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Direttiva Nitrati: deroghe e non deroghe

Dopo un anno di negoziato la risposta della UE alla richiesta italiana di innalzare il limite dei 170 chili di azoto spandibili per ettaro l’anno nelle zone vulnerabili, sembrerebbe slittare a metà 2011. Sullo sfondo lo scadere a fine anno dei Piani d’Azione quadriennali delle regioni del bacino padano veneto (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia) che stabiliscono in modo dettagliato come applicare la “direttiva nitrati” per rientrare nei parametri di spandimento consentito. Piani da revisionare in conformità alla normativa nazionale e che saranno sottoposti alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica).

Con questo scenario, il progetto RiduCaReflui“, di Regione e Veneto Agricoltura diventa ancora più importante perché analizza “percorsi modello” per il trattamento dei reflui zootecnici in grado di consentirne il loro riutilizzo trasformandoli, così, in una risorsa energetica (produzione di biogas a monte del trattamento) e agronomica (produzione di fertilizzanti organici da trattamenti conservativi dell’azoto), . “Non è più nostra intenzione percorrere la strada dei rinvii – ha recentemente ricordato l’Assessore all’Agricoltura della Regione Veneto, Franco Manzato – rispetto ad una normativa europea che non risponde alle esigenze degli agricoltori”. E proprio per questo i percorsi analizzati con “RiduCaReflui” forniranno alle aziende venete diverse soluzioni logistiche, tecnologiche e contrattuali per operare entro i limiti della “direttiva nitrati”.

Un esempio. All’Azienda Agricola Casar Sant’Anna a Valeggio sul Mincio (VR), dove si allevano suini all’ingrasso destinati ai circuiti DOP del prosciutto di Parma e di San Daniele, la potenzialità produttiva della struttura è pari a circa 12.000 capi; attualmente vengono allevati tra i 4.200 e i 6.500 suini, di peso compreso tra i 25 kg/capo sino a 160÷170 kg/capo. La rimozione delle deiezioni avviene mediante lavaggio delle corsie con la frazione liquida del digestato in pressione. Qui il liquame alimenta un impianto di digestione anaerobica, in cui viene eventualmente co-digerito siero e insilato di mais. La co-digestione garantisce la produzione di biogas necessaria per alimentare il cogeneratore installato (120÷135 kWe sino a 170 kWe), qualora il numero di suini e la relativa quantità di liquame prodotta non sia sufficiente. L’impianto di produzione di biogas risale al 1985 (impianto “semplificato”, funzionamento in regime di psicrofilia); nel 2006 è stata aggiunta una specifica parte operante in regime mesofilo. I terreni in proprietà sono pari a circa 20 ettari coltivati a mais e orzo. A questi vanno aggiunti 180 ettari in asservimento necessari per l’utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento e/o digestati prodotti.

Giorgio Piazza di Coldiretti Veneto:” Il problema non è solo agricolo“. I dati comunicati dall’Assessore Franco Manzato in merito alla produzione di nitrati in agricoltura  evidenziano la trasparenza del comparto zootecnico mentre altrettanto non si può dire per altri settori”. Giorgio Piazza, presidente di Coldiretti Veneto associazione che ha provveduto al 45% delle comunicazioni presentate dagli allevatori, punta il dito verso l’abitudine di considerare la zootecnia l’unica responsabile dell’inquinamento di azoto delle falde acquifere. “Gli allevatori sono in grado di fornire quantitativi esatti di produzione di reflui e la loro destinazione: procedure burocratiche e verifiche delle autorità garantiscono la completa rintracciabilità per letame e liquami – spiega Piazza –  stessa prassi non è possibile, ad esempio, in caso di presenza di depuratori comunali che per la sanificazione dell’acqua producono azoto e altri agenti che vengono riversati direttamente nei corsi d’acqua”. Nessun tentativo, da parte di Piazza,  di scaricare le colpe da un sistema all’altro, ma solo cercare di dare almeno una visione più obiettiva del problema legato alla Direttiva Nitrati, regolamento comunitario che disciplina la fertilizzazione organica dei terreni.

Su tutto deve prevalere la tutela dell’agricoltura italiana. “In questi anni le  nostre aziende sono ricorse a vari opportunità manifestando una capacità reattiva non indifferente – insiste Piazza -. Nonostante i casi di insurrezione popolare molti sono gli  impianti a biogas realizzati in zone vulnerabili mentre sempre più sono gli accordi registrati tra imprese agricole per la distribuzione ad hoc, quella su  superfici  che non utilizzano sostanza organica quale elemento fondamentale per prevenire la perdita di fertilità. “Fa ben sperare la cordata politica degli assessori all’agricoltura delle regioni più zootecniche d’Italia – conclude Piazza – che pur proponendo soluzioni alternative confermano una linea comune, quella della tutela dell’agricoltura italiana”.