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Regione Veneto accantona 12 milioni di euro per le aziende agricole colpite dall’emergenza aflatossine

aflatossine-pigozzoUna buona notizia giunge dal bilancio di previsione 2013 della Regione Veneto, appena approvato dopo tre settimane di sedute di Consiglio a causa della difficoltà di far quadrare i conti in una situazione di cronica carenza di risorse come l’attuale.

Raccolte le istanze di Confagricoltura, CIA e Copagri. “Dalle informazioni ricevute – afferma Confagricoltura Veneto – sarebbe stata accolta la richiesta, formalmente presentata dalla nostra organizzazione insieme a CIA e Copagri, di utilizzare circa 12 milioni di euro assegnati al Veneto in conseguenza della chiusura del vecchio obiettivo comunitario 5a, a favore delle oltre 70 mila aziende maidicole della regione colpite dalla emergenza aflatossine a causa della disastrosa siccità dell’estate scorsa. Dopo una prima risposta positiva ma interlocutoria fornita dal presidente della Regione Luca Zaia, secondo il quale la cifra era stata sì riservata dal ministro alla Regione ma quest’ultima non ne aveva ancora la disponibilità, l’iscrizione in bilancio rappresenta un passo ulteriore verso il riconoscimento della legittimità dell’istanza da noi avanzata”.  Se le notizie pervenute saranno confermate, quindi, si può senz’altro affermare che lo stanziamento di questi 12 milioni rappresenta il primo punto fermo su cui i produttori possono contare nella confusione generale che ha segnato a tutti i livelli l’emergenza aflatossine; una risposta concreta ad un problema reale, finalmente”.

(Fonte: Confagricoltura Veneto, CIA Veneto, Copagri)

Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna: energia verde dal mais danneggiato per siccità 2012

aflatossine-pigozzoIl mais gravemente danneggiato dalla siccità del 2012 sarà utilizzato esclusivamente per produrre energia rinnovabile negli oltre 500 impianti a biogas della pianura padana. E’ quanto prevede l’accordo di filiera promosso dagli assessori regionali all’agricoltura del Veneto Franco Manzato, dell’Emilia-Romagna Tiberio Rabboni e della Lombardia Giuseppe Elias, indirizzato alle principali organizzazioni agricole e ai consorzi di biodigestori, con l’obiettivo di risolvere un problema che rischia di avere pesanti ripercussioni per l’agricoltura e la zootecnia del nord Italia: quello delle ingenti quantità di mais che, a causa delle pessime condizioni meteo climatiche della scorsa estate, presentano caratteristiche che lo rendono non idoneo all’alimentazione umana e animale. Solo il mais di elevata qualità organolettica e igienico-sanitaria può essere infatti destinato a queste finalità.

L’accordo messo a punto dalle tre Regioni permette di costruire un percorso chiaro, trasparente e sicuro, in linea con le indicazioni fornite dal Ministero della Salute. E’ infatti prevista una precisa procedura di tracciabilità del prodotto – definita dalle tre Regioni e approvata dal Ministero della Salute – che ne assicura un corretto utilizzo, evitando così il rischio di frodi e garantendo maggior sicurezza al consumatore. Ecco cosa prevede l’accordo di filiera: l’accordo, valido per tutto il 2013, punta ad agevolare l’incontro tra domanda e offerta, impegnando le parti a precise garanzie contrattuali, di prezzo e di programmazione del flusso di prodotto, che si stima di circa 350 mila tonnellate. Per aderire, ogni azienda interessata (sia per la parte agricola che per la parte dei biodigestori) deve sottoscrivere un modulo disponibile nei siti web delle tre Regioni. Per il VenetoClicca qui. Nei siti regionali (www.regione.veneto.it, www.ermesagricoltura.it www.agricoltura.regione.lombardia.it ) sarà anche mantenuto l’aggiornamento delle adesioni e il monitoraggio dell’iniziativa.

(Fonte: Regione Veneto)

Aflatossine, un problema a cuore, nella diversità, alle organizzazioni agricole venete

aflatossine-pigozzoAncora in primo piano sul nostro sito il problema del mais contaminato dalle aflatossine che ha colpito il Veneto la scorsa estate, affrontato dalle organizzazioni agricole venete in modo deciso seppur diverso, come vedrete dai comunicati che pubblichiamo di seguito. Iniziamo con la posizione di Confagricoltura, CIA, Confcooperative Fedagri, AMI, AIRES e COMPAG.

