi dei mezzi di produzione, e problemi di varia natura, hanno compromesso la redditività di coltivazioni e allevamenti, e la fiducia delle imprese.

L’esportazione cresce (+4,7%) e supererà i 40 miliardi di euro nel 2017. Anche il “boom” delle esportazioni di prodotti agricoli e alimentari, che nel 2017 dovrebbero superare i 40 miliardi di euro, in realtà evidenzia la conferma della dinamica positiva per i prodotti dell’industria alimentare, dal 2015 con saldo positivo tra esportazioni ed importazioni (nel 2017 saldo stimato +2,8 miliardi di euro), ma anche il persistere del saldo negativo tra esportazioni ed importazioni per quanto riguarda gli scambi di prodotti agricoli (nel 2017 saldo stimato -7,3 miliardi di euro).

L’occupazione del settore agricoltura, selvicoltura e pesca diminuisce (-2,7%) mentre l’occupazione del totale dell’economia aumenta (+1,1%) Notizie non buone vengono anche dal versante dell’occupazione in agricoltura: diminuiscono soprattutto gli indipendenti (-3,2%), e in particolare le donne (-7%); segno negativo, sia pure più contenuto, per i dipendenti (-2,2%) con, anche in questo caso, una flessione più rilevante per le donne (-8,4%).

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

Agriturismo, rallenta lo sviluppo ma ancora rilevanti le potenzialità di crescita. Tra i dati Istat elaborati dal Centro studi di Confagricoltura: conduzione femminile più al Sud che al Nord, collocazione prevalente in collina, Toscana e Trentino-Alto Adige le regioni “leader”.

foto Agriturist, Agriturismo Tenuta Castel Venezze, San Martino di Venezze (Ro)

Secondo l’ultimo rilevamento annuale dell’ISTAT sull’offerta agrituristica in Italia, riferito al 2016, le aziende attive nel settore sono 22.661, con un incremento di 423 (+1,9%) rispetto al 2015. Crescono più dell’insieme le aziende che offrono osservazioni naturalistiche (+19%), degustazioni dei propri prodotti (+9%), passeggiate a cavallo e attività didattiche (+7%), escursioni (+6%), trekking (+5%), ed attività ricreative e culturali varie (+4%). E’ inferiore alla generalità delle aziende la crescita degli
agriturismi che offrono alloggio (+1,8%) e ristorazione (+1%), ma è superiore alla media l’incremento dei posti letto (+3%), delle piazzole per campeggio (+7%) e dei posti tavola (+3%).

Nel decennio 2007-2016. Confrontando, per i principali servizi, la media delle variazioni annue del decennio 2007-2016 con le variazioni del 2016 rispetto al 2015 (numero di aziende), si rileva che queste ultime sono inferiori per l’alloggio e i posti letto, la ristorazione e i posti tavola, il noleggio di biciclette, le attività didattiche (quest’ultimo rilevamento è disponibile dal 2011). Risulta invece superiore  l’incremento 2015-2016, rispetto all’incremento medio annuale del decennio 2007-2016, per le piazzole di campeggio, le degustazioni e le attività equestri. In generale tutti gli incrementi medi annui del numero di aziende e dei relativi servizi offerti risultano superiori nel quinquennio 2007-2011 rispetto al quinquennio 2012-2016. Questo evidenzia che, negli ultimi anni, lo sviluppo dell’agriturismo è stato caratterizzato da un sensibile rallentamento anche se le potenzialità di espansione del settore sono ancora rilevanti.

Le possibile cause del rallentamento. Quanto osservato in precedenza è conseguente, non tanto alla riduzione del numero di nuove aziende autorizzate (che anzi sono in crescita del 7% nel quinquennio 2012-2016 rispetto al quinquennio 2007-2011), ma alla forte crescita delle aziende che hanno cessato l’attività (+55,45% fra i due periodi). Sarebbe utile conoscere quantitativamente le ragioni che hanno determinano tante cessazioni negli ultimi cinque anni (su cui tuttavia mancano rilevamenti), che presumibilmente possono attribuirsi a: mancanza di convenienza economica (scarso movimento di ospiti); passaggio da autorizzazione all’esercizio dell’attività agrituristica ad autorizzazione all’esercizio di altra attività turistica per cessazione dei requisiti di connessione fra attività agricola e attività agrituristica (modifica delle norme regionali, incremento della capacità ricettiva, allestimento di nuovi servizi non riconducibili alla connessione con l’agricoltura ecc.); cessazione dell’attività agrituristica per diversa destinazione degli edifici e degli alloggi allestiti per l’ospitalità (vendita, locazione di lungo periodo, abitazione per un familiare ecc.).

