(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) Dendrocronologia: dal greco déndron, “legno”, chrónos, “tempo”. In pratica “lo studio del tempo attraverso gli alberi”. E’ stato questo il tema dell’interessante incontro che il 28 ottobre scorso la Rete di Riserve del fiume Brenta ha organizzato a Carzano (Trento) nell’ambito de “I Lunedì della Rete”, con ospite Mauro Bernabei, ricercatore del CNR-IBE, Centro Nazionale delle Ricerche – Istituto di Bioeconomia, e in particolare responsabile del laboratorio di dendrocronologia ospitato nella sede di San Michele all’Adige .
Dottor Bernabei, che cos’è la dendrocronologia?
Come detto, è la scienza che studia gli anelli di accrescimento degli alberi in relazione al tempo. Cioè, la scienza che assegna a ogni anello presente su un pezzo di legno o un tronco, un preciso anno di calendario. E’ stata fondata all’inizio del secolo scorso dall’astronomo americano Andrew Ellicott Douglas (1867-1962) che voleva studiare la periodicità delle macchie solari e lui è stato il primo a mettere su un piano cartesiano gli anni in ascissa e l’ampiezza degli anelli in ordinata; un tipo di grafico che usiamo ancora oggi. Da allora la dendrocronologia ha preso varie direzioni, tutte partendo dalla crescita annuale del legno degli alberi. In realtà ci sono altri “strumenti” che consentono lo studio del passato, come i coralli o le carote di ghiaccio, ma questi non hanno una “unità di misura” così piccola e ben definita come gli alberi, che appunto hanno una scansione annuale e quindi consentono una grande precisione.
Andando indietro nel tempo è giusto dire che, anche se non usava questo nome, già Leonardo da Vinci si occupava di dendrocronologia?
Il riferimento agli anelli degli alberi si trova in tantissimi testi antichi: ci sono citazioni nella Bibbia, nella letteratura assira ed egiziana e ne scrivono autori classici greci e latini come ad esempio Esiodo, Plinio e Vitruvio. Però il primo riferimento alla dendrocronologia lo fa proprio Leonardo da Vinci, che nel trattato sulla pittura, nel libro Degli alberi e delle verdure, scrive una frase che recita più o meno così “…li circoli degli rami e degli alberi segati mostrano il numero delli suoi anni”, cioè quello che sappiamo tutti, che contando gli anelli abbiamo l’età della pianta, e poi dice “quali furono più umidi e più secchi secondo la maggiore o minore loro grossezza”, cioè aveva capito che l’ambiente circostante agli alberi influiva sull’ampiezza degli anelli, vale a dire la base per ogni considerazione dendrocronologica, cioè che a un’annata favorevole tutti gli alberi rispondono formando grandi anelli, mentre durante un’annata negativa gli alberi formano piccoli anelli.
Tra i pionieri della dendrocronologia moderna troviamo però anche un trentino.
Eh sì. Il primierotto Elio Corona, scomparso nel 2015 a 85 anni di età, è stato il primo a pubblicare lavori scientifici sulla dendrocronologia ed è considerato un riferimento per tutti noi dendrocronologi. E’ stato il mio professore sia per la tesi di laurea che per la tesi di dottorato; anzi credo di essere stato l’unico studente ad aver svolto il dottorato con lui. Cosa dire di Elio Corona? Lui è stato un grande e tutti i suoi studenti lo ricordano con molto piacere. E’ stato, ad esempio, il primo a datare i violini di Stradivari con la dendrocronologia, a studiare dipinti su tavola di importanti artisti come Raffaello e in generale ad applicare la dendrocronologia ai beni culturali. Seguire le sue lezioni era per tutti noi studenti – e potrei citarne tanti – veramente bellissimo. E’ stato proprio l’aver seguito le sue lezioni che mi ha portato a fare il dendrocronologo. Nello scorso ottobre sono stato a parlare dei risultati di una ricerca che ho fatto in Primiero e per me è stato grande motivo di orgoglio essere tornato nella sua terra d’origine (lui era nato a Mezzano) a parlare di dendrocronologia.
Che cosa ci permette di conoscere la dendrocronologia?
Proprio per il fatto che è l’unico “strumento” a cadenza annuale, ci consente di conoscere le caratteristiche dell’ambiente nel quale le piante sono cresciute nel corso della loro vita. E intendo tutte le caratteristiche, perché come diceva il professor Corona, le piante contengono mille segreti scritti negli anelli. La cosa veramente difficile è decrittarne il significato. Da quando è nata, la dendrocronologia ha poi preso mille strade: c’è la dendroecologia, cioè lo studio dell’ecologia basata sugli anelli del legno e in Italia ci sono laboratori di eccellenza in questo campo, quelli di Padova e Viterbo su tutti. C’è la dendrogeomorfologia che è lo studio delle valanghe e dei movimenti franosi; a titolo di esempio ricordo che qualche anno fa, incaricato dal tribunale, avevo studiato anche i faggi della famosa valanga di Rigopiano, per valutare se quelle piante fossero già state percorse in passato da una valanga simile a quella che poi distrusse l’albergo. Poi abbiamo la dendroclimatologia per studiare il clima, ma anche la dendroglaciologia per lo studio dei ghiacciai. E così via. La dendrocronologia è utilizzata in mille aspetti diversi. Per esempio esiste una scienza che in Italia non conosciamo, che si chiama dendropirocronologia, cioè lo studio degli incendi che percorrono i boschi e che è molto applicata negli Stati Uniti oppure in Scandinavia.
Lei si occupa in particolare di datazione dendrocronologica, che ha uno stretto collegamento con la cultura, con l’archeologia. Venendo ai casi concreti, riuscite a datare manufatti molto antichi, come ad esempio strumenti musicali.
Ah, certamente! Gli strumenti musicali sono l’ideale. Io dato un paio di strumenti musicali quasi ogni settimana. Con questi è molto più facile che in altre situazioni, nel senso che gli strumenti musicali presentano una tavola armonica in abete rosso di risonanza, per la quale il liutaio ha usato legno senza difetti, senza nodi, senza deviazioni di fibratura, per cui basta fare una fotografia alla tavola armonica e la datazione viene fatta molto facilmente. Ma oltre agli strumenti musicali, ultimamente stiamo datando molti dipinti fiamminghi in quercia di incredibile fattura sia dal punto di vista della preparazione della tavola, spessa solo 5 mm, sia dal punto di vista artistico. Datiamo però anche strutture lignee antiche. Per citare alcuni esempi, in passato ho datato il tetto della Basilica della Natività di Betlemme, il palazzo Reale di Napoli, duomo, battistero e campanile di Giotto a Firenze, la “Sala dei Mappamondi” del Museo Egizio a Torino e così via. Per quanto riguarda il Trentino, quando sono arrivato io nel 2003 c’erano pochissime serie di riferimento, ma grazie ad un progetto portato avanti con il Servizio Foreste della PAT e in particolare con i forestali del distretto di Malè, utilizzando legni rinvenuti nelle torbiere della Val di Sole e Val di Non siamo riusciti a costruire delle cronologie che vanno indietro per oltre 11.000 anni e adesso abbiamo la possibilità di confrontare i manufatti che troviamo nel territorio trentino con cronologie di riferimento dello stesso territorio e della stessa specie e questo rende le datazioni molto più efficaci.

Nella serata fatta in Primiero alla quale ha accennato prima era intervenuto parlando dei “tabià”
Sì, nel Primiero esistono numerose di queste strutture diffuse sul territorio, mi sembra che ne siano state censite circa 4.000; sono bellissime, in legno e pietra, e di queste non si sa bene l’antichità. Non conoscendo l’epoca di costruzione le autorità hanno difficoltà a gestire i permessi per i loro restauri perché non si sa quanto siano antichi e quindi non si sa se devono essere soggetti a vincoli di conservazione particolari. Abbiamo allora iniziato a lavorare su un paio di “tabià”, uno nel centro del comune di Siror e un altro in località Poline e i risultati sono stati molto sorprendenti per tutti, in particolare per le amministrazioni e per la Soprintendenza: la parte più antica del “tabià” di Siror (nella foto in alto) risale al 1475 mentre per quello di Poline la datazione che abbiamo fatto lo indica come costruito addirittura nel 1446. Quindi edifici della metà del Quattrocento… nessuno l’avrebbe mai immaginato. E adesso, grazie all’aiuto della Soprintendenza, l’intenzione è di continuare a studiare altri edifici. Ha scoperto anche un possibile collegamento del Trentino con la Basilica della Natività di Betlemme
Ci sarebbe molto da parlare sulla Basilica della Natività di Betlemme…
Inizialmente non volevo nemmeno andare a fare il lavoro perché non avevo le cronologie di riferimento, quelle che adesso abbiamo qui per il Trentino che, come dicevo, sono fondamentali. Arrivando a Betlemme e andando a studiare i legni abbiamo visto che c’era anche del larice; inizialmente pensavo che si trattasse di un errore perché il larice a Betlemme non cresce: è infatti una specie assolutamente alpina. Proseguimmo con il campionamento sul larice, che datai al 1412 e confrontai la cronologia media della Basilica della Natività con quella del Trentino: praticamente erano la stessa. Andavano esattamente a sovrapporsi una sull’altra! Quindi quello è larice delle Alpi orientali, probabilmente trentino, tagliato a inizio Quattrocento. Chiedendo come fosse possibile scoprii che c’era stato un accordo che aveva coinvolto il Papa, il Duca di Borgogna, il re d’Inghilterra e perfino un sultano Mamelucco per chiedere e finanziare al più grande commerciante e imprenditore dell’epoca, ovvero Venezia, la risistemazione del tetto della Basilica della Natività. E i Veneziani usarono legno delle Alpi orientali e le loro maestranze per costruirlo. A giudicare da come la serie di Betlemme va d’accordo con la serie del Trentino non escludo che possano venire da montagne d’alta quota dell’area compresa tra Trento e Venezia. Dico montagne d’alta quota perché su carotine lunghe 12-13 cm sono stati contati più di 400 anelli. Questo vuol dire che gli anelli erano veramente molto piccoli come si verifica quando le piante crescono in alta quota, dove l’accrescimento è molto lento.
Ci sarebbe molto altro da dire anche sulla quercia dell’Anatolia e sul cedro del Libano che abbiamo trovato nella Basilica…
Da quest’ultimo esempio intuiamo che la dendrocronologia non serve solo a datare un manufatto… Sì, ci sono alcune altre applicazioni importantissime. La prima è appunto quella utilizzata per il larice di Betlemme: se abbiamo un manufatto, per esempio un violino, del quale non conosciamo la provenienza del legno, confrontando la serie del violino con quella di tante cronologie di riferimento, riusciamo a capire da dove proviene quel pezzo di legno. Infatti, la correlazione sarà tanto maggiore quanto più simili saranno state le caratteristiche ambientali e quindi si riesce a fare studi che si chiamano di “dendroprovenienza”, cioè si può capire dove si è originato il legno. Un altro risultato che la dendrocronologia consente a volte di ottenere è quello che riguarda l’attribuzione delle opere: per esempio sempre facendo riferimento ai violini, noi sappiamo che i liutai usavano spesso legno dallo stesso tronco per fare i loro strumenti. Confrontando le serie noi riusciamo a capire e a confermare quindi se è stato lo stesso liutaio a costruire quel violino. Infine, tutti conosciamo la datazione al radiocarbonio. E’ importante sapere che questa datazione è basata proprio sulla dendrocronologia perché la curva di calibrazione del radiocarbonio, cioè dove si datano i manufatti con radiocarbonio, è costruita sulla base degli anelli del legno. Quindi è la dendrocronologia che consente la più famosa datazione al radiocarbonio.
Gli anelli di accrescimento
Un anello di accrescimento è lo strato di tessuto legnoso prodotto nel corso di un periodo vegetativo da una pianta legnosa. L’attività periodica del cambio dell’albero produce una serie di anelli concentrici intorno al midollo, ben visibili in sezione trasversale del fusto. Ogni anello è generalmente costituito da una porzione primaverile, chiara, e una estiva, scura, chiaramente distinguibile anche a occhio nudo. Contando gli anelli degli alberi è possibile risalire all’età della pianta, in quanto ognuno rappresenta la crescita di una stagione vegetativa. L’ampiezza degli anelli dipende dalle condizioni climatiche e ambientali in cui la pianta vive, temperatura e umidità in primis ma non solo. In linea di massima possiamo dire che più l’anello è ampio e più l’annata di crescita è stata favorevole, più è sottile e più la crescita è stata stentata. Quindi se in un anno si verificano piogge abbondanti e clima mite, la risposta della pianta sarà una crescita notevole o, al contrario, avremo un accrescimento minore quando la disponibilità di acqua sarà poca e il clima più rigido.
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