Ecco l’undicesimo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Luciano Morbiato s’intitola ”Il fosso, di chete assonanze“.
Nell’aprirsi della stagione, l’acqua dei fossi lambiva i gialli narcisi della riva e, più tardi, le bianche ninfee: scorreva facendo danzare le schiere compatte delle erbe come fossero le folte capigliature delle ninfe anguane, mentre neri girini dalla testa grossa uscivano dalla massa gelatinosa e giallastra delle uova e si disperdevano grazie alla coda sferzante, sicuri che presto si sarebbero trasformati in verdi e lucide rane pissote, pronte a cantare la loro gioia di esserci nelle tiepide sere a venire.
La gallinella d’acqua, a caccia di vermetti e alghe, si poteva seguire solo per il rosso accento posto sul capino, nero come tutta l’elegante montura, e appena sotto il pelo della corrente filava il grigio e tozzo pessegato dai temibili baffi.
Dimentico qualcuno? C’erano anche pingui pantegane pelose, sicuro, e qualche lenta tartaruga, ma non così lenta nell’acqua, e uccelli che pescavano e si allontanavano guizzando con la preda nel becco; al tramonto le rondini sfioravano in formazione e ad ali spiegate il pelo dell’acqua con lunghi trilli festosi, e altre creature scendevano la riva, si immergevano e risalivano…
Solo un manipolo di coraggiosi osava attraversare quei confini che contrassegnavano mondi diversi e favolosi più che semplici, piccole se non minuscole, proprietà contadine: cuccioli d’uomo in braghe corte e piè-descalsi, con le brose ai ginocchi e i paèri al naso, armati di bastoni scortecciati e appuntiti, e talvolta finemente intagliati, scorrevano quelle terre. Inventavano e pasticciavano storie, improvvisavano veloci scorribande ed epiche battaglie (tra i solchi memori di veri agguati e freschi di sangue partigiano), raccogliendo tra le siepi poche bacche colorate e amarognole o rare nocciòle ancora verdi, pronti ad appiattirsi sulla proda erbosa, se non a immergersi nella placida corrente, al primo allarme di proprietario in arrivo, armato della terribile e storica schioppa di famiglia. «Varda che te conosso – gridava il vecchio, rivolto a tutti e a nessuno degli intrusi, senza vederli –, ghe lo digo mi a to pare che sbregamandati ch’el ga tirà su».
Il cuore balzava in gola, mentre ogni membro del gruppo scompostamente tornava a casa, compiendo un lungo giro, per disperdere le tracce, attento a non far trapelare l’incontro ravvicinato con l’irascibile paròn e la conseguente fuga precipitosa. Ma il giorno dopo si pianificava un’altra incursione, e altri fossi, fossone, scorni venivano superati, attraversati, guadati: altre avventure si aggiungevano nel carniere dell’infanzia ancora libera, spensierata, seppure per poco.
Memorie disperse e sbiadite, legate a terreni infine violati e sconvolti dalle ruspe, riaffiorano, impalpabili e palpabili: sono passati definitivamente quei giorni e difficilmente sono condivisibili con chi non ne ha avuto esperienza, figli o nipoti.
Restano le parole e, finché non scompariranno, resteranno anche i fossi.
Perciò non è gratuito e inutile allineare e magari vestire le parole, come ho tentato brevemente di fare nelle righe qui sopra. Lo so che l’operazione-nostalgia è sempre in agguato e per questo ho esagerato e mitizzato, ricordando tempi in cui i fossi si attraversavano non solo per largo ma per lungo, come se ancora qualcuno disponesse degli “stivali delle sette leghe”.
In un territorio in cui il buon governo dell’acqua è stato fondamentale per molti secoli, restano beninteso ancora tracce materiali, anche se non nella periferia cittadina, di manufatti e di scavi, di tecnica e lavoro, dalla pala alla carriola; e restano le tracce toponomastiche, da Fossaragna a Cavino (Caìn) di Arsego, da Fossolovara a Campagnalupia (dove, non di lupi è memoria, ma di “alluvioni”, di brentane), e quelle micro, dalle Valli alle Vallette, dalle Fossone al Piagno.
E, finalmente, può bastare un detto a riassumere il nostro debito con l’acqua che scorreva nelle cunette, come un memento, perché “cavini fossi e cavedagne benedicono le campagne”.
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