La collocazione paesaggistico-ambientale delle attività agrituristiche vede, nel 2016, prevalere con largo margine la collina (52,3% delle aziende), seguita dalla montagna (31,7%); alla pianura resta il 16%. Lo scenario del 2016 è cambiato rispetto a quello di dieci anni fa: nel 2007, le aziende agrituristiche di collina rappresentavano il 51,4% dl totale, nel 2016 sono cresciute di circa un punto percentuale (52,3%); nello stesso intervallo temporale, le aziende di pianura sono cresciute di quasi due punti percentuali (dal 14,1% al 16%); l’incidenza delle aziende di montagna è conseguentemente diminuita di 2,8 punti percentuali. Questa tendenza, che interessa, pur in diversa misura, quasi tutte le aree geografiche, è, presumibilmente, dovuta alla crescente attenzione per l’investimento in attività agrituristiche delle aziende agricole di maggiore dimensione fisica ed economica (prevalentemente collocate in collina e pianura). Tuttavia, nel 2016 rispetto al 2015, è soltanto la collina a registrare incrementi della presenza di aziende agrituristiche, mentre arretrano, sia pure di pochi decimali percentuali, la montagna e la pianura.

Agriturismo in rosa, più al Sud che al Nord. L’agriturismo si conferma settore dove la titolarità femminile dell’attività (36% nel 2016) si discosta significativamente, in aumento, rispetto alla generalità delle imprese agricole (29%). Nel 2016, a confronto col 2007, il tasso di femminilità della conduzione agrituristica cresce di poco più di un punto percentuale pur registrando una leggera flessione rispetto al 2015. Fra le diverse aree geografiche, si evidenziano rilevanti differenze: nel Nord-Est il tasso di femminilità nella conduzione dell’attività agrituristica è (24%) poco più della metà rispetto al Sud (45%).

L’agriturismo nelle Regioni. Le Regioni d’Italia col maggior numero di aziende agrituristiche sono, nel 2016, la Toscana (4.518) e il Trentino Alto Adige (3.581, di cui 3.150 nella sola provincia autonoma di Bolzano). Seguono, distanziate, la Lombardia (1.614), il Veneto (1.484), il Piemonte (1.300). Rispetto al 2015, le crescite percentuali più rilevanti riguardano la Basilicata (+20%), la Calabria (+16%), la Campania (+13%). In sei Regioni (Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia Romagna e Abruzzo) si è registrato un lieve decremento. Nel decennio 2007-2016, le crescite percentuali più rilevanti di aziende agrituristiche si sono verificate in Puglia (+185%), Sicilia (+79%), Lazio (+72%); tre Regioni (Basilicata, Campania e Abruzzo) hanno segnato una diminuzione. Complessivamente l’incremento decennale delle aziende è stato del 28%.

I principali servizi di accoglienza. Offre alloggio la totalità delle aziende
agrituristiche dell’Umbria; seguono la Toscana (97%), la Calabria (93%), la Puglia (92%), la Sicilia (91%) e le Marche (90%). La più alta percentuale di aziende che offrono ristorazione si riscontra in Calabria (88%), Campania (86%), Molise (82%) e Sardegna (81%). L’offerta di una o più attività di animazione (culturali, didattiche, sportive, escursionistiche ecc.) è più frequente negli agriturismi di Sicilia (92%), Umbria (87%), Campania (85%), Calabria (82%).

Potenzialità di sviluppo. Per l’ulteriore sviluppo dell’agriturismo sono ancora disponibili importanti risorse strutturali (edifici rurali inutilizzati da adibire ad alloggi), enogastronomiche e agro ambientali. Il notevole gradimento dell’ospitalità “in fattoria”, anche da parte dei turisti stranieri, ne rappresenta una importante premessa favorevole. E’ tuttavia necessario, per incrementare sensibilmente la domanda in proporzione ad una più incisiva crescita dell’offerta, attuare la programmazione triennale di promozione del settore (peraltro prevista dall’art. 11 della legge-quadro 20 febbraio 2006, n. 96) e in particolare migliorare la comunicazione dell’offerta disponibile attraverso una appropriata riprogettazione del sito internet ufficiale dell’agriturismo italiano www.agriturismoitalia.gov.it.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

Turismo internazionale, ogni ospite estero vale ogni giorno, per l’agricoltura, 2,5 euro e per l’industria agroalimentare 5,6 euro. Ma Francia e Spagna, battono l’Italia.

Promozione-dei-prodotti-agricoli-a-basso-impatto-ambientale-modificata-la-legge_mediumPer una nazione come l’Italia, la cui reputazione turistica ed enogastronomica è fra la più rilevanti al Mondo, la ricaduta del turismo internazionale in termini di consumo di prodotti “Made in Italy” dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare, è particolarmente significativa. A questo proposito, il Centro Studi Confagricoltura ha valutato quanto il turismo internazionale contribuisca all’incremento dei consumi alimentari e del reddito delle imprese agricole e delle industrie agroalimentari italiane. Ecco di seguito l’analisi.

