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Bilancio UE 2028-2034: la Corte dei conti europea si esprime sulla nuova proposta per l’agricoltura

La Corte dei conti europea, istituzione addetta al controllo finanziario dell’UE, ha espresso il proprio parere sui progetti di regolamento che, una volta approvati, disciplineranno l’agricoltura e il settore agroalimentare dell’Unione dal 2028 al 2034. In un parere pubblicato il 9 febbraio scorso, ha fornito al Parlamento europeo e al Consiglio dell’UE il proprio parere di esperto indipendente sulle proposte della Commissione europea relative alla politica agricola comune (PAC) e all’organizzazione comune dei mercati (OCM).

Nel 2025, la Commissione Europea ha presentato un progetto di bilancio dell’UE per il 2028-2034, anche detto quadro finanziario pluriennale (QFP), per un totale di 2 000 miliardi di euro. Con una dotazione finanziaria di circa 865 miliardi di euro, il Fondo europeo costituirebbe la componente preponderante del prossimo QFP. La PAC, che è attualmente il più grande programma di spesa agricola dell’UE, sarebbe finanziata da questo nuovo Fondo unico sulla base di piani nazionali. È la prima volta, dalla creazione della PAC nel 1962, che non verrebbe istituito un fondo specifico per l’agricoltura. La proposta della Commissione segna inoltre un notevole cambiamento strutturale, in quanto elimina il tradizionale sostegno a due pilastri della PAC: uno per gli agricoltori e il settore agroalimentare e l’altro per lo sviluppo rurale.

La Corte osserva che le complicate modalità di programmazione e approvazione, combinate con un’architettura giuridica della PAC più complessa, rischiano di creare incertezza, rendendo i finanziamenti meno prevedibili per i beneficiari e ritardando l’erogazione dei fondi, e potrebbero in ultima analisi compromettere l’obiettivo della semplificazione. A seguito dell’accordo interistituzionale tra i presidenti del Parlamento europeo e della Commissione e la presidenza del Consiglio del novembre 2025, che ha stabilito di trasferire alcune disposizioni dal Fondo europeo al regolamento sulla PAC, la Corte ritiene che i legislatori dell’UE potrebbero trasferire altre disposizioni pertinenti al fine di rendere la politica più completa.

Tuttavia, si potrebbe anche generare una certa incertezza, poiché l’importo complessivo dei finanziamenti della PAC sarebbe noto solo dopo l’adozione dei piani nazionali nell’ambito del Fondo unico. Per i destinatari dei fondi, ciò potrebbe rendere imprevedibile, in fase di pianificazione, l’importo dei finanziamenti che possono attendersi. Inoltre, diverrebbe problematico anche confrontare la spesa per la PAC nell’ambito dell’attuale QFP e la potenziale dotazione nell’ambito del prossimo QFP.

Ulteriore incertezza deriva dalla scarsa chiarezza su quali interventi della PAC dovrebbero essere basati sulle realizzazioni e quali sul raggiungimento di traguardi e obiettivi, con conseguenti possibili incoerenze tra i diversi paesi dell’UE. A tale riguardo, la Corte sottolinea che la rendicontabilità e la tracciabilità dovrebbero essere garantite anche quando gli interventi sono basati su traguardi e obiettivi. In particolare, la tracciabilità dai conti ai beneficiari finali, quali gli agricoltori, è una condizione imprescindibile affinché la Corte dei conti europea possa svolgere il proprio ruolo.

Data la portata delle modifiche proposte e la flessibilità concessa ai paesi dell’UE nella preparazione dei rispettivi piani nazionali, è difficile formulare stime realistiche riguardo all’impatto che le proposte della Commissione potrebbero avere sulle dotazioni di spesa nazionali. Inoltre, la maggiore flessibilità consentita ai paesi dell’UE non dovrebbe mettere a rischio gli obiettivi comuni della PAC, quali un reddito equo per gli agricoltori, la tutela dell’ambiente e l’azione per il clima e la sicurezza alimentare: il nuovo assetto potrebbe creare disparità tra gli agricoltori e incidere negativamente sulla concorrenza leale e sul funzionamento del mercato interno. Per attenuare tale rischio, la Commissione dovrà rafforzare ed esercitare efficacemente il proprio ruolo direttivo.

La Corte ha formulato osservazioni sulla futura impostazione e attuazione della PAC al fine di garantire la sana gestione finanziaria, la rendicontabilità e il valore aggiunto dell’UE. Ha messo in guardia contro diversi rischi derivanti dall’incertezza e dalla scarsa chiarezza e sottolineato la necessità che i finanziamenti dell’UE restino tracciabili.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea

Sconfiggere la fame nell’Africa subsahariana: l’Unione europea deve focalizzare il proprio impegno sui Paesi più bisognosi

L’Unione europea ha stanziato miliardi per combattere la fame e la malnutrizione nell’Africa subsahariana, ma una nuova relazione della Corte dei conti europea svela che molti aiuti non sono andati ai più bisognosi e che si stenta a produrre risultati duraturi.

Sconfiggere la fame è una componente fondamentale degli obiettivi di sviluppo sostenibile promossi dalle Nazioni Unite ed è una missione che l’Unione europea si è impegnata a sostenere. L’UE svolge un ruolo di primo piano nella risposta mondiale, appoggiando l’assistenza alimentare, la nutrizione, la sicurezza alimentare e lo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili. A tal fine, ha messo a disposizione ingenti finanziamenti: tra il 2014 e il 2020 ha firmato contratti per un valore di 17 miliardi di euro riguardanti iniziative di mitigazione della fame in tutto il mondo, a cui sono seguiti altri 6,2 miliardi di euro tra il 2021 e il 2024. Quasi metà di questi finanziamenti (oltre 11 miliardi di euro) erano destinati all’Africa subsahariana.

Un simile impegno finanziario ha fatto dell’UE uno dei maggiori donatori al mondo nella lotta contro la fame, contribuendo a mobilitare le risposte internazionali e a offrire una rete di sicurezza per milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare. Nel 2024, 295 milioni di persone di 53 Paesi diversi in tutto il mondo hanno dovuto far fronte a livelli elevati di insicurezza alimentare acuta: rispetto al 2023 necessitavano di assistenza urgente 13,7 milioni di persone in più. Anche la malnutrizione acuta tra le donne e i bambini è peggiorata, con oltre 37,7 milioni di minori di 5 anni gravemente malnutriti. Lo stesso vale per gran parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, dove la situazione non mostra un miglioramento significativo nel tempo: come hanno potuto constatare gli auditor, qui persistono insicurezza alimentare, malnutrizione e altri problemi di fondo.

“Se i progressi continuano al ritmo attuale, nel 2030 ancora milioni di persone soffriranno di denutrizione, ancora milioni di bambini saranno vittime della malnutrizione nelle sue diverse forme e l’obiettivo di “Sconfiggere la fame” resterà ben lungi dall’essere raggiunto”, ha dichiarato Bettina Jakobsen, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “Gli aiuti dell’UE all’Africa subsahariana devono essere meglio focalizzati sulle regioni più in difficoltà e devono tenere in maggiore considerazione le condizioni locali”.

Dall’audit è emerso che la Commissione non disponeva di una metodologia chiara e documentata per dare priorità alle regioni e alle comunità più bisognose, il che ha limitato l’efficacia degli interventi. L’impatto a lungo termine del sostegno dell’UE ha risentito anche di carenze nell’impostazione dei progetti, di un monitoraggio insufficiente e di difficoltà nell’affrontare le cause profonde dell’insicurezza alimentare. Benché le azioni dell’UE siano allineate alle politiche dei Paesi partner e abbiano favorito alcuni progressi, gli sforzi per ridurre la malnutrizione e l’insicurezza alimentare continuano a scontrarsi con grandi sfide come i cambiamenti climatici, i conflitti e l’instabilità economica. Questi fattori esterni, che vanno ben oltre la portata della sola azione dell’UE, rimangono ostacoli importanti per progressi duraturi.

La Corte invita la Commissione a rafforzare l’approccio alla lotta contro la fame e l’insicurezza alimentare indirizzando il sostegno con maggiore efficacia e applicando chiari criteri di attribuzione delle priorità. Raccomanda inoltre di migliorare l’impostazione dei progetti, rafforzare la connessione tra azione umanitaria, sviluppo e pace, potenziare il monitoraggio e la rendicontazione, nonché accrescere la sostenibilità dei progetti per assicurare un impatto duraturo.

Informazioni sul contesto

La fame resta una delle sfide globali più urgenti, che riguarda centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. I conflitti, i cambiamenti climatici e le crisi economiche continuano ad acuire l’insicurezza alimentare, in particolare nell’Africa subsahariana, dove le comunità vulnerabili ne risentono maggiormente. Gli auditor della Corte hanno valutato i progetti finanziati dall’UE in Etiopia, Kenya e Zambia, hanno condotto esami documentali per Ciad, Niger e Sud Sudan, nonché hanno incontrato i portatori di interessi coinvolti. Hanno inoltre analizzato documenti riguardanti l’intera Africa subsahariana. Sono passati più di dieci anni dall’ultimo audit condotto in questo ambito, sfociato nella relazione speciale 01/2012 “Efficacia degli aiuti allo sviluppo forniti dall’Unione europea per la sicurezza alimentare nell’Africa subsahariana”. Questo nuovo audit cade al momento opportuno per valutare i progressi compiuti da allora e dare indicazioni per guidare le azioni future dell’UE. Contribuirà inoltre alla pianificazione del prossimo quadro finanziario pluriennale, affinché gli sforzi europei rimangano efficaci e consoni all’evolvere del panorama umanitario.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti Europea

Un inizio difficile per le entrate dell’Unione Europea basate sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati

Secondo una relazione della Corte dei conti europea pubblicata lo scorso settembre, la risorsa basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati, introdotta nel 2021, non ha funzionato. Le azioni volte a monitorare e a sostenere l’attuazione non sono state tempestive, con molti dei paesi dell’Unione Europea impreparati alla sfida. Problemi persistenti con la comparabilità e l’affidabilità dei dati, nonché la mancanza di controlli adeguati sui rifiuti di imballaggio di plastica effettivamente riciclati implicano probabili disfunzioni nel calcolo della risorsa.

Oltre a contribuire al rimborso dei fondi dello strumento europeo per la ripresa, la risorsa Ue basata sulla plastica mira a fornire un incentivo a ridurre il consumo di prodotti di plastica monouso, promuovere il riciclaggio e dare impulso all’economia circolare. È costituita da un contributo nazionale calcolato sulla base di un importo pari a 0,80 euro per chilogrammo di rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati. Poiché i dati pertinenti sono disponibili solo a distanza di due anni, i contributi sono basati su previsioni che sono successivamente adeguate. Nel 2023 le entrate derivanti dalla risorsa propria basata sulla plastica ammontavano a 7,2 miliardi di euro, pari al 4 % delle entrate complessive dell’UE.

“Dopo aver utilizzato le stesse risorse per 33 anni, nel 2021 l’Ue ha introdotto una fonte aggiuntiva di entrate basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati dagli Stati membri. Tuttavia, il metodo di calcolo di questa nuova entrata presenta ancora troppe debolezze”, ha dichiarato Lefteris Christoforou, membro della Corte responsabile dell’audit. “Pertanto, chiediamo alla Commissione europea di risolvere immediatamente il problema e che gli insegnamenti tratti in questa occasione vengano sfruttati nell’elaborazione di potenziali future fonti di entrate dell’Ue”.

La Corte dei conti europea segnala che solo cinque paesi Ue hanno recepito le disposizioni della direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio nella legislazione nazionale entro i termini, inducendo la Commissione europea ad avviare procedure di infrazione nei confronti dei 22 Stati membri rimanenti, delle quali una era ancora in corso al momento dell’audit. I controlli di conformità sono stati effettuati da un contraente esterno una volta considerato completato il recepimento della normativa europea. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la Corte ha notato che almeno una disposizione fondamentale (ad esempio, la definizione di “plastica” e di “imballaggio”, o il calcolo dei rifiuti di imballaggi di plastica generati e riciclati) non era stata adeguatamente recepita. Gli auditor della Corte rilevano che dare seguito a tali questioni può richiedere anni. Fino ad allora, i Paesi europei probabilmente continueranno a utilizzare definizioni incoerenti e metodi di compilazione errati che incidono sul calcolo dei rispettivi contributi: è per questo motivo che la Corte esorta la Commissione europea ad affrontare la situazione.

Per il primo anno di attuazione della risorsa basata sulla plastica (2021), la maggior parte (22) degli Stati membri avevano previsto una quantità inferiore a quella calcolata utilizzando i dati definitivi. Nel complesso, la quantità totale di rifiuti di imballaggio non riciclati prevista per il 2021 era di 1,4 miliardi di chilogrammi in meno rispetto alle quantità comunicate nel 2023. Di conseguenza, la risorsa basata sulla plastica per il 2021 è stata sottostimata di un importo di 1,1 miliardi di euro (circa un quinto dei 5,9 miliardi di euro riscossi quell’anno), ed è stato necessario compensarla con un’altra risorsa per riequilibrare il bilancio.

La Corte dei conti europea rileva che i paesi Ue utilizzano diversi metodi di compilazione e non effettuano un bilanciamento dei risultati ottenuti. Ha inoltre riscontrato che solo sei Stati membri avevano comunicato i dati relativi al riciclaggio all’atto di immissione in un’operazione di riciclaggio come richiesto dalla normativa, mentre altri avevano principalmente fatto ricorso a dati ottenuti al punto di uscita dall’impianto di cernita, e applicato tassi di scarto medio. Ciò fa sì che le stime degli Stati membri relativi alle quantità riciclate siano difficili da mettere a confronto e meno affidabili, e incide sulla rendicontazione del modo in cui i valori-obiettivo stabiliti dalla direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio sono raggiunti.

Infine, a causa di una mancanza di controlli adeguati, vi è un rischio elevato che alcuni rifiuti di imballaggio di plastica non siano effettivamente riciclati. In effetti, se i rifiuti dichiarati come riciclati sono inceneriti, scaricati o conferiti in discarica, ciò non solo costituisce un reato ambientale, ma si traduce anche in una indebita riduzione degli importi dovuti per la risorsa propria. La Corte dei conti europea rileva che lo stesso rischio si applica ai rifiuti di plastica esportati al di fuori dell’Unione Europea, in quanto gli Stati membri non possono attualmente verificare che le condizioni di riciclaggio in paesi terzi siano conformi alle disposizioni UE. Pertanto, raccomanda di adottare misure per mitigare tale rischio.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea

Piani agricoli nazionali: più verdi, ma non ancora abbastanza per gli obiettivi europei

BandiereBruxelles

C’è un abisso tra i valori-obiettivo climatico-ambientali dell’Unione Europea e i piani agricoli elaborati dagli Stati membri. Questa è la conclusione di una relazione pubblicata dalla Corte dei conti europea.

Piani poco ambiziosi

La politica agricola comune (PAC) per il periodo 2023-2027 ha dato agli Stati membri la flessibilità necessaria per riflettere nei propri piani gli ambiziosi obiettivi ecologici dell’UE. Tutti gli Stati membri si sono avvalsi delle esenzioni per le condizioni agricole e ambientali, mentre alcuni di essi hanno ridotto o ritardato l’applicazione delle misure verdi necessarie per ottenere i fondi dell’UE. Nel complesso, gli auditor della Corte concludono che i piani nazionali della PAC non sono molto più ambiziosi di prima per la tutela ambientale. I 378,5 miliardi di euro erogati dalla PAC 2021-2027 mirano, oltre che ad assicurare il sostegno a un reddito adeguato per gli agricoltori, alla sicurezza alimentare, e alla difesa dell’ambiente sottoposto ai cambiamenti climatici che possono anch’essi avere ripercussioni dirette sulla produzione agricola (in caso, ad esempio, di condizioni meteorologiche estreme). “L’impostazione della politica agricola comune è migliorata sotto il profilo ecologico. Tuttavia, rispetto al passato, non abbiamo riscontrato differenze sostanziali nei piani agricoli degli Stati membri”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, responsabile per la Corte dei conti europea dell’audit. “La nostra conclusione è che le ambizioni climatico-ambientali dell’UE non trovano sponda a livello nazionale e che mancano, inoltre, elementi chiave per valutare la performance ecologica”.

Dopo le proteste, allentati dei requisiti a favore dell’ambiente

La nuova PAC ha introdotto maggiori condizioni per ottenere i fondi dell’UE, offrendo nel contempo agli Stati membri maggiore flessibilità nell’applicazione di determinate norme. Ha poi istituito i regimi ecologici, che premiano le pratiche benefiche per il clima, l’ambiente e il benessere degli animali, e ha riconfermato le misure di sviluppo rurale; in entrambi i casi ha previsto l’obbligo, assolto da tutti gli Stati membri, di assegnare una percentuale minima di fondi alle misure climatico-ambientali. Tuttavia, rispetto al periodo precedente, la Corte non ha riscontrato un miglioramento sostanziale dei piani PAC sotto il profilo ecologico. Inoltre, in risposta alle proteste degli agricoltori del maggio 2024 sono stati allentati alcuni requisiti di condizionalità (come la rotazione delle colture per migliorare la qualità del suolo, ora divenuta facoltativa) e, pertanto, l’impatto verde dei piani potrebbe essere ancora inferiore.

Disallineamento al Green Deal

La Corte ha inoltre rilevato che i piani PAC non sono ben allineati al Green Deal, che pure rappresenta una delle principali politiche dell’UE a favore del clima e dell’ambiente. Le norme non impongono agli Stati membri di includere nei rispettivi piani agricoli una stima dei contributi della PAC ai valori-obiettivo del Green Deal. A giudizio della Corte, l’aumento dei terreni coltivati con metodi biologici è l’unico obiettivo misurabile; peraltro, sarà molto difficile raggiungere il valore fissato dal Green Deal a questo riguardo per il 2030. Stando all’analisi, il conseguimento degli obiettivi del Green Deal dipende in larga misura da azioni che esulano dalla PAC. Gli auditor segnalano poi che il quadro di monitoraggio per verificare la performance ecologica della PAC è stato semplificato, ma manca di elementi chiave (ad esempio, la mera comunicazione delle azioni intraprese per ridurre le emissioni non è indicativa di una loro riduzione effettiva). La Corte ha raccomandato pertanto di rafforzare il quadro, in particolare definendo con chiarezza valori-obiettivo e indicatori di risultato che misurino i progressi compiuti.

Fonte: servizio stampa Corte dei Conti europea

Corte dei conti europea: le etichette degli alimenti possono trarre in inganno il consumatore Ue

etichette

I consumatori possono facilmente perdersi in un labirinto di etichette degli alimenti, mentre queste dovrebbero aiutare le persone a prendere decisioni consapevoli al momento dell’acquisto, avverte la Corte dei conti europea in una relazione pubblicata lo scorso 25 novembre, aggiungendo che i consumatori europei sono esposti a un numero crescente di indicazioni, loghi, slogan, etichette e punteggi che possono non solo creare confusione, ma anche risultare fuorvianti.

Fornire informazioni sul contenuto e sulle proprietà degli alimenti

Le etichette spesso sono invece utilizzate per rendere i prodotti più attraenti, sottolineandone presunti benefici, come il fatto di essere salutari, biologici o senza glutine. Le norme dell’Ue prevedono che le etichette forniscano ai consumatori alcune informazioni di base, il che è certo un buon punto di partenza. La Corte ha però rilevato una serie di lacune preoccupanti nella normativa, nonché problemi per quanto riguarda i controlli e le sanzioni pecuniarie. “Invece di fare chiarezza le etichette degli alimenti creano spesso confusione: esistono centinaia di regimi, loghi e indicazioni che il consumatore deve saper decifrare”, ha dichiarato Keit Pentus-Rosimannus, il responsabile dell’audio per la Corte dei conti europea. “Le imprese sanno essere molto creative su cosa riportare sugli imballaggi e le norme dell’Ue non stanno al passo con un mercato in continua evoluzione: circa 450 milioni di consumatori europei sono quindi indifesi di fronte a messaggi volontariamente o involontariamente fuorvianti”.

Informazioni ingannevoli

Il problema è che le lacune della normativa Ue possono lasciare i consumatori in balia di informazioni ingannevoli. Ad esempio, le norme europee permettono l’utilizzo di indicazioni nutrizionali e sulla salute anche per prodotti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e/o sale, il che fa sì che alimenti dolci, come le barrette energetiche, possono essere pubblicizzate evidenziando l’“alto contenuto di proteine”. Analogamente, i consumatori sono sempre più esposti a indicazioni sulla salute non regolamentate relative a sostanze vegetali o “botaniche” (come “contribuisce al recupero energetico” o “migliora le prestazioni fisiche”) anche se non sono suffragate da prove scientifiche. Alcuni consumatori potrebbero persino subire effetti negativi sulla salute. I soggetti con allergie alimentari potrebbero essere esposti a etichette sugli allergeni eccessivamente prudenti e a dichiarazioni vaghe, come “può contenere”, vedendo così limitata la loro scelta di prodotti. I vegetariani e i vegani devono prestare particolare attenzione: sui prodotti a loro destinati sono apposte etichette il cui uso non è regolamentato e non esiste una definizione valida in tutta l’Ue.

Educare i consumatori non considerata una priorità

L’etichettatura nutrizionale fronte pacco, come Nutri-Score, non è armonizzata a livello Ue e i portatori d’interessi europei non hanno trovato un accordo sul sistema di etichettatura da utilizzare. Tuttavia, la standardizzazione delle norme può aiutare i consumatori a individuare le scelte alimentari più sane e, potenzialmente, a prevenire malattie legate all’alimentazione. Invece, la coesistenza di molteplici regimi nei paesi dell’Ue, ognuno con diversi significati e finalità, ha praticamente l’effetto opposto: crea confusione piuttosto che orientare i consumatori. A ciò si aggiunge il crescente numero di etichette, loghi e indicazioni volontarie utilizzati per attirare i consumatori. Tra questi, le cosiddette “etichette pulite” che segnalano l’assenza di determinati elementi (ad esempio, “senza antibiotici”) e qualità non certificate (come “fresco” e “naturale”), ma anche la gran varietà di asserzioni ambientali che non sono altro che un esempio di ambientalismo di facciata (greenwashing). Le norme Ue attuali non sono purtroppo in grado di arginare tali pratiche, constata la Corte. Nonostante tali carenze, la Corte ha riscontrato che educare i consumatori non sembra essere considerata una priorità. L’Ue ha destinato solo circa 5,5 milioni di euro alle campagne di sensibilizzazione sull’etichettatura degli alimenti dal 2021 al 2025, e le campagne d’informazione per i consumatori condotte dagli Stati membri sono sporadiche. Ad esempio, l’indicazione della data sulle confezioni, seppur obbligatoria, è scarsamente compresa dai consumatori, che sono confusi sul significato e sulle implicazioni delle diciture “da consumare entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”.

Controlli

Le imprese del settore alimentare possono approfittare delle debolezze dei controlli e del sistema sanzionatorio. I controlli in genere funzionano bene per gli elementi obbligatori dell’etichettatura degli alimenti, mentre sono pochi o inesistenti per le informazioni volontarie, come le indicazioni nutrizionali e sulla salute, o sulle vendite di prodotti alimentari online (che sono esplose a partire dalla pandemia), con siti Internet al di fuori dell’UE quasi impossibili da controllare. In caso di violazioni, a giudizio della Corte le sanzioni pecuniarie non sono sempre dissuasive, efficaci o proporzionate.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europei

L’Unione Europea rischia di rimanere al palo nella corsa all’adattamento ai cambiamenti climatici

La politica di adattamento dell’Unione Europea (Ue) ai cambiamenti climatici rischia di non stare al passo, stando a una relazione pubblicata lo scorso 16 ottobre dalla Corte dei conti europea. Gli eventi climatici estremi, quali ondate di calore, siccità e inondazioni, sono sempre più gravi e frequenti, e hanno anche pesanti ricadute economiche. Benché l’Ue disponga di un solido quadro di riferimento per fronteggiare l’impatto dei cambiamenti climatici, secondo gli auditor è l’attuazione pratica delle politiche di adattamento a porre problemi.

Le perdite economiche

In media, nell’ultimo decennio le perdite economiche dovute a eventi climatici estremi nell’Ue sono ammontate a 26 miliardi di euro l’anno. Anche l’inazione ha un prezzo: se l’attuale economia europea venisse esposta a un riscaldamento globale compreso tra 1,5 e 3 °C al di sopra dei livelli preindustriali (secondo una stima prudente), si verificherebbe una perdita economica annuale compresa tra 42 e 175 miliardi di euro.

Il recepimento delle politiche di adattamento dell’Ue e nazionali
nelle norme locali è un processo difficile

Da un’indagine condotta dagli auditor presso 400 comuni degli Stati membri controllati, è emerso che gli interpellati ignoravano in gran parte le strategie e i piani di adattamento ai cambiamenti climatici e non utilizzavano gli strumenti dell’Ue per tale adattamento (Climate-ADAPT, Copernicus e il Patto dei sindaci dell’UE). Oltre la metà dei progetti sottoposti ad audit ha affrontato efficacemente i rischi climatici e gli auditor hanno individuato anche alcune buone pratiche. Si sono però imbattuti anche in casi in cui le priorità erano in contrasto fra loro e gli obiettivi di adattamento ai cambiamenti climatici dovevano coesistere con altri obiettivi quali la competitività o lo sviluppo regionale. Ad esempio, hanno rinvenuto progetti che rispondevano alla necessità di una maggiore irrigazione ma che rischiavano di aumentare i consumi idrici complessivi o un progetto di protezione dalle inondazioni che prevedeva ancora il rilascio di concessioni edilizie per nuove abitazioni nella stessa area a rischio. Hanno rilevato persino due progetti che possono portare al cosiddetto maladattamento, cioè a un aumento – anziché a una riduzione – della vulnerabilità o dell’esposizione ai cambiamenti climatici. Tra gli esempi di maladattamento si possono citare la promozione dell’irrigazione per colture ad alta intensità idrica invece di passare a quelle a minore intensità, oppure l’investimento in cannoni per l’innevamento artificiale (seppur energeticamente più efficienti) invece di concentrarsi sul turismo durante tutto l’anno. Inoltre, alcuni progetti (come il ripascimento, ossia l’aggiunta di sabbia nelle spiagge) offrono una soluzione di adattamento solo a breve termine.

Difficile il monitoraggio degli investimenti

Quanto all’assegnazione delle risorse, l’adattamento è una politica trasversale e quindi i finanziamenti dell’Ue per realizzarla provengono da varie fonti dell’Unione, connesse ad esempio all’agricoltura, alla coesione e alla ricerca. Diventa così più complicato assicurare il monitoraggio di questi finanziamenti. Le relazioni sull’adattamento vanno migliorate: infatti, secondo gli auditor, allo stato attuale non consentono di valutare i progressi compiuti dagli Stati membri nell’adattamento ai cambiamenti climatici, in quanto sono in gran parte descrittive e sprovviste di dati quantificabili.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

La Corte dei conti europea avvisa: “Ue poco preparata ad affrontare nuove crisi del gas”

BandiereBruxelles

Se l’Unione europea vuole essere pienamente preparata ad affrontare una nuova crisi del gas vi è ancora molto da fare, avverte una nuova relazione della Corte dei conti europea pubblicata lo scorso 24 giugno.

Premessa. Poco prima della massiccia invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, il gas rappresentava circa un quarto del consumo energetico lordo nell’Ue, con le quote più elevate in Italia e nei Paesi Bassi (entrambi al 41 %), a Malta(40 %) e in Ungheria (34 %). Nello stesso anno, oltre il 20 % dell’energia elettrica dell’Ue e quasi il 40 % di tutta l’energia termica era prodotta a partire dal gas. Dato che l’Ue importa più tre quarti del gas che consuma, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico è essenziale per sostenere l’economia e assicurare la prosperità.

Benefici poco chiari. Nonostante le misure di emergenza adottate in risposta all’uso delle forniture di gas come arma da parte della Russia, i benefici apportati da tali azioni dell’Ue non sono sempre chiari. La Corte dei conti europea evidenzia le nuove sfide che l’Ue deve affrontare se vuole garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas a lungo termine, come la maggiore dipendenza dal gas naturale liquefatto (GNL) e la necessità di decarbonizzare parte del proprio consumo di gas.

Il rapido abbandono delle importazioni di gas dalla Russa, che nel 2021 rappresentavano il 45% di tutte le importazioni di gas dell’Ue, ha creato una crisi dell’offerta, che a sua volta ha scatenato una crisi di accessibilità economica. Nell’agosto del 2022 i prezzi all’ingrosso del gas hanno raggiunto un picco di 339 euro per megawattora (rispetto ai 51 euro/MWh dell’agosto 2021). I paesi dell’Ue hanno iniziato a sovvenzionare i prezzi del gas e dell’energia elettrica (circa 390 miliardi di euro per il solo 2022) per ridurre l’impatto sulle famiglie e sulle imprese. Alla fine del 2023 l’Ue era riuscita a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas abbandonando quello russo mentre i prezzi si erano stabilizzati, raggiungendo i livelli pre-crisi agli inizi del 2024. “La crisi scatenata dall’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina nel 2022 ha messo alla prova la resilienza dell’Ue a un improvviso cambiamento dell’approvvigionamento di gas. Nonostante l’impennata dei prezzi e i significativi costi per le famiglie e per le imprese che ciò ha comportato, non abbiamo fortunatamente sperimentato una grave penuria di gas” ha affermato João Leão, responsabile dell’audit per la Corte dei conti europea. “Dato che l’Ue dipende dal gas estero, non può mai adagiarsi sugli allori quando si tratta di sicurezza dell’approvvigionamento. E i consumatori non hanno alcuna garanzia in merito alla sua accessibilità economica, in caso di una futura grave penuria”.

Durante la crisi, l’Ue ha raggiunto l’obiettivo di ridurre la domanda di gas del 15 %, ma gli auditor della Corte non sono stati in grado di stabilire se ciò fosse dovuto alle sole misure adottate o anche a fattori esterni (ad esempio, gli alti prezzi del gas e un inverno mite). Analogamente, l’obbligo di riempimento degli impianti di stoccaggio del gas in tutta l’Ue è stato rispettato e l’obiettivo del 90 % è stato addirittura superato. Praticamente però si tratta dei normali livelli di riempimento prima della crisi. Inoltre, è impossibile valutare l’efficacia del tetto al prezzo del gas dato che i prezzi si sono mantenuti bassi dopo che è stato introdotto.

Tra le altre misure adottate, c’è stato il lancio della piattaforma AggregateEu per fornire un canale alternativo per gli scambi di gas, anche attraverso acquisti congiunti. Anche in questo caso, non è stato possibile stabilire se la piattaforma abbia fornito un valore aggiunto rispetto alle piattaforme esistenti dato che le differenze di prezzo tra gli Stati membri dell’Ue indotte dalla crisi si erano già fortemente ridotte quando AggregateEu è entrata in attività.

Guardando al futuro, la Corte conclude che l’Ue deve consolidare il quadro per l’accessibilità economica del gas. Avverte inoltre che molti Stati membri sono ancora riluttanti a firmare accordi bilaterali di solidarietà. Alcuni paesi dell’Ue taglierebbero persino le forniture di gas a un paese vicino in caso di emergenza. Infine, la Corte sottolinea gli insufficienti progressi in materia di cattura, stoccaggio e utilizzo del carbonio (Ccus), che potrebbero rappresentare anch’essi una sfida per la sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine. Alla luce degli obiettivi climatici (in particolare, zero emissioni nette entro il 2050), la necessità di ridurre le emissioni di carbonio derivanti dal consumo di gas costituirà un elemento sempre più importante del panorama della sicurezza dell’approvvigionamento dell’U3. Ad oggi, vi sono quattro progetti commerciali Ccus operativi nell’Ue in grado di catturare fino a 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Tuttavia, è una goccia nell’oceano rispetto ai 450 milioni di tonnellate di CO2 che sarà necessario catturare ogni anno attraverso il Ccus per conseguire gli obiettivi climatici dell’Ue entro il 2050.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Con Agri Press, opportunità per i giornalisti del settore di conoscere l’agricoltura europea 

foto di gruppo(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) Trentacinque giornalisti agricoli provenienti da 18 Paesi dell’Unione europea attivi nei settori di carta stampata, radio, televisione e web hanno risposto all’invito di Agri Press, piattaforma rivolta ai giornalisti agricoli che offre loro una serie di utili servizi, creata all’interno della Direzione generale “Agricoltura” (Dg Agri) della Commissione europea e recentemente ristrutturata, partecipando nelle settimane scorse a un’intensa tre giorni belga per approfondire le tematiche legate alla nuova Politica Agricola Comune (Pac) e per conoscere alcune realtà di eccellenza del settore primario belga.

Ad oggi ne fanno parte 748 giornalisti (71 italiani), che possono accedere, mediante registrazione al portale, a una serie di notizie di attualità sulle tematiche europee legate ad agricoltura, agroalimentare, sviluppo rurale e foreste, a informazioni sui bandi europei, su eventi a Bruxelles e nei diversi Stati membri. Sono inoltre disponibili pubblicazioni tematiche e i collegamenti a video, foto e file audio liberamente scaricabili o i podcast (in inglese) della serie “Food for Europe”. Molto utili sono poi gli articoli “pronti all’uso” su diverse tematiche, come ad esempio quello recente sul valore aggiunto dei servizi ecosistemici dell’agricoltura nelle zone montane.

L’interattività da parte dei partecipanti è possibile in diverse modalità: dal condividere le proprie storie agricole al pubblicare gli eventi locali che possono essere di interesse per i colleghi, oltre naturalmente al poter contattare giornalisti delle più svariate regioni europee. Una delle iniziative più interessanti di Agri Press è però sicuramente l’organizzazione, almeno un paio di volte all’anno, di visite di studio e seminari in diversi Paesi europei, generalmente in quello che ospita la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. I giornalisti membri della piattaforma possono avanzare la propria candidatura per partecipare alle attività, con costi a carico della Commissione europea. 

L’evento belga accennato in apertura è stato proprio uno di questi e ha seguito i due viaggi di studio nella regione spagnola dell’Aragona nell’autunno scorso e in Grecia nella primavera di quest’anno. La trasferta in Belgio si è svolta in parte nel cuore delle istituzioni europee e in parte sul territorio.La sede della Dg Agri a Bruxelles ha visto prima l’introduzione di Michael Niejahr, vicedirettore generale ad interim della stessa, che ha illustrato brevemente lo stato di avanzamento degli sviluppi della Pac negli ultimi mesi, mentre Wolfgang Burtscher, direttore generale “Agricoltura e sviluppo rurale”, ha offerto una panoramica dei risultati e delle sfide della Pac nel mandato della Commisisone che si è appena concluso. Altri funzionari hanno poi approfondito le sfide e le soluzioni attuali e future, l’Ocm e le pratiche commerciali sleali, l’importanza dell’agricoltura nel commercio internazionale mentre una breve sessione è stata dedicata alle “misura d’informazione della Pac”, una grande opportunità per chi opera nel mondo della comunicazione agricola. Olof Gill, portavoce della Commissione europea per l’agricoltura e il commercio, ha accennato all’importanza del comunicare correttamente la Pac, mentre Catherine Geslain-Lannelle, direttrice responsabile della “Strategia e analisi delle politiche”, ha chiuso il seminario presentando l’attuale processo di riflessione nell’avvio della Pac post 2027, sottolineando l’importanza di una preparazione tempestiva.

La visita in campo. Nella giornata successiva, a sud est di Bruxelles i giornalisti hanno visitato due allevamenti lattiero-caseari che fanno capo a Fairecoop, la cooperativa belga per i latticini, la frutta (pere e mele) e la carne che ha creato il marchio “Fairebel”. Una cooperativa che tra l’altro ha anche un interessante progetto di cooperazione in alcuni paesi africani con gli allevatori belgi che portano la loro esperienza al fine di produrre latte in maniera sostenibile in Mali, Niger e Senegal. La sostenibilità ambientale, con una grande attenzione anche alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, alla diminuzione degli imballaggi e al loro riciclo, è al centro della politica commerciale di Faircoop, assieme alla ricerca della qualità e alla sostenibilità sociale.

leaflet AGRI PRESS

Iscrizione alla piattaforma. Per concludere non si può che sottolineare l’utilità di Agri Press per chi si occupa di comunicazione agricola, invitando i giornalisti a dare un’occhiata alla piattaforma all’indirizzo https://agri-press.network.europa.eu per sfruttare le interessanti opportunità che offre la struttura della Dg Agri.

L’acquacoltura in Unione Europea ristagna, nonostante i cospicui aiuti

acquacoltura

Il quadro di riferimento dell’UE per promuovere lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura negli Stati membri è migliorato, ma i finanziamenti, seppur notevolmente aumentati, non hanno prodotto risultati concreti, avvisa la Corte dei conti europea in una relazione pubblicata lo scorso 15 novembre.

Premessa. L’acquacoltura designa l’allevamento di pesci, molluschi, alghe e altri organismi acquatici. Può essere praticata in acque marine, salmastre o interne, nonché in impianti terrestri dotati di sistemi di ricircolo dell’acqua. Lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura (in termini ambientali, economici e sociali) è uno dei principali obiettivi della politica comune della pesca dell’Unione europea. Nel 2020 la produzione acquicola totale Ue ammontava a 1,1 milioni di tonnellate, pari a meno dell’1 % del totale mondiale. I principali paesi produttori nell’Unione Europea sono Spagna, Francia, Grecia e Italia, che rappresentano circa due terzi della produzione totale dell’Unione. La Corte ha esaminato il periodo 2014-2020, nonché le disposizioni e i programmi già in essere per il periodo 2021-2027 al momento dell’audit.

La produzione acquicola in Europa sembra proprio a un punto morto. L’acquacoltura è una componente importante della strategia Ue per l’economia blu. Contribuisce alla sicurezza alimentare ed è promossa dal Green Deal europeo quale fonte di proteine con una più bassa impronta di carbonio. Con il sostegno del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (1,2 miliardi di euro assegnati per il periodo 2014-2020) e del successivo Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (1 miliardo di euro assegnato per il periodo 2021-2027), l’Unione europea mira ad assicurare la sostenibilità ambientale a lungo termine dell’acquacoltura e a ottenere vantaggi sul piano economico, sociale e occupazionale. I risultati però sono lenti a manifestarsi e non sono ancora misurabili con certezza. “Negli ultimi anni l’Ue ha cercato di aiutare questo settore gettando in acqua enormi reti, che sono però rimaste desolatamente vuote”, ha dichiarato Nikolaos Milionis della Corte dei conti europea che ha diretto l’audit. L’importo dei finanziamenti destinati esclusivamente all’acquacoltura per il periodo 2014-2020 è stato più del triplo di quanto speso in totale nel periodo 2007-2013, ma la produzione acquicola globale dell’Ue non è decollata, anzi, si è addirittura contratta per due dei maggiori paesi produttori (Italia e Francia). Neanche gli indicatori socioeconomici promettono bene. Il numero di imprese del settore è in calo e, tra il 2014 e il 2020, i posti di lavoro sono diminuiti approssimativamente da 40 000 a 35 000.

Gli auditor rilevano inoltre debolezze nel sistema di monitoraggio.Né la Commissione europea né gli Stati membri hanno dimostrato la necessità di un così forte incremento e gli auditor hanno motivo di ritenere che l’Ue abbia messo in campo troppo denaro. Fatto sta che i fondi disponibili non sono stati in gran parte usati e gli Stati membri potrebbero non essere in grado di spenderli tutti entro il 2023, termine ultimo di ammissibilità per le spese. Uno degli effetti collaterali di tale situazione è che i paesi dell’Ue hanno finanziato quasi tutti i progetti, indipendentemente dal contributo che avrebbero potuto apportare al conseguimento degli obiettivi Ue per l’acquacoltura, mentre un approccio più mirato sarebbe stato forse più proficuo. Gli auditori non hanno potuto individuare un insieme unico di indicatori che consentisse loro di valutare la sostenibilità ambientale del settore, sebbene si trattasse di uno dei principali obiettivi della politica dell’Ue. Destano ancora maggiore preoccupazione i dati attualmente forniti sui traguardi raggiunti con i fondi Ue, che non sono né uniformi né attendibili e mostrano risultati palesemente sovrastimati, valori conteggiati tre volte e cifre che variano a seconda del sistema di rendicontazione selezionato. Di conseguenza, gli auditor non hanno potuto determinare il contributo dei fondi Ue alla sostenibilità ambientale e sociale del settore acquicolo o alla sua competitività.

Fonte: Servizio comunicazione Corte dei conti europea

Per la Corte dei conti europea, la politica vitivinicola Ue lascia l’amaro in bocca

vigneti

L’Unione europea è il maggior produttore, consumatore ed esportatore mondiale di vino. Nel 2022 esistevano nell’Ue 2,2 milioni di aziende vinicole ed i vigneti coprivano circa il 2% della superficie agricola utilizzata dell’Ue. Circa l’80 % del vino prodotto nell’Ue proviene da Italia, Francia e Spagna. I viticoltori e i produttori vinicoli fruiscono del sostegno finanziario della Pac, che può consistere in un sostegno specifico nell’ambito dell’organizzazione comune dei mercati del vino (principalmente attraverso i programmi nazionali di sostegno), ma anche in pagamenti diretti, sostegno alle misure di sviluppo rurale e/o misure di promozione orizzontali.

Il settore vitivinicolo dell’Ue è fortemente regolamentato e sostenuto. In particolare, viticoltori ricevono dall’Unione europea circa 500 milioni di euro all’anno per ristrutturare i vigneti ed diventare più competitivi. Dal 2016, possono anche richiedere l’autorizzazione a piantare ulteriori viti, al fine di consentire una crescita controllata della produzione potenziale (un aumento annuo massimo dell’1 %), evitando al contempo un eccesso di offerta. “Sviluppare la competitività del settore vitivinicolo è essenziale e particolarmente pertinente ai fini dell’Ue, ma dovrebbe andare di pari passo con una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale” ha dichiarato Joëlle Elvinger, responsabile per la Corte dei conti europea dell’audit. “Per quanto riguarda entrambi gli obiettivi, possiamo quanto meno affermare che l’azione dell’Ue non abbia ancora prodotto i risultati sperati.”

 I metodi di viticoltura utilizzati nell’Unione Europea sono raramente “verdi”. Gli auditor dell’Ue lamentano che, nonostante l’entità dei finanziamenti in gioco, la politica vitivinicola dell’Unione europea non abbia fatto molto per l’ambiente. In particolare, la misura che offre la possibilità di ristrutturare i vigneti dimostra scarsa attenzione per gli obiettivi di natura ambientale. In pratica, le risorse Ue non sono state indirizzate verso progetti volti a ridurre l’impatto della viticoltura sul clima e/o sull’ambiente. Anzi, tale misura potrebbe aver sortito l’effetto opposto, come il passaggio a varietà di viti che necessitano più acqua. Analogamente, l’aumento dell’1% della superficie viticola, esteso per ulteriori 15 anni (fino al 2045), non è mai stato valutato sotto il profilo ambientale.

Il futuro non appare molto più roseo: nella nuova politica agricola comune (Pac), le ambizioni ambientali per il settore vitivinicolo restano limitate. In passato, la Corte dei conti europea ha raccomandato di collegare esplicitamente i pagamenti a favore degli agricoltori – compresi quelli per i viticoltori – al rispetto di requisiti ambientali. Nella nuova Pac, invece, tali requisiti per l’erogazione dei finanziamenti destinati alle ristrutturazioni sono stati aboliti. Inoltre, gli Stati membri dell’UE saranno tenuti a destinare solo un modesto 5% delle risorse stanziate per il settore vitivinicolo ad azioni relative ai cambiamenti climatici, all’ambiente e alla sostenibilità. A giudizio della Corte, tale percentuale è piuttosto esigua considerato che, nell’ambito di una PAC più verde, il 40 % di tutta la spesa dovrebbe essere diretta a obiettivi collegati al clima.

Neanche l’obiettivo dell’Ue di rendere i viticoltori più competitivi è stato conseguito. Nei cinque paesi sottoposti a audit, i progetti sono finanziati indipendentemente dal loro contenuto o dal loro livello di ambizione, e senza tener conto di criteri per aumentare la competitività. Anche cambiamenti non strutturali o normali rinnovi dei vigneti sono finanziati, benché tali azioni non siano ammissibili a ricevere finanziamenti. I beneficiari non sono neanche tenuti a comunicare in che modo l’attività di ristrutturazione abbia accresciuto la loro competitività. Inoltre, né la Commissione europea né gli Stati membri valutano in che modo i progetti sostenuti contribuiscano effettivamente a rendere i viticoltori più competitivi.  Lo stesso vale per il sistema di autorizzazione degli impianti. In primo luogo, l’aumento annuale massimo dell’1% è stato proposto e adottato senza alcuna giustificazione, o senza che sia stata eseguita un’analisi della sua opportunità e pertinenza. In secondo luogo, nel concedere tali autorizzazioni solo alcuni criteri di ammissibilità e di priorità sono presi in considerazione.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea