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Campagna del pomodoro da industria, nel 2020 più luci che ombre

raccolta pomodoro da industria

La campagna 2020 del pomodoro da industria è appena terminata ed è tempo di bilanci per l’andamento registrato dai produttori di Verde Intesa, organizzazione dei produttori di Goito (MN) con oltre 60 aziende associate, 1600 ettari coltivati e 62.000 tonnellate di prodotti commercializzati.

L’andamento della produzione. “Dopo gli iniziali problemi dovuti al parziale ingolfamento degli impianti di lavorazione per la maturazione simultanea delle bacche – ha dichiarato Giuseppe Alferano, presidente di Verde Intesa – col trascorrere dei giorni l’aspetto logistico si è normalizzato e il pomodoro ha evidenziato buone caratteristiche organolettiche. Abbiamo registrato una buona resa e una qualità soddisfacente per gli associati di Verde Intesa:più grado Brixe meno scarto di pomodoro,anche se le eccessive temperature di fine luglio e le conseguenti piogge dei primi di agosto hanno penalizzato la maturazione e costretto gli operatori agricoli ad anticipare la raccolta e a chiudere la stagione con una ventina di giorni di anticipo rispetto al normale andamento”.

Giuseppe Alferano, presidente di Verde Intesa

Anche in Veneto le aziende produttrici. “Nonostante queste avversità – prosegue il presidente di Verde Intesa –possiamo ritenere la Campagna del pomodoro 2020 tutto sommato positiva per le nostre 30 aziende produttrici, dislocate  nelle regioni del nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna), con 500 ettari coltivati e una produzione media di 700-800 q/ha(40.000 tonnellate totali). “Per evitare agli agricoltori colpiti da ripetute anomalie climatiche il rischio di una grave perdita di reddito – sottolinea Alferano –abbiamo chiesto e ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole l‘attivazione della misura ‘mancata raccolta’ del pomodoro coltivato in pieno campo, destinato alla trasformazione industriale”.

Allargando l’analisi, Giuseppe Alferano ha sottolineato come altre parti d’Italia abbiano “sofferto” maggiormente il clima tropicale e le difficoltà logistiche legate al Covid per mancanza di autotrasportatori provenienti dai Paesi dell’Est, bloccati nei propri paesi dalle limitazioni degli spostamenti per il rischio contagio. Per Verde Intesa, invece, le consegne sono state in linea con le medie delle precedenti annate 2018 e 2019, grazie a una attenta rimodulazione dei programmi di conferimento alle aziende di trasformazione.

Fonte: Servizio stampa Verde Intesa

Nel Decreto Legge di agosto, bonus per ristoranti che servono “Made in Italy”

Lo scorso 7 agosto il Governo ha approvato il Dl in cui figura la misura destinata alla ristorazione italiana denominata “Bonus Filiera per la ristorazione” dal valore di 600 milioni.

Il bonus è rivolto agli esercizi di ristorazione che abbiano subito una perdita di fatturato da marzo a giugno 2020 di almeno il 25% rispetto allo stesso periodo del 2019. Questi locali potranno ottenere un contributo a fondo perduto per l’acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana. Il sostegno minimo è di 2.500 euro secondo il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi. “Le risorse a fondo perduto garantiscono la possibilità immediata per i ristoratori di acquistare prodotti dalle aziende agricole, agroalimentari, della pesca e dell’acquacoltura soprattutto nei segmenti di eccellenza più colpiti dalla crisi. Diamo così ossigeno al mercato interno e contrastiamo lo spreco alimentare. Con un meccanismo semplicissimo: congruo anticipo al momento della domanda con presentazione dei documenti che attestano gli acquisti effettuati, e ancora non pagati dai ristoratori, saldo alla presentazione di quanto necessario a certificare l’acquisto attraverso modalità di pagamento tracciabili”, ha spiegato la Ministra all’Agricoltura Teresa Bellanova.

Combattere la concorrenza sleale. Il crack del settore – ricorda Coldiretti – è di 34 miliardi a causa della crisi economica, del crollo del turismo e del drastico ridimensionamento dei consumi fuori casa provocato dall’emergenza sanitaria. L’impatto drammatico interessa anche il Veneto – spiega Coldiretti – dove l’agroalimentare regionale vale 5,7 miliardi ed è fatto di tipicità e denominazioni 14 Docg, 28 Doc, 10 Igt, 14 Dop e 15 Igp e tante altre specialità frutto del lavoro di 60mila aziende agricole che portano la regione ai vertici nazionali per qualità e distintività. In un momento difficile per l’economia ora serve portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza estendendo anche ai ristoranti l’obbligo di indicare nei menù l’origine di tutti gli alimenti serviti a tavola, dal pesce alla carne, per combattere la concorrenza sleale, rileva Coldiretti.

Fonte: Servizio stampa Mipaaf/Coldiretti Veneto

I cuochi contadini di Terranostra festeggiano i 200 anni di nascita di Pellegrino Artusi

Marco Vuerich, La Farveghera

“L’esaltazione del cibo, la valorizzazione delle ricette regionali e dei piatti della tradizione rurale sono il tributo che i contadini ai fornelli di Campagna Amica dedicano al padre della cucina italiana, Pellegrino Artusi (1820-1911), in occasione del bicentenario della nascita”. E’ quanto dichiara Diego Scaramuzza, presidente nazionale degli agriturismi di Terranostra, che aggiunge:” “Non manca nella biblioteca degli operatori agrituristici e neppure tra le lezioni previste dai corsi di formazione che ogni anno sono promossi sul territorio, il riferimento alla scuola del maestro che ha saputo amalgamare non solo gli ingredienti tipici locali ma anche la cultura del mangiare sano secondo i principi base della dieta mediterranea”.

Indagine. E mentre in questi giorni i giovani talenti d’Italia si misurano con prove d’ingresso per accedere alla scuola dei cuochi agricoltori di Coldiretti è spontaneo legare questa ricorrenza al rilancio nel mondo della vera ristorazione 100% Made in Italy che rischia un crack da 34 miliardi nel 2020 a livello nazionale a causa della crisi economica, del crollo del turismo e del drastico ridimensionamento dei consumi fuori casa provocati dall’emergenza coronavirus. E’ anche grazie al prezioso lavoro di Artusi – sottolinea Coldiretti – se l’agroalimentare italiano in pochi anni da una economia di sussistenza ha saputo conquistare primati mondiali e diventare simbolo e traino del Made in Italy. Non a caso il cibo rappresenta per quasi il 18% degli italiani la principale motivazione di scelta del luogo di villeggiatura, mentre per un altro 50% costituisce uno dei criteri su cui basare la propria preferenza e solo un 7% dichiara di non prenderlo per niente in esame, secondo un’indagine Coldiretti-Ixe’.

Molti dei piatti, descritti per la prima volta dall’Artusi sono frutto di un mix delle diverse esperienze regionali che sono diventati oggi il simbolo del nostro Paese: dal “sugo di carne” della domenica italiana alla balsamella, dai maccheroni alla napoletana al risotto alla milanese, dalla fiorentina ai saltimbocca alla romana fino al minestrone che sotto un unico nome lungo tutto lo stivale incorpora però ingredienti diversi. Il minestrone venne scoperto dall’autore a Livorno ma col passar del tempo è diventato famoso in tutta Italia, anche se con caratteristiche diverse in base ai prodotti locali e alle tradizioni come lui stesso dice “padronissimi di modificarlo a vostro modo a seconda del gusto d’ogni paese e degli ortaggi che vi si trovano…lesso, fagioli, cavolo verzotto, spinaci, poca bietola, prosciutto grasso, una piccola cipolla, zucchino, poco sugo di pomodoro…”.

“La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Lo stesso ragu’ di carne che oggi viene considerato il primo attore della domenica in famiglia è stato codificato dal profeta della cucina italiana “prendete un pezzo di carne nel lucertolo e steccatelo con fettine di prosciutto grasso e magro … battutino di lardone, aglio, prezzemolo, sale e pepe. Accomodata la carne… e legata collo spago per tenerla più unita, ponetela al fuoco con un battuto di lardone e cipolla finemente tritata… rosolata che sia la carne e consumato il battuto, aggiungetevi tre o quattro pezzi di pomodoro sbucciati e quando questi siano distrutti, unitevi, a poco per volta, del sugo di pomodoro passato. In mancanza di pomodori freschi servitevi di conserva. E la balsamella divenuta col passar del tempo besciamella, ancora oggi accompagna ogni piatto di festa e gli ingredienti, sono da sempre gli stessi: farina, burro, latte. La “Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”  è stato pubblicato per la prima volta nel 1891, oltre ad essere un delizioso ricettario, rappresenta il vero punto fermo della tradizione culinaria italiana attraverso lo studio delle varie cucine regionali per rivisitarle dando loro una sorta di base comune, di minimo comun denominatore, capace di creare una nuova tradizione.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Veneto

 

Piccole e micro imprese agricole, contributi fino al 50% per l’acquisto di nuovi trattori

trattori all’olio di colza

Il 6 luglio è stato pubblicato un bando per il miglioramento della sicurezza delle imprese agricole che prevede contributi a fondo perduto fino al 50% della spesa per i giovani agricoltori, 40% per gli altri,  e con un tetto massimo di 60.000 euro per acquisto e il rinnovo di attrezzature con caratteristiche di tutela della sicurezza della persona e riduzione dell’inquinamento e del rumore.

Destinatari sono le piccole imprese e le microimprese agricole. L’Inail mette a disposizione 65 milioni di euro a fondo perduto – 20 dei quali finanziati dal ministero del Lavoro. Oltre all’acquisto è finanziabile anche il noleggio con patto di acquisto. Lo stanziamento è suddiviso in budget regionali e ripartito in due assi di finanziamento. Il primo, pari a 53 milioni di euro, è destinato alle micro e piccole imprese agricole. Il secondo assegna 12 milioni ai giovani agricoltori, anche associati. Il contributo è cumulabile con i benefici concessi per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica da Covid-19. A questo link il bando.

Fonte: Millevigne

Etichetta: al via origine obbligatoria per carni suine trasformate

Via libera al decreto che rende obbligatoria l’indicazione dell’origine delle carni suine nei prodotti trasformati come prosciutti e salumi. Il provvedimento già alla firma dei ministri Bellanova (Agricoltura), Patuanelli (Sviluppo Economico) e Speranza (Salute), dopo che è trascorso il periodo di 3 mesi per l’autorizzazione da parte della Commissione europea.

Il testo prevede che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette le seguenti informazioni: “Paese di nascita: (nome del paese di nascita degli animali); “Paese di allevamento: (nome del paese di allevamento degli animali); “Paese di macellazione: (nome del paese in cui sono stati macellati gli animali). Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati nello stesso paese, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: (nome del paese)”. La dicitura “100% italiano” è utilizzabile solo quando ricorrano le condizioni del presente comma e la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia. Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea o extra europea, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: UE”, “Origine: extra UE”, “Origine: Ue e extra UE”. La sperimentazione sarà in vigore fino al 31 dicembre 2021.

Un aiuto alla filiera suinicola. “L’Italia si conferma avanguardia in Europa e ci batteremo a Bruxelles perché si estenda l’obbligo a tutti gli alimenti. La strategia Farm to Fork va attuata anche per l’etichettatura obbligatoria a livello Ue. Firmiamo un decreto importante che sono convinta possa aiutare tutta la filiera suinicola a valorizzare le produzioni 100% italiane. Siamo al lavoro per garantire anche aiuti a un settore che ha fortemente risentito della crisi causata dalla pandemia e dalla chiusura dell’Horeca”, ha affermato la Ministra delle politiche agricole alimentari e forestali Teresa Bellanova.

Fonte: Mipaaf

Onofrio Rota di FAI-Cisl: “Prodotti agricoli di qualità e più “giusti” per “far bella l’Italia”

da sx Fabrizio Stelluto, presidente Argav e Onofrio Rota, segretario nazionale FAI-Cisl

“L’agroalimentare  ha avuto un ruolo centrale durante l’emergenza sanitaria, lavorando senza sosta e garantendo il cibo sulle tavole degli italiani, ora per ripartire dobbiamo saper cambiare modello di sviluppo, legando la crescita alla dignità dei lavoratori, alla sostenibilità e alla valorizzazione delle filiere Made in Italy”, ha affermato Onofrio Rota, segretario nazionale FAI-Cisl, ospite lo scorso 26 giugno alla serata Argav organizzata al circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (PD).

