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Energia, in Italia costa di più ma non per colpa delle rinnovabili

1867_energie_rinnovabiliSecondo i dati del dossier presentato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile nel corso del Convegno “I costi dell’energia in Italia”, organizzato in preparazione degli Stati Generali della Green Economy 2013, la “bolletta energetica”, pagata da famiglie e imprese in Italia, è del 18 per cento più alta rispetto alla media europea.

Le cause. L’allineamento dei prezzi dei prodotti energetici italiani (energia elettrica, gas e carburanti) a quelli medi europei vorrebbe dire risparmiare ogni anno 25 miliardi di euro. Le cause di questo divario vanno ricercate nel livello di tassazione più elevato, nella maggiore dipendenza dai combustibili fossili (tra le più alte in Europa) e in un mercato del gas e dell’elettricità che presenta prezzi molto più alti rispetto agli altri paesi europei. Il citato dossier si concentra molto sull’analisi comparativa dei prezzi dei prodotti energetici, arrivando a stimare una bolletta di gas, elettricità e carburanti, pagata dagli italiani nel 2012, pari ad oltre 160 miliardi di euro. Il dato, inoltre, risulta in crescita, a causa dell’ aumento dei prezzi petroliferi (+10 per cento rispetto all’ anno precedente, nonostante la contrazione dei consumi).

L’analisi evidenzia anche come le famiglie siano particolarmente penalizzate nei consumi di gas naturale, visto che pagano dal 24 al 35 per cento in più rispetto alla media europea (circa 300 euro/anno per famiglia). Le imprese, specie quelle medio-piccole, risentono maggiormente, invece, degli alti costi dell’ elettricità, dovendo fare i conti con un costo per kWh dal 30 per cento fino all’ 86 per cento più alto rispetto alla media europea. A questo si aggiunge che anche i prezzi di benzina e diesel, che rappresentano la voce principale di spesa della bolletta energetica, in Italia sono mediamente più alti rispetto al resto d’Europa.

Combustibili fossili. Come già anticipato, la prima causa dell’aumento dei prezzi energetici negli ultimi anni è l’alta dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili (coprono l’82 per cento della domanda interna). Tra il 2000 e il 2012, infatti, i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 200 per cento (triplicati), quelli del carbone del 160 per cento e del gas sul mercato europeo di circa il 300 per cento. A parità di consumi e al netto dell’inflazione la fattura pagata dall’Italia per l’import dei fossili è passata, da metà degli anni ’90 a oggi, da 20 a 65 miliardi di euro. A ciò vanno aggiunti una serie di altri costi, più o meno evidenti, come ad esempio quello legato ai sussidi e agevolazioni che in Italia vengono assicurati al settore dei combustibili fossili, ma che, a differenza di quelli per le rinnovabili, non rientrano in bolletta e non contribuiscono a formare i prezzi dell’energia, pur venendo comunque pagati dai cittadini e dalle imprese italiane, attraverso la fiscalità generale. Risulta abbastanza inspiegabile il perché questi sussidi non vengono monitorati dal Governo, nonostante siano ingenti: secondo l’Ocse si tratta di 2,1 Mld€/anno su alcuni settore chiave, che salgono, secondo il Fondo Monetario Internazionale, a 5,3 Mld€/anno includendo altre voci tra cui alcune esternalità.

Incentivi rinnovabili. Proprio le cosiddette esternalità, inoltre, rappresentano un fattore di costo importante e non sempre nella giusta evidenza: non esistono dati ufficiali sull’argomento, ma uno studio condotto in Germania stima che l’inclusione dei costi esterni, a carico principalmente di nucleare e carbone, farebbe aumentare la bolletta energetica di 40 miliardi di euro (+40 per cento di aumento di costo per una famiglia tipo). E’ ovvio che anche gli incentivi assegnati alle rinnovabili incidono sui prezzi e sui costi dell’energia in Italia. Per quanto riguarda i costi diretti, gli incentivi delle rinnovabili elettriche (che in Italia rappresentano la fetta più grande) hanno raggiunto nel 2012 i 10 miliardi di euro (il 16-17 per cento della bolletta elettrica nazionale). Tuttavia, è interessante notare che questi hanno inciso sull’aumento del prezzo del kWh degli ultimi anni per il 33 per cento, rispetto al 57 per cento causato dall’aumento dei prezzi dei fossili. Inoltre, contrariamente a quanto avviene nel settore dei combustibili fossili, sul piano dei costi e dei benefici indiretti, il saldo economico delle fonti rinnovabili è senz’ altro positivo.

Tra i benefici da ascrivere alle rinnovabili c’è, infatti, la riduzione del prezzo medio orario dell’energia elettrica (a maggio si è quasi dimezzato tra il 2006 e il 2012), la creazione di ricchezza e occupazione nazionale (su 1000 euro spesi sulle rinnovabili ne rimangono in Italia 500-900, mentre su 1000 euro investiti sulla produzione elettrica da gas ne restano sul territorio nazionale 200, il resto va alle economie straniere) e i vantaggi in termini ambientali. Sotto quest’ultimo profilo vanno conteggiate le 70Mt di Co2 risparmiata ogni anno e un minore inquinamento atmosferico.

Formula generazione distribuita e filiera corta. Il dati contenuti nel dossier, in sostanza, confermano l’importanza strategica del tema dei costi dell’energia in un Paese come L’Italia. Si tratta, infatti, di costi probabilmente destinati a crescere e ad incidere sempre di più sulla nostra economia, ma, proprio per questo, sono necessarie analisi approfondite e non limitate all’incidenza dei prezzi dei prodotti energetici. Questo approccio dovrebbe essere in grado di portare alla luce, ad esempio, i vantaggi e le esternalità positive insite nella scelta di un modello energetico nazionale realmente improntato allo sviluppo delle rinnovabili secondo la formula della generazione distribuita e della filiera corta e in grado, soprattutto, di saper sempre conciliare gli investimenti energetici con la tutela dell’ambiente e del territorio.

(Fonte: Federforeste)

Protocollo di Kyoto, l’Italia centra l’obiettivo

gas serraIl rapporto “Dossier Kyoto 2013” realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha evidenziato come, nel periodo 2008 – 2012, l’Italia sia arrivata ad una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra di circa il 7%, di fronte ad un impegno di abbattimento previsto dal Protocollo di Kyoto del 6,5% rispetto ai livelli del 1990.

Quindici anni fa, l’inizio. Il “Dossier Kyoto 2013”, che monitora i consumi di energia dei Paesi aderenti al Trattato, come rende noto http://www.gogreen.virigilio.it, è arrivato dopo un percorso non privo di difficoltà: “Quindici anni fa, quando fu firmato il Protocollo di Kyoto – ha osservato il presidente della Fondazione, Edo Ronchi – in Italia c’era una forte divisione fra chi sosteneva che non fosse necessario e avrebbe comportato solo costi rilevanti e chi riteneva che fosse necessario ridurre le emissioni di gas serra e che questo impegno avrebbe prodotto opportunità largamente prevalenti e non solo ambientali. Facendo oggi un bilancio si può dire che le analisi del partito del ‘Protocollo, costo elevato non necessario’, erano completamente sbagliate sia dal punto dal vista economico (si è raggiunto l’obiettivo senza costi insostenibili), sia ambientale (i gas serra, ormai sono tutti d’accordo, sono alla base della grave crisi climatica).»

A livello mondiale, però, emissioni cresciute di oltre il 35%. Il tempo, come confermano oggi i numeri, ha dato ragione a coloro che hanno investito nel cambiamento: l’anno scorso in Italia sono state prodotte circa 465/470 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (MtCO2eq), oltre 20 milioni in meno rispetto al 2011. Estendendo però lo sguardo oltre i nostri confini, gli esperti ritengono la conclusione della fase vincolante del Protocollo di Kyoto un successo solo parziale. Sebbene i paesi coinvolti siano riusciti a rispettare i piani di riduzione, va specificato come a livello planetario le emissioni siano cresciute di oltre il 35%, complice la tumultuosa avanzata di paesi come la Cina. Ciò fa sì che il Protocollo di Kyoto sia ormai definito da una buona parte di tecnici ed ambientalisti uno strumento inadeguato rispetto all’obiettivo principale della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’Onu, la stabilizzazione delle concentrazioni in atmosfera di gas serra a livelli non pericolosi.

Roadmap 2050. “La popolazione mondiale attende quindi un accordo globale sul clima. Fino ad allora, con il Protocollo ormai in fase di dismissione, l’Italia, suggerisce il report della Fondazione, potrebbe iniziare a guardare agli impegni che verranno, a cominciare da quelli fissati dall’Europa al 2020. In conclusione, sottolineano gli esperti, per incrementare il proprio contributo alla lotta ai cambiamenti climatici e diventare protagonista della crescita della green economy in Europa e nel mondo, l’Italia dovrà allinearsi alle indicazioni della Roadmap 2050 presentata dalla Commissione europea”.

(Fonte: SEP Padova Fiere)