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Mamme No PFAS chiedono alla Regione Veneto di estendere lo studio epidemiologico (in ritardo di 10 anni) a tutta l’area rossa, insieme alla partecipazione della cittadinanza coinvolta

“La Giunta Regionale del Veneto ha di recente comunicato di aver deliberato l’avvio di un’indagine epidemiologica retrospettiva sulla popolazione residente nel territorio dell’ULSS 8 “Berica” esposta ai PFAS. È senza dubbio una buona notizia: si tratta infatti dell’accoglimento di una delle fondamentali richieste proposte con forza e insistenza dal gruppo Mamme NO PFAS, da diverse altre associazioni oltre che da molti cittadini, per conoscere il reale impatto sulla salute della popolazione residente nelle aree contaminate”, afferma il gruppo Mamma NO PFAS di Vicenza, Padova e Verona.

E continua: “Riteniamo però opportune alcune osservazioni in merito. Innanzitutto, questa iniziativa arriva con quasi 10 anni di ritardo: lo studio epidemiologico sulla popolazione esposta era infatti già stato deliberato dalla Regione Veneto nel lontano 2016, ma non era mai stato avviato nonostante le nostre pressanti richieste degli ultimi anni. Le ragioni del mancato svolgimento di quello studio non sono chiare malgrado fosse stato tutto predisposto per il suo avvio tempestivo, come testimoniato nel recente processo penale “Miteni” dall’alto dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità competente per questo studio. Se questa indagine fosse stata condotta nei tempi previsti, già da tempo avremmo conoscenze scientifiche importanti sugli effetti dell’esposizione a lungo termine di queste sostanze, con fondamentali ricadute anche sul piano della prevenzione. Siamo comunque lieti che, quantomeno sul finire della legislatura, la Giunta Regionale e l’assessore alla Sanità, siano riusciti a recuperare quelle risorse che, come riferito nella risposta ufficiale a una interrogazione consiliare, finora non erano state reperite per l’avvio di questa indagine epidemiologica (Interrogazione a risposta immediata n. 413 del 3 luglio 2023)”.

“In attesa di leggere la delibera regionale e la relativa documentazione tecnica, segnaliamo di seguito le due principali criticità che sembrano emergere dalle informazioni contenute nel comunicato stampa emesso dalla Regione Veneto, vale a dire l’ambito geografico limitato e il rischio di un’indagine sottodimensionata”.

“Per quanto riguarda l’ambito geografico delimitato, è stata esclusa gran parte dell’area contaminataLo studio epidemiologico sembra essere stato ristretto infatti alla sola ULSS 8 Berica (Vicenza), escludendo così ampie porzioni dell’Area Rossa di massima contaminazione che ricadono nelle province di Padova e Verona.Il danno non si ferma ai confini amministrativi. Come già dimostrato, la contaminazione si estende lungo le direttrici idriche e riguarda quantomeno il territorio di tutti i Comuni dell’Area Rossa delle tre Province venete Vicenza, Verona e Padova. Per quanto riguarda il rischio di un’indagine sottodimensionata, uno studio effettuato su tutta l’Area Rossa ha igià evidenziato un eccesso di quasi 4.000 morti tra il 1985 e il 2018, in particolare con correlazioni per alcuni tipi di cancro e malattie cardiovascolari. Segnaliamo quindi il rischio che un’indagine limitata possa fornire un quadro incompleto e non veritiero dell’impatto sulla salute di tutta la popolazione esposta”.

“Lo studio, poi, è a “porte chiuse”. Nel comunicato stampa non si menziona infatti il coinvolgimento delle associazioni, dei comitati e dei cittadini che da oltre un decennio si battono per la salute della propria comunità e che hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza, anche scientifica, del problema. Auspichiamo quindi che lo studio non sia gestito a “porte chiuse”: non solo è inopportuno, ma contravviene ai principi fondanti della Regione stessa, tra cui gli artt. 8 e 9 dello Statuto sulla partecipazione alle scelte amministrative e il diritto dei cittadini a essere informati sui rischi per la salute e sull’ambiente. C’è poi necessità di trasparenza.Un’iniziativa di tale importanza per la salute pubblica non può e non deve essere gestita a “porte chiuse”. La citizen science e il contributo delle associazioni sono essenziali per la credibilità stessa e la reale efficacia dello studio”.

“Inoltre, la Regione Veneto aveva già valutato la fattibilità di uno studio epidemiologico partecipato in merito alla contaminazione da PFAS (Delibera numero 1402 del 23 settembre 2020 del Servizio Sanitario Nazionale – Regione Veneto – Azienda Ulss numero 8 Berica, depositata nel processo penale “Miteni”)”.

“Detto ciò, il gruppo Mamme No PFAS chiede alla Regione Veneto l’estensione dello studio epidemiologico a tutti i comuni dell’Area Rossa e zone limitrofe contaminate, nonché la massima trasparenza sulle metodologie utilizzate. L’istituzione di un organismo di coordinamento dello studio epidemiologico che preveda un monitoraggio indipendente con la partecipazione attiva dei cittadini e delle associazioni coinvolte, come anche indicato nella recente sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’uomo. Chiediamo infine di poter incontrare i rappresentanti della Regione Veneto per poter discuterne di persona: non possiamo permettere che, dopo tanti anni di attesa, uno studio fondamentale per la salute dei nostri figli e della nostra terra rischi di nascere viziato da limiti geografici e da mancanza di coinvolgimento dei cittadini interessati”.

Mamme No Pfas Vicenza, Padova e Verona

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