
(di Fabrizio Stelluto, presidente Argav) Si è soliti dire che gli italiani mostrano il meglio di sé nell’emergenza; è vero, ma ora c’è anche l’eccezione, che conferma la regola: l’invasione dei granchi blu, una calamità affrontata comunicativamente in maniera superficiale, come la si potesse risolvere, abbuffandosi del crostaceo alieno (a Settembre organizzeremo un corso di formazione sui problemi del comparto ittico).
L’informazione estiva, attenta più al costume che ad approfondire le questioni, è scappata di mano agli stessi promotori dell’utilizzo del granchio blu in cucina ed ora corrono ai ripari, evidenziando quanto perderemo della nostra tradizione culinaria (e non solo), se non si riuscirà a respingere l’animale invasore (con buona pace di chi lo vuole proporre come eccellenza alimentare veneta!).
Accettarne opportunisticamente la presenza fa parte della furbesca italianità, che se pare contrastare il problema, in realtà non lo risolve. E’ lecito allora chiedersi perché la soluzione gastronomica in grande stile va bene per i granchi blu, ma non per gli assai più buoni cinghiali, divenuti un problema per gli agricoltori (e non solo)? Vogliamo provare a cibarci coi siluri e le nutrie (altrove già lo fanno), tornando per altro a riutilizzarne il manto per le pellicce di castorino? E poi, perchè i granchi blu sì e la farina di grilli (per altro allevati) no?
La verità è che il granchio blu è una calamità, che sta azzerando la molluschicoltura e cui non si potrà certo rispondere a base di scorpacciate bensì, ad esempio, (re)introducendo fauna ittica antagonista; bisogna, però, davvero fare presto, altrimenti è come se svendessimo gioielli di famiglia, perché dietro ogni prodotto del territorio c’è veramente la storia e la cultura di una comunità. Dietro il granchio blu italiano non c’è nulla.
Ben fanno i pescatori di Goro che, catturati gli indesiderati ospiti, li (ri)spediscono negli Stati Uniti, dove pare siano ricercatissimi dai loro palati (e già questo la dovrebbe dire lunga sulle caratteristiche gustative…).
Infine, una domanda: della presenza del crostaceo alieno ci si è accorti quest’estate o qualcuno, in anni recenti, ha fatto orecchi da mercante a segnali premonitori? Con una battuta amara, una cosa è certa: l’emergenza granchio blu, che pregiudica il futuro di un importante settore della pesca italiana e la vita dei suoi operatori, non lo si può risolvere a tarallucci e vino.
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