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25-27 ottobre 2019, a Segusino (TV) si celebra la 115a edizione della Fiera Franca del Rosario, soci Argav in visita il 26 ottobre

La ripresa delle attività Argav sul territorio sabato 26 ottobre vede nuovamente protagonista la comunità di Segusino (TV), dove sarà in corso fno a domenica 27 la Fiera Franca del Rosario, giunta alla 115a edizione, organizzata dalle associazioni Segusinesi in collaborazione con l’amministrazione comunale.

La manifestazione viene inaugurata venerdì 25 ottobre alle ore 20 con la finale di “Cuochi di Contrada”, divertente competizione tra gli abitanti delle contrade di Segusino che, nei mesi scorsi, hanno messo a punto una personale ricetta guardando alla tradizione oppure innovando. Nel corso della serata saranno preparati in diretta i 2 piatti finalisti, che saranno giudicati dal pubblico stesso: per far parte della speciale giuria e partecipare alla serata-cena (costo euro 15) si può inviare un messaggio whatsapp, sms o chiamare al numero di cellulare 340.6285209 entro mercoledì 23 ottobre. Sabato 26 ottobre, a partire dalle 9, ci sarà la rassegna bovina e quella morfologica sui “Muli del Piave”. Nel contempo, apriranno anche gli stand gastronomici ed espositivi. Nel pomeriggio, ci sarà la 12^ corsa podistica “Sulle Grave del Piave e Borghi di Segusino” e la “5^ Nordic Walking”, meeting nazionale del Nordic Walking. Domenica 27 dal primo mattino apriranno gli stand, la mostra mercato e ci sarà il “Raduno dei Trattori d’epoca e agricoli” lungo le vie del paese, per poi proseguire con spettacoli e iniziative – tra cui la corsa podistica e nordic walking “Sulle grave del Piave e Borghi di Segusino” – per tutto il pomeriggio fino a tarda sera. Ulteriori informazioni: www.prolocosegusino.it

La visita dei soci Argav. Avrà inizio alle ore 9 di sabato 26, con il ritrovo dei partecipanti davanti alla tensostruttura che ospita l’esposizione di bestiame. Dopodiché si andrà in passeggiata lungo la valle dei mulini e della Riù, attraversando il nuovo percorso dei ponticelli, con arrivo a Stramare e la visita del borgo seicentesco, discendendo lungo il sentiero “per Spinafé”. Verso le 11.30 si ritornerà in fiera e, dopo il pranzo, si visiterà il greto del fiume Piave, dove in alcuni punti sono ancora visibili i danni causati dalla tempesta Vaia di un anno fa. Al termine, ci sarà tempo di visitare la fiera.

Fonte: Pro Loco Segusino

 

Fino all’8 ottobre a Bressanvido (VI) c’è la Festa della Transumanza. Stasera si parla della tutela delle vie dei pascoli, mentre domenica 6 ottobre c’è il taglio della forma gigante di formaggio.

Fino all’8 ottobre 2019, il paese di Bressanvido, in provincia di Vicenza, è animato dalla Festa della Transumanza, arrivata alla  21 edizione, nata per iniziativa della Pro Loco sulla scorta dell’entusiasmo della gente all’arrivo della mandria dei fratelli Pagiusco in rientro dall’alpeggio e realizzata oggi insieme al Comune con il coinvolgimento delle varie associazioni volontaristiche del paese.

La manifestazione vuole innanzitutto documentare e valorizzare la tradizione di un rito che ha radici profonde nel territorio, riportando ad aspetti importanti della storia veneta e legati alla tradizione di un mondo rurale ancora vivo e presente nella comunità, tanto che la festa è in grado di fare da ponte tra le vecchie e le nuove generazioni. Gli anziani, infatti, possono rivivere le esperienze del passato acquisendo importanza alla luce dei più giovani che possono vedere con i loro occhi com’era la vita di un tempo.

2 ottobre, ore 20.45, si parla di tutela delle vie dei pascoli. L’edizione 2019 è la prima dopo l’uragano Vaia e Coldiretti Veneto vuole sottolinearlo ponendo al centro del dibattito questioni come lo spostamento degli animali in un contesto di ricostruzione, sottolineando la strategicità del bestiame e dell’allevamento in un periodo dove tutto è virtuale, pure la bistecca di sintesi. Sono tante le sfumature che saranno raccontate nella relazione principale di Stefano Masini, capo Area Ambiente e Territorio di Coldiretti, docente di diritto agrario a Tor Vergata. Dopo i saluti del sindaco di Bressanvido, Luca Franzè e del presidente di Latterie Vicentine, Alessandro Mocellin, i lavori saranno introdotti da Giustino Mezzalira, responsabile della Sezione agroforestale di Veneto Agricoltura. Atteso  l’intervento del consigliere regionale del Veneto, Nicola Finco promotore in Consiglio regionale di un progetto di legge per affermare il patrimonio culturale di questa usanza e tutelarne le “vie dei pascoli”, affinché la memoria dei tragitti non vada perduta, ma sia consegnata alle nuove generazioni. Sarà, quindi, la volta delle testimonianze di Marino Pagiusco, allevatore transumante e di Sergio Bassan della Confraternita dei Transumanti. Le conclusioni dell’incontro, moderato da Alessandro Scuccato, assessore al marketing del comune di Bressanvido, saranno affidate a Martino Cerantola, presidente provinciale di Coldiretti Vicenza. Nel corso della serata verranno presentati il volume e la mostra “Lana pecore pastori tra il monte e il piano” realizzato dall’Associazione Mondo Rurale Marostica.

6 ottobre, la festa della cooperativa casearia. Quest’anno, le tante attività della festa si svolgono sul piazzale della cooperativa Latterie Vicentine che, domenica 6 ottobre organizza la consueta festa, ricca però di novità pensate per le famiglie del territorio ma non solo. L’evento inizia alle 10.30 del mattino con i laboratori, che quest’anno avranno un’area dedicata ancora più grande e attrezzata: in particolare i bimbi potranno divertirsi con Natuarte e Riciclando a cura di Ecotopia, Spanocchiando e le fattorie didattiche, sperimentare la pittura su ceramica con SbittArte e osservare le dimostrazioni al tornio del giovane marosticense Leonardo Collanega. Non mancheranno le visite al polo più grande di Asiago DOP: per tutto il giorno si potrà accedere ad un percorso guidato all’interno dello stabilimento di Bressanvido e scoprirne i processi produttivi, spiegati da video installazioni multimediali. A grande richiesta un triplo turno per Casaro per un’ora, dove cimentarsi nella produzione di una piccola forma di formaggio guidati dai casari di Latterie Vicentine.

Per gli amanti della montagna è in programma la presentazione del libroNovanta giorni: diario di una stagione in alpeggio” del giovane scrittore e Maestro Onaf Francesco Gubert, che racconta la sua vita immersa nel lavoro tra prati e pascoli di alta quota. A seguire, l’autore condurrà una degustazione guidata di tre tipologie di formaggi prodotti da Latterie Vicentine. Agli appassionati di cibo sono dedicati workshop appetitosi, veri e propri momenti di gusto: i maestri Onaf presenti spiegheranno come abbinare i formaggi a vino, birra e grappa. I bambini invece potranno assistere anche visitare un’aia con animali da cortile. Il momento più significativo rimane il taglio della forma gigante del formaggio della transumanza, lavorata negli scorsi mesi da ben 11 casari. 11000 litri di latte raccolto anche nelle malghe, oltre 1000 kg di peso, 2 metri di diametro. Come da tradizione sarà il presidente della cooperativa Alessandro Mocellin a tagliare la forma gigante alle ore 16.30. Il ricavato delle vendita sarà devoluto in beneficenza ad alcune realtà del territorio.

