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Prodotti Dop e Igp, Italia sempre leader in Unione Europea per riconoscimenti, ma per i prodotti registrati dopo il 2010 benefici scarsi o irrilevanti dal riconoscimento d’origine

L’Italia si conferma, anche a fine 2017, il Paese dell’UE che ha ottenuto il maggior numero di riconoscimenti Dop (Denominazione origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta) nel settore “food” (293, esclusi vini e altre bevande alcoliche), precedendo la Francia (245) e la Spagna (190).

Questi tre Paesi rappresentano il 54% dei prodotti Dop e Igp registrati dall’Ue. Nel 2017, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento Dop o Igp per 4 nuovi prodotti, molti meno della media annuale del periodo 2010-2017 (circa 11 prodotti l’anno), meno di quelli riconosciuti alla Francia (8) e al Regno Unito (6). Il primato di riconoscimenti dell’Italia, rispetto ai Paesi UE concorrenti, è legato alla larga prevalenza delle certificazioni Dop (167 contro le 103 della Francia e le 102 della Spagna); la Francia ha invece ottenuto più riconoscimenti Igp (142 contro i nostri 126). A fine 2017, il Paese Extra Ue che ha registrato il maggior numero di prodotti Dop o Igp è la Cina (10), seguita a distanza dalla Thailandia (4).

I settori produttivi. Nel ricco e articolato panorama della nostra biodiversità agraria e tradizione alimentare, il settore per il quale il nostro Paese ha proposto e ottenuto il maggior numero di riconoscimenti Dop e Igp è quello dei prodotti delle coltivazioni orticole e cerealicole (111), seguito dai formaggi (52) e dagli oli extravergini di oliva (46). Ma il maggior numero di riconoscimenti Dop, quindi certamente legati alla produzione primaria nazionale e territoriale, si registra per i formaggi (50) e per gli oli extravergini d’oliva (42). Per i riconoscimenti Igp, prevalgono con largo margine ortofrutticoli e cereali (75) seguiti dai salumi (prodotti a base di carne 20). Le Regioni italiane nel cui territorio ricadono produzioni agricole e alimentari Dop e Igp sono quelle del Nord (167), seguite da quelle di Sud e Isole (115) e poi da quelle del Centro (91). Nelle Regioni di Sud e Isole, si registra la maggior quota percentuale di riconoscimenti Dop sul totale Dop e Igp (62%). Per quanto riguarda il valore della produzione, il primato va a formaggi e salumi, mentre per il valore dell’export dominano formaggi
e aceti balsamici.

Luci e ombre. Dall’analisi effettuata, i più recenti dati sui prodotti agricoli e alimentari italiani Dop e Igp confermano alcuni aspetti positivi e altri meno, circa gli effetti di queste certificazioni sullo sviluppo dell’agricoltura e dell’economia rurale italiana. Fra gli aspetti positivi, si rilevano gli incrementi di 76 unità (il più elevato del periodo fra i Paesi UE) dei prodotti riconosciuti fra il 2010 e il 2017; dell’11% (2010-2016) del valore alla produzione; dell’82% (2010-2016) del valore esportato. Tuttavia, si rilevano alcune criticità (2010-2016): il valore alla produzione segna +11% a fronte del +35% dei riconoscimenti; le quantità prodotte segnano +20% a fronte, come sopra, del +35% dei riconoscimenti; il valore alla produzione dei primi 10 principali prodotti, tutti riconosciuti prima del 2010, continua a rappresentare circa l’81% del totale di settore, nonostante i 72 nuovi riconoscimenti; i valori unitari alla produzione (€/kg) segnano una flessione del 7,6%; il valore dell’export dei primi 10 principali prodotti, tutti riconosciuti prima del 2010, continua a rappresentare circa il 91% del totale di settore, nonostante i 72 nuovi riconoscimenti. In particolare, nel 2016, il valore medio alla produzione di ciascuno dei 10 principali prodotti è di circa 539 milioni di euro (+8,8% sul 2010), mentre lo stesso valore per ciascuno degli altri prodotti è di 4,45 milioni di euro (-11,4% sul 2010); il valore medio dell’export di ciascuno dei 10 principali prodotti è di circa 308 milioni di euro (+81,6% sul 2010), mentre lo stesso valore per ciascuno degli altri prodotti è di 1,1 milioni di euro (+40% sul 2010). Ciò significa che, attualmente, la maggior parte dei prodotti Dop-Igp, e in particolare i 72 nuovi registrati fra il 2010 e il 2016, rappresentando valori economici molto limitati, sembrano trarre benefici scarsi o irrilevanti dal riconoscimento d’origine, e di conseguenza incerti sono i benefici per gli agricoltori che devono sostenere costi aggiuntivi per certificare la produzione.

Specialità “eccessivamente locali”. Questi risultati poco esaltanti sono generalmente da attribuire alla registrazione di specialità eccessivamente “locali”, supportate da pochi produttori soprattutto medio-piccoli, con produzione limitata di basso valore complessivo, che non consentono di realizzare le necessarie economie di scala per la gestione, il controllo e la promozione della denominazione. Altri motivi di insuccesso si ritengono dovuti a: creazione troppo verticistica della denominazione protetta, senza il preliminare attento coinvolgimento dei produttori seguito dalla relativa assistenza tecnica; carenze organizzative dell’organismo di tutela della denominazione; insufficiente supporto di coordinamento, assistenza, promozione del settore da parte di istituzioni di livello superiore (Regioni, Stato). Tolto ciò, è un dato di fatto che l’agricoltura italiana, almeno a breve termine, oltre fondare la propria crescita su significativi incrementi di produzione e produttività può e deve puntare anche ad incrementare la remunerazione dei prodotti di pregio e orientare maggiormente la produzione verso tali prodotti. Le certificazioni Dop e Igp, sostenute dal notevole patrimonio di biodiversità agraria e di tradizioni alimentari di cui disponiamo, possono dare un contributo importante in questo senso purché istituite secondo oggettive considerazioni storico-tradizionali, ma anche, e soprattutto, secondo razionali progetti di riconversione produttiva e di marketing (nazionale e, ancor più, internazionale), anche collegati alla promozione del turismo gastronomico. L’attuazione di tali progetti dovrà essere sostenuta da specifiche professionalità e da una puntuale assistenza ai produttori agricoli. A questo link il rapporto completo del centro studi.

Fonte: elaborazione Centro Studi Confagricoltura