Rota ha ricordato che i lavoratori nel settore agricolo in Italia sono 1 milione, di cui 350.000 di provenienza extracomunitaria, spesso vittime del capolarato. I prodotti agricoli italiani contribuiscono a “far bella l’Italia” nel mondo, ma questa bellezza deve essere anche giusta dal punta di vista etico, ha ricordato Rota, che ha aggiunto: “Giudichiamo positivamente la decisione del Consiglio dei Ministri di prorogare fino al 15 agosto prossimo la scadenza per presentare le richieste di regolarizzazione ed emersione dei rapporti di lavoro. Crediamo sia un processo virtuoso che però necessita di tempi adeguati e di opportuni miglioramenti perché si possa ottenere un più ampio risultato. Da quando è stata aperta la procedura le domande pervenute sono circa 32mila, di cui 23.950 già perfezionate e 7.762 in corso di lavorazione. L’incidenza del lavoro agricolo e dei settori affini rappresenta poco meno del 10%, con 2.255 pratiche tra quelle già evase. Relatori e parlamentari sono ora chiamati a valutare e recepire alcuni emendamenti migliorativi e semplificativi all’articolo 103, per snellire la burocrazia e rendere le procedure di emersione più efficaci possibile. In particolare, rimangono esclusi dal comma 2 tutti quei lavoratori irregolari del settore agricolo entrati in Italia senza alcun permesso di soggiorno o che non lo hanno mai avuto, e per ovviare a questo problema si possono ricomprendere tra i destinatari anche i lavoratori che sporgono o hanno sporto denuncia di lavoro pregresso. E dato il periodo di crisi economica, il permesso di soggiorno per ricerca lavoro dovrebbe essere portato a un anno“.

La piaga del lavoro sommerso. “Inoltre – ha continuato Rota – come abbiamo più volte segnalato, è una discriminante eccessiva la scadenza del permesso di soggiorno risalente al 31 ottobre. Infine, a quei lavoratori che dopo la presentazione dell’istanza, così come prevista dal comma 2, sono riusciti a ottenere il permesso di lavoro temporaneo e, allo scadere dei 6 mesi non sono ancora riusciti a trovare lavoro, andrebbero dati ulteriori 6 mesi di tempo. Il lavoro sommerso – ha concluso Rota – è una piaga che stiamo combattendo da tempo, e ora abbiamo un’opportunità in più, bisogna che tutti si impegnino per non sprecarla, a cominciare dalle imprese, che possono dare prova di una vera responsabilità sociale, e implementando la sinergia tra strutture sindacali e apparati pubblici. Evitiamo che sia sempre l’aspetto repressivo a dover intervenire contro il lavoro nero e lo sfruttamento”.

 

Allarme agricoltura, Italia troppo dipendente da mais e soia esteri

È decisamente un passo avanti la firma dell’accordo quadro per il mais da granella di filiera italiana certificata avvenuta nei giorni scorsi, fortemente voluto da Compag, la Federazione Nazionale delle Rivendite Agrarie, e altre nove organizzazioni rappresentanti l’industria mangimistica italiana (Assalzoo), i produttori agricoli (Ami, Cia, Confagricoltura e Copagri), il mondo cooperativo (Aci), i settori di stoccaggio ed essiccazione (Aires), le ditte sementiere (Assosementi) e i Consorzi di Indicazioni Geografiche (Origin Italia) allo scopo di promuovere la coltivazione di mais in Italia favorendo i contratti di filiera per il mais destinato all’alimentazione animale.

L’Accordo quadro per il mais (valido per le politiche agricole 2020-22) rappresenta un primo passo verso la ripresa produttiva di questo prezioso cereale in Italia, ma è fondamentale che la filiera non venga lasciata sola in un momento così difficile. Se i Paesi a cui l’Italia è solita rivolgersi per il proprio approvvigionamento di mais destinato all’agricoltura e alla zootecnia dovessero decidere di sospendere tali forniture allo scopo di garantirsi un maggiore periodo di autonomia per sopravvivere all’isolamento imposto dall’attuale emergenza coronavirus, il nostro Paese si troverebbe ad affrontare una situazione senza precedenti, privo delle riserve di magazzino che gli consentirebbero di sostenere il settore zootecnico e, di conseguenza, l’approvvigionamento di prodotti animali sulle tavole degli Italiani. La zootecnia italiana è eccessivamente dipendente dall’importazione di mais e soia: se tale scenario si verificasse davvero – e si tratta di uno scenario assolutamente possibile – non saremmo in grado di sostenere il settore e le conseguenze sarebbero catastrofiche.