Fonte: Servizi stampa Coldiretti Veneto/Latterie Vicentine

E’ morto Sandro Brandolisio, cantore della Venezia che c’era e che ha conosciuto

Sandro Brandolisio

(di Fabrizio Stelluto, presidente Argav) Chi ci segue, sa quanta riconoscente attenzione cerchiamo di dedicare ai rappresentanti di quelle sacche di “umana resistenza” culturale ed antropologica, senza le quali saremmo tutti più poveri; sto parlando delle “truppe silenti” che, da sole o in associazione, sono impegnate a preservare ed a tramandare documentazioni e costumanze di piccola storia locale, indispensabile a descrivere la vita vera della gente.

Questo esercito “sotto traccia” ha perso ora un fiero armigero veneziano, Sandro Brandolisio, giornalista e più volte ospite dei convivi Argav al Circolo Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco. Veniva a raccontare, attraverso i suoi libri, una Venezia, che non c’è più, fatta di bacari, cicheti, giochi in campo, ma anche ricette e superstizioni. Sandro non è certo il primo ad aver scritto di Venezia, ma i suoi libri sono unici, perché racconta di se stesso e delle sue esperienze familiari, quando la Venezia insulare era ancora luogo di relazioni e non un centro commerciale.

Ad avvicinarlo a quella realtà enogastronomica, fatta di sapori veri senza Haccp, era stato il nonno in un inconsapevole viaggio esperienziale alla conoscenza di quelli che, oggi, sono diventati piatti ricercati, ma cui nessuno chef può regalare l’anima popolana. Il loro “gustoso” ricordo è il regalo, che Sandro ci lascia e non posso che pensarlo in Paradiso, perché è solo lì che stanno le osterie vere con il loro carico di umanità.

Di seguito, gli articoli di commiato a Sandro Brandolisio pubblicati oggi da Il Gazzettino (ed. di Venezia) e La Nuova Venezia, in cui è stato ripreso il pensiero del presidente Argav e si annuncia il giorno dei funerali, che sarà giovedì 22 agosto alle 9 nella chiesa di Santa Barbara a Mestre (Ve).

Il Gazzettino – edizione di Venezia, 20 agosto 2019

La Nuova Venezia, 20 agosto 2019

Recupero dei muretti a secco, al via il 3 settembre 2019 un corso a partecipazione gratuita in Friuli-Venezia Giulia

Cantiere 2018 ad Artegna (foto Graziano Soravito)

Prende avvio il 3 settembre ad Artegna, in Friuli-Venezia Giulia, per il quinto anno consecutivo, un nuovo cantiere del paesaggio dedicato ai muri a secco, promosso dall’Ecomuseo delle acque del Gemonese e dal comune di Artegna e inserito all’interno della Scuola italiana della pietra a secco promossa dall’Alleanza mondiale per i paesaggi terrazzati.

Cantiere 2018 ad Artegna (foto Graziano Soravito)

Si tratta di un corso gratuito, aperto a tutte le persone interessate, che si propone di fornire ai partecipanti il metodo base e i consigli pratici su come recuperare questi manufatti che uniscono aspetti strutturali e componente estetica: perfettamente inseriti nell’ambiente, se ben gestiti nel corso del tempo dimostrano la loro grande utilità per ricavare spazi coltivabili, regimare le acque, ridurre l’erosione. L’attenta scelta delle pietre, la loro sfaccettatura, l’incastro perfetto, costituiscono i tratti salienti di un antico lavoro manuale che rischia di scomparire. Il cantiere, diretto dal giovane maestro artigiano Tommaso Saggiorato, si svolgerà lungo il sentiero che conduce al “lavio” di Borgo Monte, dando continuità all’opera di recupero realizzata lo scorso anno lungo lo stesso camminamento, chiuso da un muro di contenimento che andrà ripulito dalla vegetazione e in parte ricostruito.

Cantiere 2018 ad Artegna (foto Graziano Soravito)

L’attività prevede l’approfondimento delle tecniche di taglio delle pietre, il calcolo dell’angolo di inclinazione del muro e del suo spessore, la costruzione e posa delle calandre, la posa delle pietre di fondazione e l’elevazione del muro. Le prenotazioni vanno effettuate chiamando il 338-7187227 o inviando una mail a info@ecomuseodelleacque.it Si consiglia di portare pantaloni lunghi, scarpe e occhiali da lavoro, guanti pesanti. I partecipanti disporranno della copertura assicurativa.

L’obiettivo è quello di unire la tradizione con l’innovazione. La tradizione è quella plurisecolare legata a tecniche costruttive che mettono in sicurezza tracciati e versanti, mentre l’innovazione consiste nell’incentivare la capacità di far conoscere e valorizzare il territorio, rendendolo fruibile e condividendo le buone pratiche finalizzate alla riqualificazione del paesaggio anche a fini turistici. L’Unesco nel 2018 ha inserito l’arte della costruzione in pietra a secco, le conoscenze e le tecniche relative, nella lista dei Beni intangibili dichiarati patrimonio dell’Umanità.

Fonte: Ecomuseo delle acque del Gemonese

 

A Susegana (TV) un nuovo museo dei mestieri e della civiltà contadina

una delle sale del museo

Un migliaio di pezzi di medie e piccole dimensioni, provenienti da tutto il Triveneto, di cui alcuni risalenti all’Ottocento. È un viaggio straordinario che racconta la società rurale veneta quello che si può scoprire nella nuova ala ristrutturata dell’edificio settecentesco di località Mandre, a Susegana (Treviso), dove l’azienda Borgoluce ha allestito il nuovo Museo dei mestieri e della civiltà contadina con l’esposizione della collezione di Barbara Emo Capodilista.

Il percorso va ad arricchire il contesto della fattoria didattica di Borgoluce già operativo da alcuni anni a Mandre Roccagelsa, dove si trovano la moderna stalla delle bufale, il caseificio, l’antico mulino e un museo con le stanze rievocative della casa colonica e della vita contadina di un tempo. La nuova ala, che si sviluppa su un intero piano del grande edificio che sorge sul lato Nord della corte, raccoglie e ordina una raccolta di mezzi di trasporto utilizzati dal mondo agricolo tra Ottocento e Novecento e una collezione di manufatti che raccontano i mestieri lungo l’arco dell’anno. La collezione apparteneva alla contessa Barbara Steven Emo Capodilista, scomparsa nel 2003 a 87 anni, donna che si prodigò tutta la vita per mantenere splendente la villa palladiana di Fanzolo. Lì, nell’annesso fabbricato rurale, inaugurò nel 1992 il Museo della civiltà contadina, con i pezzi pazientemente collezionati, dagli anni Settanta, per mantenere la memoria della società rurale veneta, della sua evoluzione e del suo progresso. Una raccolta svolta con un’impronta scientifica grazie alla collaborazione con la Fondazione Benetton Studi e Ricerche ed Edward F. Tuttle, titolare della cattedra di Linguistica italiana e romanza all’Ucla (Usa). Nel 2015, 12 anni dopo la morte della contessa, la decisione di affidare la collezione alla famiglia Collalto, proprietaria della tenuta Borgoluce, per integrare la sua raccolta di manufatti agricoli e con l’impegno di garantirne la salvaguardia e la manutenzione, valorizzando il patrimonio anche con la promozione di mostre tematiche e convegni.

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Tra i pezzi clou del museo: un macchinario proveniente da una filanda, carri con sponde e a scale, antiche portantine e slitte in legno, gioghi per i buoi e poi forche, misurini, stadère, sgranapannocchie, zangole, ventilabri e tantissimi altri oggetti che il mondo contemporaneo, sempre più connesso e tecnologico, ha dimenticato.
Presenti anche due laboratori didattici ispirati ai ritmi e alle scansioni delle stagioni nel lavoro agricolo, connesso alla naturale ciclicità della terra, rivolti alle scuole primarie e secondarie di primo grado. Apparsa durante i recenti lavori di restauro c’è anche un’imponente meridiana (18 metri quadrati di superficie), che si presume risalga alla seconda metà del Settecento dato il sistema orario “a ore italiche” rimasto in uso fino alla conquista napoleonica. Il museo sarà visitabile su prenotazione, con una guida di Borgoluce, non solo dalle scuole ma anche dalle altre fasce di visitatori.

