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Aflatossine, si va verso l’innalzamento dei livelli?

aflatossine-pigozzoAflatossine, si va verso l’innalzamento dei livelli? La domanda sorge spontanea dopo aver letto una nota stampa di Confagricoltura Veneto, in cui il presidente Giangiacomo Bonaldi, informa che “il ministero della Sanità ha convocato i rappresentanti del coordinamento cereali (gli organismi che si erano attivati per un innalzamento del limite di aflatossine nel mais e quindi esclusa la Coldiretti ), (qui la risposta del ministero della Sanità, ndr) per affrontare le ben note problematiche conseguenti alla presenza delle pericolose muffe nei raccolti dello scorso anno”.

Incontro previsto il 30 gennaio. “Il ministero della Sanità ha convocato i rappresentanti del coordinamento cereali per il giorno 30 gennaio 2013.  Qualche volta le manifestazioni –  continua nella nota Bonaldi – soprattutto se accompagnate da un’azione sindacale pressante e fondata su solide motivazioni, ottengono qualche risultato, almeno quello di smuovere le acque”.  “E’ difficile, infatti – prosegue nella nota Bonaldi – non collegare l’importante manifestazione di Cerea, cui hanno partecipato un migliaio di produttori e tenutasi il 21 gennaio, con la convocazione del ministero, partita il 23 dello stesso mese. In ogni caso, considerato che la richiesta di un incontro urgente portava la data del 18, possiamo apprezzare la prontezza con cui, almeno questa volta, le istituzioni romane hanno raccolto l’urgenza espressa dal mondo agricolo di essere ascoltato e di ottenere delle risposte”. “E’ troppo presto, naturalmente – conclude Giangiacomo Bonaldi -, per cantare vittoria. Ma è giusto almeno riconoscere che un primo risultato è stato raggiunto, grazie all’impegno di tutti coloro che, come Confagricoltura, si sono schierati da subito a fianco dei produttori”.

In attesa di conoscere quindi l’esito del prossimo incontro istituzionale, nel convegno “E’ possibile avere mais senza aflatossine?”, organizzato da Latteria Soligo nei giorni scorsi, alcuni studiosi dell’Università di Padova, relatori all’incontro, hanno espresso alcune idee in merito, che riportiamo di seguito, ricavato dalla nota stampa ricevuta dalla cooperativa del latte veneta.

Buone pratiche. Il prof. Roberto Causin del Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università di Padova ha messo sul tavolo i dati raccolti dal 2003 al 2012 ed è convinto che il fenomeno che la scorsa estate è esploso in modo particolarmente violento, facendo reagire il comparto agricolo all’emergenza, vada affrontato oramai come una delle diverse criticità della pratica agricola e come tale la prevenzione del fenomeno debba partire fin dalla semina (preparazione del terreno, scelta dell’ibrido adatto …), adottando la buona pratica agricola come prima azione di contenimento del fenomeno. L’attenzione dell’agricoltore va quindi focalizzata sullo stress della pianta: una pianta in salute è capace di contrastare naturalmente la diffusione delle aflatossine.

Soglie di tolleranza. Ma una volta che la contaminazione è partita, quali possono essere i rimedi per contenere l’epidemia e gestire la produzione colpita da aflatossine? A questa domanda degli agricoltori ha risposto la prof.ssa Lucia Bailoni del dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova. Il latte dei bovini è più soggetto a contaminazione rispetto alla carne, la situazione cambia nel caso dei suini e del pollame, bisogna quindi prestare molta attenzione in tutta la filiera. Oggi ci sono diversi strumenti con i quali agire a partire dalla diversificazione delle partite che arrivano agli essicatoi, è fondamentale che la granella buona non venga messa a contatto con quella contaminata, pena la perdita dell’intera partita. Poi la granella colpita da aflatossine può venire decontaminata (allontanando le parti infette) o detossificata (distruggendo le micotossine) utilizzando metodi chimici, biologici, meccanici o agenti leganti. La cosa su cui riflettere però resta la forte discrepanza nelle soglie di tolleranza europea e statunitense che obbliga i produttori europei a mantenere il latte entro la soglia di 50 ppb di aflatossina M1 contro i 500 ppb di quella USA.

E’ quindi auspicabile aumentare un po’ il limite di tolleranza europeo? Su questo argomento ha fatto luce l’intervento del prof. Marco De Liguoro del Dipartimento di Sanità Pubblica ed Igene Venetrinaria dell’Università di Padova, che ha focalizzato l’attenzione su uno studio in cui la soglia di tolleranza europea nel mais destinato all’alimentazione animale è di 20 µg/kg con l’eccezione di animali giovani e produttori di latte per i quali la soglia si abbassa a 5 µg/kg. Negli Stati Uniti le soglie stabilite sono invece le seguenti: 300 µg/kg per prodotti del granoturco da destinare a vitelloni in finissaggio (fase della nutrizione 60-90 gg prima della macellazione), 200 µg/kg per prodotti del granoturco da destinare a suini in finissaggio e 100 µg/kg per prodotti da granoturco da destinare a bovini da carne e suini riproduttori o a pollame adulto. Spostando in alto quindi, l’assicella di tolleranza fino ad un limite massimo di 100 ppb per i prodotti carnei (vitelloni, suini adulti, polli) le analisi evidenziano solo tracce di aflatossine nel fegato ed eventualmente nelle carni, ma le concentrazioni sono comunque nettamente inferiori a 1 µg/kg e dovrebbero rappresentare un rischio trascurabile per il consumatore, visto che attualmente il limite di tolleranza di aflatossine nei cereali destinati per il consumo umano è di 2 µg/kg.

Cosa sono le aflatossine. L’Aspergillus flavus è un fungo presente nelle colture ceralicole in quantità modeste, ma può diventare un problema producendo un numero elevato di aflatossine in caso di elevate temperature (da 32°C a 42°C) e di particolare stress della pianta (mancanza o eccesso d’acqua, competizione delle malerbe, mancanza o eccesso di azoto, etc.) che non è in grado di contrastare naturalmente la diffusione di queste micotossine. Il problema principale di questo fungo è che produce aflatossine di tipo B1 (che si trasmettono alla carne dell’animale) e M1 (che si trasmettono al latte bovino) che possono passare facilmente dall’animale all’uomo attraverso il cibo. In dosi controllate il loro effetto è nullo, ma se le dosi sono elevate può causare problemi di salute. Al momento il rischio per l’uomo è pari a 0 perché la normativa europea ha stabilito dei rigidi livelli di tolleranza per la commercializzazione di alimenti e materie prime per mangimi senza compromettere la salute del consumatore, quindi la tutela del consumatore arriva attraverso rigido controlli alla fine della filiera produttiva prima dell’immissione del prodotto nel mercato, ma questo atteggiamento rischia di mettere in difficoltà la filiera, è quindi necessario che il controllo e la gestione del problema Aflatossine nel mais sia spostato a monte della produzione, agendo fin dalla semina.

(Fonte: Confagricoltura Veneto/Latteria Soligo)