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Inizia l’autunno ed è già tempo di rafano, il “tartufo dei poveri”

Foto Opo Veneto, produttore rafanoIn Basilicata lo chiamano “il tartufo dei poveri” per il sapore forte, piccante e aromatico della radice, di cui è cominciata la raccolta in questi giorni. E’ il rafano (cren nel Veneto e territori confinanti), pianta erbacea delle crucifere (Armoracia rusticana), che prima di essere valorizzata in cucina come salsa, era considerata una miracolosa erba medicinale, impiegata per curare tantissimi malanni, soprattutto per lenire i dolori da contusioni, strappi, reumatismi, sciatica. Il rafano era ritenuto, inoltre, efficace per prevenire e contrastare raffreddori e influenze stagionali.

Originario della Russia, si è ampiamente diffuso un po’ ovunque, dove ha trovato condizioni favorevoli; cresce spontaneo su terreni drenati, lungo corsi d’acqua, in luoghi freschi ed ombrosi. Per la facilità, con cui si propaga, è considerato anche un’erba infestante. Era stato un po’ dimenticato, con l’eclisse della civiltà rurale tradizionale. E’ stato riscoperto proprio per le sue marcate virtù in cucina e in erboristeria. Mentre fino a poco tempo fa si raccoglievano le radici del cren, che si lasciava crescere spontaneo nei broli e negli orti, lungo corsi d’acqua, spesso all’ombra delle vecchie case rurali, accanto ai pollai, adesso è coltivato in piccole aziende orticole che lo collocano con soddisfazione nei mercati.

Prodotto di nicchia. La richiesta è crescente. Va forte nella cucina tradizionale che lo usa per accompagnare soprattutto carni bollite, pesce affumicato, uova e altre pietanze. In Basilicata si può gustare la “rafanata”, un piatto al forno gustosissimo, dominato dal sapore del cren. In una storica trattoria di Torreglia, ai piedi dei colli euganei, in provincia di Padova, si possono assaggiare degli ottimi spaghetti al cren, una radice che si adatta sia alla cucina tradizionale sia a quella innovativa. Vengono preparati stuzzichini sorprendenti, soprattutto da giovani chef ai quali piace mescolare il nuovo con il tradizionale. Un pizzico di cren dà anima e forza ai piatti forti e leggeri.

(Fonte: www.ortoveneto.it)

E’ tempo di radicchio variegato precoce: molto “è in canna” e da buttare

E’ arrivato con anticipo sulle tavole il primo radicchio variegato precoce. Assomiglia molto a quello classico di Castelfranco e di Lusia: è bello, croccante, dolce, pur mantenendo la caratteristica leggermente amarognola propria del radicchio.

Il “fiore che si mangia”. Il cespo si presenta bene sbocciato; le foglie esterne sono di colore verde chiaro e con punteggiature rosse, mentre le più interne, in seguito all’imbiancamento, spiccano per il giallo crema. L’imbiancamento è ottenuto legando le piante ancora in campo con un elastico o con altri legacci. E’ un radicchio che apre la strada alle varietà tardive che costituiscono la ricchezza dell’orticoltura veneta.

Un 30 per cento della produzione è da buttare. Il precoce, che è maturato presto e bene, è riuscito a sopravvivere ai sette terribili anticicloni “africani”, da Caronte a Lucifero; purtroppo molto (si parla per ora di un 30 per cento, ma la percentuale in tanti orti è superiore) si trova “in canna”, un’espressione gergale degli orticoltori veneti per indicare la pianta che è andata a seme o che sta andando a seme. Radicchio quindi da buttare, non c’è niente da fare. Le foglie, tra l’altro, hanno un gusto troppo amaro per essere mangiate. Il commento di Mauro Brognera, un orticoltore di Zero Branco (Treviso), socio di O.P.O. Veneto: “Il prezzo sta tenendo bene, la produzione è buona e bella, ma tanto, troppo, prodotto è in canna e da buttare”. Stessa valutazione è fatta da O.P.O. Veneto, che con il variegato apre la “campagna” autunno – invernale 2012 dei radicchi veneti. Un via un po’ problematico quest’anno; si spera in un progressivo miglioramento delle condizioni, se il clima si farà più favorevole per la saporita cicoria veneta.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

E’ partita bene nel Veneto la raccolta di sedano verde da costa

E’ partita bene nel Veneto la raccolta e la commercializzazione del sedano verde da costa, varietà dulce, un ortaggio generalmente presente sulla tavola e in cucina. I consumi sono consolidati, con tendenza a una leggera crescita, rileva il settore commerciale di OPO Veneto, organizzazione di produttori ortofrutticoli con sede centrale a Zero Branco. Ed anche le quotazioni tendono a lievitare.

In Veneto se ne raccolgono 51 mila quintali. Il sedano è uno scrigno di sapori e di valori nutrizionali per la ricchezza di vitamine e di sali. Fino al XVII secolo era stimato soprattutto come pianta medicinale, che veniva impiegata dalla medicina popolare per prevenire e curare tantissimi malanni. Stando agli studiosi del genere, l’uso come alimento incominciò in Sicilia agli inizi del Seicento dopo una terribile peste. Le sue proprietà officinali sono tuttora tenute in grande considerazione. E’ ritenuto un ortaggio valido nelle cure dimagranti, come disintossicante e diuretico. Le sue virtù si dimostrano molto efficaci, soprattutto se se viene consumato fresco. Tra le varietà più conosciute c’è il sedano di Chioggia, la cui produzione, però, è stata negli ultimi anni fortemente ridimensionata. E’ cresciuta, invece, la coltivazione nel Polesine, nelle terre tra i fiumi Po e Adige. Una buona produzione si ha anche in provincia di Padova. Complessivamente nel Veneto su 157 ettari (dato Istat dello scorso anno) si raccolgono oltre 51 mila quintali di sedano. La produzione italiana si aggira sul milione di quintali ottenuti su 3.500 ettari. Il sedano (Apium graveolus) è un’erba biennale della famiglia delle Apiaceae, originaria della zona del mare Mediterraneo e se ne consuma soprattutto il gambo (la costa).

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

In Veneto, radicchi “stressati” dal caldo e dall’esplosione di parassiti

Nel Veneto radicchi fortemente stressati dal caldo, dalla siccità e dall’esplosione di parassiti, con perdite che potrebbero superare il 10 per cento, con costi di produzione alle stelle. L’irrigazione ha funzionato, ma ha compensato soltanto in parte i danni provocati dalle temperature che tanto a lungo hanno sostato su livelli di insopportabilità. “Una situazione veramente problematica, rileva Federico Nadaletto, di OPO Veneto, perché “oltre ai costi per l’acqua, c’è da aggiungere la fatica, ci sono da mettere in conto le notti e i giorni passati per gestire l’irrigazione”.

Costi di irrigazione aumentati del 200/300%. Il radicchio è una pianta rustica e quindi ha resistito più di altri ortaggi che, in generale, hanno subito perdite più elevate. Pesanti dunque i costi di irrigazione per le aziende (più 200, più 300 per cento rispetto ad annate normali). Quasi tutte hanno terminato il carburante agevolato, per cui sono state costrette a ricorrere al mercato normale, a prezzo pieno. Insostenibili i tempi tecnici per ottenere un supplemento di gasolio agevolato: in attesa, gli ortaggi si sarebbero bruciati. Sono infine arrivati i parassiti. C’è stata una vera e propria infestazione di acari (ragnetto rosso) e piralide, che si sono “trasferiti” su radicchi e ortaggi dal mais che hanno abbandonato, poiché questo è seccato prima del tempo. Si tratta degli acari di terza generazione. Costi stellari, dunque, per l’irrigazione, ma anche per combattere i parassiti. Per Paolo Manzan, presidente del Consorzio di tutela del radicchio Igp di Treviso e di Castelfranco, è presto per fare realistiche valutazioni e si spera, a questo punto, almeno in un recupero delle quotazioni.

Il radicchio è l’ortaggio più rappresentativo del Veneto, da dove proviene più della metà della produzione nazionale. Nello scorso anno si sono superate le cento mila tonnellate per un valore stimato attorno ai 50 milioni di euro. Con i radicchi stanno soffrendo tutti gli ortaggi pregiati dell’orto veneto: insalate, cavoli cappucci, cetrioli, pomodori, sedano, finocchi, patate, giusto per ricordare alcune produzioni. Compromesse soprattutto le produzioni di aree dove è problematica l’irrigazione, in particolare nel Padovano e nel Polesine.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

Mezzo miliardo di euro il valore della produzione agricola commercializzata dalle OP venete

Nel Veneto, l’11% della produzione agricola è dato dal valore della produzione delle Organizzazioni di Produttori (OP). Solo nel comparto ortofrutticolo però questa quota assume dimensioni significative. Basti pensare infatti che nel 2010 (i dati 2011 non sono ancora disponibili) il valore della produzione delle OP ortofrutticole venete ha raggiunto il 42% del valore del settore, superando per la prima volta la media europea. È questo il dato più significativo delle analisi effettuate dagli esperti di Veneto Agricoltura sul mondo dell’aggregazione, consultabili nel sito internet aziendale (sezione “Temi” di Economia e mercato).

