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Cristina De Rossi, socia e consigliere Argav, vince il Concorso “Per fiumi e bonifiche del Mondo”, indetto dall’Associazione Naturalistica Sandonatese

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La premiazione di Cristina De Rossi, al centro vestita di bianco, vincitrice del primo premio al Concorso “Per fiumi e bonifiche del Mondo”

Con il racconto “Gli uomini della terra acquosa“, Cristina De Rossi, socia e consigliere Argav, ha vinto il primo premio al Concorso “Per fiumi e bonifiche del Mondo“, indetto dall’Associazione Naturalistica Sandonatese, presieduta da Michele Zanetti. La cerimonia di premiazione è avvenuta nel Centro Cultu­rale “L. Da Vinci” nell’ambito della terza edizione del Fiume Festival,  svoltosi a San Donà di Piave (VE) il 3-4 settembre scorso.

Il Premio si prefigge di raccogliere testimonianze che “raccontino i fiumi e le bonifiche”, scritti che ne descrivano la bellezza, la forza e il valore in forma di racconto, ma anche elaborati che raccontino vicende umane legate alle vie d’acqua e vicende relative alle culture, ai mestieri e alle storie di vita delle bonifiche. Documenti letterari che assumano il valore di testimonianze relative alle culture e alle civiltà fiorite lungo le sponde fluviali e nei territori il cui volto è stato ridisegnato da uomini coraggiosi. La Giuria, che ha decretato vincitrice Cristina De Rossi scegliendo la sua opera tra una trentina di opere, era composta da Antonella Benvenuti, scrittrice, Ulderico Bernardi, professore emerito di sociologia e scrittore, Annalisa Bruni, scrittrice, Edoardo Pittalis, giornalista e scrittore e Michele Zanetti, naturalista e scrittore.

A Cristina De Rossi vanno i più vivi complimenti dei soci e del direttivo Argav. Di seguito, pubblichiamo su sua gentile concessione il bellissimo racconto che l’ha vista vincitrice. Buona lettura

Gli uomini della terra acquosa, di Cristina De Rossi

Ada li aspettava, come ogni giorno. Dalla rampa del Sile, proprio dove l’ansa maestosa raccoglie maternamente il Musestre, seduta sull’erba che profumava di sole e bucato, scrutava in basso la strada che costeggiava i campi. E puntualmente, dopo i rintocchi della campana, arrivavano. Con passo stanco, quasi strascicato, si dirigevano verso l’osteria accoccolata sotto l’argine, che ne proteggeva le antiche pietre. Quei contadini le sembravano nobili cavalli di razza, con gli zoccoli consumati dal tempo e dalla terra. Velocemente scendeva i gradini di pietra dell’argine e raggiungeva la vecchia casa, con l’osteria del padre che si apriva prospiciente la strada principale, vicino alla piccola chiesa del paese.

Dentro era fresco e l’odore del vino si mescolava all’odore del legno sul soffitto. Il pavimento e il bancone, erano composti da centinaia di pietruzze colorate, dal grigio al rosso, formando un mosaico che culminava in una stella. Quelle piccole schegge, sassi frantumati, erano un regalo del Piave, delle cui acque il Sile, dicevano in paese, era figlio nascosto e illegittimo. Ma splendente.  Era possente in quel tratto, il Sile. E i contadini provavano per lui tutto il rispetto, che si deve a un padre e la venerazione, che si nutre per una madre. Ma anche un riverenziale timore. Sembrava sapessero, che la terra che coltivavano con sudore tutti i giorni dell’anno, apparteneva al Sile. Erano stati altri  uomini prima di loro a deviarne il corso, ad innalzare recinti, come per un toro, a privarlo della sua casa, del suo letto secolare. Sapevano però altrettanto che senza quel lavoro immane, in questi luoghi ci sarebbe stata solo miseria e malattia. E per vivere, bisognava sottrarre più terra possibile all’acqua, alle paludi, alla malaria, alla miseria. Venezia, la Serenissima, per prima aveva deviato fiumi e corsi d’acqua per salvarsi. L’acqua era vita, ma la terra rappresentava lo strumento per esprimerla. In osteria, quando si parlava del Sile, le voci degli uomini di terra e di acqua diventavano sommesse, rispettose, come in chiesa. Ma con Dio erano meno riguardosi.

Lo nominavano in ogni momento con cantilene e bestemmie, come preghiere celate per dimostrare potere e virilità, quasi che la terra, l’acqua e la vita fossero donne da comandare. E Ada, mescendo il vino, le sentiva quelle imprecazioni. Suo padre la rassicurava, dicendole che non doveva arrossire. Dio non si offendeva di certo, la rincuorava, vedendo la fatica immane e la fame che mordeva le viscere di quella gente semplice e ruvida, che  aveva visto passare la guerra sul suo Sile. E Dio stesso, la rassicurava il padre, aveva chiesto al fiume di accoglierne le lacrime, di mescolarle con la sua acqua, quasi ad avvolgerle in un abbraccio liquido e vivificatore.

Rideva quindi divertita, quando le mani scure e forti dei contadini battevano sul tavolo di legno consumato, chiudendo le loro dita nodose, dalle unghie cerchiate di terra, mentre “calavano” la carta vincente. Dal sussulto, sembrava che i rubini del vino rosso uscissero dai bicchieri di vetro, quelli piccoli, da ombre, insieme ai pezzetti di formaggio, disposti come soldatini allineati nei piatti bianchi, infilzati negli stuzzicadenti, che poi rimanevano magicamente a un lato della bocca, quasi danzando al muoversi delle labbra secche.

Al crepuscolo, i contadini si avviavano a casa, con il passo quasi meno stanco, come se  il vino li avesse resi più leggeri, con gli zoccoli alati. Ada puliva velocemente i tavoli rigati dalla quotidianità, macchiati dai cerchi dei bicchieri, come enormi occhi. Tavoli odorosi di tabacco trinciato forte, arrotolato pazientemente dentro le cartine bianche da cui usciva, disobbediente, con  fili che si appiccicavano alle labbra, come gli stuzzicadenti. Ada immaginava che i  contadini li ingoiassero e che Dio li premiasse con il Paradiso, a seconda di quanti ne avessero in pancia! Lavava i bicchieri, indovinando il contenuto dai rimasugli sul fondo: birra, mescolata all’anice o al limone, vino che ricordava una spremuta di fragole o il profumo asprigno degli acini di uva bianca e ancora ferrochina, marsala e grappa, regina incontrastata per curare tutti i mali, fisici o dell’umore. E Ada, nella sua immediatezza di ragazzina, riusciva a decifrarli, gli umori di quegli uomini all’apparenza duri come il cuoio vecchio. Penetrava dentro quei silenzi senza parlare, anticipando il cenno della loro mano verso le bottiglie dietro il bancone colorato. Intuiva, dall’espressione dei loro occhi, quale liquore o vino avrebbero bevuto, come un medico con la medicina giusta per curare l’infezione di una ferita, per ritemprare dalla stanchezza, per lenire la disperazione devastante dovuta alla morte prematura di un figlioletto.

Ada capiva i suoi “uomini di terra acquosa” come amava chiamarli. Riconosceva a distanza il loro sudore, un miscuglio di vino cotto dal sole, di erba, di acqua del Sile, fredda e dolce. Riusciva a vederla, quella dolcezza mista a femminilità, nascosta dentro le rughe profonde come i solchi dell’aratro. Uomini, solo uomini. Per le donne, i luoghi della vita erano altri: la chiesa, la casa, il fiume.

Ada, quella mattina, come tante altre albe, aprendo i pesanti scuri di legno scrutava il fiume che le scorreva vicino al cuore, tanto era pregnante la sua  presenza ed era felice, intravvedendo un pallido sole farsi largo tra stracci di nuvole. Dal profumo dell’aria capiva che l’acqua del Sile stava prendendo tepore. Per lei,  pur ragazzina tredicenne, il fiume non aveva segreti. Ne percepiva ogni mutamento, sfumatura, cambiamento di umore. Era come se tra  lei e l’acqua esistesse un filo trasparente e sottile, che li legava in ogni momento della giornata, al cambio di ogni stagione, al passare di ogni anno. Guardando e ascoltando il corso d’acqua, si sentiva ancora immersa nel liquido amniotico materno, come avvolta in un grembo sicuro, protettivo.

Il fiume la affascinava. Ada immaginava che nei gorghi insidiosi, in realtà volteggiassero ballerine in tutù e nelle lunghe e fluttuanti piante che muovevano la riva, si nascondessero angioletti con le gote rigonfie di soffi dispettosi. Il fiume la aspettava ogni mattina e Ada, con il suo lampor, non mancava mai all’appuntamento, come in osteria. Nelle mattine sciroccose o gelide, impugnava con orgoglio la tavola di legno, come fosse una tavolozza da pittore. Arrivava sulla riva del fiume e  camminava leggera sull’erba pulita e bassa, come se i contadini avessero passato la scopa, fatta con i pennacchi del Sile. Ada guardava ammirata i loro volti ruvidi, cotti dal sole e ispessiti dal freddo, nell’immergere i lunghi forconi per dragare il fiume, arpionando arbusti o pezzi di legno che odoravano di montagna. Ne ascoltava le voci roche dal fumo,  raccontare di cose semplici, di pace.

Durante la guerra – appena due anni prima e già sembrava un secolo –  Ada veniva mandata dal  padre a vedere se c’erano morti impigliati nella vegetazione. Per tenere il conto, diceva. Ma ora il fiume sembrava aver capito che la guerra era finita, e si beava dei canti delle donne e del continuo movimento delle barche, con i primi carichi di materiale da costruzione, ancora caldo di fornace. Le donne si chiamavano da una riva all’altra, con la cantilena tipica del miscuglio tra Venezia e Treviso.

Ada portava al lampòr anche la sorella più piccola, sistemandola vicino alle ragazze più grandi, quelle che lavavano da anni per i nobili. Si riconoscevano, svelte nel cercare di nascondere le mani gonfie dai geloni, squamate dal sapone, rosse e indurite dall’acqua del Sile, acqua madre e matrigna insieme. Ada posizionava con cura il lampor, dove finiva la riva e iniziava l’acqua. Con la precisione di una veterana, calcolava la distanza della tavola con la sporgenza al lato opposto, dove appoggiava le esili ginocchia. Sapeva che l’acqua le avrebbe comunque bagnate, ma si illudeva che il fiume capisse quanto dolore provava alla sera, soprattutto d’inverno, quando diventavano rosse e tumefatte.

Dal sacco di iuta da cui spuntavano i lembi della biancheria da lavare, estraeva un pezzo di sapone scuro, grezzo e lo incastrava nel quadrato in rilievo della tavola, così non scivolava. E iniziava a lavare, immergendo i panni nell’acqua, veloce e attenta a non mollare la presa, altrimenti la corrente beffarda se li portava via. Sembrava sorridere, il fiume, quando riusciva a strappare un grembiule, un fazzoletto, un asciugamano, per poi subito pentirsi nel vedere la paura negli occhi di Ada per la punizione, che le avrebbe inflitto la madre. E allora il suo amico fiume faceva impigliare i panni su una canna e li attorcigliava, in modo che lei non dovesse pericolosamente sporgersi per riprenderli. Ada si immaginava che gli angeli dalle gote sbuffanti la  aiutassero, soffiando fortecontrocorrente. E riprendeva a lavare con più vigore, cantando con le altre per non sentire le ginocchia dure come quelle di una vecchia e le mani ormai prive di forma, mani che, lei lo sapeva, avrebbero mostrato per sempre la sua simbiosi con il fiume.

Finito il bucato, dal fondo del sacco di iuta, volgendo lo sguardo intorno quasi con vergogna, estraeva un involto aprendolo solo da un lato, come per celarne il contenuto. Poi, velocissima, immergeva la mano nell’acqua prendendo con l’altra il sapone. E il fiume era pronto ad accogliere la sua intimità, le “sue robe”, come dicevano sottovoce e con pudicizia le donne più anziane. I pannolini, intrisi di sangue rosso vivo e via via più scuro, emanavano l’odore forte, ferroso, pregnante del ciclo, della cadenza, dei ritmi della vita. E l’acqua, in un guizzo, si colorava di quella essenza, diluendo e mescolando vorticosamente tra i gorghi quel liquido acerbo della natura femminile. Non sangue dei morti uccisi dalle pallottole nemiche, ma linfa vitale di una giovane donna, un dono che Ada segretamente consegnava al fiume. Vita in cambio di vita. E  il Sile era vita. Ed ella lo guardava con riconoscenza, provando il sacro rispetto, che si deve a una forza possente e ingovernabile.

Ma improvvisamente capì, con un brivido, che qualcosa sarebbe velocemente cambiato. Avvertiva con timore sconosciuto, che il suo fiume potesse essere in pericolo. Lo immaginava negli anni a venire, con  l’acqua densa e sporca solcata da barche sempre più grandi e potenti, con erbacce fitte e intricate a ricoprirne le rive franate e abbandonate all’incuria, scavato e depredato delle sue ricchezze, ostruito nel suo corso da alberi e vegetazione lasciati in balia della corrente, senza più voci, canti di uccelli, starnazzare di oche o del guizzo dei pesci a burlarsi dei pescatori. Il Sile, il suo fiume padre, le sembrava ora un figlio indifeso. E in quel preciso momento, Ada si sentì donna, adulta. Era questo il suo vero menarca. Lei, figlia del fiume, prese un po’ di acqua tra le mani e la cullò dolcemente, come per rassicurarlo. E si sentì immensamente madre.

 

 

2016, necessità di aria nuova e menti fresche per progettare nuovi orizzonti

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Angela Cameran tiene nel palmo della mano una barca di canna palustre del delta del Po veneto

(di Cristina De Rossi) Le stagioni, fino a pochi anni fa, decretavano lo scorrere del tempo riproponendoci i cicli della natura, immutabili, certi e riconoscibili, sebbene nel loro altalenante trasformarsi e divenire.  Ora, se non ci fosse la certezza della data impressa nel calendario, sarebbe molto difficile sapersi orientare con la precisione di chi ci ha preceduto. La natura sta cambiando i suoi riti, le sue scadenze, le sue anteprime, le sue certezze.

Non c’è più la mezza stagione, si diceva. E quella intera? A fine dicembre, un timido gelsomino ancora spunta, un granchio è in piena muta, i paesaggi montani sembrano location di film western privi come sono dei riflessi abbacinanti della neve candida, le mimose allietano gli occhi di giallo, le gocce di pioggia restano al calduccio nelle poche nuvole di un cielo, che sembra offrirci ogni giorno stupori climatici diversi, imprevisti, imprevedibili. Con il clima, anche l’economia in tutte le sue sfaccettature, dalla pesca all’agricoltura, dall’agroalimentare al negozio di fiori, dalla vacanza alla vendemmia, dall’alimentazione al modo di vestire , la società tutta nel suo complesso ramificarsi, stanno subendo cambiamenti radicali, ai cui effetti sembriamo avvicinarci curiosi ma impreparati.

Tutto fuori tempo, tutto fuori luogo. L’unica certezza sono ormai i sempre più frequenti e distruttivi uragani, le alluvioni, la siccità e l’aria sempre più irrespirabile.  Vedere il Po con tre metri in meno del suo livello stagionale non solo sconcerta, ma ci fa immaginare scenari inconsueti, strani. Come sarà questa Primavera? E questa estate avrà l’acqua per irrigare, visto che già ora sta mettendo in difficoltà alcune colture? E le piante come e quando le vedremo fiorire? E la frutta sarà come quest’anno o peggio?

Tante domande, tanti interrogativi, poche certezze. Ma non eravamo così insicuri e impreparati quando abbiamo sfidato i fiumi costruendo sulle loro rive, quando il senso di abbondanza ci faceva sentire onnipotenti, quando ci siamo cibati di tutto e di più senza preoccuparci di rispettare quello che le stagioni ci offrivano, quando abbiamo usato le auto per andare anche solo dietro l’angolo del caseggiato.

Ora è tempo di cambiare, di mutare il corso, di arginare gli effetti di quello che, anche involontariamente, noi stessi abbiamo contribuito avvenisse. L’anno nuovo ha bisogno di aria nuova, di menti nuove, pulite, fresche, lungimiranti, in grado di vedere dalla cima di quelle montagne brulle e secche, che è possibile un nuovo orizzonte. Un nuovo orizzonte, limpido, senza la cappa stagnante dell’aria vecchia, dei paroloni vecchi, delle abitudini vecchie. Un orizzonte di rispetto per il patrimonio che abbiamo in prestito e che dovremmo restituire migliore.

Un orizzonte di nuova consapevolezza. Un orizzonte di buone pratiche. Un orizzonte di un azzurro commovente. Buon Anno. Buon nuovo orizzonte a tutti.

La Sardegna siamo noi

img(di Cristina De Rossi, socio ARGAV) Partono le inchieste per disastro colposo, una nella Procura della Repubblica di Tempio Pausania, l’altra in quella di Nuoro, per accertare cause, fare chiarezza su come e quanto progettato, costruito, condonato, edificato negli ultimi anni dalle Amministrazioni coinvolte nel disastro sardo del 18 novembre.

E’ questo l’iter della Magistratura dopo lo scempio, la morte, la devastazione. Ma ai sedici morti non servirà. L’acqua scura, fangosa, violenta, con un urlo rabbioso, li ha trascinati via, lontano, come foglie secche. Non è bastato nemmeno il terrore negli occhi innocenti dei bambini, le loro grida disperate, a placare la furia dei fiumi straripanti, dei torrenti gonfi e deformi. Sembrava chiedessero un sacrificio, come gli dei dell’Olimpo, per ritornare a essere pacifici, a scorrere placidi dentro i loro alvei.

E’ bastata una forte perturbazione di alcune ore, carica di pioggia intensa e rapidissima, per ridare voce e potenza distruttiva e innescare la ribellione dei corsi d’acqua, soffocati dalle costruzioni, violentati dalla loro iniziale conformazione, accerchiati dalla mano dell’uomo che li ha voluti domare, sottomettere, snaturare.  Siamo tutti ormai consapevoli del punto di non ritorno in cui ci sta portando la nostra miopia ambientale, il nostro egoismo speculativo, il pensare che le risorse che la natura ci mette a disposizione non siano degne di rispetto.

Abbiamo bisogno di strumenti seri e rapidi nel prevenire i disastri ormai frequentissimi, a testimonianza di un Paese fragile e lasciato allo sbando. Costerebbe molto meno applicare Piani di Salvaguardia (uno per tutti il Piano per la Mitigazione del Rischio Idrogeologico presentato illo tempore dall’ANBI) giacenti nei cassetti. Le risorse ci sono, basterebbe impegnarsi davvero a fare opere “non elettoralmente di primo riscontro” perché poco visibili, ma essenziali per la nostra salvezza.

La difesa del suolo, la salvaguardia e la sicurezza dei territori non aspettano più: siamo già troppo in ritardo, rispetto alla velocità di intervento richiesta dai sempre più repentini e drammatici cambiamenti climatici. Ogni giorno in più che lasciamo all’incuria, all’abbandono, all’approssimazione, alla sottovalutazione delle conseguenze, può essere un ennesimo giorno di lutto, come oggi in Sardegna.

Attraverso il voto, abbiamo dato ai rappresentanti in Parlamento la delega per la gestione e l’amministrazione della cosa pubblica, ma non abbiamo consegnato nelle loro mani la delega della nostra vita.  E’ una delega che non si acquisisce con la norma del silenzio-assenso.  E i morti della Sardegna, mai come ora, parlano anche per i vivi.

Ricerca esente IMU e accessibile – nei risultati – a tutti, questa la “politica del fare” di Ilaria Capua, ospite all’Assemblea ARGAV.

Platea e relatori Assemblea ARGAV giugno 2013

22 giugno 2013, Padova, un momento dell’Assemblea dei soci ARGAV

Marisa Merlin e Stelluto

22 giugno 2013, Marisa Merlin, curatrice della Biennale RicCAA con Fabrizio Stelluto, presidente ARGAV

(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) Lo scorso 22 giugno i soci ARGAV si sono riuniti in Assemblea a Padova nello spazio convegni della Biennale “RicCAA – Cantiere Arte Ambientale”, messa gentilmente a disposizione da Marisa Merlin, curatrice della bella rassegna d’arte e di design, terminata da pochi giorni (nella foto a dx, Marisa Merlin con il presidente ARGAV Fabrizio Stelluto davanti alla sua opera “Tessuto Urbano”).

Stelluto e Capua

Fabrizio Stelluto e Ilaria Capua, premio ARGAV 2012, neoparlamentare e ricercatrice virologa

Ilaria Capua, neoparlamentare “smarrita”. Nostra ospite d’eccezione è stata llaria Capua, premio ARGAV 2012, in aspettativa all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie in quanto eletta parlamentare nelle fila della lista di Mario Monti. La deputata, che ringraziamo ancora per essere stata presente nonostante fosse reduce da un grave lutto familiare, ha suggellato la fine dell’Assemblea Attualmente, Ilaria Capua è vicepresidente della Commissione Cultura, che si occupa di Ricerca e Università, e fa parte della Commissione Agricoltura. Naturale, per il presidente Fabrizio Stelluto, chiederle un primo giudizio sull’attività parlamentare, a cui la virologa ha risposto con estrema schiettezza. “Posso dire di provare un senso di smarrimento – ha riferito infatti Ilaria Capua – perché la politica è un mondo che non conoscevo ed è molto complesso“. “Fino ad ora – ha continuato la Capua – ho dedicato tempo ad osservare per capire tutto ciò che succede nelle aule parlamentari e…nei corridoi, per fare un’analisi dei problemi che non sia superficiale. Ma poiché non mi piace perdere tempo, sta cercando di “infilare” degli emendamenti in proposte di legge già esistenti, altrimenti bisognerebbe aspettare anni per vederne gli effetti“.

Ilaria Capua

22 giugno 2013, Ilaria Capua all’Assemblea dei soci ARGAV

Ricerca, esenzione IMU. A mo’ di esempio, Ilaria Capua ha citato l’emendamento che aveva cercato di far passare lo scorso 22 aprile nel decreto dei pagamenti per la Pubblica Amministrazione, nell’ambito del capitolo sull’IMU, e che riguarda la possibilità di rendere esenti da questa imposta non solo le associazioni no profit, già esentate, ma anche le onlus che si occupano di ricerca. Che potrebbero quindi destinare i soldi, invece che all’IMU, al finanziamento di borse di studio di giovani ricercatori oppure all’acquisto di apparecchiature necessarie per la ricerca. L’emendamento è però stato tolto e tenuto come raccomandazione. Nonostante ciò, Ilaria Capua è cautamente ottimista in merito al buon esito del suo operato, grazie anche all’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica esercitata sui quotidiani di recente da Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” e da Gian Antonio Stella, inviato ed editorialista del Corriere della Sera.

Capua e Stelluto

Ilaria Capua e Fabrizio Stelluto

On line i risultati delle ricerche finanziate da fondi pubblici. Nel futuro prossimo della deputata Ilaria Capua c’è anche un provvedimento per rendere accessibile on line i risultati delle ricerche finanziate con fondi pubblici. Tema a lei caro, visto che, nel 2000, quando era già all’IzsVe, ha sviluppato la prima strategia di vaccinazione a fronte delle minaccia epidemica causata dal virus “aviario” H5N1 e nel 2006 ha messo i dati a disposizione della comunità scientifica in piattaforme digitali “open access”, suscitando ampio dibattito nel mondo della ricerca internazionale sulla condivisione interdisciplinare dei dati genetici per affrontare minacce globali come le pandemie. La sua presa di posizione ha portato a cambiare, almeno in parte, la politica delle organizzazioni internazionali in materia di trasparenza dei dati. Ad esempio, Ilaria Capua ha riferito che nei recenti casi di nuova influenza aviaria H7N9 apparsi in Cina, a Shanghai, nel giro di una settimana i dati inerenti al nuovo sottotipo di virus influenzale sono stati resi pubblici. Diverso invece il comportamento del virologo che ha individuato in Medio Oriente il nuovo ceppo di sindrome respiratoria simile alla SARS (da qui il nome MERS, Sindrome Respiratoria Medio-Orientale), che ha invece brevettato i dati, con conseguente minor accesso alle informazioni sulla diffusione del coronavirus. Dal canto suo, da ricercatrice virologa, la deputata Ilaria Capua ha sollecitato il Ministero della Salute a cautelarsi in tempo utile per contenere lo sviluppo di queste due potenziali pandemie. Chi ha orecchi per intendere, intenda!

Cristina Rossi legge la testimonianza mandata da Bepi De Marzi

22 giugno 2013, la socia ARGAV Cristina De Rossi legge la testimonianza di Bepi De Marzi

Epilogo poetico dell’Assemblea grazie a Bepi De Marzi. A memoria dell’attività condotta nel triennio 2010-2013 dal direttivo ARGAV, all’Assemblea erano stati invitati a partecipare anche Marco Paolini e Bepi De Marzi, rispettivamente premio ARGAV 2010 e 2011. Impegnati entrambi su altri fronti di lavoro, gli artisti sono stati presenti idealmente all’incontro ed il compositore, direttore di coro e organista Bepi De Marzi, anche con uno scritto, inviato al presidente Stelluto e letto con superba maestria, quasi fosse una consumata attrice di teatro, dalla giornalista socia ARGAV Cristina De Rossi. Per il piacere dei nostri lettori, pubblichiamo di seguito la bella testimonianza di Bepi De Marzi.

Bepi De Marzi, premio ARGAV 2011

Bepi De Marzi, premio ARGAV 2011

Da quel mattino di pioggia. Il pranzo ai tavoli rotondi. A dicembre, dopo l’Immacolata. Io, suonatore d’organi alle messe, venivo dai canti in tenerezza: Imà,colà,tà… Vergì,nebè,là… Dinò,stravì,tà… Tusè,i-lasté,là…Mattino di vento, perfino, in quello spazio tra il prestigio delle Terme, i Colli, le strade, la città del Santo in levantine cupole. Ho portato a casa il vostro Ferro con la targhetta. Vi leggo sempre il sole, il vento, la terra dura, le zolle. Vibra, ma vibra, la composizione geniale, giusta per le mie speranze, per le mie battaglie perdute. Per le mie malinconie. Nel mio tempo che finisce. Ho cercato un basamento di castagno, che in quindici mesi si è fatto bruno. Al cielo, quando muta, spande profumo amaro. Talvolta annuncia la pioggia. I ferri modellati hanno già una carezza di ruggine. Al tocco, allo sfioro, tintinnano il silenzio dei pensieri. Oggi che sono sulle montagne svizzere a cantare (ma la Svizzera sta rovinandosi tra le solite banche e la xenofobia imparata dall’Insubria) sarei venuto a raccontarvi del pane. Mio nonno era fornaio. Ho sempre mangiato pane croccante dal forno, nei mattini. I miei giochi di bambino sapevano di lievito e farina. Vi mando allora una speranza del Poverello d’Assisi, pensando a questo Papa che sa proprio di Francesco. Bergoglio che non dovrà sorseggiare tisane offerte da suore inanellate come spose senza talamo, donne per niente sotto i veli svolazzanti nei corridoi che qualcuno chiama sacri. Al Vaticano delle torve trame. Dove anche i canti della Sistina mercenaria sanno di consolidate malattie senza miracolose guarigioni. Questo narrare me l’hanno chiesto per il calendario di Frate Indovino (ma non ridete, grazie!), proprio di luglio, adesso: un box, hanno detto, “di mille caratteri, spazi inclusi”. “Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento”. Quali turbini dal Subasio, mio Francesco? E temporali. Ma tu, scalzo, con l’abito di bigello. Lampi a schiarire “la valle di Spuleto”. Cantore in letizia. Non chiamate menestrello il mio Francesco. Il menestrello è un servitore, un cortigiano. Il mio Santo era un Cantalaude, un Trovatore. Preparava in solitudine il cantare: in Rivo Torto, a Monte Casale, a Fonte Colombo. In coro con le stelle. Altro vento, lassù, alla tua Verna; il gelo dal Penna, a tramontana. La neve, che ancora viene prima dell’inverno, sempre la prima in Appennino. Verna di mille metri e più: dono dell’estasiato conte Orlando di Chiusi in Casentino, commosso alla tua voce in Montefeltro. Francesco clandestino sulle navi, anche tu, mio Santo, nel dolore dei migranti. Ma plachi la tempesta con le braccia in croce, incantando i marinai. Oltre Venezia, nella mia laguna. Tornavi dall’Egitto. Soffia il grecale, il vento freddo dal mare, alle Due Vigne. San Francesco del Deserto.

Bepi De Marzi