Platea2Al convegno tenutosi a Rovigo sabato 2 marzo scorso sul problema del mais contaminato dalle aflatossine c’erano i produttori in un numero imponente, oltre settecento; c’erano le loro rappresentanze, quelle che da subito si sono fatte carico del problema e hanno promosso l’evento, cioè Confagricoltura, CIA, Confcooperative Fedagri, A.M.I. (Associazione Italiana Maiscoltori); c’era l’AIRES (Associazione Italiana Raccoglitori e Stoccatori) e COMPAG (Federazione Commercianti Prodotti per l’Agricoltura), anch’esse fra gli organizzatori della giornata; c’era il mondo accademico, presente di persona con l’Università di Padova e, attraverso un’apprezzata relazione, con quella di Torino. E tutti erano decisi a pretendere risposte chiare su di una vera e propria calamità, che, in conseguenza del lungo periodo di siccità e delle elevate temperature della scorsa estate, sta minacciando i raccolti e quindi i redditi dei maiscoltori.

Cosa fare del mais contaminato? E’ immaginabile che il prodotto che supera il limite massimo di tossicità possa essere interamente convogliato nelle centrali produttrici di biogas o destinato ad alimentare le centrali termiche o termoelettriche? Perché non si prende in considerazione, su basi solidamente scientifiche, la possibilità che il limite massimo di aflatossine nel mais possa essere innalzato almeno per il prodotto destinato all’alimentazione dei bovini da carne? Che orientamenti si possono dare agli agricoltori per la prossima annata agraria? Queste le domande che sono echeggiate anche nell’intervento del presidente di Confagricoltura Veneto, Giangiacomo Bonaldi, durante la tavola rotonda che ha chiuso i lavori.  Bonaldi ha ricordato come i maiscoltori attendano da tempo delle risposte chiare che le istituzioni non hanno ancora fornito, a livello nazionale in primo luogo, ma anche a quello regionale, ove la consapevolezza della gravità del problema non sembra essere quella dovuta. Eppure, ha ricordato il presidente di Confagricoltura Veneto, il mais non conforme per la presenza di micotossine risulta almeno un quarto del raccolto 2012. Eppure si tratta di una produzione fondamentale per l’economia agroalimentare veneta, considerato l’indotto che sviluppa a monte e soprattutto a valle, ove una zootecnia di alto livello imprenditoriale è strettamente legata al mais per l’alimentazione del bestiame. C’è solo da augurarsi, ha concluso Giangiacomo Bonaldi, che la migliore agricoltura veneta, presente in questa occasione a Rovigo, riesca ora a far sentire la propria voce alle istituzioni affinché intervengano presto e bene.

Ed ecco la posizione di Coldiretti Veneto.

aflatossine 2Da emergenza, a possibile routine. Biogas e bioplastiche col mais contaminato, trattamenti con ammoniaca e ozono per abbattere la tossicità, semine precoci e irrigazione a goccia, piani assicurativi, rispetto delle linee guida ministeriali in tutte le fasi della lavorazione, dal campo alla commercializzazione: è così che le aflatossine del mais “da emergenza devono (e possono) diventare una routine”, come ha annunciato il presidente di Coldiretti Veneto Giorgio Piazza. Senza polemiche, pericoli e danni per nessuno: né per la salute del consumatore, né per il reddito dei produttori o degli essiccatori. Una sorta di lotta integrata di strumenti per difendere la filiera del mais veneto, da cui dipende la sopravvivenza delle filiere della carne rossa e bianca e del latte. In un’assemblea partecipata da 350 soci e dirigenti, lo scorso 4 marzo al Censer di Rovigo, la Coldiretti polesana ha analizzato la questione delle aflatossine sul mais 2012 in tutti i suoi aspetti, tecnici, scientifici, economici, commerciali. Anzitutto si è sgombrato il campo dal bluff delle variazioni della soglia legale di tossicità: “Nell’Unione europea si segue il principio di precauzione a guardia della sicurezza alimentare del consumatore (noi tutti compresi), con limiti rigorosi posti dall’Efsa (ente per la sicurezza alimentare) e dalla Commissione Ue. – ha spiegato Rolando Manfredini dell’Area sicurezza alimentare della Confederazione – Un sistema di minima tolleranza sul presupposto che non è possibile stabilire con sicurezza un consumo di aflatossine privo di rischi; negli Usa si segue il principio della massima tolleranza possibile e non si applica la regola della precauzione. Quindi sono sistemi non paragonabili”. E’ chiaro che se una sostanza è riconosciuta pericolosa per la salute non sarà l’innalzamento della soglia di presenza a farla sparire dal mais, come sostengono altre organizzazioni agricole.

