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Asiago DOP dice no al Nutri-score. Prosegue poi fino al 30 agosto la raccolta fondi per la ricostruzione di Malga Pian di Granezza.

Fiorenzo_Rigoni_Presidente_Consorzio_Tutela_Formaggio_Asiago

Il Consorzio Tutela Formaggio Asiago non autorizzerà richieste di modifica dell’etichettatura dell’Asiago DOP che contemplino la presenza di indicazioni a semaforo o sistemi equivalenti. Applicando i compiti conferitigli dal Reg. (UE) 1151/2012, in base al quale – tra le varie misure – i consorzi di tutela hanno facoltà di “adottare provvedimenti volti a impedire o contrastare misure che sono o rischiano di essere svalorizzanti per l’immagine dei prodotti”, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago sceglie questo provvedimento a contrasto di una misura che considera svalorizzante per l’immagine del formaggio Asiago e invita l’Unione Europea a rispettare i propri trattati e regolamenti a partire proprio dal più volte enunciato riconoscimento e tutela del valore della qualità e diversità delle produzioni agricole.

Semafori in etichetta. Una scelta che implicherebbe, per il formaggio Asiago, classificazioni o pagelle di discutibile natura – emesse a prescindere dal suo valore alimentare e culturale – ed in contrasto con i compiti attribuiti ai consorzi di tutela dalla stesso Regolamento, tra cui quello di “sviluppare attività di informazione e di promozione miranti a comunicare ai consumatori le proprietà che conferiscono valore aggiunto ai prodotti”. “Questa nostra presa di posizione” – afferma il presidente del Consorzio, Fiorenzo Rigoni – “vuol essere un forte richiamo all’Unione Europea che, fin dai suoi trattati e regolamenti, riconosce la produzione agricola come patrimonio vivente dal valore culturale e gastronomico da preservare. Per questo chiediamo con forza di non mettere a rischio quella tipicità e diversità che è parte della nostra storia e senza la quale tutti, produttori e consumatori, rischiamo di perdere un patrimonio comune.” In questa decisione, il Consorzio Tutela Formaggio Asiago è a fianco di OriGIn Italia, l’associazione che rappresenta circa il 95% delle produzioni del sistema dei Consorzi di tutela italiani, recentemente espressasi a favore di un’azione compatta di tutto il sistema DOP e IGP per rafforzare le posizioni politiche portate avanti dal nostro Paese, da sempre contrario all’introduzione del Nutri-score, come più volte espresso dal Ministro delle politiche agricole, Stefano Patuanelli.

Continua invece fino al 30 agosto la gara di solidarietà per la ricostruzione di Malga Pian di Granezza, storica malga produttrice di Asiago DOP a Lusiana Conco, nell’Altopiano dei 7 Comuni, che, l’8 luglio scorso, è stata colpita da una violenta e distruttiva tromba d’aria. Oltre 270 donatori, dalla Sicilia al Trentino, hanno già risposto all’appello del Consorzio Tutela Formaggio Asiago per sostenere la sua rinascita e, a un mese dall’evento, il presidente Rigoni, insieme alla consigliera Lorella Frigo, hanno consegnato al Sindaco del Comune di Lusiana Conco, proprietario della malga, e a Mario Basso, gestore, la prima tranche di 15.000 euro frutto dello stanziamento straordinario del Consorzio e della raccolta fondi per la ricostruzione avviata sulla piattaforma di crowdfunding https://buonacausa.org/cause/salviamomalgagranezza. “Ringrazio di cuore tutti i sostenitori per l’affetto e il sostegno ricevuto, ha detto commosso Basso, i vostri messaggi mi hanno fatto reagire e spinto a non perdermi d’animo. Grazie all’aiuto di tanti amici di questa malga e del suo territorio, nonostante questo evento, la produzione del formaggio non si ferma”. Nell’Altopiano dei 7 Comuni le malghe sono il presidio di un’agricoltura di montagna che rappresenta il simbolo vivente della millenaria storia della produzione casearia del formaggio Asiago DOP. Di proprietà collettiva, le malghe vengono assegnate attraverso una gara a gestori che si impegnano a preservare e migliorare il bene loro temporaneamente assegnato dalla comunità. Per questo, parte del devoluto è stato consegnato al sindaco di Lusiana Conco, Antonella Corradin, comune proprietario della malga.

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela Asiago DOP

La spesa agricola dell’UE non ha reso l’agricoltura più rispettosa del clima

BandiereBruxelles

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, i finanziamenti agricoli dell’UE per l’azione per il clima non hanno contribuito a ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura. Benché oltre un quarto di tutta la spesa agricola dell’UE nel periodo 2014 2020 (più di 100 miliardi di euro) sia stata destinata alla mitigazione dei cambiamenti climatici, è dal 2010 che le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. La maggior parte delle misure finanziate dalla politica agricola comune (PAC) ha infatti limitate potenzialità ai fini della mitigazione dei cambiamenti climatici, e la PAC non incentiva l’adozione di pratiche efficaci rispettose dell’ambiente.

Monito. “L’UE svolge un ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici nel settore agricolo, dal momento che elabora normativa in materia di ambiente e cofinanzia la maggior parte della spesa agricola degli Stati membri”, ha dichiarato Viorel Ștefan, responsabile della relazione all’interno della Corte dei conti europea. “Le nostre constatazioni dovrebbero essere utili per raggiungere l’obiettivo UE della neutralità climatica entro il 2050. La nuova politica agricola comune deve concentrarsi di più sulla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura, deve essere più trasparente e rendere meglio conto del contributo fornito alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

La verifica. La Corte ha esaminato se le pratiche per la mitigazione dei cambiamenti climatici sostenute dalla PAC nel periodo 2014 2020 abbiano le potenzialità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte da tre fonti fondamentali: zootecnia, fertilizzanti chimici e letame e uso dei terreni (terre coltivate e pascoli). Ha analizzato inoltre se, nel periodo 2014 2020, la PAC abbia incentivato l’adozione di efficaci pratiche di mitigazione meglio che nel periodo precedente (2007 2013).

Le emissioni prodotte dall’allevamento del bestiame rappresentano circa metà delle emissioni in agricoltura ed è dal 2010 che non diminuiscono. Tali emissioni sono direttamente collegate alle dimensioni delle mandrie, e i bovini ne causano i due terzi. La quota di emissioni riconducibile alla zootecnia aumenta ulteriormente se si tiene conto delle emissioni connesse alla produzione di mangimi animali (comprese le importazioni). La PAC non cerca però di limitare il numero di capi di bestiame, né fornisce incentivi per una loro riduzione. Le misure di mercato della PAC includono la promozione dei prodotti di origine animale, il cui consumo non diminuisce dal 2014: contribuiscono così a mantenere le emissioni di gas a effetto serra invece che a ridurle.

Le emissioni dovute ai fertilizzanti chimici e al letame, che rappresentano quasi un terzo delle emissioni prodotte dall’agricoltura, sono aumentate tra il 2010 e il 2018. La PAC ha sostenuto pratiche che potrebbero ridurre l’uso di fertilizzanti, come l’agricoltura biologica e la coltivazione di legumi da granella. Tali pratiche, secondo la Corte, non hanno tuttavia un effetto certo sulle emissioni di gas a effetto serra. Pratiche di provata efficacia, come i metodi dell’agricoltura di precisione che regolano l’applicazione di fertilizzanti in base alle necessità delle colture, ricevono invece meno finanziamenti.

La PAC finanzia pratiche non rispettose dell’ambiente, sovvenzionando, ad esempio, gli agricoltori che coltivano le torbiere drenate, che rappresentano meno del 2 % delle superfici agricole dell’UE ma rilasciano il 20 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE prodotte dall’agricoltura. I fondi per lo sviluppo rurale avrebbero potuto essere utilizzati per il ripristino di queste torbiere, ma ciò è avvenuto di rado. Il sostegno a misure della PAC per il sequestro del carbonio, quali l’imboschimento, i sistemi agroforestali e la conversione di seminativi in prato, non è aumentato rispetto al periodo 2007 2013. La normativa dell’UE attualmente non applica il principio “chi inquina paga” alle emissioni di gas a effetto serra del settore agricolo.

Infine, la Corte ha rilevato che le norme di condizionalità e le misure di sviluppo rurale sono cambiate poco rispetto al periodo precedente, nonostante le maggiori ambizioni dell’UE in materia di clima. Il regime di inverdimento avrebbe dovuto rafforzare la performance ambientale della PAC: invece, non ha incentivato gli agricoltori ad adottare misure efficaci rispettose dell’ambiente, e l’impatto prodotto sul clima è stato marginale.

Il contesto . La produzione alimentare è responsabile del 26 % delle emissioni mondiali di gas a effetto serra e l’agricoltura, soprattutto il settore zootecnico, è responsabile della maggior parte di tali emissioni. Attualmente a livello dell’UE si sta negoziando la politica agricola comune per il periodo 2021 2027, che disporrà di una dotazione di circa 387 miliardi di euro. Quando verrà raggiunto un accordo sulle nuove regole, gli Stati membri le attueranno attraverso i “piani strategici della PAC” elaborati a livello nazionale e soggetti al monitoraggio della Commissione europea. In base alle norme attuali, ogni Stato membro decide se il proprio settore agricolo debba contribuire alla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Norme UE più rigide a protezione dei propri prodotti

Sono entrate in vigore nuove e rigide norme UE (Reg. 167/2021 che modifica il Reg. 654/2014) in materia di scambi commerciali tra l’Unione e gli altri Paesi del mondo. Obiettivo: rafforzare il pacchetto di strumenti a disposizione dell’UE per difendere i propri interessi nel mercato globale. Con l’aggiornamento di questo importante regolamento sarà ora possibile, tra l’altro, conferire all’Unione il potere di agire con più forza nella protezione dei propri interessi commerciali in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).  Qui il nuovo regolamento: https://bit.ly/3b3qmLW  

Fonte: Veneto Agricoltura Europa

Brexit: raggiunto l’accordo commerciale tra UE e UK, ripristinati i controlli di frontiera ma no a tariffe doganali

Dalla mezzanotte del 1 gennaio 2021 è scaduto il periodo di transizione concesso al Regno Unito per i negoziati per l’uscita dall’Unione europea.

La necessità di cercare un accordo su “come lasciarsi” ha portato ad un’accelerazione delle trattative che si è concretizzata nel raggiungimento di un’intesa comune coronata dall’aggiunta degli ultimi elementi mancanti, arrivati ed approvati da Westminster proprio nella giornata del 30 dicembre 2020: il trattato di commercio e cooperazione, l’accordo che riguarda le procedure di sicurezza per lo scambio e la protezione delle informazioni classificate e l’accordo tra il governo del Regno Unito e la Comunità Europea dell’Energia Atomica per la cooperazione sugli usi sicuri e pacifici dell’energia nucleare.

Entrambe le parti hanno lavorato per scongiurare un’uscita “no deal” (senza accordo). Dopo aver raggiunto un’intesa su questioni come l’abbandono dell’UK al programma Erasmus+, la libertà di circolazione dei cittadini europei nel paese (dal 2021 sarà necessario il passaporto), la condizione di permanenza dei cittadini europei e quelle di arrivo per i nuovi lavoratori, l’abolizione del free roaming, è stato raggiunto un accordo sulle questioni commerciali, le più spinose. Il Regno Unito lascerà infatti il mercato unico europeo ma i commerci con i paesi UE non vedranno l’introduzione di tariffe doganali mentre saranno ripristinati i controlli di frontiera. L’accordo complessivo e definitivo approvato entrato in vigore in modo temporaneo dal 1 gennaio 2021 è in attesa della votazione formale del Parlamento europeo che si riunirà in plenaria a inizio marzo.

Fonte: Europe Direct Comune di Venezia

4 dicembre 2020, webinar Argav su Bilancio UE 2021-2027 e futura PAC

Prosegue l’attività di Argav on web: venerdì 4 dicembre 2020, dalle ore 18 alle ore 19:30, si svolgerà sulla piattaforma Zoom l’incontro “L’Europa che verrà, il bilancio Ue 2021-2027 e futura Pac“. Ne sarà relatrice Laura Ambrosino, responsabile media e comunicazione Commissione Europea rappresentanza a Milano. Per partecipare all’incontro, cliccare qui: https://us02web.zoom.us/j/83805387524?pwd=SFFmdHhZRE4vVkRBV1MxZEhHcEN6Zz09. L’accesso è altrimenti possibile attraverso il sito www.zoom.us, cliccando su “Join a meeting” (barra in alto), quindi inserendo la Meeting ID: 838 0538 7524 e successivamente il passcode ARGAV 2020.

Sarà difficile dimenticare questo 2020: l’epidemia per Covid-19, oltre ad aver causato centinaia di migliaia di decessi in tutto il mondo e messo in un angolo tanti aspetti che tengono in piedi il tessuto sociale delle comunità, ha provocato un autentico sconquasso all’economia globale, compresa quella dei 27 Stati, membri dell’Unione Europea. In questi mesi le Istituzioni comunitarie non sono rimaste a guardare; ora però i Paesi europei attendono il varo degli strumenti economici annunciati, indispensabili per una rapida ripresa. E’ all’interno di questo quadro, che si svilupperà il webinar promosso d’intesa con la Commissione Europea – Rappresentanza a Milano e dedicato al bilancio europeo 2021-2027, agli strumenti economici collegati e ad alcune politiche di grande interesse per l’intera collettività, a partire dalla futura Politica Agricola Comune (P.A.C.) post 2020.

Un grazie particolare per l’organizzazione di questo incontro va ai soci Giancarlo Orsingher e Renzo Michieletto; un grazie al socio Mauro Poletto per l’assistenza tecnica.

 

Corte dei conti europea: azione UE inefficace nell’arrestare il declino degli impollinatori selvatici

Secondo una nuova relazione della Corte dei conti europea, le misure adottate dall’UE non hanno garantito la protezione degli impollinatori selvatici. La strategia sulla biodiversità fino al 2020 si è dimostrata ampiamente inefficace nel prevenirne il declino. Inoltre, le principali politiche dell’UE, tra cui la politica agricola comune, non contemplano criteri specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. La Corte sostiene che, per di più, la normativa UE in materia di pesticidi rappresenta una delle principali cause della perdita di tali specie animali.

Gli impollinatori, come api, vespe, sirfidi, farfalle, falene e coleotteri contribuiscono in maniera significativa all’aumento della quantità e della qualità degli alimenti a noi disponibili. Negli ultimi decenni, tuttavia, la quantità e la diversità degli impollinatori selvatici sono diminuite, principalmente a causa dell’agricoltura intensiva e dell’uso dei pesticidi. La Commissione europea ha predisposto un quadro di misure per affrontare il problema, basato in gran parte sull’iniziativa a favore degli impollinatori del 2018 e sulla strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020. Ha inoltre introdotto, nelle politiche e nella normativa UE esistenti, misure potenzialmente in grado di avere effetti sugli impollinatori selvatici. La Corte ha valutato l’efficacia di tale azione.“Gli impollinatori rivestono un ruolo essenziale nella riproduzione delle piante e nelle funzioni ecosistemiche, e la loro diminuzione dovrebbe essere interpretata come una grave minaccia al nostro ambiente, all’agricoltura e ad un approvvigionamento alimentare di qualità”, ha dichiarato Samo Jereb, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Le iniziative finora intraprese dall’UE per proteggere gli impollinatori selvatici si sono purtroppo rivelate non abbastanza incisive da produrre i frutti sperati.”

La Corte ha rilevato che il quadro ad hoc predisposto dall’UE in materia non contribuisce realmente a proteggere gli impollinatori selvatici. Sebbene la strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020 non prevedesse alcuna singola azione specificamente destinata ad invertire il declino degli impollinatori selvatici, quattro degli obiettivi da essa stabiliti potrebbero indirettamente favorire tali specie animali. Tuttavia, dalla revisione intermedia della strategia realizzata dalla Commissione, è emerso che per tre di tali obiettivi, i progressi erano stati insufficienti o nulli. La revisione ha inoltre individuato proprio nell’impollinazione uno degli elementi più degradati negli ecosistemi dell’UE. La Corte ha inoltre constatato che l’iniziativa a favore degli impollinatori non ha condotto a modifiche significative delle principali politiche.

La Corte ha inoltre rilevato che altre politiche dell’UE che promuovono la biodiversità non contemplano requisiti specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. La Commissione non si è avvalsa delle opzioni disponibili in termini di misure di conservazione della biodiversità previste da altri programmi, quali la direttiva Habitat, la rete Natura 2000 e il programma LIFE. Quanto alla PAC, la Corte ritiene inoltre che sia parte del problema, non parte della soluzione. In una recente relazione, la Corte è giunta alla conclusione che gli obblighi di inverdimento e lo strumento di condizionalità previsti nel quadro della PAC non sono stati efficaci nell’arrestare il declino della biodiversità nei terreni agricoli.

Infine, la Corte sottolinea inoltre che l’attuale normativa in materia di pesticidi non è in grado di offrire misure adeguate per la protezione degli impollinatori selvatici. La normativa attualmente in vigore prevede misure di protezione per le api mellifere, ma le valutazioni dei rischi si basano ancora su orientamenti obsoleti e poco in linea con i requisiti normativi e le più recenti conoscenze scientifiche. A tale riguardo, la Corte sottolinea che il quadro dell’UE in materia ha consentito agli Stati membri di continuare ad utilizzare pesticidi ritenuti responsabili di ingenti perdite di api mellifere. A titolo di esempio, tra il 2013 e il 2019 sono state concesse 206 autorizzazioni di emergenza per tre neonicotinoidi (imidacloprid, tiametoxam e clothianidin), sebbene il loro uso sia soggetto a restrizioni dal 2013 e l’impiego all’area aperta sia severamente vietato dal 2018. In un’altra relazione pubblicata quest’anno, la Corte ha constatato che le pratiche di difesa integrata potrebbero contribuire a ridurre il ricorso ai neonicotinoidi, ma l’UE ha compiuto scarsi progressi nell’assicurarne il rispetto.

Raccomandazioni. Dato che il “Green Deal europeo” sarà in cima all’agenda dell’UE nei decenni a venire, la Corte raccomanda alla Commissione europea di: valutare la necessità di predisporre misure specifiche per gli impollinatori selvatici nelle azioni e nelle misure di follow-up previste per il 2021 relative alla strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2030; integrare meglio azioni volte a proteggere gli impollinatori selvatici negli strumenti strategici dell’UE relativi alla conservazione della biodiversità e all’agricoltura; e migliorare la protezione degli impollinatori selvatici nel processo di valutazione dei rischi legati ai pesticidi.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Azione Ue per il clima, rischio di sovrastimarne la spesa senza un monitoraggio affidabile secondo la Corte dei conti europea

La Commissione Europea ha assunto l’impegno, per il periodo 2014‑2020, di spendere per l’azione per il clima almeno un euro su cinque (20 %) del bilancio dell’UE. Ha adesso innalzato tale valore-obiettivo al 25 % (un euro su quattro) per il periodo 2021‑2027. Secondo una nuova analisi della Corte dei conti europea, definire questi valori-obiettivo può costituire un efficace passo avanti verso il conseguimento degli obiettivi climatici dell’UE, purché la metodologia utilizzata per monitorare i fondi sia valida ed applicata uniformemente a tutti i settori d’intervento.

Far fronte ai cambiamenti climatici rappresenta una priorità fondamentale per l’UE. Invece di creare un apposito strumento di finanziamento per far fronte al problema, la Commissione ha scelto di definire un valore-obiettivo per la percentuale del bilancio dell’UE da spendere per l’azione per il clima. In tale contesto, monitorare la spesa relativa al clima significa misurare il contributo finanziario proveniente da diverse fonti di finanziamento dell’UE al conseguimento degli obiettivi climatici, nonché determinare se questi valori-obiettivo di spesa siano stati raggiunti. “Tutti noi vogliamo un bilancio dell’UE veramente più verde”, ha affermato Joëlle Elvinger, membro della Corte dei conti europea responsabile dell’analisi. “Sono stati fatti passi avanti, ma il rischio di sovrastimare l’azione dell’UE per il clima permane. Guardando avanti al periodo successivo al 2020, al Green Deal della Commissione e al più ambizioso valore-obiettivo del 25 %, abbiamo bisogno di una rendicontazione affidabile della spesa relativa al clima”.

La Corte ha analizzato in particolare il monitoraggio dell’azione per il clima nei settori della politica agricola, della politica di coesione e della politica in materia di ricerca, che complessivamente rappresentano la maggior parte della spesa relativa al clima. In precedenza, aveva segnalato il rischio che l’attuale valore-obiettivo del 20% per la spesa dell’UE potesse non essere raggiunto. Nella nuova analisi, la Corte ribadisce le proprie preoccupazioni circa la metodologia utilizzata dalla Commissione per monitorare la spesa relativa al clima. La Commissione non ha tenuto conto dell’impatto negativo della spesa comportante un aumento delle emissioni. Inoltre, ha sovrastimato la misura in cui la spesa dell’UE, ed in particolare alcuni regimi di aiuto della politica agricola comune (PAC), potevano contribuire a far fronte ai cambiamenti climatici.

Nel maggio 2018, nella propria originaria proposta per il bilancio a lungo termine dell’UE, o “quadro finanziario pluriennale” (QFP) per il 2021‑2027, la Commissione ha innalzato il valore-obiettivo per la spesa dell’UE connessa ai cambiamenti climatici, portandolo dal 20 % al 25 %. Nella proposta della Commissione del dicembre 2019 per un Green Deal europeo, tale innalzamento è stato confermato. La crisi generata dalla COVID-19 può mutare le priorità politiche, spostando l’attenzione verso la necessità di fronteggiare le minacce per la salute pubblica, di rilanciare l’economia o creare posti di lavoro. Nel maggio 2020, la Commissione, previa richiesta del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, ha presentato una proposta rivista per il QFP 2021‑2027, che comprende un piano per la ripresa, finanziato tramite debito, per ovviare agli effetti della crisi generata dalla COVID-19. Questa proposta è attualmente in corso di discussione. La spesa complessiva dell’UE per il clima dipenderà dall’esito di detti negoziati e dal tipo di investimenti per i quali verranno effettivamente spesi i fondi UE aggiuntivi. Ad ogni modo, i cambiamenti climatici rimarranno una problematica globale e una delle principali fonti di preoccupazione per cittadini, responsabili politici e portatori d’interesse.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Focus su quadro finanziario Ue, Pac e vino nella puntata n. 100 di RadioVenetoAgricoltura, ospiti d’eccezione Angelo Frascarelli (Università di Perugia) e Attilio Scienza (Università di Milano)

(di Renzo Michieletto, consigliere Argav) Gli agricoltori potranno contare su risorse finanziarie importanti nel prossimo periodo di programmazione 2021-2027, parola di esperto, anzi di uno dei massimi esperti di politica agricola europea: il prof. Angelo Frascarelli, dell’Università di Perugia, ospite assieme al prof. Attilio Scienza, dell’Università di Milano, guru internazionale in tema di vino e politiche vitivinicole, della puntata speciale n. 100 di RadioVenetoAgricoltura (RVA), la “radio che si vede” – servizio informativo dell’Agenzia regionale (ricordo che tutte le puntate di RVA, dedicate ad interessanti approfondimenti di attualità agricola e ambientale, sono a disposizione sui profili Social YouTube e Facebook, nonché sul sito www.venetoagricoltura.org).

Per il vino, niente vendemmia verde o distillazione obbligatoria. Da me condotta insieme al collega Mimmo Vita, la puntata n. 100 ha affrontato due argomenti di assoluta attualità, che meritavano di essere approfonditi con due grandi esperti: il difficile momento che sta attraversando il comparto vino e il futuro quadro finanziario europeo legato al mondo agricolo. Il prof. Scienza, nel corso dell’intervista, ha ribadito che la crisi del mercato dei vini, soprattutto di qualità, dovuta alla chiusura di ristoranti, bar ed enoteche per Covid-19 va contrastata non con atteggiamenti di difesa quali la distillazione obbligatoria di tre milioni di ettolitri di vino, non con la vendemmia verde di 100mila ettari di vigneto, ma con strategie positive che guardano allo sviluppo del comparto, a partire dalla programmazione e dalla promozione dei nostri grandi vini.

Settimane cruciali per il futuro e la credibilità dell’Unione Europea. Il prof. Frascarelli ha invece affrontato il tema del ruolo strategico a cui il comparto agricolo e gli agricoltori saranno presto chiamati a svolgere, un argomento di assoluta attualità, visto che proprio in questi giorni se ne sta discutendo (in videoconferenza) a livello di Consiglio europeo. Entro il prossimo mese di luglio, infatti, i 27 Stati Membri dovranno dare il via libera al Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), comprendente le risorse che saranno messe a disposizione delle politiche UE per i prossimi sette anni, ma soprattutto della ripresa economica di un’Unione pesantemente colpita dalla crisi causata da Covid-19. La Commissione europea ha già presentato la sua proposta, allineando una potenza di fuoco pari a 1.100 miliardi di euro. A questi dovrebbero aggiungersi i 750 miliardi del “Next Generation EU”, lo strumento operativo del nuovo “Recovery Plan” per la ripresa economica dell’UE dall’attuale crisi, di cui 500 miliardi in forma di sovvenzioni e 250 sottoforma di prestiti. In tutto 1.850 miliardi di euro, che si aggiungono ai 540 miliardi destinati alle misure già concordate nelle scorse settimane – da “SURE” (cassa integrazione per Covid-19) ai prestiti della Banca Europea per gli Investimenti – e alla modifica dell’attuale QFP per sbloccare 11,5 miliardi aggiuntivi già nel 2020. Si tratta di uno sforzo complessivo senza precedenti nella storia dell’Unione Europea, che al momento si presenta però ancora in veste di proposta – seppur già approvata dall’Europarlamento – ma per la quale si attende il semaforo verde da parte dei 27 Stati Membri entro il prossimo mese di luglio.

La programmazione futura per il comparto agricolo. Ma come si inseriscono nella programmazione futura europea i comparti dell’agricoltura, della pesca, delle foreste e della “ruralità” nel suo complesso. Sono questi settori economici ritenuti “strategici” che stanno vivendo un momento di grande fermento e rinnovamento. Si pensi solo che nei prossimi mesi sarà approvata la futura Politica Agricola Comune (PAC) e che agli agricoltori verrà chiesto di svolgere un ruolo importante nell’ambito delle due nuove Strategie “Farm to Fork” (in pratica, dal campo al piatto) e “Biodiversità 2030”, cardini del “Green Deal Europeo”, l’accordo che dovrebbe spingere l’Europa verso la neutralità climatica entro il 2050. Per la buona riuscita di questi propositi sarà però determinante stabilire sia l’impegno richiesto ai settori agricolo, della pesca e della silvicoltura, sia (e soprattutto) l’impatto che le Strategie “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030” avranno su questi stessi comparti. Gli agricoltori e i pescatori europei meritano una transizione equa, condizioni prevedibili e adeguate risorse finanziarie; ma a quanto ammontano le risorse che l’Unione Europea intende mettere a disposizione di questi specifici comparti?

Risorse finanziarie per l’agricoltura. La Commissione, nella sua proposta per un bilancio europeo a lungo termine “rafforzato”, ha previsto un incremento per il capitolo agricolo di ben 9 miliardi di euro (4 miliardi per il Fondo europeo agricolo di garanzia, ovvero la PAC; e 5 miliardi per il Fondo europeo agricolo per lo Sviluppo rurale, ovvero i PSR). Inoltre, l’Esecutivo ha proposto di incrementare anche il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca di 500 milioni di euro. Ulteriori 15 miliardi saranno infine resi disponibili per lo Sviluppo rurale nell’ambito di “Next Generation UE” per sostenere ulteriormente le aree rurali, che rivestono un ruolo vitale nell’ambito della transizione verde e nel contesto degli ambiziosi obiettivi climatici e ambientali dell’Europa. La proposta della Commissione riconosce, dunque, l’importanza strategica del settore agricolo europeo e di conseguenza la necessità di sostenere gli agricoltori e l’economia rurale, si tratta ora di attendere cosa decideranno di fare i 27 Stati Membri.

Efficenza energetica degli edifici, secondo la Corte dei conti europea nell’impiego dei fondi UE manca l’analisi costo/benefici

Posti di fronte alla sfida di mitigare i cambiamenti climatici, i leader dell’Unione europea si sono impegnati a ridurre il consumo energetico previsto degli Stati membri dell’UE del 20% entro il 2020 e del 32,5 % entro il 2030. L’edilizia è il settore che consuma la quota più consistente di energia e che offre il maggior potenziale di risparmio energetico. Tale settore riveste pertanto un ruolo cruciale nel conseguimento degli obiettivi dell’UE in termini di risparmio energetico.

Fondi destinati. Per il periodo 2014‑2020, l’UE ha destinato circa 14 miliardi di euro al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, di cui 4,6 miliardi sono destinati agli edifici residenziali. A questa somma si aggiungono 5,4 miliardi di euro di cofinanziamenti nazionali stanziati dagli Stati membri per miglioramenti relativi ai vari tipi di edifici, compresi 2 miliardi di euro circa per gli edifici residenziali.

Controllo. La Corte dei conti euopea ha esaminato i programmi finanziati dall’UE in cinque Stati membri (Bulgaria, Cechia, Irlanda, Italia e Lituania), i quali hanno destinato 2,9 miliardi di euro a progetti volti ad accrescere l’efficienza energetica degli edifici. Di norma, i progetti cofinanziati dall’UE comprendono l’isolamento degli edifici, l’installazione di finestre ad alta efficienza energetica, sistemi di controllo termico e l’ammodernamento dei sistemi di riscaldamento.

Risultato. Stando a una nuova relazione della Corte, nonostante gli orientamenti forniti dalla Commissione europea siano migliorati, i progetti finanziati dall’UE non puntano ancora a conseguire il maggior risparmio energetico possibile per ogni euro investito. Secondo la Corte, il contributo globale dei finanziamenti UE agli obiettivi di efficienza energetica dell’Unione non è chiaro. “Migliorare l’efficienza energetica degli edifici è fondamentale affinché l’UE onori l’impegno assunto di ridurre il consumo energetico”, ha dichiarato João Figueiredo, membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Ciò significa che le risorse dell’UE devono essere destinate, in via prioritaria, a progetti che apportano risparmi energetici e altri benefici all’insegna dell’efficienza.”

La Corte critica le autorità nazionali degli Stati membri per non aver destinato i fondi dell’UE ai progetti più idonei a realizzare risparmi energetici. Non sempre esse valutano il consumo energetico iniziale, il potenziale risparmio energetico e gli investimenti necessari al momento di stabilire i programmi finanziati dall’UE. Inoltre, le autorità nazionali non incentivano ristrutturazioni profonde concedendo, ad esempio, a queste ultime tassi di aiuto più elevati. Al contrario – osserva la Corte – erogano perlopiù sovvenzioni al 100 %, indipendentemente dal risparmio energetico atteso. Ne consegue che, per alcuni progetti, il finanziamento dell’UE è stato utilizzato per semplici miglioramenti (come l’installazione di un sistema di illuminazione LED) che avrebbero potuto essere realizzati anche senza il sostegno dell’UE.

Le autorità nazionali richiedono spesso audit energetici e attestati di prestazione energetica per valutare gli investimenti. La Corte osserva, tuttavia, che non se ne avvalgono per selezionare i progetti. Nella maggior parte dei casi, assegnano sovvenzioni ai progetti in base all’ordine di ricevimento degli stessi, senza confrontarne i costi e benefici relativi. Ciò aumenta il rischio di finanziare progetti in grado di generare risparmi energetici limitati in proporzione ai costi, specie quando non viene applicato alcun massimale al costo per unità di energia risparmiata. Non essendo misurato il rapporto costi-benefici degli investimenti, la Corte conclude, inoltre, che non è possibile sapere quanta energia sarà risparmiata investendo negli edifici residenziali un totale di 6,6 miliardi di euro della spesa pubblica relativa al periodo 2014‑2020.

Raccomandazioni. Per quanto riguarda la prossima generazione di programmi, la Corte formula alcune raccomandazioni per accrescere l’efficienza della spesa dell’UE in questo settore. La Corte raccomanda di pianificare gli investimenti e renderli più mirati; attuare procedure di selezione dei progetti; monitorare i progressi compiuti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’UE in materia di efficienza energetica. La relazione speciale 11/2020, intitolata “Efficienza energetica degli edifici: permane la necessità di una maggiore attenzione al rapporto costi-benefici”, è disponibile in 23 lingue dell’UE sul sito Internet della Corte (eca.europa.eu). L’audit svolto ha verificato il seguito dato a una precedente relazione speciale, pubblicata nel 2012, intitolata “Efficacia in termini di costi/benefici degli investimenti della politica di coesione nel campo dell’efficienza energetica”. Nel gennaio di quest’anno, la Corte ha pubblicato una relazione speciale sull’azione dell’UE per la progettazione ecocompatibile e l’etichettatura energetica.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

2019 anno pessimo per l’apicoltura europea, appello a Ue di Copa-Cogeca insieme a piano d’azione per scongiurarne la crisi

Di fronte a una situazione di mercato considerata critica, i produttori europei di miele membri dell’Organizzazione agricola europea Copa-Cogeca, hanno lanciato un appello alle Autorità dell’UE affinché vengano presi urgenti provvedimenti in grado di raddrizzare il difficile momento. L’appello è accompagnato da un piano d’azione che propone misure concrete per consentire a più di 650.000 apicoltori europei di rialzare la testa. Dopo un 2019 complicato, oggi la posta in gioco è molto alta, ovvero la sostenibilità economica delle stesse aziende apistiche europee. Questa situazione rischia di causare, tra l’altro, un’erosione irreversibile del grado di autosufficienza dell’UE per l’approvvigionamento di miele.

2019, anno nero per il settore apistico europeo. Il calo della produzione di miele nei principali Paesi produttori ed esportatori, situati nel sud e nell’est dell’UE, a causa delle cattive condizioni meteorologiche, non è stato seguito da un aumento dei prezzi. Questa situazione di mercato anomala non può essere considerata un problema di congiuntura economica. In effetti, dal 2013, i produttori europei di miele hanno dovuto far fronte a importazioni in continua crescita, soprattutto dalla Cina, a prezzi bassi (in media 1,24 euro/kg nel 2019) ai quali i nostri produttori non possono allinearsi. Nel 2018 i costi medi di produzione nell’UE erano di 3,90 euro/kg. Questa differenza di prezzo può essere spiegata solo dall’aggiunta di grandi quantità di sciroppo di zucchero, più economico alla produzione e difficile da rilevare con i controlli effettuati alle frontiere europee, nonché dalla definizione e dal metodo di produzione del miele in Cina, non conformi alle norme europee.

Il piano d’azione proposto. Se la situazione del mercato non dovesse migliorare, gli apicoltori europei che traggono una parte significativa del proprio reddito da questa attività non potranno più continuare, mettendo così a rischio l’esistenza di oltre 10 milioni di alveari nell’UE. Inoltre, il servizio di impollinazione reso dall’apicoltura in sinergia con gli impollinatori selvatici è fondamentale per l’agricoltura e per la biodiversità. La proposta di un piano d’azione In questo difficile contesto, il gruppo di lavoro “Miele” di Copa-Cogeca propone un piano d’azione di buon senso, il cui testo può essere richiesto alla redazione di Veneto Agricoltura  ufficio.stampa2@venetoagricoltura.org). Tra le proposte, a breve termine, l’Organizzazione europea chiede che l’UE garantisca che tutti i mieli importati provenienti da Paesi terzi siano conformi alla definizione europea di miele, soprattutto quelli di origine cinese. Viene richiesta inoltre l’introduzione dell’etichettatura (del Paese) di origine sulle miscele di miele, come sostenuto dalla maggioranza degli Stati Membri alla riunione del Consiglio Agricoltura e Pesca di fine gennaio. Al fine di rafforzare i controlli, il Copa-Cogeca chiede inoltre alla Commissione di lanciare un nuovo piano di controllo coordinato con gli Stati Membri sui lotti di miele di oltre 20 tonnellate importati da Paesi terzi, nonché la creazione di un laboratorio europeo di referenziazione per il miele in stretta collaborazione con il Centro Comune di Ricerca (CCR) e di un Osservatorio europeo del mercato del miele.

Presto una nuova pubblicazione di Veneto Agricoltura. L’Agenzia regionale sta realizzando una pubblicazione dedicata al mondo delle api e del miele (Quaderno n. 21) che affronterà e approfondirà vari argomenti di carattere normativo, organizzativo, strutturale, sanitario, economico, ecc. dell’apicoltura europea, nazionale e soprattutto veneta. Gli interessati a ricevere, nelle prossime settimane, la pubblicazione in formato pdf dovranno inviare una mail all’indirizzo sopra riportato.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura Europa