I comparti. Le OP, che rappresentano la forma più evoluta di aggregazione dei produttori, sono diffuse prevalentemente nel settore ortofrutticolo: delle 27 OP riconosciute in Veneto nel 2010, 17 operano proprio in questo comparto, mentre le altre 10 OP operano nel comparto tabacchicolo (3), lattiero-caseario (2), olivicolo (2), zootecnico (2) e pataticolo (1). Complessivamente, nel Veneto le OP aggregano circa 6.700 produttori agricoli, con un valore della produzione commercializzata (VPC) che si aggira attorno ai 550 milioni di euro.

I risultati positivi conseguiti dalle OP ortofrutticole venete sono dovuti al significativo aumento del numero dei produttori associati negli ultimi cinque anni (4.964 nel 2010 in ripresa rispetto al 2009 e +30% rispetto al 2005) e all’incremento delle superfici coltivate (15.200 ettari nel 2010, +16% rispetto al 2005), prevalentemente investite a frutta (circa 9.700 ha, +8% rispetto al 2009) e in misura inferiore ad ortaggi (5.700 ha, +17% rispetto al 2009). In crescita anche la quantità di prodotto veicolata, che si è attestata a circa 415.000 tonnellate (+6% rispetto al 2009) e, soprattutto, il valore della produzione commercializzata, che nel 2010 ha superato i 356 milioni di euro (+19% rispetto al 2009), quasi il doppio rispetto al 2005. Va inoltre sottolineato l’aumento delle dimensioni medie delle singole OP ortofrutticole. Se nel 2005 il valore della produzione commercializzata in media da ogni OP era di circa 12 milioni di euro, nel 2010 questo valore è stato di poco inferiore ai 21 milioni di euro, con una crescita particolarmente significativa negli ultimi due anni (+31%).

Vantaggi per la base produttiva agricola. I dati di Veneto Agricoltura evidenziano la sempre maggiore capacità delle OP ortofrutticole di aggregare i produttori agricoli, oltre che di concentrare e valorizzare la produzione regionale sfruttando canali commerciali che consentono di trattenere una maggior quota di valore aggiunto presso la base produttiva agricola. Negli ultimi anni sono infatti diminuite le vendite realizzate all’ingrosso ad altri commercianti o tramite mercati ortofrutticoli (la quota è passata dal 48% nel 2005 al 33% nel 2010), mentre allo stesso tempo sono aumentate le vendite dirette a supermercati o a catene della grande distribuzione moderna (salite dal 21% al 34%). La quota di prodotto destinata all’esportazione, pur dimostrando un andamento altalenante, ha raggiunto il 24%, trovando nuovi mercati di destinazione soprattutto verso l’Europa Orientale.

Le insalate (rucola, valeriana, baby leaf e indivia) sono il prodotto con il maggior VPC aggregato dalle OP, con un valore di 44,9 milioni di euro nonostante una flessione del 10% rispetto al 2009. Considerando anche il VPC di lattughe (25,4 milioni di euro, +61%) e radicchi (12,7 milioni di euro, -36%), passa attraverso le OP oltre il 97% del valore regionale di questi produzioni. Elevati VPC si registrano anche per le mele (40 milioni di euro, +27% rispetto al 2009, circa il 55% del valore complessivo regionale), i funghi (38,8 milioni di euro, -5%, pari al 45% del totale veneto) e le fragole, il cui valore aggregato (28 milioni di euro, +43%), rappresenta il 67% di quello regionale.

(Fonte: Veneto Agricoltura)

Dal Polesine arrivano, con anticipo, le zucche Delica

Hanno anticipato l’arrivo, quest’anno, le zucche del Polesine, che la tradizione vuole che siano buone quando sono mature tra le due Madonne. Lo testimoniano due detti veneti molto popolari: “Co riva le Madone tute le suche ze bone” e “Tra le do Madone tute le suche ze bone”. Tutte le zucche sono buone quando arrivano le due Madonne o che si raccolgono tra le due Madonne: la Madonna Assunta in cielo (15 agosto) e Maria Bambina (8 settembre).

Sono maturate quest’anno già alla fine di luglio e sono molte buone. Il mercato le sta accogliendo bene, con prezzi ritenuti validi. Nel Polesine si coltiva la varietà Delica (Cucurbita maxima), la più precoce delle zucche, che data la piccola dimensione (attorno al chilo o poco più) si presta ad essere acquistata intera. Di forma tondeggiante, con la buccia sottilissima di colore verde scuro e striato e con la polpa giallo arancione, soda, compatta e dolce, è tra le zucche più utilizzate in Italia. In cucina è molto versatile: è impiegata dagli antipasti ai dolci. Ne evidenzia le meraviglie Renato Maggiolo, gastrosofo, che ne esalta in particolare gli ottimi risotti che si possono ottenere e l’aspetto dietetico e salutistico: “Nonostante tenda al dolce è povera di zuccheri ed è poco calorica”. La produzione di Delica nel Polesine è stimata attorno ai 25 mila quintali. Date le richieste, la sua coltivazione si è allargata in altre aree del Veneto, sostituendosi a varietà commercialmente meno interessanti. Ha un mercato consolidato e in lievitazione, confermano a OPO Veneto, che negli ultimi anni ne ha registrato una “riscoperta”. Ha un gusto standard che soddisfa i consumatori ed è per questo premiata.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

Lotta alla fusariosi: a Lusia (RO) si intensifica la ricerca in un campo di insalate

C’è molta attesa a Lusia, nel Polesine, storica terra di orti, per i risultati di una ricerca in un campo di lattuga cappuccia e gentile, mirata a combattere la fusariosi dell’insalata, un fungo parassita che sta deprimendo le coltivazioni. Una prova varietale nella quale sono direttamente coinvolte una decina di aziende nazionali e multinazionali, che hanno messo a disposizione i loro prodotti. Tecnici, operatori del settore e orticoltori hanno visitato nei giorni scorsi il campo sperimentale che si trova nell’azienda “L’insalatiera” di Alessandro Braggion, presidente del Consorzio di tutela dell’insalata Igp di Lusia.

Una ricerca d’importanza nazionale. “La visita, commenta Massimo Pezzuolo, tecnico di Opo Veneto, ha avuto lo scopo di verificare come le insalate cappuccia e gentile stiano reagendo agli esperimenti in atto. E’ una prova varietale in campo assolutamente nuova, una ricerca di livello nazionale, forse unica in Italia e la sua valenza è data proprio dall’interesse mostrato dalle grandi multinazionali del settore. Si tratta di mettere a fuoco una lotta efficace alla fusariosi, che sia anche rispettosa dell’ambiente, quindi in qualche modo alternativa rispetto ai trattamenti basati soprattutto sulla chimica. Il metodo biologico, nell’immediato, mostra grossi limiti, si tentano perciò le possibilità che possono arrivare dalla genetica”. Nella ricerca sono impegnati il Consorzio di tutela dell’insalata Igp di Lusia, il Mercato ortofrutticolo di Lusia e la CCIAA di Rovigo, il Servizio Fitosanitario della Regione Veneto sede di Rovigo, attraverso Veneto Agricoltura e il Centro sperimentale di Po di Tramontana, che si trova nel Polesine.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

Colture cerealicole e ortaggi, la siccità infiamma i prezzi, stime negative di produzione e raccolti 2012

Anche in Veneto le alte temperature di giugno/luglio e il perdurare del periodo siccitoso incominciano a provocare danni alle colture ed i prezzi, sulla scia di quelli internazionali, stanno puntando verso l’alto. È questa la sottolineatura più importante che emerge dall’ultima newsletter “I mercati del frumento, del mais e della soia”, realizzata dagli esperti di Veneto Agricoltura.

Risultati positivi per il frumento. Per quanto riguarda il frumento, le operazioni di raccolta sono ormai concluse e la siccità non ha fatto in tempo ad arrecare particolari danni. Anzi, l’aumento delle superfici investite, stimate in crescita a circa 95.000 ha (+13%) e un buon andamento stagionale che ha favorito la coltura, hanno permesso di ottenere buone rese e qualità interessanti. Nel complesso, quindi, è possibile prevedere che la produzione possa attestarsi a circa 570.000 tonnellate, in crescita di oltre il 10% rispetto al 2011, mentre i prezzi, nelle ultime sedute della Borsa merci di Padova, hanno superato i 240 euro/t (+10% rispetto al 2011).

Situazione critica per il mais nel Polesine. “Secondo le indicazioni raccolte presso gli operatori locali – affermano gli esperti di Veneto Agricoltura – la situazione è invece critica in particolare per quanto riguarda il mais: nelle zone produttive non irrigue del Polesine (circa 10.000 ettari su 50.000 totali) la perdita della produzione è pressoché totale e le aziende si vedono costrette a trinciare il mais per destinarlo a ceroso.”  Nelle altre aree della provincia, la maggior parte degli agricoltori è intervenuta con le irrigazioni di soccorso, anche se in alcuni casi tale intervento è avvenuto ormai “fuori tempo massimo” e le colture sono andate ugualmente in stress, compromettendo la produzione in maniera variabile dal 10% al 40%.

Perdita contenuta di mais nelle altre province venete, per la soia, stima ancora prematura. Nelle altre province, attualmente si può stimare una possibile perdita produttiva in media nell’ordine del 10%. A livello regionale, quindi, è possibile prevedere un minor raccolto di mais di circa il 15-20% rispetto al 2011; la produzione attesa scenderebbe dunque a circa 2 milioni di tonnellate.  Per la soia, la situazione può diventare critica se la siccità e le alte temperature continuassero anche per tutto il mese di agosto, ma è ancora prematura una valutazione complessiva: la coltura ha subito uno stress al momento dell’allegagione, ma se irrigata ha margini di ripresa. Nel complesso, per ora, è possibile stimare, in presenza di superfici stabili, una minor produzione a livello regionale di circa il 10% rispetto al 2011, al di sotto delle 250 mila tonnellate.

Cosa succede nel mondo in fatto di colture cerealicole. Avverse condizioni climatiche, con lunghi periodi siccitosi, si stanno registrando anche in altri paesi nel mondo, con stime di produzione riviste al ribasso sia per quanto riguarda il frumento (minori produzioni si attendono soprattutto in Russia e Kazakhstan), che per il mais, in calo in particolar modo negli Usa.  E così, nell’ultimo mese, le quotazioni dei futures quotati alla borsa merci di Chicago sono schizzati verso l’alto: il frumento e il mais sono saliti rispettivamente a 250 euro/t e 240 euro/t per il mais, praticamente quasi ai livelli massimi degli ultimi due anni. La soia ha oltrepassato i livelli record raggiunti nel 2008, oltre i 500 euro/t. E la situazione generale sembra orientata verso un ulteriore rialzo dei prezzi, trascinando anche i listini delle principali piazze di contrattazione nazionali e locali.

Ortaggi, micidiale il caldo torrido. Danni notevoli: si va, secondo alcune stime, da un dieci a un trenta per cento. E’ un dato tutto da verificare e sarà la raccolta a confermarlo oppure no. “Le perdite, afferma Federico Nadaletto di OPO Veneto, interessano un po’ tutti gli ortaggi e provocano, tra l’altro, un calo della qualità: sono stati attaccati fagioli, fagiolini, zucchine, cetrioli, fragole, radicchi, melanzane”. Si prevede quindi una diminuzione di produzione, con implicazioni dirette sulla qualità e sui prezzi. Le conseguenze si “peseranno” al momento di raccogliere verdura e frutta. I “colpi di sole” avranno conseguenze che si prolungheranno per tutta la vita delle piante di ortaggi. Il caldo torrido ha provocato, inoltre, la lievitazione della bolletta energetica per mantenere freschi e conservare i prodotti, resi più facilmente deperibili. “Inoltre, aggiunge Federico Nadaletto, c’è un altro aspetto molto negativo da segnalare: “Si è avuta un’esplosione di parassiti che amano il caldo: miridi, tripidi, acari, che hanno fatto e stanno facendo notevoli danni diretti (intaccano le piante, fanno cadere i fiori, indeboliscono la fertilità del polline) o indiretti in quanto essi trasmettono malattie virali anche violente”.

(Fonte: Veneto Agricoltura/www.ortoveneto.it)

Dai “ferretti” del Piave una grande patata, in festa dal 26 luglio al 3 agosto 2012 a Moriago della Battaglia (Tv)

Li chiamano “ferretti”, sono i terreni trevigiani del Quartiere del Piave, rossi, ricchi di ferro e di potassio. Fertilissimi. Trasmettono le loro virtù ai prodotti che crescono su di essi, tra i quali eccellono le patate, la cui raccolta sta per incominciare.

Più buone che belle. Piccole partite si possono già trovare dai produttori come primizia. Si distinguono per il gusto, ma anche per la forma, che è irregolare, dovuta al fatto che il tubero si sviluppa su un terreno sassoso, al quale deve adattarsi. E’ tutta terra di sassi, che dà patate che possono sembrare non belle esteticamente, ma che sicuramente si differenziano per la consistenza della polpa (farinosa o a grana compatta, secondo le varietà) e sono deliziose. Prevalgono le cultivar Spunta e Monnalisa, considerate le meglio adattabili all’ambiente e resistenti alle malattie; sono presenti comunque le varietà Bintje, Cicero, Lutezia e altre.

26/7-3/8 a Moriago della Battaglia c’è la Festa della Patata. “Certo, rileva Luciano Gai, imprenditore agricolo di Bosco di Vidor e socio OPO Veneto, che le patate, che crescono su terreni sabbiosi, si presentano più belle, tutte uguali, di un colore uniforme, ma non hanno sicuramente il gusto, la resistenza e la resa in cucina delle nostre del “Quartiere del Piave”. Le nostre sono più buone che belle, eccezionali sul piatto, e questo fa la differenza e per questo sono ricercate”. Sono, comunque, tuberi che si piazzano bene sul mercato, con buone quotazioni. Non ci sono problemi di invenduto. Molto prodotto, per tradizione, è acquistato direttamente dai coltivatori. La produzione media è stimata attorno alle 1500 tonnellate. Ogni anno a Moriago della Battaglia, sulla Sinistra Piave, che fu teatro di uno dei più sanguinosi episodi della Prima guerra mondiale, a cavallo tra luglio e agosto, è organizzata la Festa della Patata, uno degli appuntamenti più popolari della zona. L’evento quest’anno è programmato dal 26 luglio al 3 agosto. Il Quartiere del Piave è un territorio con una precisa identità storica, geografica, culturale e colturale. Corrisponde all’antica area “Quartier al di là dal Piave” (una podesteria di Treviso ai tempi della Serenissima Repubblica di Venezia), limitata a sud dal fiume “Sacro alla Patria” e a nord dalle colline.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

Radicchio “marocchino” spacciato per quello di Chioggia, insorgono i produttori locali

Radicchio mercato di Chioggia

La contraffazione non risparmia neanche il Radicchio di Chioggia, la cicoria più popolare del Veneto. Quello “finto” arriva dai paesi extracomunitari, sbarca nei porti, va diretto nei magazzini di lavorazione e diventa subito italiano. Questo l’iter del radicchio “marocchino”, una varietà ibrida apparentemente identica a quella di Chioggia.

Identico nell’aspetto ma non nel gusto. “L’imitazione circola indisturbata sui banchi del supermercato mentre le aziende che coltivano l’autentico chiudono”, è questa la denuncia degli orticoltori veneziani, che hanno incontrato nei giorni scorsi nella sede di Coldiretti Veneto a Mestre (Ve) l’assessore all’Agricoltura regionale Franco Manzato per parlare del problema. Il radicchio veneto viene prodotto in 120mila tonnellate per un fatturato di 64 milioni di euro da 8.300 ettari di terreno. Il 70% di questi numeri è merito del radicchio di Chioggia, prodotto in due stagioni: settembre-marzo e aprile-giugno. «È proprio in questo periodo che i produttori locali sono insediati dal radicchio ibrido», spiega Giuseppe Boscolo Palo, presidente dell’ortomercato di Chioggia, riportando segnali preoccupanti dalle bancarelle, dove arriva sempre meno cicoria e a prezzi che non ripagano la produzione. Per Coldiretti è urgente stringere le maglie alla frontiera, ma la madre di tutte le battaglie resta quella per l’etichetta: più dati racconterà, migliore saranno i risultati della lotta al “Radicchio sounding”.

(Fonte: Coldiretti Veneto)