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Mamme No Pfas: motivazione della sentenza “Miteni” denuncia il profitto economico che calpesta la salute pubblica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Comitato Mamme No Pfas Vicenza-Padova_Verona (Premio Argav 2021) la seguente nota.

La Corte d’Assise di Vicenza ha pronunciato una sentenza storica che squarcia il velo su decenni di omissioni: i vertici della Miteni sono stati condannati per aver avvelenato le nostre acque e causato un disastro ambientale senza precedenti. Come Mamme No PFAS, sottolineiamo con forza che la motivazione della sentenza, depositata qualche giorno fa, colpisce duramente la strategia d’impresa e i manager imputati i quali, operando in piena consapevolezza delle criticità ambientali, hanno deliberatamente scelto di privilegiare il profitto economico e il risparmio sistematico sui costi di messa in sicurezza a scapito della salute pubblica. Con pene che arrivano fino a oltre 17 anni, viene finalmente sancito che non si è trattato di un incidente, ma di una strategia volta a nascondere dati vitali alle autorità pur di continuare l’attività d’impresa, accumulando ricchezza mentre il “plume” tossico si diffondeva sotto i piedi di 300 mila persone.

Esposizione a PFAS e malattie: la scienza parla chiaro

Per quanto concerne le malattie, la motivazione della sentenza della Corte d’assise fa riferimento all’ipercolesterolemia come patologia causalmente collegata ai Pfas, non individuando altre patologie, anche perché quasi tutte le parti civili costituite non hanno affatto chiesto un risarcimento del danno biologico (in quanto questo non era un processo per lesioni), ma soltanto del danno da “metus” per la paura dell’insorgenza di malattie.Tuttavia, la scienza parla chiaro. La IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) e studi internazionali (il C8 Health Project negli USA) e ricerche italiane (condotte da CNR, ISS e Università di Padova) confermano il legame tra esposizione ai PFAS e gravissime patologie: in primo luogo tumori, ma anche malattie cardiovascolari, alterazioni del sistema endocrino, influenza negativa su gravidanza e sviluppo, mancata o ridotta risposta vaccinale, maggiore suscettibilità alle infezioni come il COVID. Ricordiamo anche che uno studio condotto dall’Università di Padova ha rilevato un eccesso di quasi 4000 morti in 30 anni nelle aree colpite.

Lo studio epidemiologico e la bonifica. Dalle parole ai fatti

Siamo stati definiti una “popolazione soggetta a un’intossicazione collettiva cronica” eppure, dopo quasi 10 anni di promesse e delibere, lo studio epidemiologico deve ancora partire. Il tutto mentre il terreno contaminato di Miteni continua a rilasciare queste sostanze nell’ambiente perché ancora non si è iniziata la bonifica.La nostra battaglia non finisce qui. Chiediamo, ancora una volta, che le istituzioni passino dai vari proclami e “valutazioni di fattibilità” alla realtà dei fatti. La giustizia ha riconosciuto il crimine ambientale; ora si proceda con studio epidemiologico e bonifica!

Mamme No Pfas: ottenuta finalmente giustizia! Raggiunto uno storico traguardo per salute e ambiente

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Comitato Mamme No Pfas Vicenza-Padova_Verona, premio Argav 2021, la seguente nota stampa.

Il 26 giugno 2025 il Tribunale di Vicenza ha pronunciato una sentenza che ripaga anni di impegno, di fatica, di notti insonni e di lotta collettiva. Una battaglia lunga e difficile che ci ha spesso fatto sentire come Davide contro Golia. E, proprio come nella parabola, Davide ha colpito nel segno: 11 condanne su 15 imputati, interdizioni, risarcimenti importanti. Questa volta la verità ha trovato spazio in Tribunale.

Le emozioni sono difficili da contenere. L’incredulità e la commozione si sono mescolate nel momento in cui sono state lette le condanne. Una parte di noi non ci credeva davvero: dopo anni in cui sembrava che nulla potesse scalfire l’impunità di chi ha avvelenato le nostre acque, il nostro sangue, la nostra terra, finalmente è arrivato un segnale forte, chiaro, inequivocabile.

Profonda è stata l’emozione nel sentire i nomi di chi, come noi, ha scelto di costituirsi parte civile. Associazioni, comitati, cittadini che hanno condiviso con noi riunioni, momenti di sconforto, assemblee, audizioni pubbliche, manifestazioni, e che non si sono mai arresi. Questa sentenza è anche il frutto della loro determinazione.

Il processo è stato un maxi procedimento, il più grande mai celebrato in Italia per un inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) e ha affrontato cinque capi d’accusa:

1. Avvelenamento doloso delle acque destinate al consumo umano;

2. Disastro innominato ambientale;

3. Inquinamento ambientale;

4. Gestione illecita di rifiuti speciali pericolosi (per il quale è stata dichiarata la prescrizione);

5. Bancarotta fraudolenta.

Per uno di questi reati – l’avvelenamento doloso delle acque destinate al consumo umano – la sentenza apre un nuovo capitolo sotto il profilo sia giuridico che scientifico: sarà ora necessario approfondire come interpretare, in chiave moderna, la responsabilità penale per chi inquina risorse fondamentali come l’acqua potabile. Questa pronuncia costituirà un precedente importantissimo per altre situazioni simili, in Italia e nel mondo.

Un risultato che sembrava impossibile, e invece è realtà. Le condanne rappresentano non solo un risarcimento morale, ma anche una vittoria civile e politica. Le ingenti somme riconosciute a favore delle istituzioni dovranno ora tradursi in azioni concrete: chiediamo che vengano utilizzate per finanziare lo studio epidemiologico PARTECIPATO sui danni alla salute, per accelerare la bonifica e il ripristino ambientale, per completare finalmente la rete idrica alternativa nelle aree contaminate.

Chiediamo anche giustizia economica per i cittadini: siamo fiduciosi, quindi, che parte dei fondi vengano utilizzati dai gestori delle acque per togliere dalle bollette voci di spesa che fino ad oggi sono ricadute ingiustamente sulle famiglie, nonostante i danni siano stati causati da aziende private.

Ma la battaglia non finisce qui. Chiediamo allo Stato una legge nazionale che imponga limiti prossimi allo zero tecnico per i PFAS nelle acque potabili, come unica misura efficace per tutelare la salute delle persone. È tempo di avviare un cammino concreto e coraggioso di progressiva riduzione dell’uso dei PFAS in tutti i settori produttivi dove sia possibile. L’Italia deve fare la sua parte anche a livello europeo, impegnandosi per sostenere la messa al bando totale dei PFAS in tutta l’Unione. Queste “sostanze eterne” non possono più trovare spazio nel nostro presente e nemmeno nel nostro futuro.

Noi “Mamme NO PFAS” continueremo a vigilare, a informare, a chiedere trasparenza e responsabilità. Ma oggi possiamo dire che una parte importante della verità è stata riconosciuta.

Questa sentenza è anche vostra, di tutte e tutti voi che non avete mai smesso di credere che un altro futuro fosse possibile.

I Pfas modificano i livelli di calcio nel corpo: studio dell’Università di Padova e Ospedale di Vicenza, finanziato da Regione Veneto, conferma allerta sulla salute pubblica

Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Padova e dall’Ospedale di Vicenza, grazie ad un finanziamento regionale dal Consorzio per la ricerca sanitaria (Coris) della Regione Veneto, ha messo in luce come l’esposizione prolungata ai Pfas possa alterare il metabolismo osseo modificando i livelli di calcio. Pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Chemosphere, lo studio ha coinvolto 1.174 adulti provenienti dall’area rossa del Veneto, da decenni interessata da contaminazione delle acque potabili.

Inquinati perenni

I Pfas, utilizzati in numerosi prodotti industriali e di consumo, sono al centro di crescente preoccupazione per la salute pubblica. “Una delle più frequenti manifestazioni cliniche riscontrate in soggetti esposti anche a bassi livelli di Pfas è l’osteoporosi, una maggior fragilità dell’osso tipica dell’invecchiamento ma che si può già manifestare in giovane età laddove si sia esposti anche a basse concentrazioni di queste sostanze”, spiega il professor Carlo Foresta (nella foto in alto), coordinatore dello studio. Precedenti studi dell’equipe del professor Foresta avevano infatti dimostrato, tra i primi a livello internazionale, una riduzione della densità ossea già clinicamente rilevata in diciottenni dell’area rossa del Veneto. “Successivamente abbiamo spiegato questo effetto dimostrando un’attività negativa dei Pfas sul recettore della vitamina D, ormone che favorisce la calcificazione dell’osso e l’assorbimento intestinale del calcio dalla dieta, nonché un deposito di queste sostanze nell’idrossiapatite, la principale componente inorganica dello scheletro dove lega il calcio stesso favorendo la solidità ossea”, prosegue Foresta.
In questo studio, i ricercatori hanno quindi misurato i livelli di Pfas, calcio, vitamina D e paratormone nel sangue di 655 uomini e 519 donne di età compresa tra i 20 e i 69 anni dell’area rossa del Veneto e hanno scoperto che soggetti con concentrazioni più elevate di Pfas presentavano anche livelli di calcio aumentati. Lo studio ha coinvolto ricercatori tra Padova, Vicenza e Napoli ed è il risultato di quattro anni di lavoro.

“Un aumento del calcio circolante può essere dovuto a un aumentato assorbimento intestinale mediato dalla vitamina D, a un aumento del paratormone, oppure a un maggior rilascio di calcio dai siti di deposito. E il più grande deposito di calcio del corpo umano è proprio lo scheletro”, spiega il professor Andrea Di Nisio, primo autore dello studio. “Poiché nel nostro studio vitamina D e paratormone non sono modificati, i nostri risultati dimostrano che l’aumento di calcio, anche se ancora entro il range di normalità, può essere segno di un’interferenza dei Pfas a livello dell’osso, dove, ricordiamo, essi si accumulano in abbondanza. Un recente studio ha infatti dimostrato che i Pfas inducono un aumento dell’attività degli osteoclasti, le cellule dello scheletro deputate al riassorbimento di tessuto osseo, con conseguente liberazione di calcio e riduzione della densità dell’osso.”

Presenza dei Pfas a livello nazionale

Questo studio si inserisce in un contesto di crescente attenzione verso l’impatto ambientale dei Pfas, anche alla luce delle recenti evidenze della presenza di questi inquinanti su tutto il territorio nazionale. La contaminazione delle acque nel Veneto, iniziata diversi decenni fa, ha reso evidente come un problema localizzato possa trasformarsi in una questione di salute pubblica, sollecitando ulteriori ricerche e interventi preventivi. “I nostri risultati ci spingono a riflettere su come un’esposizione prolungata a Pfas, anche se invisibile, possa avere ripercussioni sulla salute a lungo termine”, conclude il professor Foresta. “Abbiamo dimostrato che la ben nota associazione tra Pfas e osteoporosi, ormai dimostrata a livello internazionale, non è tanto mediata da una riduzione di vitamina D, quanto da un’azione diretta dei Pfas sull’osso con conseguente liberazione di calcio”.

Nel dettaglio

Finanziato nel 2021, approvato dal comitato etico nel 2022, lo studio ha visto da fine 2022 a giugno 2023 la reclutazione dei pazienti, tutti residenti nei comuni dell’area rossa della provincia di Vicenza. L’ospedale di vicenza ha effettuato i prelievi e raccolto i questionari anamnestici, l’Arpav ha fatto i dosaggi dei Pfas. L’obiettivo di questo studio era di valutare la possibile associazione tra l’esposizione ambientale ai Pfas e i livelli di vitamina D (VitD), calcio sierico e ormone paratiroideo (PTH) in soggetti residenti in un’area ad alta esposizione della Regione Veneto in Italia. In questo studio osservazionale trasversale, 1174 soggetti che avevano precedentemente aderito al Piano di Sorveglianza Regionale 2016-2018 per i livelli plasmatici di Pfas sono stati richiamati nel 2023 e valutati per dati demografici, antropometrici e analisi del sangue. I dati sulle abitudini alimentari e l’integrazione di VitD sono stati ottenuti tramite un questionario dedicato. Le concentrazioni sieriche di Pfas, calcio, 25-idrossi-vitamina D (25OH-VitD) e PTH sono state determinate da campioni di sangue. L’acido perfluoroottanoico (PFOA), il perfluoroottanosolfonato (PFOS) e l’acido perfluoroesansolfonico (PFHxS) sono stati gli unici tre Pfas, su 12, quantificabili in almeno il 90% dei campioni e considerati per ulteriori analisi. I modelli additivi generalizzati, utilizzando la regressione lineare e le spline di piastra sottile di smoothing, hanno rilevato un’associazione positiva tra il calcio sierico e tutti i Pfas considerati (Pfoa: β = 0.03; IC 95% 0.01–0.06; PFOS: β = 0.06; IC 95% 0.02–0.09, PFHxS: β = 0.04; IC 95% 0.01–0.06). L’analisi dei gradi di libertà stimati (EDF) ha mostrato l’associazione approssimativamente lineare tra il calcio sierico con Pfoa (EDF = 1.89) e PFHxS (EDF = 1.21), ma non per PFOS (EDF = 3.69). Diversamente, i livelli di Pfas non hanno mostrato alcuna associazione con la 25-idrossi-vitamina D o il PTH, ad eccezione della 25OH-D trasformata in logaritmo naturale e del PFOS (β = 0.04; IC 95% 0.00–0.08). Le analisi stratificate hanno confermato l’associazione positiva tra tutti i Pfas considerati e il calcio nei soggetti che non assumevano integratori di VitD. I risultati mostrano che alti livelli di esposizione ai Pfas possono interferire con il metabolismo del calcio, indipendentemente dallo stile di vita e dai fattori dietetici. Ulteriori chiarimenti sui meccanismi alla base della rottura dell’omeostasi del calcio, inclusi i legami multipli-equilibrio con l’albumina sierica, devono ancora essere affrontati

Il gruppo di lavoro
I ricercatori che hanno partecipato al lavoro sono stati Andrea Di Nisio, Luca De Toni, Cristina Canova, Mirko Berti, Achille Di Falco, Rinaldo Zolin, Anna Maria Bettega, Iva Sabovic, Alberto Ferlin, Carlo Foresta. Le strutture di ricerca coinvolte sono state il Dipartimento di Medicina, Unità Operativa di Andrologia e Medicina della Riproduzione Umana, Università di Padova; l’Unità di Biostatistica, Epidemiologia e Sanità Pubblica, Dipartimento di Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità Pubblica, Università di Padova; l’Unità di Epidemiologia, Ospedale di Vicenza, ULSS 8 Berica e Dipartimento di Psicologia e Scienze della Salute, Università Digitale Pegaso di Napoli.

Fonte: servizio stampa progetto di studio Pfas Università di Padova/Ospedale di Vicenza

Pfas in Veneto, il grande esempio di cittadinanza attiva del gruppo “Zero Pfas del Veneto”

Dopo aver incontrato 8.500 studenti delle scuole secondarie del Veneto e 1.500 adulti nell’arco di 6 anni, Zero Pfas del Veneto, gruppo educativo di esperti e attivisti del movimento No Pfas, che gira gratuitamente nelle scuole secondarie per informare gli studenti sulla gravissima contaminazione da Pfas che ha colpito il Veneto e le sue possibili ripercussioni sulla salute e l’ambiente, si prepara il prossimo maggio a concludere l’itinerario educativo per l’anno 2024/205 “One health. un percorso di cittadinanza attiva per bandire i Pfas”.

Da chi è formato il gruppo Zero Pfas del Veneto

Coordinato da Donata Albiero, già dirigente scolastica, il gruppo è composto da 3 medici Isde e 2 del territorio (Francesco Basso, Francesco Bertola, Giovanni Fazio, Claudio Lupo, Dario Zampieri), supportati da Vincenzo Cordiano, e da altri relatori che intervengono a seconda dei temi trattati e attivisti. L’anno scolastico 2024/25 vedrà l’impegno di ISDE Italia, Medicina Democratica, Greenpeace (sez Vi), Libera (Veneto), CiLLSA, Rete GAS Vicentina, Mamme no Pfas (Veneto), Comitato Zero Pfas, Agno Chiampo (VI), Cittadini Zero Pfas (VI), Zero Pfas Padova, Acqua libera da Pfas (VI) Legambiente (Alta Padovana), Osservatorio Pfas (Italia).

Racconta Albiero: “I nostri incontri sono sempre momenti strutturati, ben pianificati, non cattedratici, stimolanti il protagonismo dei ragazzi. Esponiamo agli studenti quelli che sono, a dodici anni di distanza dalla scoperta della contaminazione, ancora le criticità, i silenzi, le responsabilità di enti e istituzioni, le disinformazioni della cittadinanza sui rischi dei contaminanti eterni. Lo sguardo è rivolto al processo penale in atto a Vicenza, al suo monitoraggio e alle azioni del movimento No pfas per rivendicare il diritto alla salute”.

Continua Albiero: “Evidenziamo ai ragazzi la nostra speranza che il procedimento giudiziario si concluda in tempo utile per accertare e sanzionare le eventuali responsabilità, evitando di cadere nel rischio di prescrizione relativo ai diversi reati contestati. Manifestiamo le nostre preoccupazioni su criticità che non hanno avuto ancora risposta (bonifica, alimenti sicuri…). Esprimiamo la nostra preoccupazione sulla situazione della contaminazione, ben lontana dall’essere risolta e sul silenzio che rischia di avvolgere un disastro ambientale di portata epocale”.

Prosegue Albiero: “Le esigenze di approfondimento di determinate tematiche, nell’ambito dell’itinerario sui Pfas, tiene conto degli indirizzi professionali delle scuole secondarie di secondo grado: settore moda, sicurezza nel lavoro, diritti e tutela ambientale nella Costituzione, naturalmente il tutto correlato alla visione filosofica di One health (salute globale). Portiamo le nostre rivendicazioni di cittadini attivi, le richieste di trasparenza che esigiamo dalle istituzioni, del tutto carenti in merito. Spieghiamo ai ragazzi come sia importante la cittadinanza attiva, per scuotere la politica. C’è un reale interesse tra la maggioranza degli studenti coinvolti nel percorso sui Pfas. Da soli non si vince, ripetiamo. I ragazzi concordano, si sentono chiamati a impegnarsi, responsabilmente, per una visione di futuro che mette al centro il diritto alla Salute e il rispetto del pianeta. Ci incoraggia il risveglio di una sensibilità collettiva che rifiuta di accettare il degrado: nuova consapevolezza, primo passo verso un cambiamento possibile e duraturo. C’è ancora una speranza che si fa largo, nonostante tutti noi siamo testimoni di una drammatica emergenza climatica mentre i Pfas, “inquinanti eterni” continuano ad avvelenare i nostri fiumi, il suolo e, inevitabilmente, anche noi. C’è ancora speranza, sì, ma essa esige, per affrontare le sfide che ci aspettano, l’impegno di tutti. Guardiamo, dunque, avanti, sapendo che uniti facciamo la differenza”.

Ulteriori informazioni
“Conoscere per capire e agire” è il motto del gruppo Zero Pfas del Veneto. Per approfondimenti sul loro lavoro potete consultare il sito https://sites.google.com/view/cillsacom/gruppo-educativo-zero-pfas-del-veneto

Pfas, 9 domande su alcune criticità che meritano la risposta dalla Regione Veneto

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Riceviamo dal gruppo Mamme No Pfas, Italia Nostra, Legambiente, Isde, Rete Gas Vicentina, Cillsa, Il Mondo di Irene, Acqua bene comune Vicenza, Cgil Veneto, Medicina Democratica, questo comunicato stampa, che volentieri pubblichiamo.

Il processo Miteni sta ormai volgendo al termine e a febbraio inizieranno la requisitoria del pubblico ministero e le arringhe delle parti civili e delle difese.

Auspichiamo che il procedimento giudiziario si concluda in tempo utile per accertare e sanzionare le eventuali responsabilità, evitando di cadere nel rischio di prescrizione relativo ai diversi reati contestati. Ma al momento restano irrisolte alcune criticità che meritano risposta, dopo quasi 12 anni dalla scoperta della contaminazione da parte delle autorità pubbliche. Sono nodi da dipanare dato che la situazione della contaminazione è ben lontana dall’essere risolta e il silenzio rischia di avvolgere un disastro ambientale di portata epocale.

Le associazioni firmatarie ritengono pertanto utile rivolgere alcune domande ai diversi enti e organismi competenti:

• Registriamo poca trasparenza circa lo stato della bonifica, sia per il terreno sia per la falda. Oltre ai tavoli istituzionali, nella recente audizione in commissione parlamentare è emersa l’esistenza di un ulteriore Tavolo di cui non si conosce né la composizione, né i contenuti discussi e tanto meno le priorità stabilite e i risultati conseguiti. Vista la situazione del territorio, in cui il plume contaminante continua a fuoriuscire dal sito Miteni e con una popolazione già gravemente danneggiata, riteniamo grave questo modo di agire connotato da poca trasparenza e scarsissima informazione verso chi subisce i danni gravissimi di questo inquinamento. Perché non è dato sapere nulla dei lavori di questi Tavoli in cui si sta discutendo della bonifica, di chi vi partecipa e di quale sia l’oggetto di queste discussioni?

• Dalle informazioni a disposizione la bonifica non è ancora iniziata e neppure la messa in sicurezza del sito ex Miteni è stata realizzata. Abbiamo notizia di conferenze dei servizi, riunioni tecniche e ricorsi al TAR che allontanano nel tempo le soluzioni. Nel frattempo l’inquinamento continua inesorabilmente a scendere verso valle e a propagarsi, bioaccumulandosi in ambiente e negli organismi. Per quale motivo ad oggi non si ha notizia dell’avvio di un’indagine per omessa bonifica, che pur costituisce un reato gravemente punito dalla legge (Art. 452-terdecies c.p.)?

• A che punto sono le indagini epidemiologiche e quali sono le ragioni per le quali allo studio di mortalità nella popolazione veneta, condotto dal professor Annibale Biggeri, e ai suoi drammatici esiti in termini di eccessi di mortalità, non è stato dato adeguato riscontro e seguito in termini di misure conseguenti?

• Perché non si aggiornano i dati epidemiologici dello studio sui lavoratori Miteni a 5 anni di distanza dalla ricerca Girardi-Merler per cercare risposte scientifiche agli impatti della contaminazione? È una questione di costi o di volontà politica? L’Inail ha riconosciuto la malattia professionale ad alcuni ex lavoratori Miteni per la presenza di alti livelli di PFAS nel loro sangue. È fondamentale non sottostimare quanto sta avvenendo, come verificatosi in passato.

• Visto il perdurare del rilascio di sostanze PFAS in falda, perché la Regione Veneto non aggiorna la mappa delle zone impattate, andando a ricomprendere nuove aree toccate dalle dinamiche di falda? Perché non vengono disposti campionamenti sui terreni per una definizione più precisa della portata dell’inquinamento chimico prodotto?

• Data la situazione di base già compromessa del territorio, dei corsi d’acqua e della falda, è possibile conoscere se sono pronti gli esiti dei nuovi campionamenti degli alimenti anche in ragione delle normative europee più recenti, per evitare ulteriori fonti di esposizione e tutelare i consumatori e la popolazione?

• Non sarebbe utile e opportuno, a discrezione dei medici curanti, poter chiedere per pazienti vulnerabili o potenzialmente molto esposti il dosaggio dei PFAS nel sangue, soprattutto per il PFOA e PFOS, dichiarati dallo IARC rispettivamente “certamente cancerogeno” e “possibile cancerogeno”?

• Da quanto emerge dall’ultimo rapporto sulla sorveglianza sanitaria condotta nella Regione Veneto si evince che nelle due ULSS (8 Berica e 9 Scaligera) a oggi, secondo i dati presentati, risultano sopra soglia per il PFOA ben 16.222 individui. Considerando che tale dato attiene al secondo round dei soggetti che hanno volontariamente preso parte al piano di sorveglianza, quali misure ulteriori di intervento si intendono prendere per affrontare questa emergenza sanitaria?

• Dal momento che ARPAV assiste la Sanità regionale nell’eseguire le analisi sui campioni che vengono raccolti per la tutela delle acque irrigue dei terreni agricoli, è possibile sapere se sono disponibili dati aggiornati al fine di implementare efficaci misure di prevenzione e limitare l’esposizione e la portata della contaminazione già in essere nonché ulteriori danni ad agricoltori e allevatori, anche a fronte delle recenti normative europee?

Le associazioni firmatarie, già costituite parti civili dall’avvio del giudizio, concludono sottolineando che in Veneto non si sta parlando solamente di una situazione di inquinamento diffuso, ma di una condizione di accertata contaminazione puntuale da fonte identificata, per la quale è in corso un processo penale-