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Premio ARGAV 2012 alla virologa Ilaria Capua, che ritrova nel riconoscimento le proprie radici familiari

Premio e Assemblea ARGAV dicembre 2012(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) “Lungi da voler prendere parte a polemiche contingenti, con questo premio vogliamo testimoniare il nostro impegno civile a favore dello sviluppo della ricerca. Il premio ARGAV ad Ilaria Capua è un piccolo gesto, fatto però con il cuore e con la testa, per quanti quotidianamente sono impegnati a studiare i molteplici aspetti della vita, contribuendo a migliorarla giorno dopo giorno. Vogliamo anche scusarci, come operatori di un’informazione che vorremmo più responsabile, per non riuscire a porre adeguata luce sul vostro lavoro. Se è vero che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, noi le vogliamo testimoniare l’impegno ad essere grancasse del silente lavoro suo e della sua equipe, augurandoci che Babbo Natale le porti le risorse necessarie a poterlo proseguire nella maniera necessaria nell’interesse della collettività. Grazie a Ilaria Capua, premio ARGAV 2012“.

Queste le parole con cui Fabrizio Stelluto, presidente ARGAV, ha accolto lo scorso 15 dicembre, nelle sale del Centro Congressi Hotel La Piroga di Selvazzano (PD), Ilaria Capua, una delle più note virologhe in Europa e responsabile del Dipartimento di Scienze biomediche comparate dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, per consegnarle il tradizionale riconoscimento che la nostra associazione  attribuisce a personalità che, con la loro attività, illustrino il territorio di Veneto e Trentino-Alto Adige.

Ilaria Capua Premio ARGAV 2012Agricoltura, una “passione” di famiglia. Nell’occasione, Ilaria Capua ha raccontato come il premio ARGAV la riconduca in qualche modo alle proprie radici, visto che il nonno materno, che operò negli anni ’50 del secolo scorso per le riforme agrarie in India e poi in Egitto, è una figura a lei molto cara ed in qualche modo “ispiratrice” del suo operare a beneficio del mondo e dei Paesi in via di sviluppo. Ricordiamo, infatti, che dopo gli studi a Roma e Perugia, Ilaria Capua ha lavorato in vari centri di ricerca internazionali. Nel 2000, quando era già all’IzsVe, ha sviluppato la prima strategia di vaccinazione contro l’influenza aviaria e in seguito ha messo i dati a disposizione della comunità scientifica in un database “open access”, suscitando ampio dibattito – e un inedito precedente di “modus operandi”, oggi sempre più seguito – nel mondo della ricerca. Di recente, si è cimentata anche nel ruolo di scrittrice dando alle stampe per Marsilio  “I virus non aspettano”, già in seconda ristampa. E a chi le chiede se si è mai sentita discriminata come donna nella sua professione, lei risponde serafica “Se è accaduto, è stato non come donna, ma come persona meritevole”, aggiungendo tanti ringraziamenti al marito scozzese perché “dietro a ogni grande donna c’è un grande uomo”.

“Non sarò mai una farfalla nel barattolo”! Inevitabile, poi, qualche domanda alla ricercatrice sulla questione del suo mancato trasferimento nella torre della ricerca pediatrica costruita a Padova dalla Fondazione Città della Speranza, questione divenuta oramai un caso nazionale, dopo l’appello lanciato a Giorgio Napolitano da politici, ricercatori e parti sociali affinchè la veterinaria che ha sequenziato il virus dell’aviaria non scappi all’estero. “Al momento non sono in grado di fare previsioni, è una situazione molto complessa che risale a due anni orsono – ha raccontato la virologa – e che implica, più che una questione di denaro, una scelta strategica. Ho fatto tutto il possibile per tenermi fuori dalla diatriba e posso dire che non ho la valigia in mano, anche se mi adeguerò alla situazione. La ricerca per sopravvivere deve essere competitiva a livello internazionale, e se questo non fosse più possibile, sarei costretta a lasciare, non potrei mai fare la farfalla nel barattolo”.

“Senza ricerca non si va lontano, è la molla per un futuro più dinamico per il Paese. In Italia – ha continuato Ilaria Capua – è molto facile parlar male del servizio pubblico ma in realtà ci sono centri d’eccellenza, come l’IzsVe, a cui sono molto riconoscente perché in tutti questi anni (saranno 15 a marzo 2013, ndr) mi ha permesso di far ricerche che in altre parti d’Italia non avrei potuto effettuare, ed io ho cercato di restituire al territorio ciò che mi è stato dato. In Italia non esiste, in generale, una selezione del merito e del talento, è un problema culturale, ma il sistema si scardina se ciascuno di noi ha un atteggiamento critico nei confronti delle consuetudini,  ed io lo faccio dando lavoro a dei bravissimi giovani ricercatori”.

L’opera. Si chiama “Stop” la scultura in lastra di ferro realizzata dall’artista padovano Mauro Marcato, che ha voluto rappresentare la Natura: “Che per la sua bellezza suscita sentimenti di ammirazione e stupore, ma che ogni tanto si rivolta, trasformandosi in una forza distruttrice. Le foglie agitate dal vento diventano fiamme e assumendo la forma di una mano danno lo stop allo scempio della cementificazione selvaggia che produce costruzioni orrende, inutili, invivibili ed inquietanti, atte a soddisfare meri interessi economici, sottraendo sempre più spazi vitali al verde e all’agricoltura”.