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Maiali, la peste suina in Cina fa crescere le quotazioni della carne nazionale, passate da 1,13 a 1,80 al chilo, buone prospettive per l’export. Ma c’è timore del contagio in Italia attraverso i cinghiali.

Volano i prezzi dei maiali in conseguenza della peste suina che da un anno sta falcidiando gli allevamenti della Cina, obbligandola a sopprimere circa 200 milioni di maiali, pari al 40 per cento dei capi del Paese. Per il Veneto, dove il valore della produzione del comparto nel 2018 è stato stimato dall’Istat in 202 milioni di euro, è un trend che fa tirare un sospiro di sollievo agli allevatori, dopo un decennio durissimo per il settore.

Buone nuove per l’export. “Da giugno 2019 è iniziata un’inversione di tendenza, che sta proseguendo anche in questo inizio 2020 – spiega Rudy Milani, presidente degli allevatori suini di Confagricoltura Veneto -. Le quotazioni sono passate da 1,13 euro al chilo agli attuali 1,80 euro al chilo. All’Italia, che non è autosufficiente, è mancata infatti la quota dei Paesi europei che in parte la rifornivano e che ora esportano in Cina e perciò il prezzo dei maiali da macello nazionali è schizzato in alto. L’industria della trasformazione per anni aveva acquistato materia prima all’estero, ma ora deve rifornirsi sul mercato interno. Ci auguriamo che, grazie a questa situazione, si cominci finalmente a ragionare in termini di filiera nazionale tracciata, con un vero made in Italy che parta dalla carne utilizzata. Avremmo anche ottime possibilità con l’export in Cina, dove l’ammanco di carne di maiale si sta facendo sentire. Peccato che il governo abbia posto molti paletti sanitari, che ad oggi ci consentono solo di esportare frattaglie. Il nostro vantaggio sarebbe invece quello di spedire in Oriente anche tagli nobili, in modo da aprire un canale di cui il nostro mercato si potrebbe avvantaggiare nei tempi futuri”.

Il numero di allevamenti veneti al 31 dicembre 2018 (dati Veneto Agricoltura) si aggira intorno alle 9.800 unità, di cui la stragrande maggioranza a conduzione familiare (circa 7.700 unità) con in carico poco meno di 3.000 capi. Gli allevamenti con finalità da reddito sono 1.885, con 633.000 capi censiti nell’ultimo controllo. Le province dove si concentra la produzione sono Verona, che detiene circa un terzo del totale, seguita da Treviso (20%) e Padova (17%). Quindi Rovigo, Vicenza, Venezia e infine, con una piccola quota, Belluno.

Accanto alle note positive c’è però il timore che la peste suina arrivi anche nel nostro Paese, dato che è già giunta in Europa e attualmente i contagi hanno colpito allevamenti in Polonia e in Paesi dell’Est europeo, a poche decine di chilometri dai confini tedeschi. “La peste suina non contagia l’uomo, ma si propaga velocemente anche tramite gli animali selvatici come i cinghiali – rimarca Milani -. Bisogna rafforzare i controlli per la biosicurezza, applicando le linee guida della Commissione europea, e soprattutto gestire le enormi popolazioni di cinghiali che sono portatori sani della peste suina. In Veneto abbiamo una popolazione di cinghiali fuori controllo, perché non ci sono antagonisti naturali che la contengano. Nella nostra regione la popolazione dei cinghiali continua ad aumentare a dismisura, arrivando a contare migliaia di esemplari che stanno creando danni notevoli all’ambiente e alle attività agricole. Bisogna adottare misure di contenimento efficaci, con catture e abbattimenti mirati, anche per evitare il diffondersi di una malattia catastrofica come la peste suina negli allevamenti, che comporta l’abbattimento immediato di tutti i capi e il blocco delle esportazioni di carni suine e derivati. Il malaugurato diffondersi di un’epidemia di peste suina in Italia condannerebbe a morte le aziende di allevamento e una quota importante dell’export agroalimentare nazionale, che vale 8 miliardi”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Commercio di pane e pasta, chi ci guadagna in Italia

I numeri, questa volta, li ha dati Ismea, cioè l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare che è un ente pubblico vigilato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Come tali possono essere considerati numeri indiscutibili e disegnano con precisione quella che è la ripartizione della ricchezza generata dal commercio di pasta e pane nel nostro Paese.

I dati. Per ogni euro speso in pasta dal consumatore, sulla base di una media calcolata nell’arco degli anni 2008/2018, 24,1 centesimi sono destinati al produttore agricolo; 6,4 centesimi al molino; 37,9 centesimi al pastificio; 31,6 centesimi alla distribuzione. Per ogni euro speso in pane dallo stesso consumatore, questa volta sulla base di una media calcolata tra il 2014 e il 2018, 8,6 centesimi sono destinati al produttore agricolo; 2,9 centesimi al Molino; 34,0 centesimi ai produttori di pane sfuso all’ingrosso; 54,5 centesimi alla distribuzione (vendita al dettaglio). A diffondere il risultato delleo studio condotto da Ismea è una nota di Italmopa, l’Associazione degli industriali mugnai d’Italia aderente a Confindustria e Federalimentare.

Il risultato appare sorprendente perché identifica chi ci guadagna di più sul pane (e la pasta): una filiera nella quale l’anello meno redditizio risulta essere quelli intermedio: ad essere maggiormente penalizzato nelle filiere frumento duro-pasta e frumento tenero-pane in termini di ridistribuzione del valore è l’industria molitoria. “Siamo certi – sottolinea immediatamente Cosimo De Sortis, presidente di Italmopa – che le conclusioni fornite da questo interessante quanto autorevole studio risulteranno inaspettate per la maggior parte dei consumatori che sono stati ormai convinti, attraverso una intensa attività di ‘condizionamento’, che esiste un forte squilibrio all’interno della filiera che penalizza la sola produzione agricola. Ed essendo i dati effettivamente inconfutabili, la catena del valore nella filiera prende una luce assolutamente diversa che non deve farci dimenticare quanto sia importante la pasta (più del pane) quando diventa uno dei prodotti più esportati nel mondo, alimento-simbolo di una dieta mediterranea che ha mai come oggi è diventata ‘globale’.

Fonte: Garantitaly.it

Boom degli equidi nel Nordest: + 30% negli ultimi dieci anni

Nell’ultimo decennio la presenza degli equidi ha registrato una crescita esponenziale in quasi tutte le regioni italiane. Un vero e proprio boom si è avuto nel Nordest, con un + 30%, mentre nel Centro e nel Mezzogiorno l’incremento è stato un po’ più del 20%. Un’esplosione dovuta sia alle attività legate all’universo agricolo, che ha proceduto al recupero e alla salvaguardia del patrimonio zootecnico, sia alla grande riscoperta del cavallo in ambiti come quelli dell’agriturismo, dell’ippoterapia e del turismo equestre in generale.

Sono i dati che emergono dalla ricerca “Il cavallo: una realtà poliedrica”, realizzata dall’ufficio studi di Confagricoltura Veneto e Cgia di Mestre, presentati nell’ambito di Fieracavalli 2019. In Italia, secondo i dati dell’Anagrafe degli equidi, ci sono oltre 450.000 equidi, di cui la maggior parte sono cavalli. Nell’ultimo decennio la crescita è stata pari al 25,6%: nel 2007 erano infatti 350.282. In termini assoluti il primato in Italia va alla Lombardia, dove sono presenti 56.934 equidi. Seguono Lazio (55.257), Sicilia (39.961), Piemonte (37.056), Emilia Romagna (35.374), Veneto (34.157), Toscana (27.507), Puglia (26.342), Abruzzo (22.633), Campania (16.596). In termini percentuali di crescita il primo posto è della Valle d’Aosta, con + 211,7 equidi nell’ultimo decennio, seguita da Umbria (+120,6%), Friuli Venezia Giulia (+88,8%), Veneto (+51,4%), Puglia (+51%), Lazio (+39,4%), Sicilia (+32,1%), Lombardia (+31,6%), Marche (+30,1%), Piemonte (+38,5%).

In forte aumento il numero di allevamenti di cavalli e altri equidi, con 2.884 imprese registrate nel 2018 rispetto alle 2.560 del 2008 (+ 12%). Il Nord Ovest domina con 1.130 imprese, seguito dal Nord Est con 630, dal Centro con 619 e dal Mezzogiorno con 505. La Lombardia guida la classifica con 771 allevamenti, seguono Piemonte (311), Lazio (275), Toscana (251), Emilia Romagna (194), Veneto (191), Trentino-Alto Adige (180), Sardegna (139), Sicilia (100), Campania (82). Negli ultimi 4 anni il cavallo ha guadagnato terreno anche negli agriturismi, dove le attività legate all’equitazione lo vedono sempre più protagonista con un +22,4%. Un boom che riguarda soprattutto il Sud, con 563 agriturismi con attività di turismo equestre. Comanda la classifica la Sicilia (261 agriturismi), seguita da Lombardia (200), Umbria (138), Toscana (106), Piemonte (95).

Il cavallo in Italia dà lavoro a una schiera che oscilla tra le 40.000 e le 50.000 persone, suddivise in realtà poliedriche ma con una linea ascendente soprattutto nelle attività legate all’agricoltura. Di questi, tra 8.000 e 10.000 sono artieri, stallieri e addetti all’allevamento. Sono 35.000 le aziende agricole che allevano equidi, di cui 2.884 come attività prevalente. Numero consistente anche quello dei veterinari, che si occupano di zootecnia e cavalli di equitazione, che assommano a 1.200. Sono 125.000 i proprietari di cavalli, 480 i fantini e quasi 100.000 gli atleti tesserati alla Federazione italiana sport equestri (Fise), cui vanno aggiunti 28.800 atleti tesserati alla Federazione italiana turismo (Fitecrec-Ante).In più ci sono allenatori, istruttori, giudici di gara e i lavoratori dell’indotto (vestiario, accessori cavallo, mezzi di trasporto).

Cavallo, fattore attrativo. “Sapevo che in Italia avevamo tanti cavalli, ma scoprire da quest’indagine che sono oltre 450.000 è stato sorprendente”, ha sottolineato Federico D’Incà, ministro per i rapporti con il Parlamento. “Io ho avuto una grande esperienza con i cavalli, perché nella mia famiglia li abbiamo avuti per 35 anni. Il cavallo dev’essere considerato un fattore trainante della nostra economia. Attorno a questo bellissimo animale ruotano turismo, sport, equitazione, terapie riabilitative, che danno lavoro a decine di migliaia di persone, creando un giro d’affari che ammonta ad alcuni miliardi di Pil. Servono tavoli a cui devono sedere persone competenti, con un programma sul medio-lungo periodo. Nei prossimi tre anni e mezzo di governo dobbiamo costruire politiche attive per far sì che questo universo continui a svilupparsi, occupando un posto preponderante anche in Europa”. “Le attività ippiche collocate all’interno del mondo agricolo, dall’allevamento di razze apprezzate in tutta Europa all’ippoterapia e al turismo equestre registrano un grande sviluppo e perciò va posta una crescente attenzione a questo settore – hanno spiegato Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Veneto e Renato Mason, direttore di Cgia -. Dai dati della ricerca emerge un particolare riconoscimento alla capacità allevatoriale italiana. Nelle esportazioni, infatti, un terzo del valore è dato da cavalli riproduttori di razza pura. Nel prossimo decennio uno studio di Untwo, organismo dell’Onu, prevede un aumento degli arrivi turistici nel Sud Europa-area mediterranea pari al 20 per cento. Il cavallo potrà quindi diventare un fattore attrattivo, ma occorre mantenere standard elevati di qualità nell’intera filiera preservando e migliorando le nostre razze anche per caratterizzare il territorio e le tradizioni”. Giovanna Parmigiani, membro di giunta nazionale di Confagricoltura, ha rimarcato che “quello legato al cavallo è un settore in grande sviluppo e in grande cambiamento. Noi aziende agricole dobbiamo porci in maniera differente con i consumatori. Una volta la filosofia era di produrre tanto cibo a prezzi bassi. Adesso siamo chiamati a svolgere un ruolo ben diverso, diversificando le nostre attività e ampliando lo sguardo anche al turismo equestre e alle ippovie, che sono veicoli di conoscenza e promozione per la nostra agricoltura e i nostri prodotti”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Verso Fieragricola 2020. Produzione di latte mondiale in rallentamento. Effetto dazi: cresce l’export Ue-28. L’Italia trascinata dai formaggi.

Ci sono aspettative positive per l’andamento dei mercati del latte su scala mondiale, bilanciati da una produzione in rallentamento (-0,4% nel periodo gennaio-settembre su base tendenziale i volumi dei principali paesi esportatori: Argentina, Australia, Bielorussia, Cile, Nuova Zelanda, Ucraina, Ue-28, Usa, Uruguay) e da una domanda che a livello internazionale è sostenuta da un deficit di materia prima in equivalente latte (dicitura che comprende polvere di latte intero, latte, polvere di latte scremato, burro, formaggi, late condensato e yogurt) superiore a 5 milioni di tonnellate. Lo rileva – sulla base dei dati Clal, portale di riferimento del settore lattiero caseario, seguito in oltre 200 Paesi – Fieragricola, rassegna internazionale dedicata all’agricoltura, in programma a Verona dal 29 gennaio all’1 febbraio 2020.

Etica, benessere animale, economia circolare e cambiamenti climatici. Sono quattro, per gli analisti di Clal, le variabili che sempre più determineranno lo sviluppo delle filiere lattiero casearie. «La zootecnia sarà sempre di più chiamata a svilupparsi in un’ottica green – commenta il team di Clal –L’etica, il benessere animale, la riduzione dell’utilizzo dei farmaci sono sempre più elementi portanti sui quali costruire l’allevamento del futuro». L’altra variabile, secondo il team di Clal, è costituita dai cambiamenti climatici: «Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito a forti interazioni del clima sulle produzioni di latte, che hanno compromesso i raccolti dei foraggi e limitato le produzioni lattiere».

La paura dei dazi trascina l’export comunitario. Entrati in vigore il 18 ottobre, i super-dazi del 25% che Washington ha applicato all’agroalimentare europeo erano attesi da mesi. Questo in parte spiega l’accelerazione dell’export dei prodotti lattiero caseari dell’Unione europea (+9,2% in quantità e +11,5% in valore), con un ritmo più marcato in agosto, che su base tendenziale evidenzia una crescita dell’11,9% in quantità e del 13,5% in valore. In agosto, in particolare, le esportazioni sorridono per quasi tutte le voci produttive. Avanza l’export di latte e panna (+30,7% in quantità e +27,1% in valore), con la Cina che raddoppia le importazioni (+99,7%). Trend positivi anche per la polvere di latte scremato (+37,3% in quantità e +57,3% in valore), la polvere di latte intero (+8,4% in quantità e +6,4% in valore), la polvere di latte con aggiunta di grassi (+3,7% in quantità e +8,8% in valore). Corre anche l’export comunitario di formaggi, che accelera sia in quantità (+11,8%) che in valore (+15,5%). Gli Stati Uniti sono il primo paese di destinazione, con un import a +40,5% in agosto.

Allargando il focus sui primi otto mesi del 2019, latte e panna sono le prime voci doganali per volumi esportati, superiori a 758.000 tonnellate fra gennaio e agosto 2019: +17,9% rispetto allo stesso periodo del 2018 e +14,1% in valore. Grazie alla domanda internazionale sostenuta, il mercato della polvere di latte scremato (SMP) cresce del 28,8% in quantità e addirittura del 44,2% in valore. Bene anche le esportazioni di burro (+22,1% in quantità e +20,3% in valore) e di FFMP, la polvere di latte con l’aggiunta di grassi, che conquista nuovi spazi in Africa e nei paesi del Golfo. Positivo anche l’export dei formaggi, che cresce del 3,3% in quantità e dell’8% in valore, grazie l’aumento del prezzo unitario, che sale del 4,6% e tocca e 4,92 €/kg di media.

Per l’Italia i formaggi fanno la differenza. L’Italia, che fra gennaio e luglio 2019 diminuisce le esportazioni lattiero casearie in quantità (-4,3%), ma non in valore (+12,9%), si rafforza nei segmenti che rappresentano l’eccellenza del made in Italy: i formaggi, che segnano un avanzamento dell’esportazione dell’8% in quantità e del 13,3% in valore, con un prezzo medio unitario di 6,86 €/kg, a conferma di una maggiore distintività dei prodotti Dop. Francia, Germania e Regno Unito sono i primi tre mercati di destinazione dei formaggi italiani, seguiti dagli Stati Uniti con un +27,9% di quantità importate fra gennaio e luglio 2019 e un +70% in luglio, che complessivamente segna un incremento dell’export del 15,8% su base tendenziale in quantità e del 22,2% in valore.

Fonte: Servizio stampa Veronafiere

25 ottobre 2019, alla conviviale mensile Argav-Wigwam si parla di crisi di riscatto delle comunità locali, i casi Sardegna, Amatrice e tempesta Vaia. A seguire, performance artistiche (Erica Boschiero e Francesco Lucianetti) e culinarie.

Questa sera, venerdì 25 ottobre 2019, alla conviviale mensile di aggiornamento Argav, che si svolgerà verso le 19.00 nella consueta sede del circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (PD), si parlerà di crisi e riscatto di comunità locali. A moderare l’incontro, sarà Fabrizio Stelluto, presidente Argav.

In particolare, Giustino Mezzalira di Veneto Agricoltura parlerà dell’accordo Regione Veneto-Itlas per la rinascita della foresta veneta dopo la tempesta Vaia; quindi, sarà trattato il tema della crisi del prezzo del latte ovino che ha colpito le comunità pastorali e gli allevatori sardi, non risolta ed aggravata dai dazi imposti da Trump sull’importazione negli USA dei formaggi italiani Dop (Pecorino romano Dop) e che è nell’imminenza di riesplodere ancora più forte di qualche mese fa. A parlarcene in collegamento Skype saranno Celestino Moro e/o Maurizio Orrù, giornalisti Arga Sardegna. Marco Santori, presidente Etimos Foundation, che ha la propria sede centrale a Padova, illustrerà invece l’impegno per il biodistretto agricolo di Amatrice. Sgomberato il centro storico dalle macerie post-terremoto, nel borgo si stenta a far partire la ricostruzione.

Performance artistiche e culinarie. A seguire ci sarà l’artista Francesco Lucianetti, che presenterà la sua prossima mostra a Padova dedicata alla storia e alla mitologia della Sardegna e realizzata in collaborazione con il Circolo Culturale Sardo “Eleonora d’Arborea” e la performance di Erica Boschiero, che presenterà il suo più recente CD e spettacolo “E tornerem a baita”. Infine, per onorare la nomea sull’ospitalità veneta, la presentazione con degustazione di due nuovi prodotti della gastronomia nostrana – i bocconcini alla mozzarella e allo stoccafisso mantecato – a cura dell’azienda artigiana Agostini Elio snc di San Martino di Lupari e preparati dal nostro anfitrione, Efrem Tasssinato, presidente Rete Wigwam.

23 ottobre 2019, a Lonigo (VI) il consigliere Argav Renzo Michieletto di Veneto Agricoltura spiega agli studenti il valore delle Denominazioni europee

Nell’ambito del progetto regionale “Festival delle DOP 2019”, il consigliere Argav Renzo Michieletto di Veneto Agricoltura terrà mercoledì 23 ottobre, dalle ore 10:30 alle 12:30, un incontro con gli studenti delle classi quinte dell’Istituto Alberghiero Trentin di Lonigo-Vi. Finalità dell’iniziativa è quella di far conoscere l’importanza dei regimi di qualità dell’Unione Europea, riconosciuti attraverso i marchi DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta) e STG (Specialità Tradizionale Garantita) assegnati alle 2.979 eccellenze dell’agroalimentare UE, 818 delle quali italiane.

Un settore che in Italia vale complessivamente circa 15 miliardi di euro, di cui 9 mld/euro per il vino e 7 per il food. All’incontro saranno presenti anche i rappresentanti di due Consorzi di Tutela del territorio vicentino (Luca Cracco per il Consorzio Formaggio Asiago e Giovanni Ponchia per il Consorzio Vini dei Colli Berici e Vicenza) che illustreranno l’esperienza di due importanti produzioni locali a Denominazione, formaggi e vini, con focus particolare sulla promozione e valorizzazione dei prodotti. Non mancherà una breve analisi della situazione che si è venuta a creare in Italia con l’imposizione da parte del Governo USA di pesanti dazi sui prodotti agroalimentari europei.

Il “Festival delle DOP 2019” ha avuto il suo momento di punta lo scorso 19 maggio con la grande esposizione/degustazione di prodotti a marchio UE del Veneto svoltasi a Lazise (Vr), che ha visto il coinvolgimento dei Consorzi di Tutela della nostra regione; nonché con lo svolgimento nella scorsa primavera di una serie di incontri di aggiornamento rivolti agli operatori dei Consorzi di Tutela. Ora, con la ripresa dell’anno scolastico, il progetto “Festival delle DOP 2019” prosegue con alcuni incontri negli Istituti Alberghieri, Agrari e Turistici.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

 

24-27 ottobre 2019, a Venezia la 2a edizione del Festival della Cultura Gastronomica dell’Alta Scuola Veronelli

L’ isola veneziana di San Giorgio Maggiore, affacciata sul Bacino di San Marco, è pronta ad ospitare la seconda edizione di NutriMenti | Festival della Cultura Gastronomica a cura dell’Alta Scuola Italiana di Gastronomia Luigi Veronelli. Nella sede di Fondazione Giorgio Cini, infatti, da giovedì 24 a domenica 27 ottobre il sapere della terra e della tavola sarà approfondito con un ricco programma di incontri, degustazioni e dibattiti animati da personalità del mondo del vino, della critica gastronomica e della cultura.

Ad aprire NutriMenti sarà l’anteprima della Guida Oro I Vini di Veronelli 2020. Dalle ore 14:30, la redazione presenterà la nuova edizione della prima guida ai vini d’Italia. All’interno del Cenacolo Palladiano avverrà la consegna dei dieci Sole, premi speciali attribuiti ad altrettanti “racconti in forma di vino” che gli ospiti potranno, poi, degustare, interloquendo personalmente con i produttori e con i curatori Gigi Brozzoni, Marco Magnoli e Alessandra Piubello. Chiuderà la giornata la presentazione del cortometraggio Not just food! realizzato nell’ambito del progetto europeo Food Relations, sostenuto dal Seminario Veronelli e promosso in Italia da Fondazione ACRA. Mettendo al centro lo studio di nuove dinamiche della conoscenza tra culture diverse, Food Relations mostra come in cucina e a tavola nessuno sia mai davvero straniero.

Sabato 26 ottobre numerosi appuntamenti saranno dedicati alle eccellenze vitivinicole italiane: Fabio Rizzari, in particolare, autorevole critico enologico, esplorerà territori e produzioni di Sicilia e Sardegna. Momento centrale della giornata sarà la tavola rotonda Venice all you can eat, appuntamento dedicato a Venezia come luogo paradigmatico, teatro delle evoluzioni e delle degenerazioni di cucina e urbanità. Ne discuteranno Alberto Capatti, presidente del Comitato Scientifico dell’Alta Scuola Veronelli, Renata Codello, architetto e direttore Affari Istituzionali di Fondazione Giorgio Cini, Massimiliano Borgia, direttore Festival del Giornalismo Alimentare di Torino, Cesare Benelli, patron del ristorante Al Covo, Bamba Barry, rappresentante di Orient Experience, progetto imprenditoriale promosso da migranti nel segno della condivisione, della professionalità e della cucina. In una dimensione di incontro tra linguaggi e discipline diverse, la musica sarà parte essenziale del Festival con Sesto senso a cura di Luca Damiani, musicologo, scrittore e conduttore di Sei Gradi trasmissione culto di Rai Radio 3. Sarà lui a condurre i partecipanti in un viaggio ideale che unisce brani musicali interpretati da Claudio Farinone, chitarrista, autore e conduttore della Radio Svizzera Italiana, e grandi vini proposti in degustazione guidata.

ll programma di domenica 27 ottobre avrà inizio con un focus sulla comunicazione alimentare dal titolo Il discorso sul cibo. Scrivere di cucina e di vino: questo l’oggetto del confronto tra Daniele Cassandro, redattore di Internazionale e curatore del numero speciale Menù e Massimiliano Borgia, direttore del Festival di Giornalismo Alimentare di Torino. Nel novantesimo anniversario de La Cucina Italiana e a pochi mesi dal bicentenario della nascita di Pellegrino Artusi, la tavola rotonda …e l’arte di mangiar bene indagherà la cucina di casa come “rivoluzione possibile del cibo quotidiano”. Alle ore 15 si confronteranno sulla cucina domestica Alberto Capatti, storico della gastronomia, Maddalena Fossati Dondero, direttrice de La Cucina Italiana, Laila Tentoni, presidente di Casa Artusi, Massimiliano Borgia, direttore Festival del Giornalismo Alimentare di Torino e Aldo Colonetti, filosofo e storico del design. A chiudere il Festival sarà un dialogo con Annalisa Metta, architetto del paesaggio e docente del Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre. In Terra, vino, paesaggio il racconto di quattro affascinanti paesaggi agrari sarà abbinato alla degustazione di altrettanti capolavori enologici selezionati dalla redazione della Guida Oro I Vini di Veronelli.

Sabato 26 e domenica 27 ottobre, inoltre, dalle ore 11 alle ore 17, il Cenacolo Palladiano di Fondazione Giorgio Cini ospiterà il Sensorium dell’Alta Scuola Veronelli, banco d’assaggio che riunisce un’ampia rappresentanza di eccellenze vitivinicole. Gli ospiti potranno vivere l’emozione di degustare nel magnifico refettorio progettato da Andrea Palladio, al cospetto della riproduzione de Le Nozze di Cana, capolavoro di Paolo Veronese oggi custodito al Louvre. Durante NutriMenti | Festival della Cultura Gastronomica si terranno, infine, focus sensoriali, degustazioni e masterclass a cura dell’Alta Scuola Italiana di Gastronomia Luigi Veronelli. Per partecipare agli eventi – siano gratuiti o a pagamento – è necessario riservare il proprio ticket sul sito dell’Alta Scuola Veronelli.

Fonte: Seminario Permanente Luigi Veronelli

 

Agroalimentare, dazi USA. Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania: a ciascuno il suo. I dati Nomisma agroalimentare.

3/12/10, visita soci Argav in Trentino, particolare sala stagionatura Gruppo formaggi del Trentino

Dopo il verdetto WTO che autorizza gli Stati Uniti ad applicare dazi su un ammontare di circa 7,5 miliardi di dollari sull’import Ue, si tratta di capire nel dettaglio quali paesi e prodotti rischiano maggiormente di essere colpiti. Attraverso la ricostruzione dei valori di import al 2018 di tutti i singoli prodotti agroalimentari elencati (113) nella lista emanata dall’amministrazione americana (USTR) suddivisi tra Paesi interessati – l’applicazione dei dazi viene infatti determinata sia per tipo di prodotto che per paese importatore -, Nomisma Agroalimentare ha individuato per i principali paesi Ue i settori che potrebbero (il condizionale è quantomeno auspicabile, nella speranza che la diplomazia intervenga prima del 18 ottobre) essere maggiormente colpiti da questa nuova imposizione tariffaria.

Nuovi dazi andrebbero a colpire il 9% di import americano di origine italiana, soprattutto formaggi e liquori. Va detto che su un totale di import agroalimentare negli USA di origine italiana che nel 2018 è stato di 5,48 miliardi di dollari, l’ammontare che viene interessato dai nuovi dazi è di circa 482 milioni di dollari, vale a dire il 9%.  Se questo può sembrare una buona notizia, il brutto è che la gran parte di tale montante (quasi il 50%) riguarda i formaggi – in particolare Dop, come Parmigiano Reggiano, Grana Padano e Pecorino Romano. Vino, olio d’oliva e pasta non sono stati inseriti nella “black list” mentre il secondo prodotto più colpito sono i liquori, per i quali il dazio del 25% andrebbe ad interessare un valore di quasi 167 milioni di dollari.

Pecorino e grana. “I dazi Usa sui nostri formaggi Dop potrebbero avere impatti molto significativi su tutta la filiera lattiero-casearia collegata, alla luce dei forti legami che queste produzioni certificate hanno con il sistema degli allevamenti, sia a livello nazionale che territoriale: basti pensare al Pecorino Romano, prodotto per oltre il 90% in Sardegna che sostanzialmente dipende dal mercato degli Stati Uniti dove esporta oltre il 60% della propria produzione o al Grana Padano e al Parmigiano Reggiano che congiuntamente valorizzano il 40% di tutto il latte vaccino prodotto in Italia” evidenzia Denis Pantini, direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma.

Gli altri stati europei. Nel caso della Francia, il dazio andrebbe a colpire principalmente il settore dei vini fermi su un valore di 1,3 miliardi di dollari (vale a dire il 20% dell’import agroalimentare di origine francese). In questo caso, Trump ha risparmiato sia lo Champagne che i formaggi transalpini mentre ha “bastonato”, al di fuori dell’agroalimentare, le esportazioni dei grandi aerei commerciali (10% di dazio su 3,5 miliardi di dollari di import), “casus belli” della disputa in corso tra le due sponde dell’Atlantico Per la Spagna, il valore dei propri prodotti inseriti nella lista incide per ben il 35% sul totale delle importazioni agroalimentari spagnole negli USA, con olio d’oliva e vino più penalizzati.  In merito al Regno Unito, la quasi totalità dei propri prodotti esportati negli Usa soggetti a nuovi dazi attiene agli spirits e, in particolare al whisky anche se nella lista viene specificato che l’import di questo prodotto sarà “tassato” solo in quota parte e non su tutto l’ammontare. Va comunque segnalato che, nel 2018, l’import americano di Scotch Whisky è stato di ben 1,6 miliardi di dollari che, unito agli altri prodotti di origine britannica inseriti nella lista, conducono ad una potenziale incidenza delle esportazioni soggette a nuovi dazi di oltre il 60% sul totale degli scambi agroalimentari. Infine la Germania. Per questo paese, il valore dell’import soggetto a dazio è il più basso dei cinque top exporter considerati, vale a dire 424 milioni di dollari, il 19% del totale degli scambi agroalimentari verso gli Usa. Anche in questo caso, gli spirits rappresentano i prodotti più colpiti.

Fonte: Servizio stampa Nomisma

Frutti dimenticati e biodiversità recuperata, nuova pubblicazione di Ispra

Frutti dimenticati e biodiversità recuperata. Il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane. Casi studio: Campania e Veneto” è il titolo di una nuova pubblicazione edita da Ispra (Quaderni Natura e Biodiversità, Quaderno n.11/2019) che vede la collaborazione, per il caso Veneto, di Veneto Agricoltura.

L’auspicio è che tornino ad essere prodotte. Si tratta dell’8° volume di una collana dedicata allo studio delle varietà frutticole italiane non più coltivate e in pericolo di scomparsa, con l’auspicio che tornino ad essere prodotte e gustate come un tempo. Con questa iniziativa, Iispra contribuisce alla conservazione di un’importante risorsa genetica e culturale, tramandata da secoli dagli agricoltori locali, importante anche per affrontare le attuali sfide dei cambiamenti ambientali. La pubblicazione può essere scaricata a questo link

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Gasolio agricolo, Regione Veneto: “Se il Governo dovesse tagliare le agevolazioni, pronti a portare trattori e trebbie a Roma”

“Tassare il carburante di una delle agricolture più ‘verdi’ d’Europa, che meglio ha utilizzato i fondi Ue per colture e tecniche ‘green’ contro i cambiamenti climatici, è davvero una scelta suicida. Se il governo intenderà mettere in atto questo tipo di intervento, marceremo su Roma con i nostri trattori e le nostre trebbie”. E’ quanto annuncia l’assessore regionale all’Agricoltura e alla Pesca, Giuseppe Pan, in merito alla bozza del decreto-legge ‘Clima’, che potrebbe prevedere, tra le altre azioni, anche l’eliminazione delle agevolazioni per il gasolio per i mezzi agricoli, che finirebbe per penalizzare tutto il settore primario, comprese le attività forestali, i contoterzisti e gli operatori della pesca.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto