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Accordo UE-USA su carne “di alta qualità” per l’Ue, “agli ormoni” per l’AOP Italia Zootecnica, che afferma: “Un’altra spallata alla zootecnia ed alla sicurezza alimentare di 500 milioni di consumatori”

Fabiano Barbisan, presidente AOP Italia Zootecnica

In merito all’accordo USA-UE sull’importazione di carne, per una corretta informazione dei nostri lettori pubblichiamo la relativa comunicazione del Consiglio Europeo ripresa da Veneto Agricoltura Europa ed il comunicato stampa a commento della questione di AOP (Associazione Organizzazioni Produttori) Italia Zootecnica reso noto dal collega socio Argav Giuliano Marchesin, direttore Unicarve.

Comunicazione UE. Il Consiglio ha dato via libera alla firma di un accordo fra l’UE e gli Stati Uniti per l’assegnazione agli USA di una quota del contingente tariffario per le carni bovine di alta qualità di cui al cosiddetto protocollo d’intesa concernente l’importazione di carni bovine provenienti da animali non trattati con alcuni ormoni di crescita e i dazi maggiorati applicati dagli Stati Uniti a determinati prodotti dell’UE, concluso nel 2009 e rivisto nel 2014. Ricordiamo che nel 2009 il protocollo d’intesa offriva una soluzione provvisoria a una disputa di lunga data in seno all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) in merito all’importazione di carni bovine USA provenienti da animali trattati con alcuni ormoni di crescita. In base all’accordo, l’UE ha aperto a fornitori qualificati un contingente di carni bovine, provenienti da animali non trattati con ormoni, pari a 45.000 tonnellate. Le norme dell’OMC prevedevano che il contingente dovesse essere messo a disposizione anche di fornitori non statunitensi. Grazie al nuovo accordo, il contingente esistente resterà invariato, ma del contingente tariffario totale di 45.000 tonnellate, 35.000 tonnellate saranno riservate agli Stati Uniti e introdotte gradualmente su un periodo di sette anni. Il contingente tariffario continuerà a coprire soltanto prodotti conformi alle rigorose norme dell’UE in materia di sicurezza degli alimenti e di sanità. Si tratta di una tappa essenziale per risolvere la lunga disputa data fra l’UE e gli Stati Uniti riguardo alle misure imposte nel 1989 dall’UE sulle esportazioni statunitensi di carni contenenti ormoni di crescita artificiali delle carni bovine e sottolinea anche l’impegno dell’Unione nei confronti di un’agenda commerciale transatlantica positiva.

Comunicazione AOP Italia Zootecnica. “L’Unione europea e gli Stati Uniti, rappresentati rispettivamente da Stavros Lambrinidis, ambasciatore dell’UE presso gli Stati Uniti e Jani Raappana, vice capo missione, per la presidenza finlandese del Consiglio dell’UE e Robert Lighthizer, rappresentante commerciale degli Stati Uniti, hanno firmato il 2 agosto scorso a Washington DC un accordo che rivede il funzionamento di una quota esistente per importare carni bovine senza ormoni nell’UE. Questo è un altro risultato della cooperazione promossa dalla Dichiarazione congiunta rilasciata dai presidenti Juncker e Trump nel luglio 2018 che istituisce un programma bilaterale positivo per il commercio UE-USA. L’accordo stabilisce che 35.000 tonnellate di questa quota saranno ora assegnate agli Stati Uniti, suddivise per un periodo di 7 anni, con la restante quota rimanente disponibile per tutti gli altri esportatori. Il primo ad esultare per l’accordo è stato Donald Trump, convinto che la carne di “manzo americano sia la migliore del mondo”. Peccato che il sistema di allevamento dei bovini da carne in America non sia dei migliori per benessere animale e sicurezza alimentare.“Animali ammassati in enormi Feedlot (allevamenti intensivi), uso consentito degli estrogeni ed integratori a manetta”, strano non aver letto commenti di animalisti e vegani – ha detto Fabiano Barbisan, presidente dell’AOP Italia Zootecnica –; in Europa gli estrogeni sono perseguibili penalmente se utilizzati dagli allevatori, mentre in America è prassi normale usarli. Come faremo a distinguere la carne da loro importata, se senza o con estrogeni? In base alle carte che l’accompagnano? In base a controlli fatti dalle autorità sanitarie europee “a sorpresa”? Tutte domande alle quali la Commissione europea dovrebbe rispondere, afferma Barbisan. Purtroppo la voglia di barattare la zootecnica e la sicurezza alimentare europea con automobili da esportare in Usa è stata più forte e ha dato un’altra spallata al settore dei bovini da carne già in profonda crisi economica“.

Continua la nota: “Il dramma è che il 28 gennaio 2014, grazie ad una Decisione del Consiglio europeo, è stata offerta la possibilità agli USA di prepararsi ad esportare carne verso l’Europa, con caratteristiche di “alta qualità”, che fanno sorridere, per non usare altri termini. Citiamo il testo dell’accordo, dove per “alta qualità” s’intende: “Tagli di carne bovina ottenuti da carcasse di giovenche e manzi di età inferiore a 30 mesi alimentati esclusivamente, almeno nei 100 giorni precedenti la macellazione, con razioni alimentari costituite per almeno il 62% da concentrati e/o coprodotti ricavali da cereali da foraggio, per quanto attiene alla componente di materia secca della razione alimentare. con un contenuto di energia metabolizzabile (ME) superiore a 12,26 Megajoule (MJ) per Kg. di materia secca. Alle giovenche e ai manzi alimentati come sopra descritto è somministrata giornalmente una quantità di materia secca non inferiore all’1,4% del loro peso vivo. I tagli vengono etichettati in conformità dell’Art. 13 del Regolamento (CE) n. 1760/2000. La dicitura “carni bovine di alla qualità” può essere aggiunta alle informazioni che figurano sull’etichetta”. E il rispetto del benessere animale? E l’uso del farmaco? La cosa più grave è che è stato consentito agli USA di utilizzare la definizione “Alta Qualità” mentre noi in Italia non possiamo scrivere in etichetta per l’IGP della Chianina, la Marchigiana, la Romagnola, la Piemontese e le produzione del Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia, “Carne di Alta Qualità”?

Conclude la nota: “L’Europa non riesce a difendere nemmeno la salute dei suoi 500 milioni di consumatori. Noi – conclude Barbisan – adesso abbiamo bisogno di accelerare il percorso del Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia, etichettare la nostra carne con il marchio Consorzio Sigillo Italiano, per informare i consumatori affinché decidano serenamente e consapevolmente cosa acquistare: l’entusiasmo di Trump o la carne dei nostri allevatori italiani? Spero che il Ministro Centinaio ci dia una mano, che aspettiamo dal 21 novembre scorso. Nel frattempo attendiamo i commenti di alimentaristi zootecnici, visto che “l’alta qualità USA” è assoluta normalità per noi in Italia.

Nelle foto pubblicate, la carne certificata con il marchio Consorzio Sigillo Italiano nel punto vendita di Campagna Amica a Treviso, gestito dalla Famiglia Bernardi-Cavasin

Contro lo spreco di cibo scende in campo la “fantascienza possibile”

Una confezione in grado di cambiare colore in presenza di contaminazioni: un sistema che, oltre a garantire la salute, servirà a diminuire gli sprechi avvisando quali prodotti consumare per primi. E ancora, circuiti elettronici ingeribili, e digeribili, contro lo spreco alimentare. L’ Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) lancia due progetti che i ricercatori del Centro di nanoscienze e tecnologia ipotizzano di poter concretizzare nel giro di qualche anno.

In prima fila c’è il nuovo studio sui cristalli fotonici: «elementi che negli ultimi tempi hanno suscitato grande interesse – spiega Giuseppe Paternò, coordinatore del progettoe che noi ora vorremmo utilizzare in grandi numeri per rilevare i batteri nei prodotti alimentari, soprattutto quelli a base di carne e uova». L’obiettivo è quello di arrivare ad una produzione su larga scala di questi cristalli fotonici che attualmente vengo utilizzati solo nel laboratori di ricerca. «Vogliamo – continua Paternò – fornire all’industria alimentare delle pellicole in grado di cambiare colore al primo attacco batterico, per esempio dell’Escherichia coli’. Sarebbe così possibile rimuovere tempestivamente la porzione di cibo che mostra segni di ammaloramento, scongiurando l’ampliamento della contaminazione».

Inchiostri organici. La riduzione dello spreco di cibo potrebbe venire anche dal progetto di cui è coordinatore Mario Carioni: realizzare circuiti elettronici non solo ingeribili (in medicina, dispositivi diagnostici da espellere a fine esame già esistono), ma anche assimilabili dall’apparato digerente. «Non si tratta di dar da mangiare circuiti elettronici – spiega Carioni – quanto piuttosto di giungere a sfruttare le proprietà elettroniche di ciò che già consideriamo cibo, come lo sono alcuni inchiostri organici, arricchendoli di altri materiali che possono diventarlo». Concretamente, dentro al cibo verrebbero inseriti dei sensori in grado di rilevare la decomposizione dell’alimento, realizzati su supporti cartacei del tutto simili a quelli dei tatuaggi per i bambini. Questi sensori comunicano poi all’esterno con un’etichetta intelligente o addirittura con il frigorifero o un’app del telefono. Ad alimentare l’impianto piccole celle fotovoltaiche in grado di sfruttare anche la luce artificiale.

Fonte: Garantitaly.it

Legata al cibo la storia dell’imprenditoria italiana

La recente classifica de “Le 100 famiglie imprenditoriali italiane” realizzata dalla testata economica “Forbes”, vede al primo posto assoluto la famiglia Agnelli, ma subito dopo, al secondo c’è la famiglia Amadori, alla guida della omonima azienda alimentare, e al terzo la famiglia Antinori, realtà fiorentina che ha fatto la storia del vino italiano, con oltre 600 anni di attività alle spalle. È la più nitida tra tutte le dimostrazioni di quanto la storia dell’imprenditoria italiana legata al cibo sia tramandata di generazione in generazione in un legame che non è solo genericamente legato al territorio, ma che affonda le proprie radici nei decenni e nei secoli passati. Scorrendo la classifica di Forbes nella top 10 figurano ancora nomi legati al cibo e al vino quali Bagnoli (Sammontana), Balocco, Barilla e Bauli. Non mancano poi, nei successivi piazzamenti, famiglie che hanno allargato la propria attività dal settore originario anche all’agroalimentare. Ecco allora, al n. 11, la famiglia Benetton, socia al 36% di uno dei gruppi leader del vino italiano, Zonin1821.

Molti i gruppi famigliari che hanno esteso al vino la propria storica attività industriale. Nel vino ha investito la famiglia Ferragamo, 38esima in classifica, con la Tenuta il Borro, nell’aretino, e con Castiglion del Bosco, a Montalcino, mentre al n. 42 c’è un altro pezzo di storia plurisecolare del vino italiano, legato alla famiglia Frescobaldi, altra realtà di riferimento della produzione enoica del Belpaese. Posizione n. 51, invece, per la famiglia Illy, leader del caffè, ma protagonista anche nel vino, con la cantina Mastrojanni, in pochi anni divenuta uno dei punti di riferimento della qualità del Brunello di Montalcino. Al n. 56 c’è la famiglia Lunelli, che vede oggi al vertice Matteo Lunelli, la cui storia è intrecciata a doppio filo con la spumantistica italiana, con le Cantine Ferrari, mentre al n. 62 c’è la famiglia Marzotto, anche in questo caso, legata soprattutto al mondo della moda, ma decisamente protagonista anche nel vino, con il gruppo Santa Margherita, una delle più importanti realtà del vino d’Italia. Chiudiamo con il 67esimo posto della famiglia Moratti, la cui fortuna si deve soprattutto al petrolio, con la Saras, ma che nel vino guida Castello di Cigognola, nell’Oltrepò Pavese.

Fonte: Garantitaly.it

Da luglio 2019 scatta lo sconto sulle accise per i produttori di birre artigianali

In occasione della nascita del primo Consorzio per la tutela e la promozione della birra artigianale italiana, Coldiretti ricorda  l’entrata in vigore da lunedì 1 luglio del Decreto inserito nella Legge di Bilancio 2019 che prevede una riduzione delle accise del 40% per le produzioni dei microbirrifici fino a 10mila ettolitri/anno e si va a sommare all’ulteriore riduzione a 2,99 euro dell’accisa per ettolitro e per grado-Plato inserita con l’ultima Legge di Bilancio.

Ben 9 microbirrifici su 10 beneficeranno dell’agevolazione. Questo secondo un’analisi di Coldiretti. Un sostegno al consumo di una bevanda che riscuote un successo crescente in Italia, dove si assiste ad una moltiplicazione di iniziative imprenditoriali con 862 birrifici artigianali per una produzione che supera i 55 milioni di litri a livello nazionale. Si tratta di un settore cresciuto del 330% negli ultimi dieci anni dove spesso sono protagonisti i giovani con iniziative imprenditoriali su tutte le tipologie di birra, dalle classiche lager a quelle speciali, che hanno generato tremila posti di lavoro diretti.

Veneto terzo in Italia per presenza di microbirrifici. La regione in cui sono presenti più birrifici artigianali è la Lombardia, seguita da Piemonte, Veneto e Toscana, mentre la regione del centro-sud con più strutture è la Campania. Il 77% degli italiani bevitori di birra è favorevole a sperimentare nuovi ingredienti e sapori secondo una ricerca Doxa. Il 48,3% dei consumatori beve birra per accostarla ai cibi. Da nord a sud della penisola – evidenzia Coldiretti – il comparto della birra alimenta una filiera che, fra occupati diretti e indotto, offre lavoro a oltre 140mila persone. Il boom delle birre artigianali Made in Italy – sottolinea la Coldiretti – ha spinto le semine di orzo che aumentano quest’anno del 3% rispetto all’anno precedente, per un totale di 267.868 ettari. Sempre più numerose infatti sono le iniziative progettuali agricole che si basano sull’impiego dell’orzo aziendale in un contesto produttivo a ciclo chiuso garantito dallo stesso agricoltore.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti

 

Made in Italy: Uecoop, bene Coop contro mire francesi su grana

“Bene il fronte delle cooperative per contrastare l’offerta francese per il controllo dei formaggi italiani”. E’ quanto afferma Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, in relazione alla vendita del colosso dei formaggi Nuova Castelli per il quale sarebbe scesa in campo anche la Granarolo, una delle più grandi e storiche cooperative italiane in opposizione all’offerta della francese Lactalis della famiglia Besnier, che già controlla Parmalat e tutti i marchi ad essa collegati.

In gioco c’è il futuro di un’azienda come il Gruppo Castelli che garantisce il lavoro a mille famiglie, produce dal Parmigiano al Grana, dal Gorgonzola al Taleggio fino alla Mozzarella di Bufala e al Pecorino Toscano e che tra i suoi mercati esteri di riferimento oltre a Gran Bretagna, Russia e Germania annovera proprio anche la Francia. “Il mondo cooperativo – spiega Uecoop – è un protagonista storico del comparto lattiero caseario italiano dove gestisce l’80% del latte che serve per la produzione dei formaggi Dop ed è in grado di schierare manager e piani di sviluppo seri. Nell’agroalimentare italiano operano oltre 5.200 cooperative con un fatturato complessivo di 36 miliardi di euro che rappresentano circa il 25% del fatturato agroalimentare italiano“.

Rischio delocalizzazione. “Il mondo cooperativo –aggiunge Uecoop – è presente in ogni settore del cibo Made in Italy, dal latte ai formaggi, dalla carne ai cereali, dall’ortofrutta all’olio e al vino creando filiere virtuose in grado di generare sviluppo economico e occupazione sui territori di riferimento, mentre con le multinazionali straniere – conclude Uecoop – il rischio è sempre quello della delocalizzazione produttiva, gestionale o finanziaria, come si è visto quando Parmalat è finita nelle mani dei francesi.

Fonte: servizio stampa Ue.Coop.Veneto

 

La scomparsa di Renato Guerriero, l’autorevolezza veneta a servizio del riscatto del Sud. Il ricordo del Presidente Argav.

Renato Guerriero(di Fabrizio Stelluto, presidente Argav). Renato Guerriero, figura di primo piano nel mondo accademico ed imprenditoriale veneziano, è scomparso alle prime ore del giorno di Pasqua; fu anche nostro ospite in una serata ad Arzerello, nel circolo Wigwam.

Amore per la dieta mediterranea e il Salento. Più che come padre di un amico, lo conobbi quando mi interessai di un’esperienza d’avanguardia, di cui pochi sapevano, guidata da un veneto e nata nel polo tecnologico-scientifico di Mesagne, in Puglia. Terminata la sua “prima” vita professionale a Venezia, il professor Guerriero (facilmente riconoscibile dall’onnipresente fifi, che ne impreziosiva la figura) ne aveva avviato una seconda, nata dall’amore per la dieta mediterranea e poi, più in generale, per il Salento e l‘agricoltura di quella terra, incentivato dall’importante incarico professionale, cui venne destinato.

Salento e Veneto, più vicini che lontani. Il suo orgoglio fu dimostrare che si poteva fare ricerca d’eccellenza anche in una regione del Sud, nonostante alcune indubbie difficoltà “ambientali”: l’importante era valorizzare i caratteri, che storicamente avvicinano il Salento al Veneto, piuttosto che quelli che lo vogliono far precipitare nei più beceri meandri del Sud Italia. La sua scommessa era dimostrare, forte della sua autorevolezza, che si potevano superare i luoghi comuni, dando credibilità a chi la meritava.

Una start up nel settore agroalimentare. Il suo obbiettivo lo raggiunse, costituendo, con maestranze locali, una “start up” per l’applicazione di nuove tecnologie all’industria agroalimentare, rispettandone pienamente le caratteristiche organolettiche. Furono anni di un pendolarismo Venezia-Brindisi, vissuti con l’energia giovanile di un pensionato, che aveva trovato modo di innovare, restituendola al territorio, la sapienza di quegli olivi, scoperti in età matura; nell’ottobre scorso era stato eletto presidente della Fondazione Dieta Mediterranea: l’ultimo tributo di una terra a chi, innamorandosene, ne aveva testimoniato il riscatto.

Non solo contraffazione, i crimini in agricoltura sono molti di più

L’enfasi data alla contraffazione della produzione agricola italiana da parte di realtà che vivono di illegalità rischia talvolta di mettere in secondo piano quella che è la presenza delle organizzazioni criminali lungo tutta la filiera produttiva dell’agroalimentare nazionale. Proprio su questo aspetto era invece incentrato il convegno organizzato da Confagricoltura Luiss all’università “Guido Carli” di Roma dal titolo: “Le infiltrazioni criminali nell’economia agricola: effetti sulla competitività delle imprese e sulla salute dei cittadini”.

Le principali modalità con le quali la criminalità organizzata esercita la sua azione sul sistema agroalimentare parlano allora di usura e racket delle estorsioni; di sfruttamento della forza lavoro attraverso il ‘caporalato’; di imposizione di materie prime e imballaggi e di gestione coatta del trasporto dei prodotti lungo la filiera agroalimentare, fino allo stoccaggio della merce. Più ‘tradizionali’ sono i reati di furto di bestiame e macellazione clandestina; di danneggiamento delle colture; di furti di materiali direttamente connessi al processo produttivo, come rame o mezzi agricoli, trattori e attrezzature agricole. E se contraffazione e Italian sounding colpiscono direttamente la produzione, ancor più grave per tutti i cittadini appare la depredazione e razzia del patrimonio boschivo: solo nel 2016 sono stati registrati 4.635 incendi sia dolosi sia colposi che hanno comporatato una perdita complessiva di 27 mila ettari di boschi e aree verdi, compresi pascoli e pinete.

La collusione con la criminalità potrebbe anche favorire i produttori sul piano della concorrenza. «Le attività di depredazione, controllo e imposizione delle mafie – ha detto il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti hanno determinato nel tempo un notevole squilibrio non solo nei rapporti fra gli operatori agricoli, ma anche fra questi e gli altri attori della filiera agroalimentare, facendo lievitare i prezzi al dettaglio dei beni alimentari e diminuendo drasticamente quelli all’origine. Un meccanismo perverso e fortemente distorsivo del libero mercato, che ha danneggiato principalmente gli imprenditori agricoli e i consumatori, soprattutto nel Mezzogiorno, ma non solo, dove l’azione delle organizzazioni criminali si fa più incisiva e pervasiva».

Fonte: Garantitaly.it

Il Mipaaf(t) “acquista una t finale” e assume le funzioni del dipartimento Turismo

Dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato, il 31 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il DPCM che disciplina l’organizzazione del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. Si completa così definitivamente il passaggio del dipartimento turismo dal MIBAC al MIPAAFT iniziato lo scorso luglio.

Le competenze. Il Dipartimento Turismo avrà la funzione di coordinare le linee di azione del Ministero in materia di turismo, anche al fine di favorire una politica integrata di valorizzazione del made in Italy e di promozione coerente e sostenibile del Sistema Italia, in raccordo con i diversi Ministeri ed enti competenti; curare il monitoraggio dell’andamento dei mercati in raccordo con le competenti Direzioni generali del Ministero dello sviluppo economico e gli enti competenti in materia; nell’ambito di competenza del Ministero, svolgere attività di promozione delle eccellenze simbolo della qualità della vita e delle attrattive del territorio Italia.

Fonte: servizio stampa Mipaaft

Etichetta “parlante”, una normativa uniforme Italia/estero e certificazione Dop/Igp i rimedi per non far cadere il sale italiano in mano straniera

saline Margherita di Savoia, prima selezione nelle vasche salanti

“Una recente asta finanziaria ha assegnato sotto traccia e senza alcun intervento autorevole la più grande società di estrazione di sale marino italiano a una multinazionale francese. A seguito dell’importane DL del Senato sulla tutela dell’agroalimentare, forse anche il sale italiano – almeno quello destinato a cucine, ristoranti, ricette e nutrizione a tavola – meriterebbe una tutela. E’ una commodity strategica visto che è il Governo che assegna le concessioni temporanee di estrazione, ma è anche un fiore all’occhiello e può essere un plus in più nel mondo del made in Italy”, ad affermarlo è Giampietro Comolli, presidente Ceves-Ovse, centro studi di ricerca sull’agroalimentare che, lancia resta, si scaglia contro coloro che, a suo parere, desiderano far cadere il sale italiano in mano straniera.

saline Margherita di Savoia, la manualità usata un tempo

Specifica in una nota stampa Comolli: “Le più grandi saline marine d’Europa di Margherita di Savoia in Puglia sono passate in mano alla multinazionale francese Salins spa, leader europea e co-leader mondiale nella commercializzazione di sale industriale, sale stradale e sale alimentare. Un’asta di vendita del credito gestito da Monte Paschi Siena, banca finanziata dallo Stato e dal Governo Renzi, in assoluta forma riservata e a chiamata, ha assegnato a Salins spa tramite la controllata Cis oltre 500 ettari di sale marino italiano, inseriti in un contesto di 4000 ettari di parco e riserva, in zona altamente turistica“.

saline Margherita di Savoia, vasche evaporanti

Continua la nota: “I sindacati dei lavoratori, gli ex titolari di Atisale-Salapia Sale spa detentori della concessione Demaniale fino al 2029 e autori del forte crack debitorio che ha portato l’impresa al concordato e alla cessione del 100% pacchetto azionario, al pegno fideiussorio delle azioni e alla garanzia delle proprietà personali dei soci tutto verso Mps, hanno scritto lettere di fuoco e le maestranze sono entrate immediatamente in sciopero. Come Ceves – centro studi attivo nelle ricerche tecniche-scientifiche-economiche sul sale italiano per valorizzarlo rispetto ad altri sali mondiali – chiediamo al Governo, al Demanio, alla Regione Puglia, al Comune di Margherita, a Coldiretti di attivarsi per una verifica delle procedure e delle azioni avviate, affinchè il sale italiano non faccia la fine dello zucchero italiano, che negli anni ’80-’90 del secolo scorso passò di mano non con una cessione di impresa, ma anche in quel caso attraverso meccanismi di debiti e crediti contratti con banche e scambi finanziari per necessità e interessi ben lontano dalla tutela dello zucchero italiano”.

trasporto a mano sui binari del sale

Ed ancora: “Sollecitiamo, quindi, che un bene collettivo dello Stato italiano non sia ceduto a chi ha una leadership che potrebbe inficiare la “italianità”, l’origine e la provenienza del sale tricolore compreso il coinvolgimento diretto delle miniere di salgemma di Volterra. Anche attraverso il sale italiano può passare la valorizzazione dell’agroalimentare e del made in Italy dell’enogastronomia per tutti i risvolti culinari, ricette, cucina che implica, come segnalano a Ceves da tempo i più importanti chef e cuochi italiani all’estero e in Italia, costretti ad acquistare sali di altri paesi sostenuti da campagne di qualità, di sostenibilità, di pregio ben orchestrate, ma spesso non inerenti alle caratteristiche alimentari, cosmetiche, salutari che le recenti ricerche e analisi scientifico-universitarie stanno avvalorando e dimostrando”.

raccolta a mano del sale in Sicilia

Termina la nota stampa: “Il sale alimentare, da non confondere con quello per uso chimico e industriale, non è un nemico della salute se consumato con misura. Il recente DL del Senato a tutela dell’agroalimentare italiano dovrebbe interessarsi anche del sale italiano e anche aggiornare, rispetto ai tempi e modi di gestione monopolistica, le norme di qualità e qualificazione del sale per consumo umano oramai entrato nel libero mercato e soggetto a una ampia concorrenza. Non è possibile che nei supermercati italiani ed europei ci siano sali confezionati e commercializzati integrali-grezzi a disposizione di un consumatore spesso non informato provenienti da altri continenti, sia marini che di miniera, con il 93% di purezza tecnica quando le norme di produzione nazionale prevedono un minimo del 97%. Stiamo verificando l’importanza salutistica e sanitaria dei diversi limiti. Inoltre, perché, il sale purissimo, bianco, grosso a fiocchi o a chicchi made in Italy ha un prezzo medio al consumo di 2-3 euro al chilo nei migliori casi e tutti i sali di importazione partano da 5 euro e fino a 40 euro al chilo? E’ evidente che non si vuole limitare il libero mercato, ma lo stesso vale anche nella leale concorrenza, a difesa dell’antitrust e sulla corretta informazione al consumatore.

Come Ceves chiediamo una “etichetta parlante” sulle confezioni, un trattamento normativo uniforme fra sale nazionale e estero, oltre a vedere se è possibile identificare, tracciare e certificare altri siti produttivi nazionali meritevoli del riconoscimento Dop o Igp o di Presidio come già avviene per due sole parti ristrette delle saline di Trapani e di Cervia. Come Ceves abbiamo valutato tutte le saline attive in Italia e si potrebbero riconoscere, con un grande valore aggiunto anche per il territorio locale come parchi, ambiente, paesaggio, terme, musei e altre attività agricole, almeno altri 10 siti meritevoli di una Igp all’interno anche di più grandi saline marine e minerarie”.

“L’auspicio è che si intervenga prima possibile per salvare il sale italiano prima che finisca, anche svenduto, in mani straniere (800.000 ton/anno di estrazione potenziali di Atisale-Salapia sale spa su un totale nazionale di 2,2 mio/ton/anno è una bella fetta) che non garantirebbero gli attuali posti di lavoro, il valore aggiunto territoriale, una libera concorrenza, la certezza dell’origine italiana del sale nelle confezioni commercializzate con marchio italiano, ma di contenuto assai dubbio e proveniente da chissà quale luogo magari anche più inquinato e meno controllato di quello delle coste italiane, del mar Mediterraneo. Il messaggio è anche indirizzato a Coldiretti e Slow Food notoriamente paladini di queste realtà produttive di nicchia: un valore aggiunto che deve restare al made in Italy anche per il “sale da cucina” come chiedono i ristoratori italiani.

Fonte: servizio stampa Ceves

In pericolo la sopravvivenza dell’unica filiera italiana dello zucchero, invito a sostenerla acquistando zucchero 100×100 italiano

Senza interventi urgenti è a rischio la sopravvivenza della produzione di zucchero italiano. Oltre 4 pacchi di zucchero su 5 arrivano, infatti, dall’estero, mentre la produzione made in Italy rischia di essere azzerata dalla concorrenza sottocosto di multinazionali francesi e tedesche che hanno colonizzato le industrie del Belpaese. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti sulla situazione del mercato dello zucchero dopo la contrarietà espressa dalla Commissione alle misure di emergenza per salvare lo zucchero italiano chieste dal Ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio al Consiglio dei Ministri dell’agricoltura e della pesca dell’Ue. 

Entro l’anno, possibile la chiusura di un altro stabilimento. A fronte di un consumo di oltre 1,7milioni di tonnellate, in Italia resiste una produzione di 300mila tonnellate, ma negli ultimi anni sono stati chiusi ben 16 zuccherifici su 19 azzerando l’84% del potenziale industriale nazionale ed entro il 2018 un altro stabilimento dovrebbe cessare l’attività. “In Veneto, nella provincia di Padova è attivo lo zuccherificio di Pontelongo, storico punto di riferimento per oltre tremila produttori che conferiscono 2 milioni di quintali di bietole”, ricorda Ettore Menozzi Piacentini, componente del consiglio d’amministrazione di Coldiretti Padova nonché socio di Coprob (Cooperativa Produttori Bieticoli Società Cooperativa Agricla), unico produttore nazionale di zucchero, che rappresenta circa 25mila persone impegnate nella filiera, ha due stabilimenti di trasformazione sul territorio nazionale e riunisce 7mila aziende con 32mila ettari coltivati a barbabietola fra Veneto ed Emilia Romagna.

Senza di loro l’Italia, che è il terzo mercato dell’Unione Europea, diventerebbe uno dei pochissimi casi al mondo senza alcun produttore locale di zucchero come Nigeria, Malesia, Corea del Sud e Arabia Saudita considerando un consumo medio annuo sopra il milione e mezzo di tonnellate.“Ad un anno dalla fine del regime delle quote – aggiunge Piacentini – si registra come le aziende produttrici di zucchero e, conseguentemente, gli agricoltori della filiera abbiano perso i loro margini a favore dei grandi produttori di bevande, dolciari e della grande distribuzione organizzata. Per difendere la produzione italiana è necessario arrivare a una chiara etichettatura di origine obbligatoria anche per lo zucchero in modo da offrire ai consumatori la libertà di scegliere cosa mettere nel carrello della spesa. Urge ancor più la creazione di contratti di filiera basati su una maggiore equità e sostenibilità sociale con i grandi utilizzatori dello zucchero ai quali si chiede una responsabilizzazione per sostenere l’italianità delle produzioni e ridurre la dipendenza dall’estero”.

L’unico zucchero 100% italiano rimasto. In Italia la maggior parte del mercato è controllata da tre giganti stranieri, il primo dei quali è la multinazionale tedesca Sudzucker che vanta 31 siti dall’Austria alla Romania, dalla Bosnia Erzegovina alla Moldavia, dalla Polonia all’Ungheria, trasforma 5,9 milioni tonnellate di zucchero ogni anno, ma produce anche carburante bioetanolo, concentrati di succhi di frutta, ingredienti funzionali e cibo per animali, oltre a operare nel settore farmaceutico e sfornare pizze congelate. Il secondo padrone dello zucchero in Italia è la francese Cristal Union che con 10 stabilimenti nel mondo, sforna 2 milioni di tonnellate all’anno di prodotto e ha messo sotto il proprio dominio anche l’Eridania. Sempre d’Oltralpe – rileva la Coldiretti – è arrivata la multinazionale Tereos che vanta 45 siti industriali in 13 paesi, è il primo produttore francese con 3,7 milioni di tonnellate e vanta un giro d’affari di 5 miliardi di euro. Si è creata una situazione – sottolinea Coldiretti – dove il mercato è in mano a 5 grandi realtà del Nord Europa che già oggi detengono il 75% del comparto nel Vecchio Continente con zucchero venduto a prezzi molto bassi da Francia e Germania che hanno aumentato del 20% la loro produzione nel 2017, causando 3,5 milioni di tonnellate di eccedenze a livello europeo. Ulteriori info: Coprob

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova/Coprob