
da sx, Stefano Marangon, Igino Andrighetto, Giorgio Cester, Roberto Angeletti
(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) Antefatto. Nella seconda metà dell’estate 2012, in Veneto si sono riscontrate due situazioni che hanno comportato un forte coinvolgimento dei servizi veterinari regionali e territoriali delle Usl: valori anomali di aflatossine (microtossine tossiche di origine naturale ) nel mais in raccolta, che hanno messo in crisi la produzione di granoturco già fortemente provata dalla siccità e la presenza di virus di influenza aviaria in alcuni allevamenti avicoli.
Obiettivo ARGAV: avere “un’informazione informata”. Per fare dunque il punto sulla situazione di aflatossine e influenza aviaria, ARGAV, su iniziativa del presidente Fabrizio Stelluto, ha organizzato in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie e l’Ordine dei Giornalisti del Veneto un incontro di approfondimento professionale che si è svolto ieri, giovedì 25 ottobre, nella sede dell’ISVe a Legnaro (PD). All’incontro, erano presenti in veste di relatori Giorgio Cester, dirigente responsabile dell’Unità di Progetto Veterinaria della Regione Veneto, Igino Andrighetto, direttore generale dell’IZSVe, Roberto Angeletti, direttore della Struttura complessa Chimica dell’ISVe e Stefano Marangon, direttore Sanitario dell’ISVe.
Aflatossine mais, le cause. Ebbene, ciò che è emerso chiaramente dalle dichiarazioni degli esperti – Dr. Cester, prof. Andrighetto e Dr. Angeletti – è che il problema della contaminazione profonda di aflatossine nel mais in valori molto elevati esiste ed è presente a macchia di leopardo non solo in Veneto, che con 250 mila ettari di superficie dedicata, rappresenta nel contesto nazionale la regione con la maggiore superficie destinata alla coltura, ma anche in Lombardia orientale, parte del Friuli-Venezia Giulia e gran parte dell’Emilia Romagna. La causa dell’aumento anomalo del fungo è riconducibile a fattori ambientali, tipici della pianura Padana ed in parte già riscontrati nella calda estate del 2003, altro anno che segnò un rialzo anomalo dei valori di aflatossine: prolungata siccità, che quest’anno è arrivata a superare anche le 90 giornate consecutive, temperature ed umidità elevate.
I consumatori possono star tranquilli. Poiché il mais è l’alimento principale per gli allevamenti, il rischio maggiore per noi tutti sarebbe rappresentato dal consumo di latte, prolungato per più giorni, con un livello di contaminazione di aflatossina M1, derivato dalla B1 presente nell’alimentazione della vacca da latte, con un valore superiore ai 50 ppt (parti per trilione o nanogrammi per kilo). Dico sarebbe perchè questo pericolo è stato scongiurato dalla regione Veneto che ha approntato da agosto ad oggi un piano integrato di controlli intensificando la verifica e le analisi del servizi veterinari delle Asl ed eliminando le eventuali partite di latte contaminate.
Allarme più economico che salutare. Se la tutela del consumatore è salva, rimane aperta la questione relativa all’utilizzo della granella di mais, che deve rispettare limiti di legge prestabiliti e fissati in comunità europea a 20 ppb (parti per bilione o microgrammo per kilo), attualmente giacente presso gli essiccatoi in fase di lavorazione e decontaminazione, al fine di poter essere immessa in commercio per le ditte mangimistiche oltre che per un uso diretto dell’allevatore. La situazione sta mettendo in grande difficoltà il comparto della zootecnia veneta, a rischio di approvvigionamento di mais per l’alimentazione del bestiame, anche a causa del calo di produzione globale dovuto alla siccità e al conseguente aumento del prezzo. La questione è all’ordine del giorno del Ministero della Salute, che sta valutando i possibili rimedi, tra cui l’utilizzo dell’ammoniaca per la detossificazione della granella, metodo ammesso dalla comunità europea ma finora mai utilizzato in Italia. Certo è che in futuro, per far sì che le aflatossine del mais non diventino un problema, bisognerà lavorare sempre più sulla selezione di varietà più adatta e sulla buona prassi delle tecniche colturali e di conservazione.
Dalle tossine al virus: l’influenza aviaria. “Dal 1997 al 2005 l’Italia è stata interessata da diverse epidemie di influenza aviaria sia ad alta che a bassa patogencità, con il coinvolgimento di milioni di volatili”, ha spiegato il dr. Marangon. “Ad essere colpite, soprattutto Veneto e Lombardia, aree in cui è concentrato il 65% per cento ca del patrimonio avicolo nazionale, con conseguenti notevoli danni economici. Dopo anni di “silenzio sierologico”, nei campionamenti eseguiti dalla regione per il monitoraggio di influenze aviarie nelle aziende avicole, sono stati riscontrati a fine agosto 2012 alcuni casi di positività per virus di influenza aviaria a bassa patogenicità in provincia di Treviso e Verona. Oltre ai casi veneti, la presenza di virus influenzale a bassa patogenicità è stata rilevata anche in alcuni allevamenti industriali di tacchini della provincia di Brescia. Sono quindi scattate una serie di misure, sia da parte del Ministero della Salute che da parte regionale, volte alla salvaguardia del patrimonio avicolo. Tra queste, anche l’abbattimento dei capi risultati positivi al virus, con conseguenti rilevanti danni per l’economia del comparto. Allo stato attuale, non sono stati segnalati altri casi di positività.
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