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Un inizio difficile per le entrate dell’Unione Europea basate sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati

Secondo una relazione della Corte dei conti europea pubblicata lo scorso settembre, la risorsa basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati, introdotta nel 2021, non ha funzionato. Le azioni volte a monitorare e a sostenere l’attuazione non sono state tempestive, con molti dei paesi dell’Unione Europea impreparati alla sfida. Problemi persistenti con la comparabilità e l’affidabilità dei dati, nonché la mancanza di controlli adeguati sui rifiuti di imballaggio di plastica effettivamente riciclati implicano probabili disfunzioni nel calcolo della risorsa.

Oltre a contribuire al rimborso dei fondi dello strumento europeo per la ripresa, la risorsa Ue basata sulla plastica mira a fornire un incentivo a ridurre il consumo di prodotti di plastica monouso, promuovere il riciclaggio e dare impulso all’economia circolare. È costituita da un contributo nazionale calcolato sulla base di un importo pari a 0,80 euro per chilogrammo di rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati. Poiché i dati pertinenti sono disponibili solo a distanza di due anni, i contributi sono basati su previsioni che sono successivamente adeguate. Nel 2023 le entrate derivanti dalla risorsa propria basata sulla plastica ammontavano a 7,2 miliardi di euro, pari al 4 % delle entrate complessive dell’UE.

“Dopo aver utilizzato le stesse risorse per 33 anni, nel 2021 l’Ue ha introdotto una fonte aggiuntiva di entrate basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati dagli Stati membri. Tuttavia, il metodo di calcolo di questa nuova entrata presenta ancora troppe debolezze”, ha dichiarato Lefteris Christoforou, membro della Corte responsabile dell’audit. “Pertanto, chiediamo alla Commissione europea di risolvere immediatamente il problema e che gli insegnamenti tratti in questa occasione vengano sfruttati nell’elaborazione di potenziali future fonti di entrate dell’Ue”.

La Corte dei conti europea segnala che solo cinque paesi Ue hanno recepito le disposizioni della direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio nella legislazione nazionale entro i termini, inducendo la Commissione europea ad avviare procedure di infrazione nei confronti dei 22 Stati membri rimanenti, delle quali una era ancora in corso al momento dell’audit. I controlli di conformità sono stati effettuati da un contraente esterno una volta considerato completato il recepimento della normativa europea. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la Corte ha notato che almeno una disposizione fondamentale (ad esempio, la definizione di “plastica” e di “imballaggio”, o il calcolo dei rifiuti di imballaggi di plastica generati e riciclati) non era stata adeguatamente recepita. Gli auditor della Corte rilevano che dare seguito a tali questioni può richiedere anni. Fino ad allora, i Paesi europei probabilmente continueranno a utilizzare definizioni incoerenti e metodi di compilazione errati che incidono sul calcolo dei rispettivi contributi: è per questo motivo che la Corte esorta la Commissione europea ad affrontare la situazione.

Per il primo anno di attuazione della risorsa basata sulla plastica (2021), la maggior parte (22) degli Stati membri avevano previsto una quantità inferiore a quella calcolata utilizzando i dati definitivi. Nel complesso, la quantità totale di rifiuti di imballaggio non riciclati prevista per il 2021 era di 1,4 miliardi di chilogrammi in meno rispetto alle quantità comunicate nel 2023. Di conseguenza, la risorsa basata sulla plastica per il 2021 è stata sottostimata di un importo di 1,1 miliardi di euro (circa un quinto dei 5,9 miliardi di euro riscossi quell’anno), ed è stato necessario compensarla con un’altra risorsa per riequilibrare il bilancio.

La Corte dei conti europea rileva che i paesi Ue utilizzano diversi metodi di compilazione e non effettuano un bilanciamento dei risultati ottenuti. Ha inoltre riscontrato che solo sei Stati membri avevano comunicato i dati relativi al riciclaggio all’atto di immissione in un’operazione di riciclaggio come richiesto dalla normativa, mentre altri avevano principalmente fatto ricorso a dati ottenuti al punto di uscita dall’impianto di cernita, e applicato tassi di scarto medio. Ciò fa sì che le stime degli Stati membri relativi alle quantità riciclate siano difficili da mettere a confronto e meno affidabili, e incide sulla rendicontazione del modo in cui i valori-obiettivo stabiliti dalla direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio sono raggiunti.

Infine, a causa di una mancanza di controlli adeguati, vi è un rischio elevato che alcuni rifiuti di imballaggio di plastica non siano effettivamente riciclati. In effetti, se i rifiuti dichiarati come riciclati sono inceneriti, scaricati o conferiti in discarica, ciò non solo costituisce un reato ambientale, ma si traduce anche in una indebita riduzione degli importi dovuti per la risorsa propria. La Corte dei conti europea rileva che lo stesso rischio si applica ai rifiuti di plastica esportati al di fuori dell’Unione Europea, in quanto gli Stati membri non possono attualmente verificare che le condizioni di riciclaggio in paesi terzi siano conformi alle disposizioni UE. Pertanto, raccomanda di adottare misure per mitigare tale rischio.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea

Piani agricoli nazionali: più verdi, ma non ancora abbastanza per gli obiettivi europei

BandiereBruxelles

C’è un abisso tra i valori-obiettivo climatico-ambientali dell’Unione Europea e i piani agricoli elaborati dagli Stati membri. Questa è la conclusione di una relazione pubblicata dalla Corte dei conti europea.

Piani poco ambiziosi

La politica agricola comune (PAC) per il periodo 2023-2027 ha dato agli Stati membri la flessibilità necessaria per riflettere nei propri piani gli ambiziosi obiettivi ecologici dell’UE. Tutti gli Stati membri si sono avvalsi delle esenzioni per le condizioni agricole e ambientali, mentre alcuni di essi hanno ridotto o ritardato l’applicazione delle misure verdi necessarie per ottenere i fondi dell’UE. Nel complesso, gli auditor della Corte concludono che i piani nazionali della PAC non sono molto più ambiziosi di prima per la tutela ambientale. I 378,5 miliardi di euro erogati dalla PAC 2021-2027 mirano, oltre che ad assicurare il sostegno a un reddito adeguato per gli agricoltori, alla sicurezza alimentare, e alla difesa dell’ambiente sottoposto ai cambiamenti climatici che possono anch’essi avere ripercussioni dirette sulla produzione agricola (in caso, ad esempio, di condizioni meteorologiche estreme). “L’impostazione della politica agricola comune è migliorata sotto il profilo ecologico. Tuttavia, rispetto al passato, non abbiamo riscontrato differenze sostanziali nei piani agricoli degli Stati membri”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, responsabile per la Corte dei conti europea dell’audit. “La nostra conclusione è che le ambizioni climatico-ambientali dell’UE non trovano sponda a livello nazionale e che mancano, inoltre, elementi chiave per valutare la performance ecologica”.

Dopo le proteste, allentati dei requisiti a favore dell’ambiente

La nuova PAC ha introdotto maggiori condizioni per ottenere i fondi dell’UE, offrendo nel contempo agli Stati membri maggiore flessibilità nell’applicazione di determinate norme. Ha poi istituito i regimi ecologici, che premiano le pratiche benefiche per il clima, l’ambiente e il benessere degli animali, e ha riconfermato le misure di sviluppo rurale; in entrambi i casi ha previsto l’obbligo, assolto da tutti gli Stati membri, di assegnare una percentuale minima di fondi alle misure climatico-ambientali. Tuttavia, rispetto al periodo precedente, la Corte non ha riscontrato un miglioramento sostanziale dei piani PAC sotto il profilo ecologico. Inoltre, in risposta alle proteste degli agricoltori del maggio 2024 sono stati allentati alcuni requisiti di condizionalità (come la rotazione delle colture per migliorare la qualità del suolo, ora divenuta facoltativa) e, pertanto, l’impatto verde dei piani potrebbe essere ancora inferiore.

Disallineamento al Green Deal

La Corte ha inoltre rilevato che i piani PAC non sono ben allineati al Green Deal, che pure rappresenta una delle principali politiche dell’UE a favore del clima e dell’ambiente. Le norme non impongono agli Stati membri di includere nei rispettivi piani agricoli una stima dei contributi della PAC ai valori-obiettivo del Green Deal. A giudizio della Corte, l’aumento dei terreni coltivati con metodi biologici è l’unico obiettivo misurabile; peraltro, sarà molto difficile raggiungere il valore fissato dal Green Deal a questo riguardo per il 2030. Stando all’analisi, il conseguimento degli obiettivi del Green Deal dipende in larga misura da azioni che esulano dalla PAC. Gli auditor segnalano poi che il quadro di monitoraggio per verificare la performance ecologica della PAC è stato semplificato, ma manca di elementi chiave (ad esempio, la mera comunicazione delle azioni intraprese per ridurre le emissioni non è indicativa di una loro riduzione effettiva). La Corte ha raccomandato pertanto di rafforzare il quadro, in particolare definendo con chiarezza valori-obiettivo e indicatori di risultato che misurino i progressi compiuti.

Fonte: servizio stampa Corte dei Conti europea

Corte dei conti europea: le etichette degli alimenti possono trarre in inganno il consumatore Ue

etichette

I consumatori possono facilmente perdersi in un labirinto di etichette degli alimenti, mentre queste dovrebbero aiutare le persone a prendere decisioni consapevoli al momento dell’acquisto, avverte la Corte dei conti europea in una relazione pubblicata lo scorso 25 novembre, aggiungendo che i consumatori europei sono esposti a un numero crescente di indicazioni, loghi, slogan, etichette e punteggi che possono non solo creare confusione, ma anche risultare fuorvianti.

Fornire informazioni sul contenuto e sulle proprietà degli alimenti

Le etichette spesso sono invece utilizzate per rendere i prodotti più attraenti, sottolineandone presunti benefici, come il fatto di essere salutari, biologici o senza glutine. Le norme dell’Ue prevedono che le etichette forniscano ai consumatori alcune informazioni di base, il che è certo un buon punto di partenza. La Corte ha però rilevato una serie di lacune preoccupanti nella normativa, nonché problemi per quanto riguarda i controlli e le sanzioni pecuniarie. “Invece di fare chiarezza le etichette degli alimenti creano spesso confusione: esistono centinaia di regimi, loghi e indicazioni che il consumatore deve saper decifrare”, ha dichiarato Keit Pentus-Rosimannus, il responsabile dell’audio per la Corte dei conti europea. “Le imprese sanno essere molto creative su cosa riportare sugli imballaggi e le norme dell’Ue non stanno al passo con un mercato in continua evoluzione: circa 450 milioni di consumatori europei sono quindi indifesi di fronte a messaggi volontariamente o involontariamente fuorvianti”.

Informazioni ingannevoli

Il problema è che le lacune della normativa Ue possono lasciare i consumatori in balia di informazioni ingannevoli. Ad esempio, le norme europee permettono l’utilizzo di indicazioni nutrizionali e sulla salute anche per prodotti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e/o sale, il che fa sì che alimenti dolci, come le barrette energetiche, possono essere pubblicizzate evidenziando l’“alto contenuto di proteine”. Analogamente, i consumatori sono sempre più esposti a indicazioni sulla salute non regolamentate relative a sostanze vegetali o “botaniche” (come “contribuisce al recupero energetico” o “migliora le prestazioni fisiche”) anche se non sono suffragate da prove scientifiche. Alcuni consumatori potrebbero persino subire effetti negativi sulla salute. I soggetti con allergie alimentari potrebbero essere esposti a etichette sugli allergeni eccessivamente prudenti e a dichiarazioni vaghe, come “può contenere”, vedendo così limitata la loro scelta di prodotti. I vegetariani e i vegani devono prestare particolare attenzione: sui prodotti a loro destinati sono apposte etichette il cui uso non è regolamentato e non esiste una definizione valida in tutta l’Ue.

Educare i consumatori non considerata una priorità

L’etichettatura nutrizionale fronte pacco, come Nutri-Score, non è armonizzata a livello Ue e i portatori d’interessi europei non hanno trovato un accordo sul sistema di etichettatura da utilizzare. Tuttavia, la standardizzazione delle norme può aiutare i consumatori a individuare le scelte alimentari più sane e, potenzialmente, a prevenire malattie legate all’alimentazione. Invece, la coesistenza di molteplici regimi nei paesi dell’Ue, ognuno con diversi significati e finalità, ha praticamente l’effetto opposto: crea confusione piuttosto che orientare i consumatori. A ciò si aggiunge il crescente numero di etichette, loghi e indicazioni volontarie utilizzati per attirare i consumatori. Tra questi, le cosiddette “etichette pulite” che segnalano l’assenza di determinati elementi (ad esempio, “senza antibiotici”) e qualità non certificate (come “fresco” e “naturale”), ma anche la gran varietà di asserzioni ambientali che non sono altro che un esempio di ambientalismo di facciata (greenwashing). Le norme Ue attuali non sono purtroppo in grado di arginare tali pratiche, constata la Corte. Nonostante tali carenze, la Corte ha riscontrato che educare i consumatori non sembra essere considerata una priorità. L’Ue ha destinato solo circa 5,5 milioni di euro alle campagne di sensibilizzazione sull’etichettatura degli alimenti dal 2021 al 2025, e le campagne d’informazione per i consumatori condotte dagli Stati membri sono sporadiche. Ad esempio, l’indicazione della data sulle confezioni, seppur obbligatoria, è scarsamente compresa dai consumatori, che sono confusi sul significato e sulle implicazioni delle diciture “da consumare entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”.

Controlli

Le imprese del settore alimentare possono approfittare delle debolezze dei controlli e del sistema sanzionatorio. I controlli in genere funzionano bene per gli elementi obbligatori dell’etichettatura degli alimenti, mentre sono pochi o inesistenti per le informazioni volontarie, come le indicazioni nutrizionali e sulla salute, o sulle vendite di prodotti alimentari online (che sono esplose a partire dalla pandemia), con siti Internet al di fuori dell’UE quasi impossibili da controllare. In caso di violazioni, a giudizio della Corte le sanzioni pecuniarie non sono sempre dissuasive, efficaci o proporzionate.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europei

L’Unione Europea rischia di rimanere al palo nella corsa all’adattamento ai cambiamenti climatici

La politica di adattamento dell’Unione Europea (Ue) ai cambiamenti climatici rischia di non stare al passo, stando a una relazione pubblicata lo scorso 16 ottobre dalla Corte dei conti europea. Gli eventi climatici estremi, quali ondate di calore, siccità e inondazioni, sono sempre più gravi e frequenti, e hanno anche pesanti ricadute economiche. Benché l’Ue disponga di un solido quadro di riferimento per fronteggiare l’impatto dei cambiamenti climatici, secondo gli auditor è l’attuazione pratica delle politiche di adattamento a porre problemi.

Le perdite economiche

In media, nell’ultimo decennio le perdite economiche dovute a eventi climatici estremi nell’Ue sono ammontate a 26 miliardi di euro l’anno. Anche l’inazione ha un prezzo: se l’attuale economia europea venisse esposta a un riscaldamento globale compreso tra 1,5 e 3 °C al di sopra dei livelli preindustriali (secondo una stima prudente), si verificherebbe una perdita economica annuale compresa tra 42 e 175 miliardi di euro.

Il recepimento delle politiche di adattamento dell’Ue e nazionali
nelle norme locali è un processo difficile

Da un’indagine condotta dagli auditor presso 400 comuni degli Stati membri controllati, è emerso che gli interpellati ignoravano in gran parte le strategie e i piani di adattamento ai cambiamenti climatici e non utilizzavano gli strumenti dell’Ue per tale adattamento (Climate-ADAPT, Copernicus e il Patto dei sindaci dell’UE). Oltre la metà dei progetti sottoposti ad audit ha affrontato efficacemente i rischi climatici e gli auditor hanno individuato anche alcune buone pratiche. Si sono però imbattuti anche in casi in cui le priorità erano in contrasto fra loro e gli obiettivi di adattamento ai cambiamenti climatici dovevano coesistere con altri obiettivi quali la competitività o lo sviluppo regionale. Ad esempio, hanno rinvenuto progetti che rispondevano alla necessità di una maggiore irrigazione ma che rischiavano di aumentare i consumi idrici complessivi o un progetto di protezione dalle inondazioni che prevedeva ancora il rilascio di concessioni edilizie per nuove abitazioni nella stessa area a rischio. Hanno rilevato persino due progetti che possono portare al cosiddetto maladattamento, cioè a un aumento – anziché a una riduzione – della vulnerabilità o dell’esposizione ai cambiamenti climatici. Tra gli esempi di maladattamento si possono citare la promozione dell’irrigazione per colture ad alta intensità idrica invece di passare a quelle a minore intensità, oppure l’investimento in cannoni per l’innevamento artificiale (seppur energeticamente più efficienti) invece di concentrarsi sul turismo durante tutto l’anno. Inoltre, alcuni progetti (come il ripascimento, ossia l’aggiunta di sabbia nelle spiagge) offrono una soluzione di adattamento solo a breve termine.

Difficile il monitoraggio degli investimenti

Quanto all’assegnazione delle risorse, l’adattamento è una politica trasversale e quindi i finanziamenti dell’Ue per realizzarla provengono da varie fonti dell’Unione, connesse ad esempio all’agricoltura, alla coesione e alla ricerca. Diventa così più complicato assicurare il monitoraggio di questi finanziamenti. Le relazioni sull’adattamento vanno migliorate: infatti, secondo gli auditor, allo stato attuale non consentono di valutare i progressi compiuti dagli Stati membri nell’adattamento ai cambiamenti climatici, in quanto sono in gran parte descrittive e sprovviste di dati quantificabili.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

La Corte dei conti europea avvisa: “Ue poco preparata ad affrontare nuove crisi del gas”

BandiereBruxelles

Se l’Unione europea vuole essere pienamente preparata ad affrontare una nuova crisi del gas vi è ancora molto da fare, avverte una nuova relazione della Corte dei conti europea pubblicata lo scorso 24 giugno.

Premessa. Poco prima della massiccia invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, il gas rappresentava circa un quarto del consumo energetico lordo nell’Ue, con le quote più elevate in Italia e nei Paesi Bassi (entrambi al 41 %), a Malta(40 %) e in Ungheria (34 %). Nello stesso anno, oltre il 20 % dell’energia elettrica dell’Ue e quasi il 40 % di tutta l’energia termica era prodotta a partire dal gas. Dato che l’Ue importa più tre quarti del gas che consuma, la sicurezza dell’approvvigionamento energetico è essenziale per sostenere l’economia e assicurare la prosperità.

Benefici poco chiari. Nonostante le misure di emergenza adottate in risposta all’uso delle forniture di gas come arma da parte della Russia, i benefici apportati da tali azioni dell’Ue non sono sempre chiari. La Corte dei conti europea evidenzia le nuove sfide che l’Ue deve affrontare se vuole garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas a lungo termine, come la maggiore dipendenza dal gas naturale liquefatto (GNL) e la necessità di decarbonizzare parte del proprio consumo di gas.

Il rapido abbandono delle importazioni di gas dalla Russa, che nel 2021 rappresentavano il 45% di tutte le importazioni di gas dell’Ue, ha creato una crisi dell’offerta, che a sua volta ha scatenato una crisi di accessibilità economica. Nell’agosto del 2022 i prezzi all’ingrosso del gas hanno raggiunto un picco di 339 euro per megawattora (rispetto ai 51 euro/MWh dell’agosto 2021). I paesi dell’Ue hanno iniziato a sovvenzionare i prezzi del gas e dell’energia elettrica (circa 390 miliardi di euro per il solo 2022) per ridurre l’impatto sulle famiglie e sulle imprese. Alla fine del 2023 l’Ue era riuscita a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas abbandonando quello russo mentre i prezzi si erano stabilizzati, raggiungendo i livelli pre-crisi agli inizi del 2024. “La crisi scatenata dall’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina nel 2022 ha messo alla prova la resilienza dell’Ue a un improvviso cambiamento dell’approvvigionamento di gas. Nonostante l’impennata dei prezzi e i significativi costi per le famiglie e per le imprese che ciò ha comportato, non abbiamo fortunatamente sperimentato una grave penuria di gas” ha affermato João Leão, responsabile dell’audit per la Corte dei conti europea. “Dato che l’Ue dipende dal gas estero, non può mai adagiarsi sugli allori quando si tratta di sicurezza dell’approvvigionamento. E i consumatori non hanno alcuna garanzia in merito alla sua accessibilità economica, in caso di una futura grave penuria”.

Durante la crisi, l’Ue ha raggiunto l’obiettivo di ridurre la domanda di gas del 15 %, ma gli auditor della Corte non sono stati in grado di stabilire se ciò fosse dovuto alle sole misure adottate o anche a fattori esterni (ad esempio, gli alti prezzi del gas e un inverno mite). Analogamente, l’obbligo di riempimento degli impianti di stoccaggio del gas in tutta l’Ue è stato rispettato e l’obiettivo del 90 % è stato addirittura superato. Praticamente però si tratta dei normali livelli di riempimento prima della crisi. Inoltre, è impossibile valutare l’efficacia del tetto al prezzo del gas dato che i prezzi si sono mantenuti bassi dopo che è stato introdotto.

Tra le altre misure adottate, c’è stato il lancio della piattaforma AggregateEu per fornire un canale alternativo per gli scambi di gas, anche attraverso acquisti congiunti. Anche in questo caso, non è stato possibile stabilire se la piattaforma abbia fornito un valore aggiunto rispetto alle piattaforme esistenti dato che le differenze di prezzo tra gli Stati membri dell’Ue indotte dalla crisi si erano già fortemente ridotte quando AggregateEu è entrata in attività.

Guardando al futuro, la Corte conclude che l’Ue deve consolidare il quadro per l’accessibilità economica del gas. Avverte inoltre che molti Stati membri sono ancora riluttanti a firmare accordi bilaterali di solidarietà. Alcuni paesi dell’Ue taglierebbero persino le forniture di gas a un paese vicino in caso di emergenza. Infine, la Corte sottolinea gli insufficienti progressi in materia di cattura, stoccaggio e utilizzo del carbonio (Ccus), che potrebbero rappresentare anch’essi una sfida per la sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine. Alla luce degli obiettivi climatici (in particolare, zero emissioni nette entro il 2050), la necessità di ridurre le emissioni di carbonio derivanti dal consumo di gas costituirà un elemento sempre più importante del panorama della sicurezza dell’approvvigionamento dell’U3. Ad oggi, vi sono quattro progetti commerciali Ccus operativi nell’Ue in grado di catturare fino a 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Tuttavia, è una goccia nell’oceano rispetto ai 450 milioni di tonnellate di CO2 che sarà necessario catturare ogni anno attraverso il Ccus per conseguire gli obiettivi climatici dell’Ue entro il 2050.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Con Agri Press, opportunità per i giornalisti del settore di conoscere l’agricoltura europea 

foto di gruppo(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) Trentacinque giornalisti agricoli provenienti da 18 Paesi dell’Unione europea attivi nei settori di carta stampata, radio, televisione e web hanno risposto all’invito di Agri Press, piattaforma rivolta ai giornalisti agricoli che offre loro una serie di utili servizi, creata all’interno della Direzione generale “Agricoltura” (Dg Agri) della Commissione europea e recentemente ristrutturata, partecipando nelle settimane scorse a un’intensa tre giorni belga per approfondire le tematiche legate alla nuova Politica Agricola Comune (Pac) e per conoscere alcune realtà di eccellenza del settore primario belga.

Ad oggi ne fanno parte 748 giornalisti (71 italiani), che possono accedere, mediante registrazione al portale, a una serie di notizie di attualità sulle tematiche europee legate ad agricoltura, agroalimentare, sviluppo rurale e foreste, a informazioni sui bandi europei, su eventi a Bruxelles e nei diversi Stati membri. Sono inoltre disponibili pubblicazioni tematiche e i collegamenti a video, foto e file audio liberamente scaricabili o i podcast (in inglese) della serie “Food for Europe”. Molto utili sono poi gli articoli “pronti all’uso” su diverse tematiche, come ad esempio quello recente sul valore aggiunto dei servizi ecosistemici dell’agricoltura nelle zone montane.

L’interattività da parte dei partecipanti è possibile in diverse modalità: dal condividere le proprie storie agricole al pubblicare gli eventi locali che possono essere di interesse per i colleghi, oltre naturalmente al poter contattare giornalisti delle più svariate regioni europee. Una delle iniziative più interessanti di Agri Press è però sicuramente l’organizzazione, almeno un paio di volte all’anno, di visite di studio e seminari in diversi Paesi europei, generalmente in quello che ospita la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. I giornalisti membri della piattaforma possono avanzare la propria candidatura per partecipare alle attività, con costi a carico della Commissione europea. 

L’evento belga accennato in apertura è stato proprio uno di questi e ha seguito i due viaggi di studio nella regione spagnola dell’Aragona nell’autunno scorso e in Grecia nella primavera di quest’anno. La trasferta in Belgio si è svolta in parte nel cuore delle istituzioni europee e in parte sul territorio.La sede della Dg Agri a Bruxelles ha visto prima l’introduzione di Michael Niejahr, vicedirettore generale ad interim della stessa, che ha illustrato brevemente lo stato di avanzamento degli sviluppi della Pac negli ultimi mesi, mentre Wolfgang Burtscher, direttore generale “Agricoltura e sviluppo rurale”, ha offerto una panoramica dei risultati e delle sfide della Pac nel mandato della Commisisone che si è appena concluso. Altri funzionari hanno poi approfondito le sfide e le soluzioni attuali e future, l’Ocm e le pratiche commerciali sleali, l’importanza dell’agricoltura nel commercio internazionale mentre una breve sessione è stata dedicata alle “misura d’informazione della Pac”, una grande opportunità per chi opera nel mondo della comunicazione agricola. Olof Gill, portavoce della Commissione europea per l’agricoltura e il commercio, ha accennato all’importanza del comunicare correttamente la Pac, mentre Catherine Geslain-Lannelle, direttrice responsabile della “Strategia e analisi delle politiche”, ha chiuso il seminario presentando l’attuale processo di riflessione nell’avvio della Pac post 2027, sottolineando l’importanza di una preparazione tempestiva.

La visita in campo. Nella giornata successiva, a sud est di Bruxelles i giornalisti hanno visitato due allevamenti lattiero-caseari che fanno capo a Fairecoop, la cooperativa belga per i latticini, la frutta (pere e mele) e la carne che ha creato il marchio “Fairebel”. Una cooperativa che tra l’altro ha anche un interessante progetto di cooperazione in alcuni paesi africani con gli allevatori belgi che portano la loro esperienza al fine di produrre latte in maniera sostenibile in Mali, Niger e Senegal. La sostenibilità ambientale, con una grande attenzione anche alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, alla diminuzione degli imballaggi e al loro riciclo, è al centro della politica commerciale di Faircoop, assieme alla ricerca della qualità e alla sostenibilità sociale.

leaflet AGRI PRESS

Iscrizione alla piattaforma. Per concludere non si può che sottolineare l’utilità di Agri Press per chi si occupa di comunicazione agricola, invitando i giornalisti a dare un’occhiata alla piattaforma all’indirizzo https://agri-press.network.europa.eu per sfruttare le interessanti opportunità che offre la struttura della Dg Agri.

L’acquacoltura in Unione Europea ristagna, nonostante i cospicui aiuti

acquacoltura

Il quadro di riferimento dell’UE per promuovere lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura negli Stati membri è migliorato, ma i finanziamenti, seppur notevolmente aumentati, non hanno prodotto risultati concreti, avvisa la Corte dei conti europea in una relazione pubblicata lo scorso 15 novembre.

Premessa. L’acquacoltura designa l’allevamento di pesci, molluschi, alghe e altri organismi acquatici. Può essere praticata in acque marine, salmastre o interne, nonché in impianti terrestri dotati di sistemi di ricircolo dell’acqua. Lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura (in termini ambientali, economici e sociali) è uno dei principali obiettivi della politica comune della pesca dell’Unione europea. Nel 2020 la produzione acquicola totale Ue ammontava a 1,1 milioni di tonnellate, pari a meno dell’1 % del totale mondiale. I principali paesi produttori nell’Unione Europea sono Spagna, Francia, Grecia e Italia, che rappresentano circa due terzi della produzione totale dell’Unione. La Corte ha esaminato il periodo 2014-2020, nonché le disposizioni e i programmi già in essere per il periodo 2021-2027 al momento dell’audit.

La produzione acquicola in Europa sembra proprio a un punto morto. L’acquacoltura è una componente importante della strategia Ue per l’economia blu. Contribuisce alla sicurezza alimentare ed è promossa dal Green Deal europeo quale fonte di proteine con una più bassa impronta di carbonio. Con il sostegno del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (1,2 miliardi di euro assegnati per il periodo 2014-2020) e del successivo Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (1 miliardo di euro assegnato per il periodo 2021-2027), l’Unione europea mira ad assicurare la sostenibilità ambientale a lungo termine dell’acquacoltura e a ottenere vantaggi sul piano economico, sociale e occupazionale. I risultati però sono lenti a manifestarsi e non sono ancora misurabili con certezza. “Negli ultimi anni l’Ue ha cercato di aiutare questo settore gettando in acqua enormi reti, che sono però rimaste desolatamente vuote”, ha dichiarato Nikolaos Milionis della Corte dei conti europea che ha diretto l’audit. L’importo dei finanziamenti destinati esclusivamente all’acquacoltura per il periodo 2014-2020 è stato più del triplo di quanto speso in totale nel periodo 2007-2013, ma la produzione acquicola globale dell’Ue non è decollata, anzi, si è addirittura contratta per due dei maggiori paesi produttori (Italia e Francia). Neanche gli indicatori socioeconomici promettono bene. Il numero di imprese del settore è in calo e, tra il 2014 e il 2020, i posti di lavoro sono diminuiti approssimativamente da 40 000 a 35 000.

Gli auditor rilevano inoltre debolezze nel sistema di monitoraggio.Né la Commissione europea né gli Stati membri hanno dimostrato la necessità di un così forte incremento e gli auditor hanno motivo di ritenere che l’Ue abbia messo in campo troppo denaro. Fatto sta che i fondi disponibili non sono stati in gran parte usati e gli Stati membri potrebbero non essere in grado di spenderli tutti entro il 2023, termine ultimo di ammissibilità per le spese. Uno degli effetti collaterali di tale situazione è che i paesi dell’Ue hanno finanziato quasi tutti i progetti, indipendentemente dal contributo che avrebbero potuto apportare al conseguimento degli obiettivi Ue per l’acquacoltura, mentre un approccio più mirato sarebbe stato forse più proficuo. Gli auditori non hanno potuto individuare un insieme unico di indicatori che consentisse loro di valutare la sostenibilità ambientale del settore, sebbene si trattasse di uno dei principali obiettivi della politica dell’Ue. Destano ancora maggiore preoccupazione i dati attualmente forniti sui traguardi raggiunti con i fondi Ue, che non sono né uniformi né attendibili e mostrano risultati palesemente sovrastimati, valori conteggiati tre volte e cifre che variano a seconda del sistema di rendicontazione selezionato. Di conseguenza, gli auditor non hanno potuto determinare il contributo dei fondi Ue alla sostenibilità ambientale e sociale del settore acquicolo o alla sua competitività.

Fonte: Servizio comunicazione Corte dei conti europea

Per la Corte dei conti europea, la politica vitivinicola Ue lascia l’amaro in bocca

vigneti

L’Unione europea è il maggior produttore, consumatore ed esportatore mondiale di vino. Nel 2022 esistevano nell’Ue 2,2 milioni di aziende vinicole ed i vigneti coprivano circa il 2% della superficie agricola utilizzata dell’Ue. Circa l’80 % del vino prodotto nell’Ue proviene da Italia, Francia e Spagna. I viticoltori e i produttori vinicoli fruiscono del sostegno finanziario della Pac, che può consistere in un sostegno specifico nell’ambito dell’organizzazione comune dei mercati del vino (principalmente attraverso i programmi nazionali di sostegno), ma anche in pagamenti diretti, sostegno alle misure di sviluppo rurale e/o misure di promozione orizzontali.

Il settore vitivinicolo dell’Ue è fortemente regolamentato e sostenuto. In particolare, viticoltori ricevono dall’Unione europea circa 500 milioni di euro all’anno per ristrutturare i vigneti ed diventare più competitivi. Dal 2016, possono anche richiedere l’autorizzazione a piantare ulteriori viti, al fine di consentire una crescita controllata della produzione potenziale (un aumento annuo massimo dell’1 %), evitando al contempo un eccesso di offerta. “Sviluppare la competitività del settore vitivinicolo è essenziale e particolarmente pertinente ai fini dell’Ue, ma dovrebbe andare di pari passo con una maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale” ha dichiarato Joëlle Elvinger, responsabile per la Corte dei conti europea dell’audit. “Per quanto riguarda entrambi gli obiettivi, possiamo quanto meno affermare che l’azione dell’Ue non abbia ancora prodotto i risultati sperati.”

 I metodi di viticoltura utilizzati nell’Unione Europea sono raramente “verdi”. Gli auditor dell’Ue lamentano che, nonostante l’entità dei finanziamenti in gioco, la politica vitivinicola dell’Unione europea non abbia fatto molto per l’ambiente. In particolare, la misura che offre la possibilità di ristrutturare i vigneti dimostra scarsa attenzione per gli obiettivi di natura ambientale. In pratica, le risorse Ue non sono state indirizzate verso progetti volti a ridurre l’impatto della viticoltura sul clima e/o sull’ambiente. Anzi, tale misura potrebbe aver sortito l’effetto opposto, come il passaggio a varietà di viti che necessitano più acqua. Analogamente, l’aumento dell’1% della superficie viticola, esteso per ulteriori 15 anni (fino al 2045), non è mai stato valutato sotto il profilo ambientale.

Il futuro non appare molto più roseo: nella nuova politica agricola comune (Pac), le ambizioni ambientali per il settore vitivinicolo restano limitate. In passato, la Corte dei conti europea ha raccomandato di collegare esplicitamente i pagamenti a favore degli agricoltori – compresi quelli per i viticoltori – al rispetto di requisiti ambientali. Nella nuova Pac, invece, tali requisiti per l’erogazione dei finanziamenti destinati alle ristrutturazioni sono stati aboliti. Inoltre, gli Stati membri dell’UE saranno tenuti a destinare solo un modesto 5% delle risorse stanziate per il settore vitivinicolo ad azioni relative ai cambiamenti climatici, all’ambiente e alla sostenibilità. A giudizio della Corte, tale percentuale è piuttosto esigua considerato che, nell’ambito di una PAC più verde, il 40 % di tutta la spesa dovrebbe essere diretta a obiettivi collegati al clima.

Neanche l’obiettivo dell’Ue di rendere i viticoltori più competitivi è stato conseguito. Nei cinque paesi sottoposti a audit, i progetti sono finanziati indipendentemente dal loro contenuto o dal loro livello di ambizione, e senza tener conto di criteri per aumentare la competitività. Anche cambiamenti non strutturali o normali rinnovi dei vigneti sono finanziati, benché tali azioni non siano ammissibili a ricevere finanziamenti. I beneficiari non sono neanche tenuti a comunicare in che modo l’attività di ristrutturazione abbia accresciuto la loro competitività. Inoltre, né la Commissione europea né gli Stati membri valutano in che modo i progetti sostenuti contribuiscano effettivamente a rendere i viticoltori più competitivi.  Lo stesso vale per il sistema di autorizzazione degli impianti. In primo luogo, l’aumento annuale massimo dell’1% è stato proposto e adottato senza alcuna giustificazione, o senza che sia stata eseguita un’analisi della sua opportunità e pertinenza. In secondo luogo, nel concedere tali autorizzazioni solo alcuni criteri di ammissibilità e di priorità sono presi in considerazione.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Protezione del suolo: l’Ue deve rimboccarsi le maniche

agricoltura

L’Ue si è impegnata a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) delle Nazioni Unite, sette dei quali hanno un impatto diretto o indiretto sul suolo. Ciò nonostante, non esiste al momento una definizione comune di “gestione sostenibile del suolo” a livello Ue. La Commissione europea, però, sta lavorando a un’iniziativa legislativa sulla protezione, la gestione e il ripristino dei terreni dell’Ue e ha appena pubblicato la proposta di una nuova direttiva Ue sulla salute del suolo, che sarà dibattuta nei prossimi mesi dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Ue.

L’obiettivo dell’Unione è rendere i terreni sani entro il 2050.  Secondo le ricerche, l’ecosistema del suolo in Europa continuerà a degradarsi a causa di svariati fattori. Circa il 25 % dei terreni dell’Ue presenta un’erosione superiore alla soglia sostenibile raccomandata e molti sono anche a rischio di perdita di biodiversità. Il suolo necessita di azoto per far crescere le piante. Una carenza di questa sostanza può portare al degrado del suolo, mentre un suo eccesso può provocare inquinamento idrico ed eutrofizzazione. Nel periodo 2012-2015 i valori più elevati di inquinamento nell’UE sono stati registrati a Cipro e nei Paesi Bassi; quest’ultimo Paese aveva anche il più alto valore noto tra il 2016 e il 2019, il periodo più recente per il quale sono disponibili dati.

L’audit è incentrato sul periodo 2014-2020 (le cui norme sono state prorogate a copertura del 2021 e del 2022), con uno sguardo anche al futuro sul periodo 2023-2027. La Corte ha verificato se la Commissione europea e gli Stati membri avessero utilizzato efficacemente gli strumenti dell’Ue per la gestione sostenibile dei terreni agricoli e del letame. Il campione di audit ha compreso cinque paesi: Germania, Irlanda, Spagna, Francia e Paesi Bassi. Secondo gli auditor della Corte dei conti europea, per quanto riguarda la “salute” del suolo in Europa le norme Ue mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi più urgenti. La relazione fa seguito a un’analisi secondo la quale il 60 %-70 % dei terreni in Europa non è sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame.

L’abuso di concimi in agricoltura ha un impatto negativo sulla qualità dell’acqua e sulla varietà animale e vegetale. La normativa dell’UE, come quella che disciplina la politica agricola comune (PAC) e la direttiva Nitrati, promuove i miglioramenti nella gestione del suolo e del letame. Secondo la migliore stima della Corte, i finanziamenti PAC destinati alla salute del suolo tra il 2014 e il 2020 sono ammontati a circa 85 miliardi di euro, mentre la direttiva Nitrati fissa un limite all’impiego di azoto da concime organico animale nelle zone inquinate.“Il suolo svolge un ruolo essenziale per la vita ed è una risorsa non rinnovabile”, ha dichiarato Eva Lindström, responsabile della relazione per la Corte dei conti europea. “In Europa, tuttavia, il terreno non è sano su vaste zone. È questo un grido di allarme: è ora che l’Ue si rimbocchi le maniche e riporti le nostre terre a uno stato di salute soddisfacente. Non possiamo voltare le spalle alle generazioni future. Gli imminenti cambiamenti alla normativa dell’Ue offrono ai legislatori dell’Unione l’opportunità di elevare gli standard dei terreni in tutta Europa”.

Attualmente, miglioramenti solo marginali. Gli auditor della Corte hanno constatato che lo strumento dell’Ue per indurre gli agricoltori a rispettare le condizioni ambientali (“condizionalità”) può potenzialmente consentire di fronteggiare le minacce per il suolo, dal momento che le relative norme si applicano all’85 % della superficie agricola. Eppure queste condizioni, che gli agricoltori devono soddisfare per percepire i pagamenti a titolo della PAC, non si spingono abbastanza in là. I requisiti che i paesi Ue pongono in relazione al suolo comportano scarsissimi cambiamenti alle pratiche agronomiche e possono apportare alla salute del suolo un miglioramento solo marginale. Nonostante alcune migliorìe introdotte per il periodo 2023-2027, i cambiamenti finora realizzati in alcuni Stati membri sono insufficienti e possono avere solo un impatto modesto sulla gestione sostenibile del suolo e del letame.

I paesi UE avrebbero dovuto destinare i finanziamenti alle aree che presentavano problemi del suolo acuti. Hanno invece fornito loro solo una piccola parte dei finanziamenti UE per lo sviluppo rurale, usati a sostegno delle pratiche agricole rispettose dell’ambiente che sono facoltative. I rispettivi programmi di sviluppo rurale contemplavano poche misure per la gestione del letame, malgrado i problemi noti relativi alle eccedenze di azoto. La Commissione fatica ad avere una visione globale delle pratiche adottate nei vari paesi per rispettare gli obblighi in materia di gestione del letame, poiché i dati da questi forniti sono incompleti. A causa di tali lacune, non si possono neanche calcolare medie per l’UE. Inoltre, le deroghe riducono l’efficacia delle restrizioni all’uso del letame. Prova ne è il fatto che l’inquinamento del suolo è aumentato nelle aziende alle quali sono state concesse deroghe ai limiti di azoto. La Corte nota in aggiunta che le procedure d’infrazione intentate nei confronti dei paesi in riferimento alla direttiva Nitrati richiedono molto tempo.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Legge sul ripristino della Natura: il Parlamento europeo pronto ai negoziati con il Consiglio europeo sul testo approvato

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Premessa. Oltre l’80% degli habitat europei è in cattive condizioni. Per far fronte a ciò, il 22 giugno 2022 la Commissione europea aveva proposto un regolamento sul ripristino della Natura per contribuire al recupero a lungo termine delle aree terrestri e marine dell’UE danneggiate e per raggiungere gli obiettivi dell’Ue in materia di clima e biodiversità. Secondo la Commissione, la nuova legge apporterebbe notevoli benefici economici, in quanto ogni euro investito si tradurrebbe in almeno 8 euro di benefici. La legge, inoltre, risponderebbe alle aspettative dei cittadini in materia di protezione e ripristino della biodiversità, del paesaggio e degli oceani espresse nelle proposte delle conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Martedì 11 luglio scorso, dunque, dopo un dibattito, il Parlamento europeo ha adottato la sua posizione negoziale sulla legge europea inerente al ripristino della natura con 336 voti a favore, 300 contrari e 13 astensioni. Una mozione per respingere in toto la proposta della Commissione non è stata approvata (312 voti a favore, 324 contrari e 12 astensioni). I deputati hanno sottolineato che il ripristino degli ecosistemi è fondamentale per combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità nonché ridurre i rischi per la sicurezza alimentare. Inoltre, hanno evidenziato che la proposta di legge non impone la creazione di nuove aree protette nell’Ue, né blocca la costruzione di nuove infrastrutture per l’energia rinnovabile. E’ stato approvato un nuovo articolo che sottolinea come tali impianti siano in larga misura di interesse pubblico.

Obiettivi per il 2030. Il Parlamento europeo ha sottolineato che la nuova legge deve contribuire al conseguimento degli impegni internazionali dell’Ue, in particolare quelli indicati nel quadro globale sulla biodiversità delle Nazioni Unite di Kunming-Montreal. I deputati hanno sostenuto la proposta della Commissione di attuare, entro il 2030, misure di ripristino della natura coinvolgenti almeno il 20% di tutte le aree terrestri e marine dell’UE. Il Parlamento ha proposto che la normativa si applichi solo una volta che la Commissione avrà fornito dati sulle condizioni necessarie per garantire la sicurezza alimentare a lungo termine e dopo che i Paesi dell’UE avranno quantificato le aeree da ripristinare per raggiungere gli obiettivi per ogni tipo di habitat. Il Parlamento vuole anche introdurre la possibilità di rinviare gli obiettivi di ripristino in caso di conseguenze socio-economiche eccezionali. Entro 12 mesi dall’entrata in vigore del regolamento, la Commissione dovrà valutare l’eventuale divario tra le esigenze finanziarie del ripristino e i finanziamenti UE disponibili e studiare soluzioni per colmare tale divario, in particolare attraverso un apposito strumento UE.

Il relatore spagnolo César Luena ha dichiarato: “La legge sul ripristino della natura è un elemento essenziale del Green Deal europeo e segue le raccomandazioni e i pareri scientifici che sottolineano la necessita di ripristinare gli ecosistemi europei. Gli agricoltori e i pescatori ne beneficeranno e verrà garantita una terra abitabile alle generazioni future. La posizione adottata invia un messaggio chiaro. Ora dobbiamo continuare a lavorare bene, difendere la nostra posizione durante i negoziati con i Paesi UE e raggiungere un accordo prima della fine del mandato di questo Parlamento per approvare il primo regolamento sul ripristino della natura nella storia dell’UE.” Il Parlamento è ora pronto ad avviare i negoziati con il Consiglio UE sul testo.