Nel 2017 la spesa media mensile delle famiglie ha segnato un incremento (+1,6% rispetto al 2016) raggiungendo i 2.564 euro. E’ cresciuta maggiormente nell’Italia Centrale (+2,6%) e nelle Isole (+2,1%), ma queste ultime restano fanalino di coda con 1.983 euro, mentre spendono più di tutte le famiglie del Nord-Ovest con 2.875 euro, seguite da quelle del Nord-Est con 2.844 euro. L’incremento del 2017 sul 2016 (+1,6%) rappresenta oltre il 40% dell’incremento registrato nel periodo 2013-2017 (+3,8%).
E’ cresciuta in misura superiore la spesa per prodotti alimentari e bevande analcoliche (+2%), ma l’incremento si è concentrato nelle Regioni del Centro (+4,9%) e del Nord-Est (+3,2%), mentre nelle altre è rimasto sotto +1%, con un minimo di +0,2% nelle le Isole. L’incremento del 2017 sul 2016 (+2%) rappresenta poco meno del 50% del complessivo registrato nel periodo 2013-2017 (+4,1%).
In realtà, tenendo conto della sia pur modesta inflazione del periodo, gli incrementi di spesa delle famiglie (totale e per prodotti alimentari) indicati in precedenza risultano sensibilmente ridimensionati nel 2013 e nel 2017. In particolare, la spesa alimentare media mensile depurata dell’inflazione segna, nel 2017 rispetto al 2016, una crescita di 4 euro rispetto ai 9 euro calcolati sui valori correnti. L’incidenza della spesa alimentare sulla spesa complessiva delle famiglie è indicatore dello stato generale di benessere economico della popolazione: meno si spende, in percentuale, per generi di prima necessità, come sono gli alimentari, più c’è margine per consumi voluttuari. Sotto questo profilo, negli ultimi cinque anni, non si sono registrate variazioni significative: la spesa alimentare, nel 2017 come nel 2013, incide per il 17,8%, un decimo di punto percentuale più che nel 2016 e 2015 (17,7%), e tre decimi più che nel 2014 (17,5%).
Aumentano prevalentemente gli acquisti di prodotti bio e a denominazione d’origine. Da questo punto di vista, si rileva che, nel periodo 2013-2017, sono cresciuti maggiormente gli acquisti di prodotti biologici e a denominazione d’origine, che costano più dei prodotti “comuni” e che, tra l’altro, sono riconducibili in misura rilevante alla produzione agricola nazionale (l’Italia è uno dei maggiori produttori di “biologico” e di specialità certificate Dop e Igp dall’Ue). A tal proposito le stime Sinab evidenziano una crescita in valore corrente della spesa media delle famiglie per prodotti biologici (Grande Distribuzione Organizzata) nettamente superiore alla crescita della spesa alimentare complessiva: +15% nel 2017 sul 2016 (per la spesa alimentare complessiva è stato +2%), +85% nel 2017 sul 2013 (per la spesa alimentare complessiva è stato +4%). Differenza analoga, per quanto più contenuta e per stime (Ismea-Qualivita) di più breve periodo (2014-2016) limitate ai prodotti confezionati, si registra per quanto riguarda i prodotti Dop e Igp: la spesa media mensile delle famiglie per acquisto di questi prodotti è cresciuta, nel 2016 sul 2015, del 5% (spesa alimentare totale nello stesso periodo +1,6%) e fra il 2014 e il 2016 del 20% (spesa alimentare totale nello stesso periodo +2,7%). Sottraendo alla spesa alimentare complessiva la spesa per i prodotti alimentari biologici, Dop e Igp, compiuta dalle famiglie più benestanti. l’andamento della spesa alimentare presenta incrementi ulteriormente più contenuti rispetto alla spesa alimentare complessiva: nel 2016 sul 2015, il +1,6% della spesa alimentare complessiva si riduce a +1,2% della spesa di sussistenza; nel periodo 2014-2016, il +2,7% si riduce a +2%.
Decresce il rapporto fra spesa media e spesa mediana. La valutazione dei dati esposti evidenzia un quadro socioeconomico già ampiamente noto attraverso altri indicatori: i segni di un miglioramento medio della condizione economica delle famiglie ci sono, ma tale miglioramento è sostenuto prevalentemente dal crescere delle disparità sociali dove le più favorevoli condizioni economiche si concentrano soprattutto su una parte del tessuto sociale, mentre le condizioni economiche dell’altra parte segnano un peggioramento. Questo si conferma anche per la spesa totale mensile delle famiglie (i dati sulla spesa alimentare non sono disponibili) dove l’andamento della media e nettamente difforme dall’andamento della mediana, cioè della fascia di spesa più frequente: la media è in sensibile crescita (+1,6% del 2017 sul 2016, + 3,8% nel 2017 sul 2013), la mediana segna una crescita molto diversa: +0,6% nel 2017 sul 2016; e addirittura un decremento nel più lungo periodo (-0,7% nel 2017 sul 2013). Il rapporto fra mediana e media tende dunque, pressoché costantemente a diminuire: era circa dell’88% nel 2013; nel 2017 è stato dell’84%.
Cresce la povertà. Ciò, d’altra parte, è confermato dal costante aumento delle famiglie e delle persone in stato di povertà, sia relativa (spesa procapite uguale o inferiore alla media nazionale), sia assoluta (spesa inferiore alla minima necessaria per procurarsi i beni di prima necessità come stabiliti da apposito “paniere”). Le famiglie in condizione di povertà relativa, nel 2017 rispetto al 2016, sono cresciute del 16%, rappresentando circa l’80% della crescita del periodo 2013-2017 (+19,9%); è andata peggio per le famiglie in povertà assoluta che in un anno (2017 su 2016) hanno segnato una crescita (+9,8%) pari al 96% della crescita registrata fra il 2013 e il 2017 (10,2%).
Diminuisce la fiducia dei consumatori. In questo contesto, è quindi ulteriormente in evidenza che la maggiore spesa alimentare delle famiglie, nel 2017 sul 2016 (+2%), come del periodo 2013-2017 (+4%), è fenomeno trainato dal maggior benessere economico solo di alcune famiglie, e persone che ne fanno parte. Ma quante sono? Sono la maggioranza o una minoranza? I sondaggi mensili di Istat sulla fiducia dei consumatori danno, al riguardo, una risposta molto chiara: la percezione dei consumatori di una migliore condizione economica è cresciuta considerevolmente fra il 2013 e il 2015 (+54,5%) arrivando a coinvolgere (2015) il 39% degli intervistati. Nel 2016 e nel 2017 la percezione positiva è diminuita del 6,4% coinvolgendo meno di un terzo (30,5%) dei consumatori. Presumibilmente, il risultato di questi sondaggi si riflette sulla spesa alimentare delle famiglie, confermando che il suo recente incremento deve attribuirsi al miglioramento della condizione economica di una percentuale minoritaria (prossima appunto al 30%) di consumatori.
Vende di più solo la Grande Distribuzione. Per quanto riguarda i luoghi di acquisto, da parte delle famiglie, dei prodotti alimentari, si conferma una crescente preferenza per i supermercati (Gdo – Grande Distribuzione Organizzata) che penalizza, di conseguenza gli esercizi che vendono su piccole superfici. Fatto 100 l’indice del valore delle vendite del 2010, la Gdo segna, nel 2017 sul 2010, una ulteriore crescita raggiungendo +5,8%, mentre le piccole superfici scontano un -1,3%. Si consideri che, nello stesso periodo, gli acquisti di prodotti “non alimentari” segnano nella Gdo -2,6% e nelle piccole superfici -9,8%. Il fatto che la crescita del valore delle vendite di prodotti alimentari si sia concentrata sulla Gdo (+5,8% nel 2017 rispetto al 2010) lascia presumere, considerando la dominanza contrattuale di questo settore di commercializzazione, che i benefici per i produttori agricoli italiani, in termini di incremento del reddito, siano stati molto modesti. Tanto più tenendo conto del fatto che il grado di autoapprovigionamento alimentare del nostro Paese è ormai inferiore all’80% (78% nel 2015, dati Ismea) e che quindi, approssimativamente, una quota del 20% della spesa alimentare nazionale è rivolta a prodotti d’importazione.
Come variano i consumi alimentari. I rilevamenti condotti da Nielsen per conto di Ismea ulla spesa alimentare degli italiani, nel 2017 rispetto al 2016 (+3,2%), evidenziano, rispetto a quelli di Istat (+2%), andamenti migliori. Ma i dati non sono esattamente confrontabili perché Istat non rileva, fra i consumi alimentari, le bevande alcoliche (calcolate insieme ai tabacchi). Sono invece complessivamente maggiori, rispetto a quelli di Ismea, gli incrementi della spesa alimentare rilevati da Istat nel periodo 2015-2017. Scostamenti significativi si evidenziano per alcune categorie di prodotti, in quanto confrontabili, in particolare per quanto riguarda gli ortaggi, le bevande analcoliche, le carni e i salumi. C’è comunque concordanza nel registrare una riduzione della spesa per carni e salumi; sensibili incrementi di spesa per prodotti ittici, frutta, bevande analcoliche, ortaggi e derivati dei cereali. Secondo Ismea-Nielsen (Istat, come detto, non rileva separatamente questi consumi), la spesa per vini e spumanti, fra il 2015 e il 2016, ha registrato una flessione dello 0,5% per poi crescere del 3,3% nel 2017 sul 2016.
Fonte: Centro Studi e ricerche Confagricoltura
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L’Italia si conferma, anche a fine 2017, il Paese dell’UE che ha ottenuto il maggior numero di riconoscimenti Dop (Denominazione origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta) nel settore “food” (293, esclusi vini e altre bevande alcoliche), precedendo la Francia (245) e la Spagna (190).
Il 2017 è stato un anno difficile per l’agricoltura italiana. Nei primi nove mesi dell’anno il settore primario aveva già accumulato un calo del 3,4% del valore aggiunto in termini reali rispetto allo scorso anno; il resto dell’economia, invece, ha proseguito la tendenza di crescita registrando sinora un aumento del PIL di un punto e mezzo percentuale. Secondo le stime del Centro Studi Confagricoltura, se queste variazioni saranno confermate su base annua, il valore aggiunto del settore agricolo tornerà al di sotto di quello registrato nel 2012.
Per una nazione come l’Italia, la cui reputazione turistica ed enogastronomica è fra la più rilevanti al Mondo, la ricaduta del turismo internazionale in termini di consumo di prodotti “Made in Italy” dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare, è particolarmente significativa. A questo proposito, il Centro Studi Confagricoltura ha valutato quanto il turismo internazionale contribuisca all’incremento dei consumi alimentari e del reddito delle imprese agricole e delle industrie agroalimentari italiane. Ecco di seguito l’analisi.