Ospiti e pernottamenti dei turisti stranieri. Nel 2015, secondo il rilevamento sul turismo internazionale della Banca d’Italia, hanno viaggiato in Italia circa 51 milioni di turisti stranieri per 334 milioni di pernottamenti. Negli ultimi dieci anni, sono notevolmente cresciuti i viaggiatori (+22%) mentre, per effetto della riduzione della durata del soggiorno (-22%), i pernottamenti sono diminuiti (-2,4%). Parte dei turisti stranieri è stata ospitata da strutture ricettive turistiche “ufficiali” (alberghi, bed & breakfast, agriturismi, ecc.) per circa 53 milioni di arrivi e 190 milioni di pernottamenti (presenze). Nell’ultimo decennio, gli arrivi di questa categoria di ospiti sono cresciuti del 29% e i pernottamenti del 21%. Mentre questi ultimi hanno consumato pasti e spuntini esclusivamente in ristoranti, pizzerie e bar, coloro che sono stati ospitati in appartamenti privati (in affitto o di parenti e amici) hanno, almeno in parte, consumato i pasti nel proprio alloggio acquistando prodotti alimentari in esercizi commerciali.

La spesa alimentare dei turisti stranieri. Secondo un sondaggio dell’Osservatorio Nazionale del Turismo (ONT), condotto nel 2012, il consumo di prodotti agroalimentari inciderebbe sulla spesa complessiva dei turisti in misura di circa un terzo, ripartito fra ristorazione (19,3%) e acquisti presso esercizi commerciali (14%). Applicando queste percentuali alla spesa dei turisti stranieri in Italia, come rilevata dalla Banca d’Italia, si ottiene una stima orientativa della quota di spesa destinata alla ristorazione (ristoranti, pizzerie, bar, ecc.) e agli acquisti di prodotti agroalimentari presso gli esercizi commerciali. Guardando alla ripartizione della spesa turistica nelle diverse Regioni italiane, è al primo posto il Lazio, seguito da Lombardia, Veneto e Toscana. Si tenga conto che Lombardia e Veneto hanno presumibilmente beneficiato, più di altre Regioni, dell’effetto di Expo.

Il calcolo. Per tracciare una stima, sia pur orientativa, di quanto la spesa turistica alimentare produca reddito per le aziende agricole e le industrie agroalimentari italiane, il Centro Studi Confagricoltura ha calcolato, in valore alla produzione, il consumo apparente annuo (valore della produzione + import – export) dei relativi prodotti in ambito nazionale. E’ stata poi calcolata la popolazione dei consumatori di prodotti alimentari, in Italia, tenendo
conto dei residenti, dei turisti stranieri che hanno viaggiato in Italia e dei turisti italiani che hanno viaggiato all’estero. Le presenze turistiche sono state convertite in “popolazione equivalente” calcolando un consumatore ogni 365 (giorni dell’anno) presenze. Per i turisti senza pernottamento (soggiorni di una giornata con presumibile consumazione di un solo pasto), la popolazione equivalente è stata calcolata pari a un consumatore ogni 730 (365 x 2) viaggiatori. Da qui è stato calcolato il consumo apparente annuo procapite di prodotti alimentari e quello complessivo riconducibile ai turisti stranieri. Considerando che i consumi alimentari turistici, soprattutto degli ospiti stranieri, sono prevalentemente orientati verso prodotti Made in Italy e che il valore degli stessi è generalmente superiore (orientativamente +20%) a quello dei consumi alimentari abituali, il valore calcolato si può ragionevolmente ritenere espressione del consumo dei soli prodotti Made in Italy, senza dunque tenere conto dei consumi di prodotti alimentari d’importazione. Della spesa complessiva dei turisti stranieri che viaggiano in Italia, arriva alle imprese agricole circa il 2,6% e alle industrie agroalimentari il 6%.

Conclusioni. Il fatturato delle imprese agricole prodotto dai turisti stranieri nel 2015 si può stimare, sulla base di elaborazioni originali del Centro Studi Confagricoltura, in circa 907 milioni di euro. A questo si aggiungono circa 2.053 milioni di euro di fatturato dell’industria agroalimentare derivanti dagli stessi consumi alimentari dei turisti stranieri. Complessivamente 2.960 milioni corrispondenti a circa l’8% dell’export agroalimentare registrato dal nostro Paese nel 2015 (36,8 miliardi). Le presenze degli ospiti stranieri corrispondono ad una “popolazione equivalente” di circa 935 mila persone, che consuma in larga prevalenza prodotti agricoli e agroalimentari “Made in Italy”. La crescita di visitatori stranieri in Italia negli ultimi 25 anni (dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo – UNWTO) è significativa (+89%), ma inferiore del 33% alla crescita, nello stesso periodo, degli ospiti stranieri nei Paesi ad economia avanzata. E il fatturato turistico internazionale dell’Italia è inferiore del 43% a quello della Spagna e del 22% a quello della Francia, Paesi diretti concorrenti dell’Italia per collocazione geografica, che oggettivamente dispongono di risorse turistiche, culturali e ambientali, inferiori a quelle del nostro Paese, ma evidentemente sono più attrattivi sotto il profilo della qualità e del prezzo dei servizi di accoglienza. Già annullare questi handicap rispetto a Francia e Spagna, varrebbe, in termini di somministrazione e vendita di prodotti alimentari Made in Italy, un fatturato aggiuntivo che può stimarsi per l’agricoltura fra 200 e 390 milioni di euro e per l’industria agroalimentare fra 450 e 880 milioni di euro.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura