(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Nel 2010 c’è stata la grande alluvione a Vicenza; e si è ripetuta anche in questi giorni di fine febbraio 2024. Secondo diversi residenti è stata una alluvione tanto quanto quella del 2010. Secondo il governatore Zaia i bacini di laminazione (in particolare quello di Caldogno, realizzato a seguito dell’alluvione del 2010), hanno salvato la città e sarà necessario realizzarne altri ancora. Bisognerebbe essere più precisi. Sicuramente i bacini di laminazione hanno reso meno disastrosa l’alluvione di questi giorni ma il consumo di suolo (impermeabilizzazione del territorio), è un altro punto cardine sul quale non ci si interroga ancora e non si vuole incidere in nessun modo.
Ogni metro quadrato di suolo impermeabilizzato e morto è un metro quadrato di suolo in meno per l’assorbimento di acqua piovana. Se pensiamo che una casetta monofamiliare può impermeabilizzare centinaia di metri quadrati di suolo, immaginiamo cosa possono fare grandi centri commerciali ed industriali. E Vicenza ha una storia importante. Nel 2004 l’Accademia Olimpica di Vicenza ha certificato, con dati scientifici inequivocabili, che l’urbanizzazione aveva superato di 10 volte le reali necessità della Provincia di Vicenza di avere edifici (di tutti i tipi). Nel 2017 la Confartigianato ha censito i capannoni abbandonati e solo per la provincia di Vicenza il numero era 2.170! Sono passati vent’anni e durante questo periodo l’impermeabilizzazione sistematica del territorio non si è mai fermata, anzi. L’indice demografico non è in attivo, anzi!
Dopo questa ennesima alluvione (anche se non totale), bisognerebbe essere onesti e dire che si è affrontato un problema complesso solo in modo monodisclipinare, cioé idraulico, senza considerare altri aspetti. Così, considerato solamente da un punto di vista idraulico, il Retrone (nella foto in alto) è stato rettificato negli anni ’60 e all’inizio del secolo in corso è stata confermata questa rettifica senza pensare di recuperare vecchi meandri del fiume che assolvevano lo scopo di rallentare e trattenere l’acqua anziché spedirla velocemente a valle come avviene ora (anche se è stato realizzato un piccolo bacino di laminazione a Creazzo).
Se vediamo il problema in modo multidisciplinare, come ci insegnano i manuali e le pubblicazioni di questi ultimi anni (ma ancora poco conosciuti o non resi operativi da tutti), bisogna dire che fermare il consumo di suolo è la priorità.
Poi lavorare con la Natura e non contro, sfruttando le innumerevoli potenzialità della vegetazione di infiltrare acqua piovana in profondità. Non avete mai visto quando piove cosa succede agli alberi? Diventano dei corsi d’acqua verticali; l’acqua scorre attraverso i rami, il tronco e l’acqua si infiltra nel terreno attraverso un apparato radicale che è sempre molto più esteso di quanto vediamo sopra la superficie del terreno. Sicuramente sarà necessario anche realizzare nuovi bacini di laminazione ma se pensiamo solo a questi crediamo davvero che una risposta semplice e monodisciplinare possa affrontare e risolvere un problema complesso?
Se è vero che alcune pavimentazioni delle aree urbanizzate sono state realizzate in materiali permeabili è anche vero che ciò non è sufficiente. Una giusta presenza di alberi che, attraverso apparati radicali estesi possono aiutare notevolmente all’efficacia di infiltrazione di acqua in profondità, sono indispensabili (anche per il miglioramento microclimatico, e soprattutto nei parcheggi che si vedono ancora realizzati senza alberi o con alberelli striminziti in spazi insufficienti per poter svilupparsi secondo le caratteristiche della specie).
Esperienze come il progetto Beware dell’alto vicentino non possono essere progetti sperimentali isolati e volontari ma diffusi e obbligatori per rendere il territorio urbanizzato una sorta di spugna con tanti interventi diffusi di infiltrazione d’acqua. La narrazione è complessa e articolata e così devono essere le risposte: multidisciplinari, articolate, non mono direzionali.
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