Un articolo apparso sul quotidiano francese Le Monde delinea una situazione mondiale in cui le terre arabili nei Paesi in via di sviluppo stanno per essere prese da multinazionali o da Paesi industrializzati, a detrimento delle popolazioni locali. Dal 2006, quasi 20 milioni di ettari di terreni coltivabili (equivalenti ai terreni arabili francesi) nel mondo sono state oggetto di negoziazioni, secondo Olivier de Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo.
Acquistare ettari di terreno è diventata una moda per gli investitori, come per esempio per il finanziere George Soros o per il fondo Altima, visto l’ aumento sostenuto dei prezzi delle materie prime o l’instabilità dei mercati. Allo stesso tempo è diventato un elemento strategico per i paesi interessati in modo da garantirsi la sicurezza alimentare. Secondo l’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la Fao, per il 2050 la produzione agricola dovrà aumentare del 70% per soddisfare la popolazione mondiale in crescita.
Rischio di comparsa di un nuovo colonialismo. “Abbiamo bisogno di investire in agricoltura, ma è necessario che ci sia un codice di condotta per le acquisizioni, in particolare nei paesi poveri che non hanno i mezzi politici ed economici per difendere i loro interessi”, ha dichiarato Jacques Diouf Il direttore generale della Fao, due anni dopo aver ricordato il rischio di comparsa di un “neo-colonialismo”. Investire in terreni agricoli non è una cosa né semplice nè trasparente. In Ucraina, gli investitori stranieri possono affittare ricchi terreni coltivati a cereali e non comprarli. In Africa, sullo stesso terreno si possono giustapporre titoli fondiari formali e diritti consuetudinari d’uso. Per evitare lo slittamento di questi investimenti, l’ONU, la Fao e alcuni governi stanno cercando di stabilire dei principi di gestione di questi investimenti per tutelare i piccoli produttori.
(Fonte Le Monde, traduzione Natalie Nicora)
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