Importate il 50 per cento delle granaglie. Nella drammatica situazione contingente, però, non può bastare. “In un Paese che importa il 50% delle granaglie destinate all’alimentazione del bestiame –  afferma il presidente di Compag Fabio Manara – è fondamentale che il Governo comprenda quanto l’intero settore zootecnico sia a rischio, ora che le importazioni dall’estero sono rallentate dalle misure adottate dai vari Paesi per contenere il coronavirus (riduzione del personale viaggiante, quarantena per il personale che rientra da altri paesi, lungaggini alle frontiere ecc.), e che intervenga di conseguenza, offrendo tempestivamente degli incentivi agli agricoltori in modo che questi riprendano a coltivare i numerosi terreni abbandonati (perché non sufficientemente redditizi) riducendo così il gap delle importazioni almeno dal 50% al 30%. Se, con i dovuti incentivi da parte del Governo, gli agricoltori procederanno immediatamente alla semina, essi saranno già in grado di raccogliere a settembre. Non è troppo tardi, ma se ci lasceremo sfuggire quest’occasione non saremo in grado di avere approvvigionamenti fino al prossimo anno, decisamente troppo tardi”.

Fonte: Servizio stampa Compag

Fieragricola 2020, in Africa il 24 per cento della superficie agricola mondiale, difficoltà e potenziale sullo stesso piano