Il mais non conforme ai limiti normativi è comunque una materia utilizzabile per il no-food: infatti può andare ad alimentare i biodigestori (impianti per la produzione di energia da biogas), dove la presenza di tossine è del tutto ininfluente e, pertanto, il prodotto deve essere acquistato a prezzo di mercato. Già in marzo, secondo il presidente del Cai, Pierluigi Guarise, il mais può uscire dai magazzini per questa destinazione. Al tavolo verde regionale si stanno poi, mettendo a punto degli accordi in tal senso. In quest’opera saranno avvantaggiati gli essiccatori che hanno differenziato il prodotto: “In Regione Veneto si sono date apposite linee guida già nel 2005 – ha ricordato il presidente di Coldiretti Rovigo, Mauro Giuriolo – ma tanti centri di raccolta non si sono adeguati e per questo è scoppiata l’emergenza”. Fra gli stoccatori virtuosi, oltre ad alcune coop polesane, si è distinto il Consorzio agrario del Nord est che col direttore Paolo Martin, ha portato la sua esperienza: “Ci siamo posti subito alcuni problemi. – ha dichiarato Martin – Preservare il reddito di tutti gli agricoltori, premiare quelli con un prodotto migliore. Per questo, anche se con metodo empirico, abbiamo verificato tutto il mais alla lampada per un primo orientamento, facendo una prima distinzione di prodotto; quindi abbiamo analizzato 10 mila campioni. Con questo metodo posso dire, nella nostra area, abbiamo raccolto un milione e 400 mila quintali di mais, di cui 310 mila in Polesine; di questo ne è stato acquistato circa il 75 per cento e quello non ancora liquidato lo sarà presto”.

Sul fronte scientifico, Igino Andrighetto, direttore dell’Istituto zooprofilattico delle Venezie, ha spiegato gli ottimi risultati ottenuti dalla sua équipe di lavoro sul trattamento del mais contaminato, all’interno dei magazzini della cooperativa Agribagnolo di Lonigo (Vi), in collaborazione con l’Università di Padova ed il patrocinio della Regione Veneto. “Iniettando ammoniaca e ozono sul mais fatto passare per delle coclee – ha spiegato il professore – abbiamo ottenuto l’abbattimento delle aflatossine. La tossina si rompe e perde la tossicità. Siamo riusciti a portare entro i limiti di legge anche mais con 60-100 ppb di contaminazione”. Buon risutalto della tecnica, che unito alla buona separazione al centro di stoccaggio e alle corrette pratiche agronomiche può risolvere il problema. Dato che le aflatossine si sviluppano con alte temperature e siccità; e posto che i cambiamenti climatici in atto sono destinati a far ripresentare con maggior frequenza le condizioni atmosferiche favorevoli per aflatossine, la prevenzione in campo con buone pratiche agronomiche diventa un inevitabile tassello di questo piano di difesa integrato. Pierluigi Guarise, presidente di Consorzi agrari d’Italia, ha parlato dell’importanza di scegliere per le prossime semine le varietà di mais più adatte per una semina precoce ed una precoce fioritura. “L’obiettivo è – ha detto – anticipare la fioritura al 15 giugno, quando vi è il 17 per cento di energia solare radiante in più e la pianta si può irrobustire. Evitare gli stress da carenza idrica, il che significa irrigare, ma nel giusto modo, con impianti a goccia e non con aspersione e scorrimento, in quanto non devo avvicinarmi al punto di appassimento, ma mantenere una costante umidità. La raccolta va effettuata con umidità non inferiori al 20 per cento, poiché la secchezza produce fratture nella granella e possibilità di contaminazione”.

Copertura assicurativa. Quando tutto è corretto, serve comunque una copertura assicurativa ed il Consorzio di difesa di Rovigo ha modificato il piano assicurativo nazionale per arrivare a proporre polizze contro le aflatossine.  Ma serve ancora qualcosa. “Una corretta gestione commerciale – ha spiegato Guarise – Oggi, alle condizioni di mercato attuali, siamo in grado di stipulare contratti per la consegna di mais ad un prezzo minimo garantito, che copre le spese, con la possibilità di partecipare all’eventuale aumento dei prezzi al momento della vendita”. Hanno fatto seguito gli interventi del mondo cooperativistico polesano, quindi la chiusura del presidente regionale di Coldiretti, Giorgio Piazza che ha ricordato: “Ci siamo battuti anche per avere un aiuto straordinario ed il Mipaaf ci ha stanziato 12,4 milioni di euro solo per il Veneto per le aflatossine come fenomeno collegato allo stato di eccezionale calamità atmosferica. Ora sorveglieremo che questi soldi vadano agli agricoltori e non all’adeguamento di alcuni centri di raccolta, magari di quelli che non hanno mai investito coi loro profitti e si sono messi su un piano di attesa”. “Dobbiamo fare tesoro di questa esperienza del 2012 – ha concluso Piazza – e rispondere in termini di sistema: approcciare la questione con tutte le conoscenze tecnico- scientifiche, con la giusta divulgazione, l’uso di strumenti di gestione dei rischi, i mezzi finanziari e fare in modo che non spariscano i 300 mila ettari di capacità di coltivazione a mais del Veneto, perché sarebbe un grave problema per l’agricoltura”.

(Fonte: Confagricoltura Veneto/CIA/Confcooperative Fedagri/AMI/AIRES/COMPAG e Coldiretti Veneto)

Aflatossine, Coldiretti dice stop agli attacchi all’organizzazione sui limiti legali di tossine

mais“Coldiretti Rovigo non è più disposta a tollerare le ingiustificate accuse e le offese gratuite che altre associazioni agricole, direttamente e indirettamente, mandando avanti i loro militanti, ci stanno rivolgendo da mesi”. Così il presidente di Coldiretti Rovigo, Mauro Giuriolo, pone fine alle voci che, sulla stampa e ai convegni, cercano di far ricadere sulla massima organizzazione agricola polesana, le responsabilità per le difficoltà di commercializzazione del mais contaminato da aflatossine. L’accusa mossa a Coldiretti è di non aver appoggiato la proposta delle altre organizzazioni agricole di elevare il limite legale minimo di tossine nel granturco, per far sparire di colpo la contaminazione, agevolando così la commercializzazione anche del prodotto non conforme.

Aflatossine, resa dei conti. “Abbiamo organizzato per oggi (lunedì 4 marzo) – riferisce il presidente – una grande assemblea coi dirigenti ed i soci interessati, in cui faremo chiarezza, dati alla mano, sulla reale portata del problema delle aflatossine e sulle responsabilità del danno ai produttori maidicoli. La prima responsabilità va a coloro che hanno gestito l’emergenza senza applicare quanto previsto dalla direttiva della Regione Veneto del 2005, non differenziando il mais in base alla presenza di tossine riscontrate (o non riscontrate) e che non lo hanno lavorato, fin da subito, perdendo così tempo prezioso. Al contrario – prosegue Giuriolo – hanno stoccato una massa confusa di mais nei depositi, salvo rendersi conto che in questo modo era invendibile ed allora si è preferito proporre l’innalzamento dei limiti di legge, pur sapendo che non era praticabile, come ha risposto il ministero della Salute. Questa falsa soluzione è stata appoggiata da alcune associazioni di categoria, che hanno trovato un motivo per scaricare le responsabilità, invece di impegnarsi a cercare soluzioni per collocare il mais da trattare. Il mais polesano, in particolare – spiega Giuriolo – sta ancora pagando la campagna denigratoria apparsa sui quotidiani locali ad agosto e settembre 2012, tanto che da allora è passato da mais fra i migliori d’Italia a mais ‘da evitare’, per questo abbiamo parlato di speculazione in atto. Dove sta la ricerca pubblica, che tanto ha dato una mano all’agricoltura veneta nel passato?”

Le possibili soluzioni. “Nella nostra assemblea – specifica il direttore di Coldiretti Rovigo, Adriano Toffoli – parleremo anche degli interventi che abbiamo fatto per dare una risposta al problema, sia in termini economici che di sbocco per il prodotto no-food. Inoltre, ci dedicheremo alla specifica trattazione di come i produttori si possono attrezzare con le migliori tecniche agronomiche di prevenzione delle aflatossine, poiché siamo di fronte ad un problema strutturale, che può ripresentarsi, anche se, ci auguriamo, non con l’intensità del 2012. Vogliamo dare il messaggio positivo che le aflatossine non sono una tragedia, se vengono affrontate da tutti gli attori della filiera, produttori, essiccatori ed operatori, con senso di responsabilità e rispetto delle normative”.

(Fonte: Coldiretti Rovigo)

CIA, Confagricoltura e Copagri del Veneto a Zaia: “Destinare ai maiscoltori colpiti dall’emergenza aflatossine i soldi ritornati da Roma al Veneto”

aflatossine-pigozzoLa buona notizia è freschissima, risale al 18 febbraio, una volta tanto viene da Roma ed è contenuta in una lettera firmata dal ministro delle Politiche agricole Mario Catania: dall’applicazione del programma comunitario di attuazione del vecchio Obiettivo 5a sono avanzati 12,4 milioni, che ora sono messi a disposizione del Veneto.

Quei soldi sono dell’agricoltura. Del Veneto, certo, ma del Veneto agricolo, dal momento che sono fondi stanziati per un programma comunitario che riguarda il settore primario e che devono restare in quell’ambito anche adesso che ci sono stati restituiti. Forti di questa certezza, quindi, CIA, Confagricoltura e Copagri del Veneto si sono rivolti al presidente della Regione Luca Zaia sollecitandolo ad utilizzare l’inaspettata sopravvenienza attiva a favore delle oltre 70 mila aziende produttrici di mais che, a seguito della siccità e delle elevate temperature della scorsa estate, vedono a rischio il loro raccolto, contaminato dalle aflatossine, ed il loro reddito.  CIA, Confagricoltura e Copagri del Veneto chiedono l’adozione in tempi brevi di un provvedimento che metta a disposizione queste risorse direttamente delle aziende colpite dall’emergenza, permettendo loro di superare la crisi e di riprendersi sul piano economico.

(Fonte: CIA, Confagricoltura e Copagri del Veneto)

Aflatossine, si va verso l’innalzamento dei livelli?

aflatossine-pigozzoAflatossine, si va verso l’innalzamento dei livelli? La domanda sorge spontanea dopo aver letto una nota stampa di Confagricoltura Veneto, in cui il presidente Giangiacomo Bonaldi, informa che “il ministero della Sanità ha convocato i rappresentanti del coordinamento cereali (gli organismi che si erano attivati per un innalzamento del limite di aflatossine nel mais e quindi esclusa la Coldiretti ), (qui la risposta del ministero della Sanità, ndr) per affrontare le ben note problematiche conseguenti alla presenza delle pericolose muffe nei raccolti dello scorso anno”.

Incontro previsto il 30 gennaio. “Il ministero della Sanità ha convocato i rappresentanti del coordinamento cereali per il giorno 30 gennaio 2013.  Qualche volta le manifestazioni –  continua nella nota Bonaldi – soprattutto se accompagnate da un’azione sindacale pressante e fondata su solide motivazioni, ottengono qualche risultato, almeno quello di smuovere le acque”.  “E’ difficile, infatti – prosegue nella nota Bonaldi – non collegare l’importante manifestazione di Cerea, cui hanno partecipato un migliaio di produttori e tenutasi il 21 gennaio, con la convocazione del ministero, partita il 23 dello stesso mese. In ogni caso, considerato che la richiesta di un incontro urgente portava la data del 18, possiamo apprezzare la prontezza con cui, almeno questa volta, le istituzioni romane hanno raccolto l’urgenza espressa dal mondo agricolo di essere ascoltato e di ottenere delle risposte”. “E’ troppo presto, naturalmente – conclude Giangiacomo Bonaldi -, per cantare vittoria. Ma è giusto almeno riconoscere che un primo risultato è stato raggiunto, grazie all’impegno di tutti coloro che, come Confagricoltura, si sono schierati da subito a fianco dei produttori”.

In attesa di conoscere quindi l’esito del prossimo incontro istituzionale, nel convegno “E’ possibile avere mais senza aflatossine?”, organizzato da Latteria Soligo nei giorni scorsi, alcuni studiosi dell’Università di Padova, relatori all’incontro, hanno espresso alcune idee in merito, che riportiamo di seguito, ricavato dalla nota stampa ricevuta dalla cooperativa del latte veneta.

Buone pratiche. Il prof. Roberto Causin del Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università di Padova ha messo sul tavolo i dati raccolti dal 2003 al 2012 ed è convinto che il fenomeno che la scorsa estate è esploso in modo particolarmente violento, facendo reagire il comparto agricolo all’emergenza, vada affrontato oramai come una delle diverse criticità della pratica agricola e come tale la prevenzione del fenomeno debba partire fin dalla semina (preparazione del terreno, scelta dell’ibrido adatto …), adottando la buona pratica agricola come prima azione di contenimento del fenomeno. L’attenzione dell’agricoltore va quindi focalizzata sullo stress della pianta: una pianta in salute è capace di contrastare naturalmente la diffusione delle aflatossine.

Soglie di tolleranza. Ma una volta che la contaminazione è partita, quali possono essere i rimedi per contenere l’epidemia e gestire la produzione colpita da aflatossine? A questa domanda degli agricoltori ha risposto la prof.ssa Lucia Bailoni del dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova. Il latte dei bovini è più soggetto a contaminazione rispetto alla carne, la situazione cambia nel caso dei suini e del pollame, bisogna quindi prestare molta attenzione in tutta la filiera. Oggi ci sono diversi strumenti con i quali agire a partire dalla diversificazione delle partite che arrivano agli essicatoi, è fondamentale che la granella buona non venga messa a contatto con quella contaminata, pena la perdita dell’intera partita. Poi la granella colpita da aflatossine può venire decontaminata (allontanando le parti infette) o detossificata (distruggendo le micotossine) utilizzando metodi chimici, biologici, meccanici o agenti leganti. La cosa su cui riflettere però resta la forte discrepanza nelle soglie di tolleranza europea e statunitense che obbliga i produttori europei a mantenere il latte entro la soglia di 50 ppb di aflatossina M1 contro i 500 ppb di quella USA.

E’ quindi auspicabile aumentare un po’ il limite di tolleranza europeo? Su questo argomento ha fatto luce l’intervento del prof. Marco De Liguoro del Dipartimento di Sanità Pubblica ed Igene Venetrinaria dell’Università di Padova, che ha focalizzato l’attenzione su uno studio in cui la soglia di tolleranza europea nel mais destinato all’alimentazione animale è di 20 µg/kg con l’eccezione di animali giovani e produttori di latte per i quali la soglia si abbassa a 5 µg/kg. Negli Stati Uniti le soglie stabilite sono invece le seguenti: 300 µg/kg per prodotti del granoturco da destinare a vitelloni in finissaggio (fase della nutrizione 60-90 gg prima della macellazione), 200 µg/kg per prodotti del granoturco da destinare a suini in finissaggio e 100 µg/kg per prodotti da granoturco da destinare a bovini da carne e suini riproduttori o a pollame adulto. Spostando in alto quindi, l’assicella di tolleranza fino ad un limite massimo di 100 ppb per i prodotti carnei (vitelloni, suini adulti, polli) le analisi evidenziano solo tracce di aflatossine nel fegato ed eventualmente nelle carni, ma le concentrazioni sono comunque nettamente inferiori a 1 µg/kg e dovrebbero rappresentare un rischio trascurabile per il consumatore, visto che attualmente il limite di tolleranza di aflatossine nei cereali destinati per il consumo umano è di 2 µg/kg.

Cosa sono le aflatossine. L’Aspergillus flavus è un fungo presente nelle colture ceralicole in quantità modeste, ma può diventare un problema producendo un numero elevato di aflatossine in caso di elevate temperature (da 32°C a 42°C) e di particolare stress della pianta (mancanza o eccesso d’acqua, competizione delle malerbe, mancanza o eccesso di azoto, etc.) che non è in grado di contrastare naturalmente la diffusione di queste micotossine. Il problema principale di questo fungo è che produce aflatossine di tipo B1 (che si trasmettono alla carne dell’animale) e M1 (che si trasmettono al latte bovino) che possono passare facilmente dall’animale all’uomo attraverso il cibo. In dosi controllate il loro effetto è nullo, ma se le dosi sono elevate può causare problemi di salute. Al momento il rischio per l’uomo è pari a 0 perché la normativa europea ha stabilito dei rigidi livelli di tolleranza per la commercializzazione di alimenti e materie prime per mangimi senza compromettere la salute del consumatore, quindi la tutela del consumatore arriva attraverso rigido controlli alla fine della filiera produttiva prima dell’immissione del prodotto nel mercato, ma questo atteggiamento rischia di mettere in difficoltà la filiera, è quindi necessario che il controllo e la gestione del problema Aflatossine nel mais sia spostato a monte della produzione, agendo fin dalla semina.

(Fonte: Confagricoltura Veneto/Latteria Soligo)

Aflatossine, Guidi (Confagricoltura): “Basta con le emergenze di ‘serie B’. Il mondo produttivo da 5 mesi attende risposte efficaci”

aflatossine-pigozzo“Il caldo della scorsa estate, associato alle piogge successive, ha favorito lo sviluppo nel mais delle muffe che producono aflatossine. Un danno enorme per i produttori, che attendono da troppo tempo le soluzioni al problema”. Lo ha detto il presidente di Confagricoltura Mario Guidi intervenendo a Cerea (Verona) all’assemblea degli agricoltori veronesi dedicata a questo argomento.

I produttori devono avere risposte chiare. “Una raccomandazione è d’obbligo – ha aggiunto Guidi -. Non c’è nessun pericolo per la salute di persone e bestiame. Il mais contaminato è stato stoccato e non immesso al consumo. Ma i produttori devono avere risposte chiare. Se il mais non può essere venduto, bisogna dir loro cosa farne. Solo pochi giorni fa il ministero della Salute ha emanato le procedure operative per la prevenzione e la gestione dell’emergenza ma, purtroppo, dobbiamo constatare che non sono stati risolti i problemi per quanto riguarda la gestione del mais stoccato, mentre risultano particolarmente onerose le disposizioni sull’autocontrollo della produzione di latte”.

Agricoltori, figli di un dio minore. “Gli agricoltori – ha osservato il presidente di Confagricoltura – sono stanchi di essere considerati sempre e comunque figli di un dio minore. Per carità, è indispensabile garantire i consumatori e la salute con controlli sul latte e nelle stalle. Però non ci si può limitare solo a compiti ispettivi. Va messa in atto una serie di provvedimenti che permettano ai produttori di attrezzarsi per affrontare l’emergenza; come si è fatto negli Stati Uniti dove, ad esempio, sono state ricalibrate le soglie in funzione del tipo di allevamento, laddove le normali procedure di detossificazione non siano sufficienti, in alternativa alla distruzione del mais o al suo utilizzo per la produzione di biogas”. “I maiscoltori sono giustamente esasperati – ha concluso Guidi -. Non è possibile che le emergenze che li riguardano siano sempre e solo di serie B”.

Da Confagricoltura, Cia e Copagri, “Quando i risultati superano ogni aspettativa…”Un comunicato stampa della Coldiretti precisa che il Ministero della Sanità l’ha informata della difficoltà di innalzare i limiti attuali delle aflatossine nel mais, in quanto tale aumento non sarebbe coerente con la salvaguardia della salute pubblica e degli animali. Ora, messo almeno per il momento da parte il parere espresso dal Ministero perché reso noto in termini troppo generici per poter essere valutato e commentato, resta l’obbligo di porgere le più vive congratulazioni alla Coldiretti e per più ragioni. Non è da tutti, infatti, ottenere una risposta, e per giunta da un Ministero dello Stato, su di una richiesta che non né mai stata avanzata. Coldiretti, infatti, contrariamente ad altre associazioni come Cia, Confagricoltura e Copagri, non ha mai sollecitato le autorità perché valutassero la possibilità di elevare il limite massimo di aflatossine tollerato nel mais. Ma non è da tutti nemmeno, su di una richiesta mai avanzata, farsi dare una risposta negativa, che certamente non farà la gioia dei produttori, i quali comunque usciranno impoveriti ed incattiviti dall’intera faccenda. Morale: quando si muove una importante associazione di categoria agricola i risultati arrivano; che poi siano quelli che si aspettano gli agricoltori, soci della Coldiretti compresi, è un’altra faccenda.

(Fonte: Confagricoltura – Confagricoltura Veneto)

Aflatossine, dal Ministero della Sanità il no all’innalzamento dei livelli

aflatossine-pigozzo“Alzare i limiti per le aflatossine è difficilmente perseguibile”. Lo scrive il Ministero della Sanità in risposta alla richiesta di Coldiretti che, in una lettera inviata qualche giorno fa, chiedeva chiarezza in merito alla forte concentrazione di micotossine nel mais coltivato nel 2012 segnato dall’eccessiva siccità della scorsa estate.

Non coerente con la salvaguardia della salute pubblica e degli animali. “Considerata la possibilità di percorrere vie alternative – precisa la nota ministeriale – quali la detossificazione del mais o la destinazione delle granaglie contaminate ad altri usi non alimentari, si ritiene che l’innalzamento dei parametri attualmente fissati non è coerente con la salvaguardia della salute pubblica e degli animali”. “Sfatato ogni dubbio – commenta Coldiretti Veneto – con un ritardo di mesi sull’emergenza, ogni attore della filiera è chiamato ora a fare la propria parte. Il settore sconta le difficoltà provocate dalle avversità atmosferiche, ma soprattutto dalle azioni speculative che hanno compromesso anche il raccolto ‘buono’”. “ Occorre – conclude Coldiretti – trovare delle soluzioni che tutelino il reddito degli agricoltori più che iniziative che sottendono strumentalizzazioni politiche”.

(Fonte: Coldiretti Veneto)

Aflatossine nel mais, Coldiretti scrive al Ministero della Sanità

aflatossine-pigozzoSi devono trovare soluzioni per le imprese agricole, ma non si può derogare la tutela della salute dei consumatori: la determinazione dei limiti di micotossine spetta alle autorità scientifiche, per cui qualsiasi scelta di modificare in alto o in basso i livelli non può essere demandata all’improvvisazione senza il supporto della competenza sanitaria. Con questa premessa Coldiretti ha interessato il Ministero della Salute sulla questione aflatossine presente in forte concentrazione nelle coltivazioni di mais dell’area del bacino padano.

Necessario un chiarimento ufficiale. In relazione alle rinnovate richieste di rivisitazione dei parametri manifestate da più parti – si legge nella lettera firmata da Coldiretti – è doveroso procedere tenendo conto della gerarchia degli interessi implicati nella filiera alimentare. Per questo Coldiretti chiede alla struttura ministeriale di chiarire ufficialmente il corretto limite di aflatossine nei mangini e negli alimenti e, non ultimo, l’intervento dell’Istituto Superiore di Sanità per adottare tutte le risposte richieste per una migliore gestione dei rischi del sistema zootecnico veneto. “Qualsiasi soluzione non deve penalizzare il comparto agricolo, da otto mesi alla mercè di facili speculazioni – sottolinea il presidente Giorgio Piazza – anzi, a livello regionale è prioritario che il governo tenga conto delle preoccupazioni degli imprenditori per un’emergenza nuova collegata ai cambiamenti climatici”.

(Fonte: Coldiretti Veneto)

Aflatossine del mais, Coldiretti Verona chiede tutela per le imprese agricole e attenzione da parte delle Istituzioni

aflatossine-pigozzoSi continua a lavorare sul problema delle aflatossine del mais su cui Coldiretti Verona si è espressa da tempo anche durante l’incontro avvenuto con il Prefetto Perla Stancari alcuni giorni fa ed in in cui si erano presi impegni precisi che non possono essere travisati né smentiti. Si tratta di tenere in considerazione la salute dei consumatori e di non penalizzare il comparto agricolo, oggi alla mercè di facili speculazioni.

I produttori non devono essere lasciati soli. “Sul tema – dice la Coldiretti di Verona – si sono spesi tutti e tutte le forze politiche, istituzionali e scientifiche sono state da tempo adeguatamente informate, sollecitate e invitate a fronteggiare un problema con un approccio che guarda al contingente ma che non può e non deve evitare di guardare al futuro su come prevenire queste situazioni. Ogni componente istituzionale deve dare risposte precise e inequivocabili e non di circostanza”.  Coldiretti Verona ha richiesto che in tale emergenza i produttori non vadano lasciati soli. In circostanze del genere, infatti, è importante che sia previsto un aiuto a superare tale momento. Si tratta ora di far fronte al problema anche con le necessarie dotazioni finanziarie per una vera e propria emergenza magari affrontando la questione in sede di conferenza Stato-Regioni per rinvenire risorse straordinarie anche dal bilancio europeo.

Attenzione alle speculazioni. “Nell’immediato – continua la Coldiretti di Verona – si può prevedere una dotazione finanziaria all’uopo istituita e concertata con Istituti di credito, come indicato anche dal Prefetto nell’incontro scorso. Non per ultimo, si sta sollecitando la Regione a trovare risorse finanziarie da destinare a imprese agricole in difficoltà”. Coldiretti Verona denuncia tentativi di speculazione da parte di tutti coloro che di questo problema ne vogliono approfittare, prima di tutto pensando di potersi appropriare di fondi dell’agricoltura, e quindi destinati alle imprese agricole, per interventi che non vanno a sostegno del mondo agricolo e in secondo luogo di ingenerare uno stato di paura che induce le imprese a dare un basso valore al prodotto in un momento in cui il mercato mondiale è fortemente deficitario di mais.

Le norme vigenti della Regione Veneto prevedono una gestione del mais contaminato attraverso campionature e separazione dei lotti nella fase di stoccaggio. Chi, invece, non ha seguito tali indicazioni e ha ammassato il mais in modo indistinto, si trova ora in difficoltà a gestire la situazione nella fase di remunerazione alle imprese.  Il Consorzio Agrario Lombardo Veneto (Calv), a tal proposito, ha adottato rigide procedure, già condivise a livello regionale, atte a diversificare, sin dalla prima fase di consegna, le operazioni di stoccaggio del mais consegnato, prevedendo altresì operazioni di controllo e di separazione a costi contenuti, con la finalità specifica di tutelare i produttori ed il loro prodotto contro facili speculazioni. “Non possiamo – conclude la Coldiretti di Verona – limitarci a dare risposte solo nel breve periodo ma, nel guardare alla semina del 2013, stiamo approntando un progetto agronomico con il sistema dei Consorzi Agrari per arginare e superare il problema delle aflatossine che potrebbe ripresentarsi oltre a sollecitare che vengano attivate misure che tendono a tutelare le imprese da tali rischi”.

Manzato: subito richiesta al Ministero sulla salubrità della granella. Dal canto suo, l’assessore all’agricoltura e alla tutela del consumatore del Veneto Franco Manzato chiederà formalmente ai ministeri della Sanità e delle Politiche agricole maggiori e migliori specifiche che facciano definitivamente chiarezza sulla questione della presenza di aflatossine nel mais. In proposito, in Veneto è infatti pervenuto all’attenzione del “Tavolo Verde” uno studio che prende in considerazione possibili soluzioni alternative a quella attualmente adottata. “Ritengo opportuno chiedere ai ministeri e agli apparati statali competenti di prendere posizione netta su questa spinosa questione. La situazione richiede un intervento urgente con due obiettivi strettamente connessi: tutelare la salute del consumatore e non penalizzare l’economia di un comparto che quest’anno ha subito fin troppi effetti negativi”. “Serve chiarezza – ha concluso Manzato – su una partita che riguarda anche altre Regioni, con li quali manteniamo un contatto costante e collaborativo per dare risposte al problema”.

(Fonte: Coldiretti Verona/Regione Veneto)