
parte del direttivo ARGAV con Emanuela Perin e Andrea Danzo (presidente e consigliere ProValdagno) davanti al forno contrada Danzo
(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) Sabato 23 novembre scorso il direttivo ARGAV si è riunito a Valdagno (VI) nelle sale della Provaldagno (VI), accolto con calore dalla presidente dell’associazione, Emanuela Perin, che i soci ARGAV avevano già incontrato in occasione di un viaggio studio svoltosi nella città vicentina lo scorso ottobre.
Una calda accoglienza, nonostante Giove pluvio. Il tempo inclemente non ha impedito alla presidente Perin di far conoscere Valdagno ai membri del Direttivo che non avevano avuto occasione di vederla nella precedente visita. Incastonata fra le Piccole Dolomiti, a 250 metri d’altezza, la città conta 27 mila abitanti e si sviluppa nella parte mediana della vallata dell’Agno, grosso torrente che prima di immettersi nel fiume Brenta cambia nome ben sette volte. Le colline circostanti sono caratterizzate dalla presenza delle contrade (se ne contano oltre 200), agglomerati abitativi rurali, spesso riferibili alla tradizione dei Cimbri, coloni bavaresi scesi nel XII sec. nelle alti valli dell’Agno e del Chiampo per dissodare e disboscare le terre. Oggi gli abitati sono per la maggior parte residenze estive dei valdagnesi. Ad illustrarci la storia delle contrade, era presente Andrea Danzo, consigliere di Provaldagno. Danzo ci ha spiegato che ogni contrada presenta alcuni elementi caratterizzanti la vita comunitaria e solidale del borgo, fra cui il fienile, la corte, il capitello votivo, il forno e la fontana con l’albio, utile quest’ultimo all’approvvigionamento dell’acqua da bere e per cucinare.
I due volti di Valdagno. Scesi dalle colline, e rifocillati da una sosta all’Osteria “Le Bele”, locale storico in località Maso (tel. 0445-970270) abbiamo proseguito il tour conoscitivo in compagnia di Vittorio Visonà, già presidente della Pro Loco e profondo conoscitore della storia e delle tradizioni del luogo, che ci ha fatto scoprire i due volti di Valdagno, quello storico, sviluppatosi dal Medioevo in poi e il volto industriale sviluppato nel Novecento per volontà dell’imprenditore laniero Gaetano Marzotto (1894-1972). Il complesso urbanistico novecentesco, propaggine dell’industria tessile dei Marzotto (oggi ancora presente ma fortemente ridimensionata), progettato dall’architetto Francesco Bonfanti e denominato dapprima “Città dell’Armonia“, poi, negli anni ’60, “Città Sociale“, ha avuto fin dalla nascita un forte valore storico-culturale, caratteristica che conserva ancor oggi, con la maggior parte degli edifici (a parte il Teatro, il più grande del Veneto, chiuso da tempo) ancora vissuti nella destinazione primaria.
Obiettivo di Marzotto, dare ai dipendenti un ambiente ideale in cui vivere. Questo speciale “quartiere”, progettato fra gli anni ’30/50 del secolo scorso, sorge al di là della sponda sinistra dell’Agno. La città dell’Armonia aveva (ed in alcuni casi ha ancora) scuole – dall’asilo nido alle elementari, alla scuola d’avviamento professionale per il tessile al liceo – assistenza sanitaria (ospedale e vari studi medici nonché casa di riposo), attività ludico-sportive (teatro, auditorium musicale, piscina coperta, una delle prime esistenti in Italia ed oggi ancora attiva, centro di equitazione, oggi non più funzionante, palestra, oggi trasformata in Chiesa, campo sportivo), servizi residenziali (abitazioni per dipendenti) ed un centro commerciale a km zero ante-litteram, rifornito con i prodotti dell’azienda agricola La Favorita che sorgeva a pochi metri di distanza (oggi parco pubblico). La città industriale rimase “l’ambiente ideale in cui vivere” per i dipendenti fino al 19 aprile 1968, giorno in cui la famiglia Marzotto, a causa di agitazioni sindacali che culminarono in sommosse, decise di lasciare l’attività sociale per portare avanti unicamente l’attività imprenditoriale.
Piccoli-grandi tesori artistici. Dopo la “città sociale”, era d’obbligo una visita al centro storico di Valdagno ed in particolare al Duomo di San Clemente, dedicato al patrono cittadino ed edificato su progetto dell’architetto bassanese Giovanni Miazzi fra il 1748 e il 1778. Nella sacrestia della bella chiesa d’impianto neo-classico, è conservata un’ancòna lapidea policroma del 1445 dedicata alla Madonna, magnifico esempio di scultura tardo-gotica vicentina.
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