Fonte:Servizio stampa Borgoluce

La pratica agricola della piantata veneta resa immortale dall’azione dell’associazione culturale Borgo Baver onlus

Dopo il via libera dell’Osservatorio nazionale del paesaggio rurale, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali ha predisposto i decreti che determinano l’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi Rurali e delle Pratiche Agricole della Pratica Agricola Tradizionale Piantata Veneta, la cui candidatura era stata presentata dall’Associazione Culturale Borgo Baver Onlus di Codega di Sant’Urbano (TV).

Ad oggi il registro include 10 paesaggi e due pratiche agricole, distribuiti dal Nord a Sud, a fronte di oltre 80 richieste di candidatura presentate. Nel corso dell’ultima riunione del gennaio scorso, l’Osservatorio nazionale del paesaggio rurale ha espresso parere favorevole all’unanimità rispetto all’iscrizione dei cinque nuovi Paesaggi (Fascia pedemontana olivata fra Assisi e Spoleto, Paesaggio della Pietra a Secco dell’Isola di Pantelleria, Parco regionale Storico agricolo dell’Olivo di Venafro, Paesaggio policolturale di Trequanda e Paesaggio rurale storico di Lamole in Chianti) e della pratica tradizionale veneta.

La piantata veneta è una pratica colturale antichissima di coltivazione della vite testimoniata già in epoca etrusca e romana. Si tratta di una tipica forma di agricoltura promiscua in cui gli appezzamenti coltivati sono delimitati da filari di viti maritate ad alberi d’alto fusto. In passato erano presenti vari tipi di specie arboree (l’olmo, l’acero, il salice, alberi da frutto, ecc.), ma, a seguito della diffusione della bachicoltura, si è affermata la presenza del gelso le cui foglie venivano impiegate per alimentare i bachi. Dal punto di vista colturale, la piantata si associava spesso a peculiari sistemazioni idraulico-agrarie quali, ad esempio, il cavalletto. In questo caso il filare di viti maritate si trova su una porca di larghezza variabile, tenuta a prato e separata dai coltivi da una o due piccole affossature. Come testimoniato da varie ricerche effettuate in provincia di Treviso e nel Veneto, la piantata di vite costituiva la forma quasi esclusiva di gestione delle colture nella pianura veneta fin dai tempi della Serenissima. Presentava il notevole vantaggio di garantire una pluralità di prodotti in aziende che consentivano sia di soddisfare le esigenze dei coltivatori. Con l’avvento della meccanizzazione e il diffondersi del diserbo chimico, questo paesaggio è progressivamente scomparso nel Veneto così come nel resto d’Italia.

Allo stato attuale permangono solo pochi esempi del paesaggio della Piantata Veneta. Tra questi particolare rilevanza assume il piccolo vigneto arborato situato nel Borgo di Baver nel comune di Godega di Sant’Urbano (TV) (che i soci Argav hanno visitato nel 2015)  dove sono state conservate le modalità tradizionali di coltivare la piantata di viti nel Veneto. L’importanza di questa piantata è tale che la Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici delle province di Venezia, Belluno e Treviso ha posto nel 2014 un vincolo di tutela ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera a) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42 con cui viene tutelato non solo il paesaggio ma in particolar modo la pratica colturale ancora presente per il suo fondamentale valore etnoantropologico.

Fonte: Associazione culturale Borgo Baver onlus

 

 

17 gennaio 2018, a Riese Pio X (TV) nasce la Confraternita italiana del musetto. Nell’occasione, sarà eletto il miglior musetto 2018. Ricavato della serata pro Norcia, “patria” dei norcini, colpita dal terremoto nel 2016/17

Mercoledì 17 gennaio 2018 a Riese Pio X, nel Trevigiano, viene nobilitata una tradizione contadina. Nasce infatti “L’ingorda confraternita del Musetto”, che mira a tutelare la storia e la tradizione del musetto attraverso eventi, ma anche goliardia  e abbuffate in compagnia.

