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Inquinamento atmosferico, 11 Paesi UE su 28 superano i massimali, emissioni di origine agricola e del comparto trasporti le principali cause

Gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno fornito le loro situazioni nell’ambito della nuova direttiva sui massimali nazionali in materia di emissione di gas a effetto serra (Direttiva NEC 2016/2284/UE). Si tratta di un aggiornamento fornito dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) sullo stato di avanzamento, Paese per Paese, nella lotta al contenimento delle emissioni sulla base della Direttiva NEC.

Il resoconto dell’Agenzia fornisce anche una valutazione delle emissioni previste per il 2020 e il 2030 in relazione agli impegni di riduzione adottati da ciascuno Stato. In estrema sintesi, risulta che nel 2015 ben 11 Paesi su 28 hanno superato i massimali di inquinamento atmosferico, a causa principalmente delle elevate emissioni di origine agricola e del comparto dei trasporti.

Gas serra, il 7 per cento delle emissioni globali provengono da produzioni e uso di legna da ardere e di carbone

Sino al 7% delle emissioni globali di gas serra causate dall’uomo provengono dalla produzione e dall’uso di legna da ardere e di carbone. Questo è in gran parte dovuto ad una gestione delle foreste non sostenibile e alla produzione inefficiente di carbone e di legna da ardere. Lo sostiene un nuovo Rapporto della FAO, in cui si avverte però, che gran parte della produzione corrente di legna da ardere è insostenibile e contribuisce notevolmente al degrado delle foreste e del suolo e all’emissione di gas serra nell’atmosfera.

Necessarie tecnologia migliore per l’impiego di energia da legno. In molte regioni la conversione a carbone è spesso fatta con metodi rudimentali e inquinanti e per questo la FAO sollecita i Paesi ad invertire queste tendenze negative nella produzione e nell’impiego di energia da legno. E’ necessario dunque adottare urgentemente tecnologie migliori per la conversione dell’energia e proprio per questo la FAO chiede l’impiego di tecnologie ad energia rinnovabile, soprattutto quelle relative alla biomassa forestale. Allo scopo, è di importanza vitale che tutti, dal settore pubblico a quello privato, il mondo accademico, ricercatori, policy-makers, pianificatori e istituzioni finanziatrici coordinino i loro sforzi e collaborino per aumentare il contributo che le foreste danno al mix delle fonti globali di energia rinnovabile.

Fonte: Europe Direct Veneto

Clima: il Patto dei Sindaci punta al -40% di CO2 entro il 2030

gas serraMentre i Governi del Pianeta si arrovellano in difficili negoziati in vista della Conferenza ONU sul Clima in programma a Parigi nel prossimo mese di dicembre, città ed enti locali di 42 Paesi si sono già dati da fare: in 6.000, di cui oltre 3.000 in Italia, hanno aderito al primo “Patto dei Sindaci”, un’iniziativa partita in tutta l’Unione nel 2008 con l’impegno di andare oltre l’obiettivo di ridurre del 20% le emissioni di CO2 entro il 2020 fissato dall’UE.

Il record assoluto in termini di firmatari lo conquistano gli italiani (3.550), seguiti a grande distanza dagli spagnoli (1.455) e belgi (245). Il risultato di questa maxi-mobilitazione è che 126 milioni di cittadini europei, cioè un quarto della popolazione dell’UE, vive in centri urbani che hanno messo a punto un piano d’azione per l’energia sostenibile, con interventi che vanno da trasporti più sostenibili a un maggiore uso di energia verde, fino a edifici più efficienti nei consumi energetici. Il principio di base dell’iniziativa è quello di coinvolgere più Enti Locali possibili, senza stilare pagelle di buoni e cattivi. “Non bisogna fare una classifica fra le città firmatarie del Patto dei Sindaci – spiega Frèdèric Boyer, a capo della struttura – in quanto tutte le città sono dei campioni, a modo loro, perché entrano in campo quando le nazioni falliscono, assumendosi l’impegno di target ambiziosi su base volontaria. Questa è la vera forza del Patto dei Sindaci”.

