Il poeta Andrea Zanzotto chiamava i topinambur “figliolini del sole”. Ne amava la spontaneità, la bellezza, il fiore che dipinge di oro giallo i giorni autunnali. E però, bisogna distinguere i topinambur spontanei, una pianta considerata infestante, da quelli coltivati, che non si fanno ammirare per i fiori, che sembrano non avere, ma per le radici tuberose, che fanno molto bene e sono riscoperte dalla cucina, dopo che erano state quasi dimenticate, soppiantate dalla patata.
Sono ortaggi attualissimi al mangiare del nostro tempo, attento a diete e a calorie. Sono adatti e funzionali per chi vuole restare in forma e combattere il sovrappeso, o per chi ha problemi di digestione, di diabete, di glicemia, di gotta e di colesterolo. La raccolta è appena cominciata. Le radici bitorzolute, che si distinguono per la buccia gialla e la polpa bianca, si presentano ricche, sane e compatte. Un po’ magre, rispetto allo standard ottimale a causa della siccità, ma questo non ne ha toccato la qualità e i valori nutritivi. Dove si è potuto irrigare, si è salvata la produzione, come nella azienda “La Perla” di Arcade, in provincia di Treviso, che è leader nella coltivazione di topinambur. Esporta le radici preziose in Austria, Germania, Svizzera, Francia. “La raccolta è appena cominciata, rileva Franco Zanette, titolare dell’azienda “La Perla” associata ad OPO Veneto, e tutto fa pensare a una produzione stabile e conforme alle attese. Noi abbiamo tamponato i danni della siccità dando acqua: è costato molto, ma il raccolto adesso c’è”.
La quotazione è sostanzialmente stabile, con tendenza in prospettiva a una possibile lievitazione, stando alle stime di OPO Veneto, l’organizzazione di produttori che ne tratta una notevole quantità, piazzandola sia sul mercato interno che estero. Si è adesso attorno ai due euro al chilo alla produzione. I topinambur si avvicinano per sapore al carciofo, tanto che in Inghilterra li chiamano Jerusalem artichoke, carciofi di Gerusalemme. Ma Jerusalem non c’entra niente con la città santa di Israele, ma sarebbe la storpiatura di girasole, parola con la quale i coloni italiani in America chiamavano i topinambur, conosciuti anche con altri nomi volgari: pera di terra, patata del Canadà, girasole tuberoso, tartufo di canna, tartufolo, fior di sole, ciapinambù, topinabò, picciriddi. La pianta è originaria del Canada o comunque delle pianure americane. Prende il nome da una tribù di “nativi” cannibali del Brasile (tupinambàs), chiamati dai francesi topinambaux, nome con il quale, pur con tante variazioni, è generalmente conosciuta la pianta. Il nome scientifico è Helianthus tuberosus, fiore del sole (dal greco helios, sole, e anthos, fiore).
(Fonte: http://www.ortoveneto.it)
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