Con musetto in Veneto si definisce un insaccato simile al cotechino, il nome deriva dai tipi di carne utilizzata per l’impasto da insaccare: il muso del maiale, per l’appunto. L’impasto è fatto macinando assieme cotenna, carne del muso, sale e pepe, insaccato in un budello; in tutto pesa circa mezzo chilo. Nella Pedemontana trevigiana, in particolare, viene ricavato utilizzando per tre quarti da carni suine grasse (tagli di cotenna per il del 40-50%, tagli di gola per circa il 10-20 e spolpo testa dal 15 al 20%) e per il resto da carni suine magre (tagli di spalla).

L’idea della Confraternita è di Matteo Guidolin, sindaco di Riese Pio X, noto anche come front man della band “Los Massadores”, i “norcini del rock”, che si producono in canzoni in dialetto ispirate alla cultura contadina. “Durante la serata di fondazione verranno presentati logo, statuto e finalità dell’associazione e, naturalmente, si assaggeranno prelibati musetti de casada”, spiega Guidolin. L’intrattenimento sarà affidato alla “Nuova Compagnia del Carateo” con uno spettacolo che mixa teatro a spunti di comicità. Saranno presenti una decina di produttori locali, che si sfideranno a vicenda per la scelta del miglior musetto del 2018: saranno giudicati da una giuria di esperti al motto di “Glutinosum oportet esse”: “bisogna che el pete” (deve essere viscoso). Il ricavato della serata sarà devoluto per la ricostruzione di Norcia, “città santa” dei norcini.Costo della cena, con incluso tesseramento alla Confraternita: 25 euro. Per prenotazioni rivolgersi entro oggi alla Caneva dei Biasio (0423 483153) oppure via email a: confraternitamusetto@gmail.com.

La data scelta per la fondazione è la festa di Sant’Antonio Abate, patrono dei norcini: fino agli anni Settanta era considerato l’unico giorno in cui non si poteva uccidere e mangiare il maiale, altrimenti durante il resto dell’anno non sarebbe stato buono. Il musetto è un tipico piatto invernale veneto, viene accompagnato con purè di patate, lenticchie e salsa di cren; lo si mangia lesso, bollito nell’acqua. Talvolta, viene cotto nella cenere o lo si può trovare cotto anche a bagnomaria oppure affumicato. Dopo la cottura mostra un colorito rosso scuro con la caratteristica irregolare marezzatura bianca dovuta al grasso che avvolge la parte proteica; presenta profumo caratteristico, gusto saporito e leggermente piccante.

Fonte: Confraternita italiana del musetto

Clima, gli agricoltori veneti riscoprono le rogazioni, rito religioso propiziatorio per un buon raccolto

(di Marina Meneguzzi, vicepresidente Argav) Non piove in Veneto oramai da mesi, la Regione stessa ha dichiarato lo stato di crisi idrica, e gli agricoltori che fanno? Per invocare la pioggia, ricorrono anche all’antico rito delle rogazioni. A confermarlo è la Coldiretti, che in una nota annuncia lo svolgimento del rito su gran parte del territorio, rivelando in particolare che si farà questa sera, giovedì 25 maggio, a Grezzana (VR), nei campi di olive del frantoio Redoro ed in un’azienda agricola ad Anconetta (VI).

Tra sacro e profano. Per rogazioni si intendono preghiere di supplica e propiziatorie per ottenere dei buoni raccolti. Il termine prende origine dal verbo latino rogare, ovvero pregare ripetutamente. Il rito stava scomparendo – anche per volontà degli stessi sacerdoti, che vi ravvisavano tratti più profani che sacri – ma le avversità atmosferiche sempre più imprevedibili hanno sollecitato gli agricoltori e i credenti a riscoprire questa usanza. “Oltre alle invocazioni servono dei rami di ontano che, scorticati, diventano legno bianco per fare delle croci da mettere all’inizio di ogni campo – spiega Enzo Gambin, direttore dell’Associazione dei produttori di olio d’oliva, animatore presso il Frantoio Redoro. In questa occasione chiederemo l’intercessione di due Sante – sottolinea Gambin – Santa Reparata di Cesarea e a Santa Caterina d’Alessandria, rispettivamente patrone degli olivicoltori e dei frantoiani.

Un rito che durava tre giorni. “Rispettiamo cosi gli insegnamenti della civiltà contadina per tenere lontano la siccità, la grandine e ogni altro disastro, ma anche come benedizione per le semine  – precisa Paola Ballardin, funzionaria di Coldiretti che sarà presente ad Anconetta nell’azienda agricola di Gaetano Pontarin –  un tempo l’evento durava tre giorni – racconta –  con processioni da un capitello all’altro con la solennità dei paramenti,  il prete in testa, chierichetti, le candele. Venivano recitate le litanee dedicate:” Signore, liberaci dai fulmini e dalla tempesta”. E se le campagne erano secche, il vescovo invitava i sacerdoti ed i fedeli a un pellegrinaggio “ad petendam pluviam”, per invocare la pioggia.

 

“Eataly vuole fregare Trump con l’Italian sounding? La vaccata del giorno!” a dirlo Efrem Tassinato, presidente circuito Wigwam e socio Argav

mucche-central-park(di Efrem Tassinato, socio Argav e presidente Circuito Wigwam, rete associativa non profit per lo sviluppo sostenibile delle Comunità Locali, nata in Italia nel 1972 e che oggi connette territori, organizzati in Comunità Locali, di 21 Paesi). Se non fosse che le cronache ci hanno abituati a chi la spara più grossa che poi, si spera, finisca come nella favola di Esopo dell’Al lupo al lupo e quindi non ci creda più nessuno, ci sarebbe da scuotere la testa per l’enorme ed ennesima scemenza lanciata in titoli cubitali per amor del sensazionalismo.

italia-oggiItalian sounding…all’italiana! Mi riferisco a quanto dichiarato da Oscar Farinetti, sì proprio quello che nel mondo sta facendo un gran bel business col Made in Italy alimentare e che a Italia Oggi del 1 febbraio 2017 “svela come intende aggirare il neoprotezionismo USA”. Il titolone recita: “Faremo in USA il made in Italy italiano” e nel sottotitolo “Farinetti: se Trump ci blocca useremo materie prime locali” spiegando poi nel testo che produrrà sul posto, ma all’italiana. Vanta ad esempio che “abbiamo aggirato il divieto d’importazione delle nostre carni negli USA. Approfittando della possibilità d’esportarvi sperma di toro, vi abbiamo portato quello di stalloni di razza piemontese e oggi produciamo là dell’ottima carne che poi utilizziamo e vendiamo nei nostri negozi.” E così via continuando…Insomma, ci chiediamo. Ma quale differenza ci passa tra il prosciutto di Parma fatto in Canada e il Regianito fatto in Argentina, chiaramente evocando la tanto ambita e prestigiosa italianità, da ciò che già ha dichiarato di fare ed ancor più farà Farinetti quanto alle operazioni di taroccamento dell’italian sounding?

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Efrem Tassinato

Agricoltori e artigiani, figure da proteggere e non da immolare. Al di là della sua indiscutibile capacità di businessman, finanche meritevole per certi aspetti, qui ci troviamo di fronte alla più grande minaccia di disastro per le comunità rurali e della montagna italiana, con agricoltori e artigiani alimentaristi che faticano a marginalizzare quel che serve per sopravvivere, ai quali peraltro si chiede anche di essere manutentori del territorio, custodi delle tradizioni ed un’infinità di altre prestazioni, sempre troppo poco riconosciute dall’establishment dei burocrati europei e nostrani delle politiche agricole e falcidiati da una grande distribuzione organizzata che pretende la massima qualità ma funzionale alle operazioni del tre per due e del sottocosto.

Agricultura-spettacolo. Rispetto alla domanda potenziale del mercato globale le nostre possibilità di produzione – quantitativamente parlando – rappresentano davvero poca cosa. Ma quel che finora ci ha in qualche modo salvato è stato il prestigio, la nomea, la tradizione, l’enfatizzazione del legame coi territori che nei secoli hanno cumulato, tutt’altro che gratis, valore aggiunto per le nostre produzioni agro-alimentari. Un valore immateriale di inestimabile quantificazione che si somma a quello materiale di prodotti di assoluta qualità perché frutto di lavoro fatto con il cuore e con teste pensanti che non son più gli zotici Fontamaresi di Silone, per di più garantiti da una tra le più solerti normative igienico-sanitarie al mondo. Non ce l’ho con Farinetti, lui fa il suo business. Quello che deve preoccupare è il messaggio che sta passando con la creazione dei parchi tematici del cibo contadino, dove è tutto finto. Proprio come fantasticava, ma neanche tanto, un bell’articolo di Economist della metà degli anni settanta sull’agricoltura spettacolo: l’operatore alla mattina arrivava, timbrava il cartellino, si vestiva da contadino, prendeva il secchio ed andava mungere la vacca o a svolgere altri mestieri. Il tutto a beneficio di spettatori che vi assistevano meravigliati, avendo prima pagato il biglietto per poi acquistare prodotti, fatti però in grande serie da una super industria, super multinazionale ed ovviamente, super robotizzata.

In gioco la sopravvivenza e lo sviluppo delle Comunità locali rurali. Quel che noi diciamo è che il prodotto tipico è tale perché è intimamente legato al territorio di origine ed espresso, conservato, tramandato da quei microcosmi che sono le Comunità Locali. Ed anzi, il rapporto è così stretto ed interdipendente che la sopravvivenza e lo sviluppo duraturo e sostenibile delle Comunità Locali rurali e della montagna dipende essenzialmente dalla tutela della prerogativa di tale valore immateriale. Perché ciò non accada la soluzione è semplice: incentivare il consumo negli originari luoghi di produzione. La marginalizzazione rimarrebbe al territorio dove si manterrebbero posti di lavoro e risorse per la manutenzione e il miglioramento del territorio stesso. Se il Signor Trump chiude alle importazioni italiane, facciamo venire gli americani a consumare da noi!

 

29 gennaio-5 febbraio 2017, a Baver (TV) storia e tradizioni rurali rivivono in tre incontri

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chiesa di San Biagio, Baver (foto Marina Meneguzzi)

L’Associazione Culturale Borgo Baver onlus, che i soci Argav hanno avuto modo di conoscere e incontrare nel giugno 2015 in occasione della visita al borgo e al vigneto storico di Baver, in occasione del decimo anniversario dell’iniziativa “Alla ricerca delle nostre origini” e della prossima festa di san Biagio, patrono della comunità locale,  propone dal 29 gennaio al 5 febbraio 2017 una serie di incontri legati alla storia e alle tradizioni rurale.

Domenica 29 Gennaio 2017 – ore 15.30, Casa Dal Cin, Baver. Il giornalista Sergio Tazzer, autore di “Grande Guerra Grande Fame” e coautore di “Guerra & Pane”, racconta la storia della Grande Guerra legata, da un lato, all’aspetto del pane e del rancio dei belligeranti, e dall’altro, alla fame in trincea e fra la popolazione civile.

Venerdì 3 Febbraio 2017, Festa secolare di San Biagio, San Biagio-Baver, Pianzano Nel pomeriggio, come avviene da più di ottant’anni, davanti alla chiesa di Baver, verrà distribuito il pane di san Biagio che sarà benedetto durante la Messa (maggiori info http://www.baver.it)

Domenica 5 febbraio 2017 – ore 15.30,  Casa Dal Cin a Baver. Le strade che raccontano la storia: Alpi che uniscono, Alpi che dividono, incontro con lo storico Matteo Melchiorre, autore de “La via di Schenèr”, che racconterà di un’antica strada fra le montagne che collegava due comunità, unite e separate da un passo: lo Schenèr.

Fonte: Associazione Culturale Borgo Baver