Un taglio che vale 189 milioni di tonnellate di CO2. Gli sforzi congiunti raccolti finora promettono di incassare un taglio di 189 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2020, più di quelle prodotte oggi dal Belgio e Lussemburgo, il che equivale ad un target del 28% di riduzione di CO2, ben oltre gli obiettivi fissati dall’UE. In campo, almeno sulla carta, figurano grandi capitali a partire da Londra, Berlino e Madrid, seguite da Roma, Parigi e Budapest, oltre a Milano, Napoli e Bologna. Le pioniere però sono sempre le città “nordiche”, come Stoccolma e Copenaghen, senza dimenticare Bristol, Capitale Verde europea per il 2015. Copenaghen lavora per essere la prima capitale mondiale a emissioni zero nel 2025, 25 anni prima rispetto all’obiettivo fissato dal Governo danese. Il piano di Stoccolma prevede un taglio del 45% della CO2 entro il 2020, quello di Bristol del 40%. In Italia i leader sono i tanti piccoli Comuni, con la Sardegna in pole: Arzana, Seulo e Villanova Tulo nel 2020 saranno verdi al 100%.

Fonte: Europe Direct Veneto

Taglio alle emissioni di CO2, le buone intenzioni di Cina, Stati Uniti e Ue in vista della Conferenza mondiale sul clima

gas serraLa Cina, maggior inquinatore mondiale per emissioni di CO2, ha presentato alle Nazioni Unite le sue intenzioni nella lotta ai cambiamenti climatici. In pratica, entro il 2030 il Dragone promette di ridurre le emissioni di carbonio di una percentuale compresa tra il 60% e il 65% rispetto ai livelli del 2005 (del 45% entro il 2020). Si ricorda che la Cina si colloca oggi al primo posto, assieme agli Stati Uniti, nella poco invidiabile classifica di Paesi inquinatori con il 24% delle emissioni globali (l’UE arriva al 9%).

I propositi di Stati Uniti e Ue. L’annuncio rappresenta senz’altro una bella notizia alla vigilia della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, in programma a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre prossimo, in vista della quale gli Stati Uniti hanno annunciato una riduzione delle emissione di CO2 tra il 26% e il 28% entro il 2025, rispetto ai livelli del 2005. L’offerta dell’UE è per una riduzione delle emissioni di almeno il 40% entro il 2030 rispetto al 1990.

Aria più pulita con la nuova direttiva UE. Intanto, il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) del Consiglio dell’UE ha confermato l’accordo con l’Europarlamento su una nuova direttiva volta a limitare le emissioni di alcuni inquinanti degli impianti di combustione media (tra 1 e 50 MW). Queste nuove regole sono parte del pacchetto legislativo “Aria pulita” che mira a migliorare la qualità dell’aria nell’UE. La nuova direttiva stabilisce valori limite di emissione per alcuni inquinanti quali il biossido di zolfo, l’ossido di azoto e le polveri. Questi limiti saranno applicati anche agli impianti di combustione di medie dimensioni già esistenti.

Fonte: Europe Direct Veneto

Emissioni da gas serra dell’agricoltura in aumento

agricoltura_montanaNuove stime della FAO sui gas serra mostrano che le emissioni da parte dell’agricoltura, delle foreste e della pesca sono quasi raddoppiate negli ultimi cinquant’anni e potrebbero aumentare di un ulteriore 30 per cento entro il 2050, se gli sforzi per ridurle non saranno intensificati.

Aumento del 14 per cento. Questa è la prima volta che la FAO pubblica le proprie stime globali sulle emissioni di gas serra derivanti dall’agricoltura, dal settore forestale e da altri usi della terra (AFOLU), a contributo del Quinto Rapporto di Valutazione del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico [IPCC acronimo inglese ndt]. Le emissioni di gas serra provenienti dall’agricoltura e dall’allevamento sono passate dai 4,7 miliardi di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio (CO2 eq) nel 2001 a oltre 5,3 miliardi di tonnellate nel 2011, un aumento del 14 per cento, verificatosi soprattutto nei paesi in via di sviluppo a seguito dell’espansione della produzione agricola totale. Nel frattempo, le emissioni di gas serra dovute al cambiamento di utilizzo dei terreni e alla deforestazione hanno registrato una diminuzione del 10 per cento nel periodo 2001-2010, segnando una media di 3 miliardi di tonnellate di CO2  eq/all’anno, grazie alla riduzione dei tassi di deforestazione e all’aumento dei volumi di carbonio atmosferico catturato in vari paesi.

Ripartizione. Le emissioni dall’ agricoltura, dal settore forestale e da altri usi dei terreni nel periodo 2001-2010 sono ripartiti come segue:5 miliardi di tonnellate di CO2  eq/anno da produzione di cereali e allevamento, 4 miliardi di tonnellate di CO2  eq/anno dalla conversione netta delle foreste ad altro uso (indicatore della deforestazione), 1 miliardo di tonnellate di CO2  eq/anno dalla degradazione delle torbiere, 0,2 miliardi di tonnellate di CO2  eq/anno da fuochi di biomassa. Nello stesso periodo, circa 2 miliardi di tonnellate di CO2  eq/anno sono stati rimossi dall’atmosfera grazie ai pozzi di carbonio forestali. Il data-base della FAO basato sui rapporti dei Paesi mostra che mentre le emissioni del settore agricolo continuano ad aumentare, lo fanno comunque ad un tasso di crescita inferiore rispetto alle emissioni da combustione di carburanti fossili in altri settori, ciò significa che l’incidenza AFOLU sul totale delle emissioni antropogeniche è in calo.

Origini delle emissioni agricoleLa prima fonte di emissioni di gas serra dall’agricoltura è la fermentazione enterica – metano prodotto e rilasciato dal bestiame durante la digestione – che nel 2011 ha rappresentato il 39 per cento della quota totale di emissioni del settore. Le emissioni dovute alla fermentazione enterica sono aumentate dell’11 per cento tra il 2001 e il 2011. Le emissioni generate dallo spargimento di fertilizzanti sintetici ha rappresentato il 13 per cento delle emissioni agricole (725 milioni di tonnellate di CO2  eq) nel 2011, la fonte di emissioni agricole in più rapido aumento del settore: più 37 per cento dal 2001. I gas serra provenienti da processi biologici che producono metano nella coltivazione del riso incidono per il 10 per cento sul totale delle emissioni agricole, mentre gli incendi delle savane incidono per il 5 per cento.

Ripartizione per Paese. Secondo i dati della FAO, nel 2011, il 44 per cento dei gas serra di origine agricola è stato rilasciato in Asia, il 25 per cento nelle Americhe, il 15 per cento in Africa, il 12 per cento in Europa e il 4 per cento in Oceania. Questa ripartizione regionale si è mantenuta generalmente costate nell’ultimo decennio; nel 1990 tuttavia, la quota dell’Asia sul totale era inferiore (38 per cento) mentre quella europea era nettamente superiore (21 percento).

Utilizzazione energetica. I nuovi dati della FAO offrono inoltre una visione dettagliata delle emissioni da utilizzo di energia nel settore agricolo provenienti da fonti tradizionali di combustibile, includendo l’elettricità e i combustibili fossili utilizzati per muovere i macchinari agricoli, le pompe per l’irrigazione e le imbarcazioni per la pesca. Questo tipo di emissioni ha superato i 785 milioni di tonnellate di CO2  eq nel 2010, con un aumento del 75 per cento dal 1990.

Migliori risposte grazie a dati migliori. La messa a punto di piani di intervento richiede valutazioni dettagliate delle emissioni e delle opzioni di mitigazione. Per esempio la FAO sta già lavorando a valutazioni disaggregate della catena di approvvigionamento e analizzando l’efficacia degli interventi globali di mitigazione nel settore dell’ allevamento. “I nuovi dati della FAO rappresentano la fonte più completa, ad oggi, di informazioni sul contributo dell’agricoltura al riscaldamento globale” ha affermato Francesco Tubiello, della Divisione  Clima, Energia e Regimi Fondiari della FAO. “Fino ad oggi, la mancanza di informazioni dettagliate ha reso estremamente difficile per scienziati e decisori politici prendere delle decisioni strategiche su come rispondere ai cambiamenti climatici e ha ostacolato gli sforzi per mitigare le emissioni del settore agricolo”. “I dati delle emissioni delle attività AFOLU rendono più facile per i paesi membri identificare opzioni di mitigazione e permettono ai loro agricoltori di prendere decisioni climaticamente intelligenti in modo più rapido e mirato. Ciò rende i contadini più resilienti ai cambiamenti climatici e migliora la loro sicurezza alimentare. Ciò permette, inoltre, ai paesi di avere accesso a fondi internazionali per i cambiamenti climatici e di raggiungere i loro obiettivi di sviluppo rurale. Notiamo tra l’altro che il rafforzamento delle capacità su questi temi raccoglie un grande interesse a livello di paese e noi stiamo rispondendo a tali richieste con attività a livello regionale e nazionale in tutto il mondo” ha aggiunto Tubiello.

Il contributo al rapporto dell’IPCC. Lanciato nel 2012, il database FAOSTAT sulle emissioni è stato per la prima volta una fonte chiave per l’analisi dei dati delle emissioni di gas serra dall’agricoltura, dal settore forestale e da altri usi della terra per la quinta edizione dell’IPCC Assessment Report, che è al momento in via di finalizzazione. I dati verranno aggiornati annualmente. Il database FAOSTAT sulle emissioni e’stato reso possibile grazie al sostegno finanziario dei governi di Germania e Norvegia.

(Fonte: Anarf)

Protocollo di Kyoto, l’Italia centra l’obiettivo

gas serraIl rapporto “Dossier Kyoto 2013” realizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha evidenziato come, nel periodo 2008 – 2012, l’Italia sia arrivata ad una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra di circa il 7%, di fronte ad un impegno di abbattimento previsto dal Protocollo di Kyoto del 6,5% rispetto ai livelli del 1990.

Quindici anni fa, l’inizio. Il “Dossier Kyoto 2013”, che monitora i consumi di energia dei Paesi aderenti al Trattato, come rende noto http://www.gogreen.virigilio.it, è arrivato dopo un percorso non privo di difficoltà: “Quindici anni fa, quando fu firmato il Protocollo di Kyoto – ha osservato il presidente della Fondazione, Edo Ronchi – in Italia c’era una forte divisione fra chi sosteneva che non fosse necessario e avrebbe comportato solo costi rilevanti e chi riteneva che fosse necessario ridurre le emissioni di gas serra e che questo impegno avrebbe prodotto opportunità largamente prevalenti e non solo ambientali. Facendo oggi un bilancio si può dire che le analisi del partito del ‘Protocollo, costo elevato non necessario’, erano completamente sbagliate sia dal punto dal vista economico (si è raggiunto l’obiettivo senza costi insostenibili), sia ambientale (i gas serra, ormai sono tutti d’accordo, sono alla base della grave crisi climatica).»

A livello mondiale, però, emissioni cresciute di oltre il 35%. Il tempo, come confermano oggi i numeri, ha dato ragione a coloro che hanno investito nel cambiamento: l’anno scorso in Italia sono state prodotte circa 465/470 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente (MtCO2eq), oltre 20 milioni in meno rispetto al 2011. Estendendo però lo sguardo oltre i nostri confini, gli esperti ritengono la conclusione della fase vincolante del Protocollo di Kyoto un successo solo parziale. Sebbene i paesi coinvolti siano riusciti a rispettare i piani di riduzione, va specificato come a livello planetario le emissioni siano cresciute di oltre il 35%, complice la tumultuosa avanzata di paesi come la Cina. Ciò fa sì che il Protocollo di Kyoto sia ormai definito da una buona parte di tecnici ed ambientalisti uno strumento inadeguato rispetto all’obiettivo principale della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’Onu, la stabilizzazione delle concentrazioni in atmosfera di gas serra a livelli non pericolosi.

Roadmap 2050. “La popolazione mondiale attende quindi un accordo globale sul clima. Fino ad allora, con il Protocollo ormai in fase di dismissione, l’Italia, suggerisce il report della Fondazione, potrebbe iniziare a guardare agli impegni che verranno, a cominciare da quelli fissati dall’Europa al 2020. In conclusione, sottolineano gli esperti, per incrementare il proprio contributo alla lotta ai cambiamenti climatici e diventare protagonista della crescita della green economy in Europa e nel mondo, l’Italia dovrà allinearsi alle indicazioni della Roadmap 2050 presentata dalla Commissione europea”.

(Fonte: SEP Padova Fiere)

Ambiente, Europa in linea con il taglio delle emissioni. L’Italia no.

Nell’Unione Europea le emissioni di gas a effetto serra nel 2011 sono calate del 2,5% rispetto ai dodici mesi precedenti. Il dato è stato comunicato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea, European environment agency), che nei giorni scorsi ha pubblicato due distinti report sulla materia, uno dedicato alle previsioni di consuntivo dello scorso anno, l’altro alla situazione dei singoli Paesi e al quadro stimato per il 2012.

Normativa europea “20-20-20”. La maggior parte dei Paesi dell’Unione risulta così in linea con gli obiettivi di Kyoto e il Vecchio continente, nel suo insieme, è sulla strada giusta per centrare gli obiettivi previsti dalla normativa europea “20-20-20”, quella che ha messo in pratica i buoni propositi del protocollo: abbattere del 20% le emissioni entro il 2020 rispetto ai dati del 1990. Siamo infatti arrivati a 16,5% considerando anche il settore dell’aviazione, senza il quale ci attestiamo a -17,5%. Anche senza misure aggiuntive rispetto a quelle già messe in atto nei vari Paesi, osserva l’Agenzia, l’Europa dovrebbe farcela. Inoltre, l’Eea osserva come, contrariamente a quanto si sostiene da tempo, la riduzione delle emissioni non sembra collegata esclusivamente alla crisi economica, o perlomeno non è così considerando il complesso dell’Europa: a fronte del decremento del 2,5% della CO2, infatti, l’economia europea è cresciuta dell’1,5%.

Luci e ombre tra i 27 Stati Membri. Ci sono però un paio di elementi che ridimensionano, pur se in piccola parte, la portata del successo. Primo: l’inverno mite del 2011 ha avuto un ruolo chiave nel taglio delle emissioni, facendo calare rispetto al 2010 la richiesta di combustibili fossili per il riscaldamento. Il secondo piccolo “neo” è che non tutti i Paesi si sono comportati bene e in alcuni casi, anzi, il livello di produzione di CO2 è aumentato. Chi tra il 2010 e il 2011 ha percorso più strada in avanti possiede tutto sommato quote abbastanza modeste nel conteggio complessivo: si tratta di Cipro (-13%), Belgio, Finlandia e Danimarca (-8%). In termini assoluti, chi ha ridotto maggiormente le emissioni è la Gran Bretagna (36 milioni in meno di tonnellate equivalenti di CO2, corrispondenti a un -6%); seguono la Francia (24 milioni di tonnellate in meno, -5%) e la Germania (17 milioni, -1,8%). Tuttavia in Europa ci sono nove Paesi che hanno percorso la strada in senso opposto aumentando le proprie emissioni: tra questi, la Bulgaria che ha registrato un incremento dell’11%, la Lituania (quasi +3%) e la Romania (+2%).

Italia bacchettata. Per quanto riguarda l’Italia, invece, il giudizio dell’Eea purtroppo non è lusinghiero. Dopo un biennio di crescita delle proprie emissioni (+2% tra 2009 e 2010), il nostro Paese è tornato a ridurle, ma in percentuale più modesta rispetto alla media europea (-1,5%, secondo le stime nazionali, circa otto milioni di tonnellate in meno di gas climalteranti). Ma questo non basta ad allinearci agli obiettivi, secondo i quali avremmo dovuto arrivare all’appuntamento con un taglio di almeno 11 milioni ulteriori. Considerando anche il settore agricolo e gli sforzi del Governo, che intende avvalersi dei meccanismi flessibili di Kyoto, il gap si riduce ma resta comunque troppo alto. L’Italia non rispetterà quindi il numero di quote di emissioni assegnate per il 2011 e al momento, come ammonisce l’Eea, non ha nemmeno comunicato come intende acquistare gli ulteriori crediti necessari.

(Fonte: Veneto Agricoltura Europa)

 

 

Ghiacciai altoatesini ridotti del 30% tra il 1983 e il 2006

La superificie coperta da ghiacciai in Alto Adige si e’ ridotta di oltre il 30 per cento tra il 1983 ed il 2006. Il dato e’ rilevato dal catasto dei ghiacciai, presentato alla riunione estiva del Comitato glaciologico italiano tenutasi nei giorni scorsi a Bolzano. Rispetto al massimo avanzamento del XIX secolo si stima che le aree ricoperte dal ghiaccio si siano ridotte del 66,2 per cento. Attualmente i ghiacciai coprono poco piu’ dell’1,2 per cento della superficie altoatesina.

(fonte Ansa)