“Le quotazioni del riso sono cresciute nell’ultimo semestre, veniamo però da una campagna sfavorevole. Insomma il settore è ancora in cerca di stabilità e certezze e non dobbiamo abbassare la guardia”. Lo ha detto il presidente nazionale di Confagricoltura Mario Guidi intervenendo all’Assemblea della Confagricoltura di Novara e Verbano-Cusio-Ossola.
Export fermo, da qui il calo del prezzo medio di mercato. Guidi ha ricordato come, in risposta alle sollecitazioni dell’industria risiera per una maggiore disponibilità di riso da esportare, i produttori, per tre anni consecutivi, abbiano incrementato le superfici coltivate (con un aumento del 10% nel triennio 2006-2009) e le rese unitarie, raggiungendo una produzione di risone di oltre 1,6 milioni di tonnellate (+ 17%). Cosa sia avvenuto il presidente di Confagricoltura lo ha spiegato così: “Alla maggiore disponibilità di prodotto non ha fatto seguito un pari aumento delle esportazioni e, pertanto, il prezzo medio di mercato dei risoni, tra il 2009 ed il 2010, è diminuito di oltre il 40%, tornando sui livelli di 5 anni prima. Ora le cose stanno andando meglio ma non ci sono certezze cosa che non fa bene ai produttori, che devono programmare gli investimenti nel lungo periodo”.
Da calibrare il peso contrattuale con le grandi aziende dell’industria alimentare. Mario Guidi, a Novara, ha quindi sottolineato il ruolo importante dell’ Ente Risi per il rilancio della ricerca diretta ad ottenere varietà più performanti, sia in termini di qualità, che di caratteristiche richieste dal mercato. “Per rilanciare la risicoltura nazionale – ha concluso Mario Guidi – servono rapporti chiari e costruttivi con l’industria alimentare, programmazione e certezze dei redditi per le imprese agricole. Serve anche aggregazione del prodotto, perché a interlocutori industriali forti deve rispondere un’agricoltura associata e organizzata, che abbia peso contrattuale”.
(fonte Asterisco Informazioni)
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Consumi alimentari “fermi”, italiani costretti a cambiare carrello della spesa
Nel complesso del 2010 le vendite di beni alimentari – spiega la Cia – hanno subito una flessione dello 0,3 per cento, più accentuata per le imprese operanti su piccole superfici (meno 0,4 per cento) mentre resiste la Grande distribuzione organizzata (più 0,7 per cento), seppure con grosse differenze. Nell’ambito della Gdo, infatti, gli italiani si dirigono sempre di più verso gli hard-discount (che crescono dell’1,3 per cento) e poco negli ipermercati e nei supermercati (rispettivamente meno 0,3 per cento e più 0,4 per cento). Un trend che si spiega con il bisogno di risparmiare, tanto che nell’ultimo anno il 30 per cento degli italiani si è rivolto quasi esclusivamente alle “promozioni” commerciali.
Ma la crisi costringe pure una famiglia su tre a modificare il menù quotidiano, tagliando sui generi alimentari per niente superflui: nel 2010 – osserva la Cia analizzando i dati Ismea -, le stime parlano di una contrazione tendenziale della domanda di pane (meno 2,6 per cento) e di pasta (meno 1,7 per cento), di carni bovine (meno 4,4 per cento) e di prodotti ittici (meno 3,1 per cento), di vini e spumanti (meno 2,9 per cento), di frutta e agrumi (meno 1,8 per cento) e, in misura minore, di ortaggi e patate (meno 0,3 per cento).
Una domanda più vivace, invece, resta per il latte fresco (più 2,1 per cento) e per l’olio d’oliva (più 3,2 per cento). In crescita anche i consumi di uova (più 1,1 per cento), pollo (più 2,5 per cento), sostituti del pane come grissini e cracker (più 4,6 per cento), latte e derivati (più 0,3 per cento). Un vero e proprio exploit viene registrato dagli ortaggi di IV gamma (i freschi confezionati), che sono aumentati ben del 7,9 per cento. E le previsioni per il 2011 – conclude la Cia – non sono buone. Quest’anno la situazione dovrebbe mantenersi “stazionaria”, con gli acquisti domestici alimentari ancora in lieve riduzione, tra il meno 0,2 e il meno 0,3 per cento.
(fonte Cia – Confederazione Italiana Agricoltori)
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