L’Africa è un Continente in ritardo strutturale anche in campo agricolo, con problemi organizzativi e tecnologici. Ne deriva una crisi di sistema della filiera che si evidenzia nella produzione di un’economia che, sebbene rappresenti il 24% della superficie agricola utilizzabile (Sau) mondiale, in termini di valore si ferma al 6%. È il combinato disposto di un’area gigantesca dalle forti contraddizioni, in cui le grandi potenzialità, frutto anche di una notevole ricchezza naturale, e le sconfinate aree rurali fanno a pugni con l’emergenza denutrizione e con un’agricoltura di pura sussistenza, mentre vola il deficit commerciale dell’agroalimentare e, paradossalmente, aumentano gli sprechi alimentari (al 15%) a causa di perdite lungo la filiera produttiva e distributiva.
Un Continente, infine, che rappresenta comunque il futuro in termini demografici (con oltre 1/4 della popolazione mondiale entro trent’anni), ambientali e commerciali. È il quadro di sintesi offerto dal report dell’Osservatorio Fieragricola – Nomisma “Agribusiness in Africa e le relazioni commerciali con Ue e Italia”, presentato a Veronafiere in apertura della 114ª edizione della manifestazione agricola scaligera. Al convegno, moderato dal direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, hanno partecipato la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, la ministra dell’Agricoltura della Croazia Marija Vučković, che presiede il Consiglio dei ministri agricoli dell’Ue nel primo semestre 2020, il professor Giulio Tremonti, giurista, già ministro dell’Economia e delle Finanze; padre Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi, Denis Pantini, responsabile Area Agricoltura e Industria alimentare di Nomisma e, in collegamento da Bruxelles, l’europarlamentare Paolo De Castro, primo vicepresidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale e  relatore per il Parlamento europeo della proposta di riforma della Pac post 2020.
Lo stato attuale. Pur con un quadro economico-demografico ancora in via di sviluppo, nonostante i trend positivi della ricchezza prodotta in particolare in alcune aree del Nord e del Sud, l’Africa è in assoluto l’area a maggior potenziale tasso di sviluppo agricolo. Basti pensare che i 232 miliardi di dollari di valore della produzione discendono in gran parte da colture a seminativo (epicentro mondiale di coltivazioni di mais e sorgo), mentre le colture a maggior valore aggiunto (frutta e ortaggi) rappresentano ancora solo il 3% della superficie coltivata (1,1 miliardi di ettari la Sau complessiva). Anche l’allevamento, pur rappresentando il 20% della produzione mondiale di carne ovina e bufalina, non riuscirà a tenere il passo del fortissimo incremento demografico, facendo sempre più del Continente africano un importatore netto di alimenti di origine animale. Infine, anche sul piano dei macchinari – evidenzia il report – i margini sono enormi. A oggi infatti il rapporto tra macchine agricole e trattrici per ettaro coltivato è infinitesimale: un macchinario ogni 31 in Europa e addirittura uno ogni 50 in Italia.
Veronafiere in prima fila per non perdere opportunità. Per il presidente di Veronafiere, Maurizio Danese: «Nel 2000 “The Economist ” definì l’Africa il continente senza futuro. Non è così. Oggi l’Africa è considerata ricca di speranze e di risorse ed è al centro di un rinnovato dialogo con l’Unione europea attraverso la Task Force for Rural Africa, che ha creato una partnership operativa tra Ue e Unione africana.Ed è importante oggi poter fornire indicazioni utili ainquadrare il sistema agricolo italiano nel contesto europeo e le  relative opportunità di interscambio commerciale». «L’Europa – il commento del direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani – sta capendo l’importanza di lavorare su un rapporto complementare con l’Africa. Una partnership di prospettiva in termini commerciali e sociali che nel lungo periodo si rivelerà fondamentale e che non ci possiamo permettere di perdere, come sta accadendo, in favore di un nuovo  baricentro spostato a Est. Come Fieragricola, anche assieme a Ice e FederUnacoma, abbiamo avviato articolati percorsi di internazionalizzazione basati su attività promozionali e incoming – delle 30 delegazioni commerciali, invitate, 17 sono di stati africani –, mentre da tempo coltiviamo relazioni con importanti Paesi, dal Marocco al Sudafrica, dove siamo già presenti con nostre manifestazioni legate all’agricoltura».
Mercato. Negli ultimi dieci anni lo scenario delle importazioni agricole verso l’Africa ha infatti subito modifiche sostanziali, con la Russia che è diventata il principale fornitore di derrate agricole forte di una quota di mercato che dal 5% del 2008 è passataal 12%, grazie all’export cerealicolo. Per contro, perdono quote sia i Paesi europei che gli Usa a fronte di un nuovo player, l’India, che si sta prepotentemente facendo largo. I principali prodotti importati riguardano cereali (64% del totale), pesci e crostacei (13%), semi e frutti oleosi (8%). E se sulle derrate l’Italia gioca un ruolo marginale e in calo (l’1% del totale), nei macchinari vanta una storica posizione di leadership sempre più minata anche qui da fornitori orientali: l’India (al 23%), che precede il Belpaese (15%) nell’export di trattrici; la Cina, che domina (27%) sempre  sull’Italia (9%) nelle macchine agricole. Ed è proprio quest’ultima la voce più promettente nel breve periodo, con una crescita complessiva della domanda del 65% in 10 anni, da 1,4 a 2,3 miliardi di dollari. Anche l’Africa non è esente da una tendenza che si sta affermando su scala globale, che vede economie emergenti rafforzare le relazioni bilaterali tra di loro. Per il responsabile di Nomisma Agroalimentare, Denis Pantini: «In considerazione del progressivo aumento demografico e della relativa domanda alimentare, si comprende come la necessità per il Continente africano di un maggior sviluppo del proprio settore primario diventi fondamentale. Uno sviluppo che non può non passare da un contestuale incremento tecnologico e di dotazione di macchine in grado di aumentare la produttività in ottica sostenibile. Scendendo nel dettaglio del commercio di prodotti agricoli ed alimentari, si evince come la nostra bilancia commerciale presenti un saldo negativo di quasi 650 milioni di euro, determinato soprattutto dagli acquisti di derrate agricole africane riguardanti principalmente pesci (59%dell’import agricolo a valore), frutta e verdura (27%), per oltre un terzo rappresentati da agrumi, in gran parte provenienti dal Sud Africa». A questo link la sintesi per la stampa.
Fonte: Servizio stampa Veronafiere

Dazi sul vino made in Italy, speranza nella diplomazia Ue da parte degli organizzatori di Anteprima Amarone 2016 (1-2 febbraio 2020) e Vinitaly 2020

“Un fattore tanto esogeno quanto ingiusto rischia di colpire uno dei capisaldi dell’export veronese: il vino. Negli 5 ultimi anni i rossi veneti – dove la Valpolicella incide per il 70% del valore – sono cresciuti del 46% sul mercato americano, un dato che va ben oltre l’incremento export di vino made in Italy nello stesso periodo”. Lo ha detto il direttore del Consorzio tutela vini Valpolicella, Olga Bussinello, in merito al paventato allargamento a vino, olio e pasta italiani della lista dei prodotti europei a potenziale dazio aggiuntivo, all’esame del dipartimento del Commercio statunitense.

Vini a fascia media i più a rischio. “C’è molta preoccupazione – ha aggiunto – ma al tempo stesso la consapevolezza che attraverso un salto di qualità della diplomazia Ue si possa ancora evitare ciò che a tutti gli effetti suonerebbe come una beffa commerciale dopo tanti anni di investimenti in promozione e crescita dei nostri brand verso un top buyer sempre più strategico. Siamo preoccupati soprattutto per i vini a fascia media, quindi per il Valpolicella – che negli Usa esporta il 17% dell’intero export – e il Ripasso. Sull’Amarone vogliamo sperare di poter contare sulla sua forte identità e sul fatto che sia un vino meno sostituibile di altri. Ma la leva del prezzo mette ovviamente a rischio anche il nostro grande rosso, che negli Usa raccoglie a valore il 15% delle vendite complessive realizzate all’estero. Anche di questo – ha concluso Bussinello – si parlerà ad Anteprima Amarone, in programma al Palazzo della Gran Guardia a Verona dall’1 al 2 febbraio 2020, con un focus dedicato a 2 mercati tanto importanti quanto difficili a causa di congiunture geopolitiche che nulla dovrebbero avere a che fare con il libero mercato”.

Diplomazia scongiuri agguato commerciale. «Ci auguriamo che la missione del Commissario al Commercio, Phil Hogan in programma negli Stati Uniti, possa scongiurare ciò che riteniamo essere un vero e proprio agguato commerciale ai danni dell’agroalimentare italiano ed europeo. L’eventuale lista allargata espressa dal dipartimento del Commercio americano (Ustr) non sarà infatti esecutiva prima di metà di febbraio: per questo è necessario che l’Unione europea dia riscontro alle istanze contenute nella lettera della ministra alle Politiche agricole alimentari e forestali, Teresa Bellanova, recapitata nei giorni scorsi al Commissario Hogan». Lo ha detto il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani, a commento della procedura di consultazione dell’Ustr, che minaccia di allargare la lista dei prodotti a potenziale dazio aggiuntivo includendo tra gli altri anche vino, olio e pasta italiani. «Inutile dire – ha aggiunto Mantovani – come per il comparto vino la preoccupazione sia enorme: basti pensare che, complici anche le scorte accumulate nei mesi precedenti, i vini fermi francesi sottoposti all’extra-dazio del 25% hanno registrato un calo di vendite negli Usa del 36% a valore nel solo mese di novembre rispetto alla stessa mensilità sul pari periodo 2018. Contestualmente, secondo il nostro Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor, l’Italia ha chiuso il mese con una crescita di quasi il 10%. Ora, con la calamità delle possibili imposte aggiuntive la produzione interna non sarà in grado di soddisfare la domanda e l’Europa rischia così di perdere quote di mercato difficilmente recuperabili in futuro, a tutto vantaggio del Nuovo Mondo produttivo. Da parte nostra – ha concluso Mantovani – proseguiamo nella nostra attività di supporto del settore nel principale mercato mondiale, anche con una task force operativa in grado di ampliare del 20% la presenza di operatori statunitensi ospiti già a partire dal prossimo Vinitaly , in programma a Verona dal 19 al 22 aprile 2020, e al tempo stesso di accelerare sulle nuove frontiere commerciali di un comparto ancora troppo legato agli sbocchi tradizionali».

Secondo l’Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor (fonte: stime su dati doganali), l’Italia nel 2019 chiuderà le vendite verso gli Usa in crescita di circa il 5%, per un corrispettivo record che sfiorerà 1,8 miliardi di euro. Si tratta di un’incidenza di quasi il 28% sull’export globale di vini made in Italy, molto più del suo competitor francese – che pur è il principale fornitore a valore -, la cui quota non arriva al 20% per effetto di una più ampia e organica scacchiera dei mercati di riferimento. Gli Stati Uniti hanno infine registrato nell’ultimo quinquennio il maggior incremento tra i 5 top mercati mondiali per il vino italiano, con un +38,6% a valore.

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela vini Valpolicella/Veronafiere

 

Maiali, la peste suina in Cina fa crescere le quotazioni della carne nazionale, passate da 1,13 a 1,80 al chilo, buone prospettive per l’export. Ma c’è timore del contagio in Italia attraverso i cinghiali.

Volano i prezzi dei maiali in conseguenza della peste suina che da un anno sta falcidiando gli allevamenti della Cina, obbligandola a sopprimere circa 200 milioni di maiali, pari al 40 per cento dei capi del Paese. Per il Veneto, dove il valore della produzione del comparto nel 2018 è stato stimato dall’Istat in 202 milioni di euro, è un trend che fa tirare un sospiro di sollievo agli allevatori, dopo un decennio durissimo per il settore.

Buone nuove per l’export. “Da giugno 2019 è iniziata un’inversione di tendenza, che sta proseguendo anche in questo inizio 2020 – spiega Rudy Milani, presidente degli allevatori suini di Confagricoltura Veneto -. Le quotazioni sono passate da 1,13 euro al chilo agli attuali 1,80 euro al chilo. All’Italia, che non è autosufficiente, è mancata infatti la quota dei Paesi europei che in parte la rifornivano e che ora esportano in Cina e perciò il prezzo dei maiali da macello nazionali è schizzato in alto. L’industria della trasformazione per anni aveva acquistato materia prima all’estero, ma ora deve rifornirsi sul mercato interno. Ci auguriamo che, grazie a questa situazione, si cominci finalmente a ragionare in termini di filiera nazionale tracciata, con un vero made in Italy che parta dalla carne utilizzata. Avremmo anche ottime possibilità con l’export in Cina, dove l’ammanco di carne di maiale si sta facendo sentire. Peccato che il governo abbia posto molti paletti sanitari, che ad oggi ci consentono solo di esportare frattaglie. Il nostro vantaggio sarebbe invece quello di spedire in Oriente anche tagli nobili, in modo da aprire un canale di cui il nostro mercato si potrebbe avvantaggiare nei tempi futuri”.

Il numero di allevamenti veneti al 31 dicembre 2018 (dati Veneto Agricoltura) si aggira intorno alle 9.800 unità, di cui la stragrande maggioranza a conduzione familiare (circa 7.700 unità) con in carico poco meno di 3.000 capi. Gli allevamenti con finalità da reddito sono 1.885, con 633.000 capi censiti nell’ultimo controllo. Le province dove si concentra la produzione sono Verona, che detiene circa un terzo del totale, seguita da Treviso (20%) e Padova (17%). Quindi Rovigo, Vicenza, Venezia e infine, con una piccola quota, Belluno.

Accanto alle note positive c’è però il timore che la peste suina arrivi anche nel nostro Paese, dato che è già giunta in Europa e attualmente i contagi hanno colpito allevamenti in Polonia e in Paesi dell’Est europeo, a poche decine di chilometri dai confini tedeschi. “La peste suina non contagia l’uomo, ma si propaga velocemente anche tramite gli animali selvatici come i cinghiali – rimarca Milani -. Bisogna rafforzare i controlli per la biosicurezza, applicando le linee guida della Commissione europea, e soprattutto gestire le enormi popolazioni di cinghiali che sono portatori sani della peste suina. In Veneto abbiamo una popolazione di cinghiali fuori controllo, perché non ci sono antagonisti naturali che la contengano. Nella nostra regione la popolazione dei cinghiali continua ad aumentare a dismisura, arrivando a contare migliaia di esemplari che stanno creando danni notevoli all’ambiente e alle attività agricole. Bisogna adottare misure di contenimento efficaci, con catture e abbattimenti mirati, anche per evitare il diffondersi di una malattia catastrofica come la peste suina negli allevamenti, che comporta l’abbattimento immediato di tutti i capi e il blocco delle esportazioni di carni suine e derivati. Il malaugurato diffondersi di un’epidemia di peste suina in Italia condannerebbe a morte le aziende di allevamento e una quota importante dell’export agroalimentare nazionale, che vale 8 miliardi”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto