Il giornale dell’Università di Padova, Il Bo Live, ha cercato di quantificare quanta CO2 si può ancora emettere nell’atmosfera prima di raggiungere il fatidico aumento di 1,5° C di temperatura rispetto all’era preindustriale. Ebbene, abbiamo il 66% di possibilità di raggiungere l’obiettivo massimo (aumento di 1,5 °C) se le emissioni ulteriori di CO2 non superano le 320 Gt (miliardi di tonnellate). Nel 2018, i miliardi di tonnellate di CO2 emessi sono stati 42 e, se continuassimo così, già nel 2026 avremmo raggiunto quota 320. Le possibilità si riducono al 50% se le emissioni ulteriori raggiungeranno le 480 Gt e scendono al 33% se le emissioni toccheranno le 740 Gt.
Ondata di caldo record. Nel sopra citato calcolo non sono stati, però, compresi gli effetti degli incendi che stanno devastando circa tre milioni di ettari di foresta in Siberia – un’area più grande della Sicilia -, nella regione della Jacuzia (dato rilasciato dalla Russia Federal Forestry Agency). Il fuoco divampato sta bruciando alberi e torba, quest’ultima contenente diversi tipi di materiale organico, come ad esempio carcasse di animali o insetti, non totalmente decomposto, per cui estremamente ricco di carbonio. La causa degli incendi, per quanto riguarda le regioni siberiane, sembra dovuta a fattori naturali. Le condizioni insolitamente calde e secche in alcune parti dell’emisfero settentrionale hanno infatti favorito gli incendi che si sono sviluppati nel circolo polare Artico. Il sistema di monitoraggio dell’atmosfera Copernico all’11 luglio scorso aveva segnalato più di 100 incendi intensi e di lunga durata. La Siberia però non è stato l’unico luogo colpito. Anche in Alaska sono stati registrati da inizio anno più di 400 incendi, con temperature che hanno raggiunto, il 4 luglio scorso, i 32 °C. Ondata di caldo record che è presente in tutta Europa e che ha visto, il 25 luglio, raggiungere temperature superiori ai 40° C in Belgio, Germania, Lussemburgo e Olanda. A Parigi inoltre si sono raggiunti i 42.6 °C, cioè la temperatura massima raggiunta nella capitale francese dal quando è attiva la stazione meteorologica (1869, il record precedente era di 40.4 °C).
Temperature medie già aumentate di 1,1°C. Uno degli aspetti principali del cambiamento climatico è l’innalzamento delle temperature. Quest’innalzamento però non è costante in tutto il globo, bensì più evidente ai poli. Le temperature medie sono già aumentate di 1,1 °C rispetto all’epoca preindustriale e la situazione non si sta certo arrestando. Facendo degli esempi riferiti solamente ad un breve periodo (luglio 2019), in questo mese la stazione situata a 900 km dal Polo Nord ha misurato una temperatura di 16 °C, mentre in Groenlandia, e più precisamente a Qaarsut, la stazione meteo ha registrato 20.6 °C il 30 luglio scorso. Le alte temperature alle alte latitudini sono quindi un campanello d’allarme da non sottovalutare. Più aumenta la temperatura infatti e più alto è il rischio che si inneschi un effetto retroattivo. In gergo tecnico questo si chiama feedback positivo, cioè un processo che è in grado di amplificare gli effetti di una forzante climatica.
Rilascio di metano. Facendo l’esempio dei ghiacciai polari, lo scioglimento del permafrost, cioè di quel terreno ghiacciato al cui interno ci sono sedimenti congelati dei fondali marini, rimasti indisturbati dall’ultima era glaciale, causerebbe un rilascio di enormi masse di metano, un gas estremamente “riscaldante” che avrebbe un grande feedback positivo sul clima (è bene in questo caso non lasciarsi distrarre dal termine “positivo”, gli effetti com’è ovvio che sia, sarebbero decisamente negativi per il nostro pianeta e di conseguenza anche per l’uomo).
Fonte: Il Bo Live, il giornale dell’Università di Padova, autore Antonio Massariolo
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