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Aflatossine, un problema a cuore, nella diversità, alle organizzazioni agricole venete

aflatossine-pigozzoAncora in primo piano sul nostro sito il problema del mais contaminato dalle aflatossine che ha colpito il Veneto la scorsa estate, affrontato dalle organizzazioni agricole venete in modo deciso seppur diverso, come vedrete dai comunicati che pubblichiamo di seguito. Iniziamo con la posizione di Confagricoltura, CIA, Confcooperative Fedagri, AMI, AIRES e COMPAG.

Platea2Al convegno tenutosi a Rovigo sabato 2 marzo scorso sul problema del mais contaminato dalle aflatossine c’erano i produttori in un numero imponente, oltre settecento; c’erano le loro rappresentanze, quelle che da subito si sono fatte carico del problema e hanno promosso l’evento, cioè Confagricoltura, CIA, Confcooperative Fedagri, A.M.I. (Associazione Italiana Maiscoltori); c’era l’AIRES (Associazione Italiana Raccoglitori e Stoccatori) e COMPAG (Federazione Commercianti Prodotti per l’Agricoltura), anch’esse fra gli organizzatori della giornata; c’era il mondo accademico, presente di persona con l’Università di Padova e, attraverso un’apprezzata relazione, con quella di Torino. E tutti erano decisi a pretendere risposte chiare su di una vera e propria calamità, che, in conseguenza del lungo periodo di siccità e delle elevate temperature della scorsa estate, sta minacciando i raccolti e quindi i redditi dei maiscoltori.

Cosa fare del mais contaminato? E’ immaginabile che il prodotto che supera il limite massimo di tossicità possa essere interamente convogliato nelle centrali produttrici di biogas o destinato ad alimentare le centrali termiche o termoelettriche? Perché non si prende in considerazione, su basi solidamente scientifiche, la possibilità che il limite massimo di aflatossine nel mais possa essere innalzato almeno per il prodotto destinato all’alimentazione dei bovini da carne? Che orientamenti si possono dare agli agricoltori per la prossima annata agraria? Queste le domande che sono echeggiate anche nell’intervento del presidente di Confagricoltura Veneto, Giangiacomo Bonaldi, durante la tavola rotonda che ha chiuso i lavori.  Bonaldi ha ricordato come i maiscoltori attendano da tempo delle risposte chiare che le istituzioni non hanno ancora fornito, a livello nazionale in primo luogo, ma anche a quello regionale, ove la consapevolezza della gravità del problema non sembra essere quella dovuta. Eppure, ha ricordato il presidente di Confagricoltura Veneto, il mais non conforme per la presenza di micotossine risulta almeno un quarto del raccolto 2012. Eppure si tratta di una produzione fondamentale per l’economia agroalimentare veneta, considerato l’indotto che sviluppa a monte e soprattutto a valle, ove una zootecnia di alto livello imprenditoriale è strettamente legata al mais per l’alimentazione del bestiame. C’è solo da augurarsi, ha concluso Giangiacomo Bonaldi, che la migliore agricoltura veneta, presente in questa occasione a Rovigo, riesca ora a far sentire la propria voce alle istituzioni affinché intervengano presto e bene.

Ed ecco la posizione di Coldiretti Veneto.

aflatossine 2Da emergenza, a possibile routine. Biogas e bioplastiche col mais contaminato, trattamenti con ammoniaca e ozono per abbattere la tossicità, semine precoci e irrigazione a goccia, piani assicurativi, rispetto delle linee guida ministeriali in tutte le fasi della lavorazione, dal campo alla commercializzazione: è così che le aflatossine del mais “da emergenza devono (e possono) diventare una routine”, come ha annunciato il presidente di Coldiretti Veneto Giorgio Piazza. Senza polemiche, pericoli e danni per nessuno: né per la salute del consumatore, né per il reddito dei produttori o degli essiccatori. Una sorta di lotta integrata di strumenti per difendere la filiera del mais veneto, da cui dipende la sopravvivenza delle filiere della carne rossa e bianca e del latte. In un’assemblea partecipata da 350 soci e dirigenti, lo scorso 4 marzo al Censer di Rovigo, la Coldiretti polesana ha analizzato la questione delle aflatossine sul mais 2012 in tutti i suoi aspetti, tecnici, scientifici, economici, commerciali. Anzitutto si è sgombrato il campo dal bluff delle variazioni della soglia legale di tossicità: “Nell’Unione europea si segue il principio di precauzione a guardia della sicurezza alimentare del consumatore (noi tutti compresi), con limiti rigorosi posti dall’Efsa (ente per la sicurezza alimentare) e dalla Commissione Ue. – ha spiegato Rolando Manfredini dell’Area sicurezza alimentare della Confederazione – Un sistema di minima tolleranza sul presupposto che non è possibile stabilire con sicurezza un consumo di aflatossine privo di rischi; negli Usa si segue il principio della massima tolleranza possibile e non si applica la regola della precauzione. Quindi sono sistemi non paragonabili”. E’ chiaro che se una sostanza è riconosciuta pericolosa per la salute non sarà l’innalzamento della soglia di presenza a farla sparire dal mais, come sostengono altre organizzazioni agricole.

Il mais non conforme ai limiti normativi è comunque una materia utilizzabile per il no-food: infatti può andare ad alimentare i biodigestori (impianti per la produzione di energia da biogas), dove la presenza di tossine è del tutto ininfluente e, pertanto, il prodotto deve essere acquistato a prezzo di mercato. Già in marzo, secondo il presidente del Cai, Pierluigi Guarise, il mais può uscire dai magazzini per questa destinazione. Al tavolo verde regionale si stanno poi, mettendo a punto degli accordi in tal senso. In quest’opera saranno avvantaggiati gli essiccatori che hanno differenziato il prodotto: “In Regione Veneto si sono date apposite linee guida già nel 2005 – ha ricordato il presidente di Coldiretti Rovigo, Mauro Giuriolo – ma tanti centri di raccolta non si sono adeguati e per questo è scoppiata l’emergenza”. Fra gli stoccatori virtuosi, oltre ad alcune coop polesane, si è distinto il Consorzio agrario del Nord est che col direttore Paolo Martin, ha portato la sua esperienza: “Ci siamo posti subito alcuni problemi. – ha dichiarato Martin – Preservare il reddito di tutti gli agricoltori, premiare quelli con un prodotto migliore. Per questo, anche se con metodo empirico, abbiamo verificato tutto il mais alla lampada per un primo orientamento, facendo una prima distinzione di prodotto; quindi abbiamo analizzato 10 mila campioni. Con questo metodo posso dire, nella nostra area, abbiamo raccolto un milione e 400 mila quintali di mais, di cui 310 mila in Polesine; di questo ne è stato acquistato circa il 75 per cento e quello non ancora liquidato lo sarà presto”.

Sul fronte scientifico, Igino Andrighetto, direttore dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie, ha spiegato gli ottimi risultati ottenuti dalla sua équipe di lavoro sul trattamento del mais contaminato, all’interno dei magazzini della cooperativa Agribagnolo di Lonigo (Vi), in collaborazione con l’Università di Padova ed il patrocinio della Regione Veneto. “Iniettando ammoniaca e ozono sul mais fatto passare per delle coclee – ha spiegato il professore – abbiamo ottenuto l’abbattimento delle aflatossine. La tossina si rompe e perde la tossicità. Siamo riusciti a portare entro i limiti di legge anche mais con 60-100 ppb di contaminazione”. Buon risutalto della tecnica, che unito alla buona separazione al centro di stoccaggio e alle corrette pratiche agronomiche può risolvere il problema. Dato che le aflatossine si sviluppano con alte temperature e siccità; e posto che i cambiamenti climatici in atto sono destinati a far ripresentare con maggior frequenza le condizioni atmosferiche favorevoli per aflatossine, la prevenzione in campo con buone pratiche agronomiche diventa un inevitabile tassello di questo piano di difesa integrato. Pierluigi Guarise, presidente di Consorzi agrari d’Italia, ha parlato dell’importanza di scegliere per le prossime semine le varietà di mais più adatte per una semina precoce ed una precoce fioritura. “L’obiettivo è – ha detto – anticipare la fioritura al 15 giugno, quando vi è il 17 per cento di energia solare radiante in più e la pianta si può irrobustire. Evitare gli stress da carenza idrica, il che significa irrigare, ma nel giusto modo, con impianti a goccia e non con aspersione e scorrimento, in quanto non devo avvicinarmi al punto di appassimento, ma mantenere una costante umidità. La raccolta va effettuata con umidità non inferiori al 20 per cento, poiché la secchezza produce fratture nella granella e possibilità di contaminazione”.

Copertura assicurativa. Quando tutto è corretto, serve comunque una copertura assicurativa ed il Consorzio di difesa di Rovigo ha modificato il piano assicurativo nazionale per arrivare a proporre polizze contro le aflatossine.  Ma serve ancora qualcosa. “Una corretta gestione commerciale – ha spiegato Guarise – Oggi, alle condizioni di mercato attuali, siamo in grado di stipulare contratti per la consegna di mais ad un prezzo minimo garantito, che copre le spese, con la possibilità di partecipare all’eventuale aumento dei prezzi al momento della vendita”. Hanno fatto seguito gli interventi del mondo cooperativistico polesano, quindi la chiusura del presidente regionale di Coldiretti, Giorgio Piazza che ha ricordato: “Ci siamo battuti anche per avere un aiuto straordinario ed il Mipaaf ci ha stanziato 12,4 milioni di euro solo per il Veneto per le aflatossine come fenomeno collegato allo stato di eccezionale calamità atmosferica. Ora sorveglieremo che questi soldi vadano agli agricoltori e non all’adeguamento di alcuni centri di raccolta, magari di quelli che non hanno mai investito coi loro profitti e si sono messi su un piano di attesa”. “Dobbiamo fare tesoro di questa esperienza del 2012 – ha concluso Piazza – e rispondere in termini di sistema: approcciare la questione con tutte le conoscenze tecnico- scientifiche, con la giusta divulgazione, l’uso di strumenti di gestione dei rischi, i mezzi finanziari e fare in modo che non spariscano i 300 mila ettari di capacità di coltivazione a mais del Veneto, perché sarebbe un grave problema per l’agricoltura”.

(Fonte: Confagricoltura Veneto/CIA/Confcooperative Fedagri/AMI/AIRES/COMPAG e Coldiretti Veneto)

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