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Segnata una pietra miliare per la comunità veterinaria con la missione in Antartide dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie a caccia di influenza aviaria (che non c’è). In Italia, però, scoperti altri due nuovi focolai nel Veronese

 

Fra ottobre e novembre 2024 l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha svolto una storica missione fra i ghiacci dell’Antartide alla ricerca dell’influenza aviaria, con l’obiettivo di verificare la presenza del virus H5N1 fra le popolazioni di pinguini e contrastare questa minaccia globale anche nelle aree più remote del pianeta. La missione è stata promossa dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), l’ente che si occupa della programmazione operativa e della gestione tecnico-logistica delle attività di ricerca italiane nel continente antartico, che ha richiesto all’IZSVe di verificare l’eventuale presenza del virus fra le colonie di pinguini situate nel raggio operativo della Stazione “Mario Zucchelli”, una delle due basi italiane in Antartide, al fine di dotare il personale di istruzioni operative e dispositivi di sicurezza mirati alla riduzione del rischio zoonotico da H5N1.

Obiettivo: comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente artico

A volare tra i ghiacci sono stati Francesco Bonfante e Alessio Bortolami, virologi veterinari della SCS6 – Virologia speciale e sperimentazione che, una volta concluso l’indispensabile addestramento, sono partiti per una missione assolutamente unica, cogliendo questa occasione per meglio comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente antartico. Nel 2022, infatti, l’influenza aviaria si era spinta per la prima volta fino alle coste più meridionali del Sudamerica causando episodi di mortalità di massa in numerose specie di uccelli, oltre a decimare intere colonie di leoni ed elefanti marini. Il virus H5N1 è stato ritrovato in pinguini della Georgia del Sud, un gruppo di isole prossime al continente antartico, e nel febbraio 2024 è entrato definitivamente nel continente antartico, nelle vicinanze della stazione di ricerca argentina “Primavera Base”.

Al momento, pericolo scongiurato

“L’ingresso dell’influenza aviaria nel continente pone nuove sfide per il personale scientifico e logistico che opera nelle stazioni antartiche – sottolinea Francesco Bonfante – Fortunatamente non abbiamo trovato traccia del virus in questo angolo di Antartide e questa è un’ottima notizia per il personale impegnato nelle missioni in Antartide e per la fauna che vive in questi luoghi remoti. Ciò non significa che in un futuro, anche non troppo lontano, la malattia non possa raggiungere il Mare di Ross attraverso la migrazione di gabbiani e altre specie di volatili, formidabili vettori in grado di coprire migliaia di chilometri. Dal punto di vista scientifico – aggiunge Bonfante – la missione rappresenta una pietra miliare per gli istituti zooprofilattici e più in generale per la comunità veterinaria, in quanto per la prima volta in una stazione antartica è stato possibile non solo raccogliere ma anche analizzare sia sieri che tamponi di pinguini e formulare così una valutazione sulla circolazione del virus, in tempo reale, senza ricorrere all’aiuto di laboratori specializzati al di fuori dell’Antartide.”

Come si è svolto lo studio

Dotati di PCR portatile da campo, reagenti liofilizzati, guanti da lavoro termici, giacche a vento e scarponi da ghiaccio, i due ricercatori sono partiti a fine ottobre alla volta dell’estremo Sud, passando per la Nuova Zelanda. La loro nuova casa per due settimane è stata la stazione situata in una piccola penisola rocciosa lungo la costa della Terra Vittoria settentrionale, sul Mare di Ross. Oltre ai nostri colleghi nella base c’erano circa altre 80 persone fra ricercatori, tecnici e personale di supporto. Ogni due giorni i ricercatori, affiancati da una guida alpina, hanno raggiunto in elicottero le colonie di pinguini, forniti di una sacca di sopravvivenza di 25 Kg, dotata di tenda, sacco a pelo e generi di conforto, da utilizzare in caso le condizioni meteo avverse impedissero il rientro alla base. Lo studio ha riguardato i pinguini di Adelia e i pinguini Imperatore, animali che vivono in colonie di dimensioni molto diverse che contano da poche migliaia fino a diverse centinaia di migliaia di individui. In sole due settimane, gli studiosi hanno raccolto e testato campioni da oltre 250 animali, appartenenti a 5 colonie diverse dislocate su una striscia di costa che si estende per oltre 400 km, dalla base Mario Zucchelli fino a Cape Adare, il promontorio in cui si trova la più grande colonia al mondo di pinguini di Adelia, composta da oltre 300mila animali e dove si trova il primo sito abitativo antartico, un insieme di capanne costruite nel 1899 dagli esploratori norvegesi capitanati da Carsten Borchgrevink.

Abbracciati i pinguini

Un’esperienza davvero impegnativa dal punto di vista fisico, anche per il contatto diretto con gli animali stessi, come racconta Alessio Bortolami: “Abbiamo dovuto letteralmente abbracciare i pinguini con le nostre mani per riuscire a contenerli ed effettuare i campionamenti, questo per ridurre al minimo lo stress della cattura e scongiurare qualsiasi rischio sia per noi che per loro. Nel caso degli imperatore, date le notevoli dimensioni di questi animali, 1 metro di altezza e fino a 30-40 kg di peso, è stata necessaria l’assistenza di ben due guide alpine per garantire un appropriato contenimento sul pack ghiacciato e a -20 °C. È stata un’esperienza decisamente diversa dalla nostra routine di veterinari del Servizio sanitario nazionale, ma siamo veramente orgogliosi di aver contribuito al raggiungimento degli obiettivi prefissati mettendo a disposizione le stesse expertise che ogni giorno ci permettono di garantire la salvaguardia del settore avicolo nazionale ed europeo”. Per ogni colonia, circa 50 animali sono stati sottoposti a prelievo di tamponi e sangue. Una volta rientrati in base, dopo una attenta pulizia di tute e attrezzatura in bagni di ipoclorito, i ricercatori si dedicavano alle analisi molecolari e sierologiche.

Questo risultato è stato reso possibile grazie ad una attenta valutazione del rischio da parte del capo spedizione Enea, Ing. Rocco Ascione, e da una pianificazione accurata dei voli da parte del personale dell’Aeronautica Militare, nonché grazie all’altissima professionalità del personale del corpo degli Alpini che ha accompagnato in ogni missione i ricercatori veterinari. Tutto questo sotto l’occhio attento della dott.ssa Carla Ubaldi, Environmental Officer dell’Enea presso la Mario Zucchelli, grazie alla quale è stato possibile minimizzare l’impatto ambientale ed ecologico della missione. A differenza di altri gruppi di ricerca internazionali che sino ad ora si sono limitati a raccogliere i campioni e inviarli ai laboratori in patria per eseguire le analisi, la missione IZSVe si caratterizza non solo per aver testato tutto il materiale raccolto durante la permanenza dei ricercatori in Antartide, ma per aver formato il personale della base italiana all’esecuzione delle metodiche molecolari e sierologiche necessarie per monitorare la circolazione del virus. La fase di training ha raggiunto ottimi risultati, in quanto in assenza dei veterinari dell’IZSVe, la dott.ssa Carla Ubaldi ha condotto con successo indagini analitiche sui campioni di pinguini raccolti presso Inexpressible Island, un sito strategico per diverse ricerche del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra) ma raggiungibile solo in condizioni meteo ottimali.

Una spedizione dal grande valore scientifico

“Non credevo che saremmo riusciti a testare questa colonia senza l’aiuto di Francesco ed Alessio – confida Carla Ubaldi –, le condizioni meteo non avevano permesso di raggiungere l’isola durante la loro permanenza, ma grazie ai loro consigli, al loro supporto remoto via internet e al materiale messo a disposizione dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ci siamo riusciti, non era assolutamente scontato”. “Come i virus, anche la ricerca scientifica non conosce confini – ha dichiarato Antonia Ricci, Direttrice generale dell’IZSVe – Siamo andati fino in Antartide per cercare l’influenza aviaria, abbiamo aperto un mini-laboratorio e svolto analisi sul campo in tempi record: un risultato straordinario! Questa spedizione dal grande valore scientifico, assume un significato importantissimo anche nel quadro della strategia globale di prevenzione One Health, soprattutto in termini di lavoro di squadra, grazie alle grandissime competenze scientifiche maturate dal nostro Istituto nel corso degli anni e al grande sforzo di preparazione e organizzazione messo in campo dallo staff tecnico-amministrativo. Un’esperienza eccezionale per i nostri ricercatori e per tutto l’Istituto, che ancora una volta ci riempie di soddisfazione e orgoglio”. Al momento non sono previste nuove missioni alla stazione Mario Zucchelli, molto dipenderà dall’evoluzione della malattia, dalla disponibilità di fondi e da altre variabili di tipo logistico. Sicuramente il virus H5N1 (clade 2.3.4.4b) non sembra trovare argini alla sua espansione geografica. La tutela dell’habitat antartico e il monitoraggio del virus nella fauna selvatica richiederà uno sforzo continuativo e coordinato a livello internazionale, l’Italia però ha cominciato con il piede giusto.

Intanto, in Italia e in particolare in Veneto, scoperti nei giorni scorsi due nuovi focolai di influenza aviaria nel Veronese

Si tratta di un allevamento di tacchini da carne a Sona e uno di galline ovaiole a Isola della Scala, che portano il totale dei casi, da ottobre, a 55, con il Veneto che allunga il passo rispetto alla Lombardia. “Questi nuovi focolai ci indicano che l’infezione, purtroppo, si sta spostando verso Est – sottolinea Diego Zoccante, presidente degli avicoltori di Confagricoltura Verona -. E questo ci preoccupa, perché, oltre a non arrestarsi, il virus potrebbe diffondersi ulteriormente, nonostante le misure di biosicurezza adottate. D’altra parte la presenza degli uccelli selvatici, in questo periodo, è molto alta, e perciò facilita la propagazione della malattia negli allevamenti. La buona notizia è che a Roma, in un incontro di pochi giorni fa con il Ministero, è emersa un’apertura nei confronti del vaccino da adottare principalmente per le galline ovaiole e poi per i tacchini. Non è l’unica arma che dovremo utilizzare per difenderci, ma sarà un passo in avanti per provare ad uscire da questa situazione, che a ogni autunno causa danni enormi alle aziende agricole” (oltre a uccidere migliaia di galline e tacchini, ndr).

Fonte: servizi stampa IZSVe/Confagricoltura Verona

 

Influenza aviaria, allo studio test specifici per i bovini e il latte crudo

bovini al pascolo

A seguito della diffusione del virus influenzale H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) negli allevamenti degli Stati Uniti, gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali delle Venezie (IZSVe) e della Lombardia ed Emilia-Romagna (IZSLER), in accordo con il Ministero della Salute, si sono resi disponibili ad organizzare test sperimentali su bovini e latte crudo allo scopo di produrre dati scientifici utili ad una valutazione del rischio e per una precisa diagnosi, qualora dovessero presentarsi eventuali riscontri sul territorio nazionale di casi analoghi a quelli statunitensi. Questi studi mirano ad ampliare il quadro delle conoscenze scientifiche attualmente a disposizione e a fornire una risposta efficace e tempestiva in caso di rischio sanitario, attraverso metodi di laboratorio validati.

Allo stato attuale non vi è alcuna evidenza di infezione, neanche pregressa, nella popolazione bovina in Europa. La circolazione del virus H5N1 nelle vacche da latte ad oggi è stata segnalata solo negli Stati Uniti. Occorre, inoltre, ribadire come, sulla base delle informazioni fin qui raccolte, l’Oms continui a ritenere basso il rischio attuale per la popolazione umana rappresentato dal virus H5N1 e da basso a moderato il rischio per le persone che possono essere esposte ad animali infetti, come allevatori, veterinari e operatori del settore.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

Focolaio di influenza aviaria in un allevamento di tacchini nel Padovano, rafforzati i controlli nel pollame e la sorveglianza nelle specie selvatiche

influenza-aviaria-autorita-europee-raccomandano-maggiore-protezione-dagli-uccelli-selvaticiL’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) continua ad essere una seria minaccia per la sanità pubblica e la sostenibilità dell’industria avicola a livello globale. Il Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha confermato lo scorso 20 febbraio una positività da virus H5N1 HPAI in un allevamento di circa 39.000 tacchini da carne nel comune di Piove di Sacco, in provincia di Padova. Le autorità sanitarie, a seguito della convocazione dell’Unità di Crisi Regionale, hanno immediatamente disposto le azioni di gestione del focolaio e il monitoraggio negli allevamenti avicoli siti nelle zone di restrizione.

Si tratta di un evento molto particolare in questo periodo in Italia, anche se gli esperti considerano elevato il livello di rischio per gli allevamenti almeno fino a metà marzo. La vicinanza geografica degli allevamenti avicoli alle zone umide della Laguna veneta, maggiormente frequentate da uccelli acquatici, impone di rafforzare l’applicazione delle misure di biosicurezza nel pollame e la sorveglianza nei volatili domestici e selvatici.

Cambiano le specie coinvolte, aumentano i genotipi virali. “In Europa si è osservato un cambiamento delle specie di uccelli selvatici coinvolte e una maggiore diversificazione genetica del virus H5N1 – dichiara Calogero Terregino, direttore del Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria presso l’IZSVe – mentre in Italia quest’anno il numero di soggetti positivi tra gli anatidi è stato inferiore rispetto agli anni precedenti, nonostante l’epidemia di HPAI in Europa nel biennio 2022-2023 abbia nel complesso superato l’anno epidemiologico precedente. Gli esatti motivi non sono ancora del tutto chiari ma è probabile che molte specie aviarie stiano acquisendo una graduale resistenza verso i virus HPAI, il che rende la loro circolazione ancora più subdola e difficile da intercettare se non con un grande sforzo di campionamento”. Tra le novità di questa ultima stagione invernale, in Europa si è assistito a un cambiamento delle specie più coinvolte dall’infezione dei virus HPAI. Se da un lato c’è stato un drastico crollo dei casi identificati nei gabbiani e nelle sterne, che lo scorso inverno erano stati decimati dal virus, altre specie sono state Invece pesantemente colpite, come nel caso delle gru cenerine, morte a migliaia in tutta Europa.

Sul fronte virale è stato osservato un forte calo dei rilevamenti del genotipo H5N1 denominato BB, che ha circolato ampiamente in Europa negli uccelli marini durante i mesi estivi. Da ottobre 2023 invece è aumentato il numero di altri genotipi in circolazione, molti dei quali non erano mai stati rilevati in Europa. Il cambiamento nella prevalenza dei genotipi individuati e l’aumento della loro diversità, probabilmente è dovuto alla diminuzione del numero di casi nei gabbiani e all’aumento della prevalenza nelle anatre e in altre specie di uccelli selvatici.

Altra novità rispetto agli anni precedenti è l’aumento ritardato del numero di positività ai virus HPAI negli uccelli acquatici, probabilmente a causa di un inizio più tardivo della migrazione invernale di diverse specie di uccelli selvatici per le alte temperature registrate in autunno; ad esempio, la migrazione autunnale del fischione nei Paesi Bassi ha raggiunto il suo picco circa 2-3 settimane più tardi nel 2023 rispetto ai tre anni precedenti. Negli anni precedenti questo aumento era già stato osservato all’inizio di ottobre, mentre quest’anno si è verificato solo a partire da novembre.

Tra le specie più pericolose per la diffusione dei virus HPAI ritroviamo sempre le anatre selvatiche (germani, alzavole, fischioni, codoni, mestoloni, canapiglie). Queste specie sono in grado di trasportare virus anche molto patogeni per il pollame senza manifestare sintomatologia. Per questo motivo la cosiddetta sorveglianza attiva, ossia quella rivolta sugli animali apparentemente sani, è fondamentale per identificare il virus.

Collaborazione con le associazioni venatorie e i Centri di recupero della fauna selvatica. Negli ultimi due anni i laboratori di virologia di Padova e Verona dell’IZSVe hanno svolto un’intensa attività di sorveglianza negli uccelli selvatici per acquisire informazioni essenziali sulla diffusione dei virus HPAI. Ancora Terregino: “Tra le armi di cui disponiamo per combattere l’influenza aviaria c’è sicuramente la sorveglianza negli uccelli selvatici, in particolare degli uccelli acquatici migratori, perché ci permette di intercettare precocemente la presenza del virus in un determinato territorio e di prendere le appropriate misure di prevenzione. La sorveglianza nei selvatici è importante anche per ampliare le nostre conoscenze sulla dinamica di diffusione di questi virus, capaci di adattarsi facilmente a nuove specie attraverso le quali possono colonizzare nuovi territori.” Per le attività di sorveglianza sono state coinvolte le associazioni venatorie, i singoli cacciatori, le valli da pesca della Laguna Veneta i Centri di recupero della fauna selvatica (CRAS). La collaborazione con queste realtà si è rivelata molto preziosa ai fini dell’individuazione precoce della circolazione di virus influenzali aviari HPAI nell’avifauna selvatica su tutto il territorio. Le associazioni venatorie e i singoli cacciatori hanno messo a disposizione i carnieri per cercare il virus che gli uccelli cacciati possono albergare al loro interno o trasportare sul piumaggio. In Veneto, gli animali conferiti tra ottobre 2022 e febbraio 2024 sono stati 2.809, dalle province di Verona, Padova, Rovigo e Venezia. Sono stati eseguiti 3.229 esami, con una positività del 2,3%. Sono state inoltre coinvolte le valli da pesca della Laguna Veneta che rappresentano delle ottime aree di svernamento per molti volatili selvatici. Qui, con la collaborazione dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), sono state installate delle gabbie utilizzate per catturare e poi rilasciare gli uccelli acquatici dopo essere stati inanellati, al fine di studiare i loro spostamenti durante le migrazioni. Anche da questi soggetti si prelevano campioni (tamponi) per ricercare i virus influenzali. Grazie anche al contributo dei Centri di recupero della fauna selvatica, sono stati identificati alcuni casi di infezione da virus HPAI in Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna in queste specie. Su 1.992 campioni analizzati, è risultato positivo il 2,36%, valore che conferma quanto osservato negli animali cacciati.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

Influenza aviaria H5N1/HPAI in un allevamento di visoni in Spagna ad alta patogenicità, nessun pericolo per l’uomo ma alta la soglia di attenzione

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I ricercatori del Laboratorio di referenza europeo per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, in collaborazione con i colleghi del Laboratorio di referenza nazionale per l’influenza aviaria spagnolo di Madrid (Spagna) e le autorità sanitarie spagnole, hanno identificato un virus influenzale aviario H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) in un allevamento di visoni da pelliccia nel nord ovest della Spagna. I risultati delle indagini epidemiologiche, cliniche e genetiche sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Eurosurveillance. I fatti risalgono ad ottobre 2022, quando a seguito di un aumento improvviso della mortalità registrato in un allevamento di visoni, alcuni campioni prelevati da animali sintomatici sono stati inviati ai laboratori spagnoli per gli accertamenti analitici. Le analisi hanno permesso di rilevare la presenza del virus H5N1/HPAI.

Al momento è ignoto il meccanismo di introduzione e diffusione del virus in azienda. Tuttavia, considerate le mortalità riscontrate nei volatili selvatici marini nelle settimane precedenti nella stessa regione, causate dal virus H5N1/HPAI, i ricercatori ipotizzano che il virus sia stato introdotto dagli uccelli selvatici. Restano da approfondire i meccanismi di diffusione del virus in azienda e le modalità di trasmissione tra i visoni. Ulteriori studi sono in corso per caratterizzare la virulenza e la trasmissibilità del virus.

Le analisi genetiche hanno consentito di stabilire che il virus appartiene ad un gruppo virale ben conosciuto, responsabile della grave epidemia di influenza aviaria in atto da oltre due anni nei volatili domestici e selvatici in Europa e nel mondo. Sebbene il virus identificato nei visoni si distingua dai ceppi finora descritti nei volatili europei per alcune mutazioni presenti nel suo genoma, si sottolinea che nessuna delle mutazioni rilevate è fra quelle note per rendere un virus H5N1/HPAI trasmissibile efficacemente da uomo a uomo. Gli autori hanno inoltre evidenziato che nessun caso di infezione è stato riscontrato dalle indagini diagnostiche specifiche effettuate dalle autorità sanitarie spagnole negli operatori dell’azienda potenzialmente esposti.

La suscettibilità dei visoni all’infezione con i virus influenzali tipo A umani ed aviari è già stata documentata in diversi studi precedenti. Tuttavia, il caso descritto ricorda l’importanza di implementare adeguati piani di sorveglianza per i virus influenzali in questo settore produttivo e l’assoluta necessità di rafforzare le misure di biosicurezza per prevenire il contatto con i volatili selvatici ed evitare il verificarsi di eventi di trasmissione di virus influenzali dal visone all’uomo e viceversa. “Questo evento ci ricorda che il virus influenzale aviario ad alta patogenicità H5N1 non è un problema solo dei volatili – sottolinea Isabella Monne, veterinario del Laboratorio di referenza europeo per l’influenza aviaria presso l’IZSVe e coautrice dello studio – È in atto un’emergenza epidemica globale, senza precedenti, che non sconvolge solo la produzione avicola ma che sta colpendo gravemente molte specie di volatili selvatici e sporadicamente anche di mammiferi selvatici, minacciando gravemente la biodiversità del nostro pianeta. La continua circolazione del virus nella popolazione selvatica e le mortalità massive causate dal diffondersi dell’infezione in alcune specie rischia di sbilanciare ulteriormente gli ecosistemi con conseguenze ignote anche sulle dinamiche evolutive del virus. Anche questa emergenza va affrontata con un approccio One Health, globale e multidisciplinare, con la massima attenzione e prontezza, come abbiamo cominciato a capire grazie alla lezione della pandemia da Covid-19. Un virus influenzale capace di causare lospillover nei mammiferi va fermato prima di diventare un problema per la sanità pubblica”.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

Influenza aviaria, Sars-CoV-2 e West Nile: la ricerca scientifica riparte dalle emergenze sanitarie, ma ha bisogno di finanziamenti

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La ricerca scientifica riparte dalle emergenze sanitarie che hanno segnato il 2022: influenza aviaria, Sars-CoV-2 e West Nile. Il nuovo anno si preannuncia ricco di sfide scientifiche per l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, che ieri ha presentato i nuovi progetti di ricerca in partenza nel 2023, in presenza del direttore generale Antonia Ricci, del direttore sanitario Gioia Capelli, del direttore del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria Calogero Terregino e della ricercatrice del Laboratorio di genomica e trascrittomica virale Alice Fusaro (nella foto in alto, un momento dell’incontro stampa).

Le attività di ricerca si concentreranno su settori specifici che hanno come obiettivo generale il contrasto alle malattie infettive e i rischi emergenti. “La pandemia di Covid-19, l’influenza aviaria e la West Nile ci hanno insegnato che il contrasto alle malattie infettive è possibile solo con un approccio integrato One HealthIl nostro ruolo come IZSVe è di preservare questo delicatissimo equilibrio fra uomo, animali e ambiente, che rappresenta una sfida scientifica di grandissimo valore per i nostri ricercatori, ma che andrebbe adeguatamente finanziata da parte delle istituzioni, ben oltre lo 0,32% stanziato coi fondi del Piano Complementare al PNRR. La sanità pubblica veterinaria italiana è un’eccellenza del sistema sanitario nazionale che merita di essere riconosciuta e sostenuta, non solo per la lotta alle malattie infettive che hanno un impatto diretto sull’uomo, ma anche per il fondamentale ruolo di tutela della salute animale e della sicurezza alimentare”, ha detto il dg Antonia Ricci.

L’ondata di influenza aviaria ad alta patogenicità che ha investito l’Europa a partire dall’autunno del 2020 costituisce una priorità sanitaria per tutto il continente e una sfida scientifica senza precedenti, soprattutto per le implicazioni sulla filiera avicola e la fauna selvatica e per i rischi associati al potenziale zoonotico del virus. È questa la motivazione alla base di Kappa-Flu, il progetto di ricerca internazionale finanziato dalla Commissione europea per 7 milioni di euro, della durata di quattro anni, che coinvolge sette partner fra cui l’IZSVe. Coordinato dall’Istituto Friederich-Loeffler (Germania), insieme all’Erasmus University Medical Center (Paesi Bassi), KAPPA-FLU nasce sulle orme del progetto europeo Horizon 2020 Deltaflu, che ha coinvolto anche IZSVe e si è concluso lo scorso novembre. Del precedente progetto, Kappa-blu mantiene il focus sull’influenza aviaria e l’organizzazione del consorzio scientifico ma si sviluppa su obiettivi diversi volti a comprendere i cambiamenti epidemiologici, ecologici e patogenetici che caratterizzano l’epidemia H5 HPAI che da più di due anni affligge il settore avicolo e la popolazione selvatica aviaria europei. Il progetto è concepito con uno spirito pragmatico in linea con le strategie “Farm to Fork” della Commissione europea, che puntano a sviluppare sistemi di prevenzione e controllo delle malattie degli animali efficaci e sostenibili nel tutelare contemporaneamente la sicurezza alimentare, la filiera produttiva e la salute pubblica. Le attività dell’IZSVe riguardano tre filoni di ricerca: comprendere le dinamiche ecologiche ed evolutive del virus, sviluppare una piattaforma di fenotipizzazione rapida, potenziare gli strumenti dell’epidemiologia predittiva.

Sorveglianza genetica varianti SARS-CoV-2. Prosegue l’attività di sorveglianza delle varianti di SARS-CoV-2, coordinata dall’Istituto superiore di sanità (Iss). I risultati degli ultimi mesi riportano che il 100% dei campioni analizzati appartiene alla variante Omicron, al cui interno si distinguono cinque lineage principali BA.1, BA.2, BA.3, BA.4 e BA.5 e diversi sublineage. L’ultima sorveglianza del 13 dicembre ha confermato che BA.5, con una frequenza dell’88,8%, continua ad essere il lineage prevalente nella regione Veneto. Tale prevalenza è in linea con quanto osservato in Italia e in Europa. Il lineage BA.2 è aumentato di 4 punti percentuali rispetto a novembre (6,3%) e ha raggiunto la prevalenza del 10,2%, mentre il lineage BA.4 risulta in calo, passando dal 3,4% all’1% nell’ultimo mese. Tra le varianti definite dall’Oms come “varianti da monitorare”, segnaliamo BQ.1*, raddoppiata nel corso dell’ultimo mese e ad oggi responsabile di più della metà (58%) delle infezioni nella nostra regione, e BA.2.75*, responsabile di circa l’8% delle infezioni e aumentata del 6% nell’ultimo mese. Il significativo incremento di tali varianti è probabilmente associato all’elevata capacità di evadere dalla risposta immunitaria acquisita sia dalla vaccinazione che da precedenti infezioni, anche recenti. La sorveglianza genetica mensile per valutare la prevalenza delle varianti a livello regionale e nazionale si affianca alle attività di sorveglianza settimanali che l’IZSVe svolge costantemente in collaborazione con la UOSD Genetica e Citogenetica – AULSS 3 Serenissima, la UOC Microbiologia – AOUI Verona e tutte le Microbiologie del Veneto. Tale monitoraggio è fondamentale per intercettare la comparsa, l’introduzione o la diffusione di nuovevarianti o di varianti attenzionate per la loro capacità di trasmettersi, di causare malattia o di evadere la risposta immunitaria, fornendo dati preziosi alla comunità scientifica per un rapido adeguamento delle misure di prevenzione da adottare. In questo contesto, la recente impennata di casi di SARS-CoV-2 in Cina rende cruciale il sequenziamento del virus identificato in soggetti provenienti dal territorio cinese al fine di individuare tempestivamente la possibile introduzione di nuove varianti.

West Nile Virus.  Nel 2022 si è sviluppato un vasto focolaio di West Nile in Veneto che ha provocato numerosi casi di malattia neuroinvasiva nell’uomo con alcuni decessi. Gli studi condotti dai ricercatori dell’IZSVe in questi mesi, in collaborazione con importanti centri di ricerca medica del Veneto, e pubblicati su importanti riviste scientifiche, hanno consentito di descrivere l’evoluzione temporale e geografica del vasto focolaio e di individuare il ceppo WNV-1 quale maggior responsabile delle forme neuroinvasive nell’uomo e della malattia nei volatili e nei cavalli. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata fin da subito su questo ceppo WNV-1, che è ricomparso nel 2021 dopo otto anni di assenza dal Nord-est e sembra oggi essersi stabilizzato in quest’area geografica. Il ceppo, diverso da quello introdotto per la prima volta nel 2008, rappresenta con ogni probabilità una nuova introduzione con uccelli migratori. Proprio in un recente articolo scientifico i ricercatori hanno confrontato i due diversi lineaggi di WNV presenti nell’uomo, uccelli e zanzare, avvalorando l’ipotesi che i pazienti umani e animali infetti da WNV-1 abbiano un maggior rischio di sviluppare malattia grave.  Per approfondire quali siano le cause dell’evento epidemico del 2022 e poterle contrastare in futuro, sono in corso diversi progetti di ricerca in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità (Iss) e il Dipartimento di medicina molecolare dell’Università di Padova, che comprendono infezioni sperimentali con i due lineaggi di WNV oggi circolanti in Veneto negli insetti vettori, in colture cellulari e in modelli innovativi come gli organoidi.

Rischio alimentare nei molluschi bivalvi: PLASTI@Risk e STOPTTXs.La molluschicoltura e l’acquacoltura rappresentano un settore chiave, sempre più strategico per il futuro alimentare del nostro pianeta. Garantire la sostenibilità e la sicurezza delle risorse ittiche è una sfida per tutta la sanità pubblica veterinaria. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie si è aggiudicato due progetti di ricerca finalizzata finanziati dal Ministero della Saluteper 900 mila euro sul pericolo conseguente all’ingestione di microplastiche e tetrodotossine attraverso il consumo di molluschi. La presenza di nuove specie di biotossine e la presenza nel mare di materiali di origine antropica come le micro e le nano-plastiche, impegnano i ricercatori nello sviluppare sistemi diagnostici per intercettare al loro sorgere i periodi di criticità dovuti a fioriture algali tossiche e per verificare effettivamente quanto i molluschi bivalvi siano esposti ad accumulare il materiale plastico. PLASTI@Risk mira a produrre una valutazione esaustiva del rischio microbiologico per la salute umana associato all’esposizione a microplastiche (MPs) ingerite attraverso il consumo di molluschi bivalvi filtratori, che permetterà l’individuazione di strategie di mitigazione del rischio. L’obiettivo principale di STOPTTXs è ridurre il rischio di contaminazione da tetrodotossine nei molluschi bivalvi vivi destinati al consumo umano. Le tetrodotossine (TTXs) sono potenti neurotossine che possono contaminare i molluschi bivalvi e l’ingestione di alimenti contaminati può causare gravi danni al sistema nervoso centrale.

Fonte: servizio comunicazione IZSVE

Influenza aviaria, nel 2021-2022 la più grande epidemia in Europa

integrazione-dati-epidemiologici-aviaria-2016-2017L’epidemia 2021–2022 di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) è la più grande finora mai osservata in Europa. A dirlo sono i dati contenuti nel report congiunto EFSA, ECDC e Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria dell’IZSVe: 2.467 focolai nel pollame, 48 milioni di uccelli abbattuti negli stabilimenti colpiti, 187 rilevamenti negli uccelli in cattività e 3.573 eventi HPAI negli uccelli selvatici. Anche l’estensione geografica dell’epidemia è senza precedenti: dalle isole Svalbard al Portogallo meridionale e ad est fino all’Ucraina, colpendo 37 paesi europei.

Solo negli ultimi tre mesi, tra giugno e settembre 2022, è stato segnalato in Europa un numero mai registrato prima di casi di infezione da virus ad alta patogenicità (HPAI) di influenza aviaria in volatili selvatici e domestici. Come riporta il comunicato ufficiale di EFSA:sono 788 casi di virus HPAI in 16 Paesi dell’UE/SEE e nel Regno Unito: 56, 22 e 710 rispettivamente nel pollame, nei volatili in cattività e in quelli selvatici. L’insolita persistenza negli uccelli selvatici si è protratta per tutta l’estate verificandosi in 15 Paesi europei. Il virus ha raggiunto le colonie di riproduzione di uccelli marini sulle coste atlantica settentrionale e del Mare del Nord, causando una massiccia mortalità, in particolare in Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito.”Contestualmente è stato pubblicato anche il report congiunto sui test per il rilevamento delle infezioni da virus dell’influenza zoonotica negli esseri umani e sulle misure di sicurezza sul lavoro per i lavoratori esposti. Il documento mira a fornire una guida su come identificare tempestivamente le infezioni umane trasmesse da virus influenzali animali, al fine di fornire un’allerta rapida e implementare le necessarie misure di prevenzione e controllo. Illustra inoltre gli obblighi dei datori di lavoro per la protezione dei lavoratori dall’infezione o in caso di focolai.

Rischio basso per l’uomo. “Nonostante la situazione eccezionale che si è verificata in Europa, al momento il rischio di spillover di un virus influenzale aviario dagli animali all’uomo è basso – dichiara Calogero Terregino, direttore del Laboratorio di referenza europeo per l’influenza aviaria presso l’IZSVe – “ma la situazione necessita di essere costantemente monitorata perché il virus è molto diffuso e può evolvere in senso negativo in ogni momento”. Infatti i virus zoonotici dell’influenza animale, principalmente aviaria e suina, possono trasmettersi dagli animali all’uomo e causare epidemie o addirittura pandemie, come è già successo in passato. Le persone più esposte ad eventi di spillover sono quelli in prima linea nei focolai: gli allevatori di specie sensibili ai virus influenzali, il personale negli zoo e nei macelli, nei laboratori, nelle strutture sanitarie e gli addetti alla gestione dei rifiuti zootecnici o alla conservazione della fauna selvatica.

Fonte: IZSVe

27 maggio 2022: dedicato alle epidemie del nostro tempo il focus del corso di formazione giornalisti organizzato da Argav in collaborazione con il Sindacato Giornalisti Veneto e l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie

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Venerdì 27 maggio p.v. alle ore 18.30 si terrà la serata mensile di approfondimento al circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (PD). Saranno ospiti gli esperti dell’Istituto Zooprofilatico Sperimentale delle Venezie, un centro di riferimento a livello internazionale per affrontare un tema di grande attualità, le epidemie del nostro tempo.

Programma. Dopo i saluti, gli interventi previsti sono: Isabella Monne, veterinaria, “L’evoluzione di Sars-cov-2: infinite possibilità?”, Calogero Terregino, veterinario, “Epidemia di influenza aviaria ad alta patogenicità in Italia”, Francesca Scolamacchia, veterinaria, “Peste suina africana: programmare la sorveglianza per gestire l’emergenza”. Vista la recente presenza della malattia anche in italia, non mancherà un “focus” sul vaiolo delle scimmie. Il corso è accreditato dall’ordine dei giornalisti, chi fosse interessato ad avere riconosciuti i crediti, deve iscriversi attraverso la piattaforma http://www.formazionegiornalisti.it, nella tipologia di ricerca organizzatore ente terzo formatore (Sindacato Giornalisti Veneto).

A seguire. Ore 20.30, avremo ospite Marco Bellavere, imprenditore s.p.a. – società prodotti alimentari, per presentare la nuova linea del Leon (2 tipi di biscotti, vino rosso, 7 tipi di birra, 5 tipi di spalmabili, grappa barricata).

Sostegno a carattere eccezionale dalla Commissione europea al settore avicolo italiano per i danni derivati dall’influenza aviaria

Lo scorso 18 luglio gli Stati membri dell’UE hanno concordato di fornire un sostegno extra ai produttori italiani di uova e pollame, colpiti dall’influenza aviaria nel 2017 e nel 2018 per un importo complessivo di 32,1 milioni di euro.

Tra il 1 ° ottobre 2017 e il 30 giugno 2018, sono stati confermati e notificati dall’Italia 45 focolai di influenza aviaria che hanno colpito anatre, tacchini, faraone, galli e galline. L’Italia ha adottato tutte le misure necessarie per controllare e monitorare la situazione e prevenire ulteriori epidemie, misure queste che hanno avuto un impatto su un gran numero di produttori di carni e di uova di pollame. Ciò ha comportato una perdita di produzione di uova da cova, uova da consumo, animali vivi e carne di pollame.

Il contributo a carattere eccezionale, fornito nell’ambito dell’Organizzazione Comune del Mercato della Politica agricola comune (Pac), darà sostegno ai produttori colpiti dai focolai che hanno subito perdite economiche ed ammonterà a 64,2 milioni di euro, essendo cofinanziato tra il bilancio dell’UE e quello italiano.

Fonte: Ag-press.eu

Influenza aviaria, quella del 2016-17 è stata la più vasta in Europa da un decennio a questa parte. Sviluppato da IZSVe nuovo approccio epidemiologico per l’eradicazione in tempo reale.

L’ondata epidemica di influenza aviaria del 2016-2017 è stata la più vasta degli ultimi dieci anni in Europa. Questa volta a colpire è stato il ceppo H5N8 ad alta patogenicità (HPAI), che ha causato più di 1.200 focolai negli allevamenti domestici, con mortalità e danni economici elevatissimi, e coinvolto migliaia di volatili selvatici.

L’Italia è stata fortemente coinvolta con 2,7 milioni di volatili interessati in 83 focolai di infezione, concentrati nelle regioni a più alta densità di popolazione avicola, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Rispetto al resto d’Europa, la situazione italiana ha presentato una caratteristica singolare. Infatti la dinamica di diffusione del virus è avvenuta in due ondate: la prima tra dicembre 2016 e maggio 2017, la seconda tra luglio e dicembre 2017, quest’ultima ben più violenta con 67 focolai (80% del totale). Si è trattato di un fenomeno molto complesso dal punto di vista sanitario che ha richiesto ingenti risorse economiche: solo in Italia le spese di eradicazione si sono aggirate intorno ai 40 milioni di euro. Uno dei problemi maggiori in casi come questo è la tempestività degli interventi per il contenimento dell’epidemia e la capacità di implementare una strategia di risposta rapida ed efficace.

Nuovo approccio. Per migliorare la gestione dell’emergenza un team di epidemiologi e virologi dell’IZSVe ha sviluppato un approccio epidemiologico basato sull’integrazione di dati epidemiologici e biomolecolari, che ha permesso di conoscere l’origine e le modalità di diffusione del virus e di orientare la strategia di eradicazione “in tempo reale”. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Le informazioni raccolte “sul campo” come risultato delle indagini epidemiologiche (specie colpite, distribuzione geografica degli allevamenti, movimentazioni di persone e animali, caratteristiche ambientali, ecc.) sono state combinate con l’analisi dei dati genetici effettuata nei laboratori di virologia e biologia molecolare, allo scopo di monitorare l’evoluzione della situazione e individuare, giorno per giorno, le cause e le vie di diffusione dell’infezione. Solitamente il confronto fra dati epidemiologici e biomolecolari viene fatto a epidemia conclusa; qui invece l’identificazione delle modalità di diffusione del virus è avvenuta durante l’epidemia, tramite lo studio del “contact network”, consentendo alle autorità sanitarie di predisporre azioni correttive e misure di prevenzione più efficaci per contenere la diffusione dell’infezione negli allevamenti.

Potenziato il sistema di prevenzione. L’analisi filogenetica ha rivelato che la rete dei rapporti di “parentela genetica” tra i virus era confrontabile con quella degli allevamenti infetti: quello che era un sospetto epidemiologico è stato confermato dalla similarità genetica dei virus isolati dai diversi focolai. L’integrazione di evidenze epidemiologiche con i risultati di analisi genetiche e bioinformatiche ha permesso di avere un quadro più dettagliato dell’epidemia di H5N8 HPAI in Italia e di potenziare il sistema di prevenzione, identificando le aree in cui rendere più precise le misure di controllo e rafforzare la biosicurezza.

Fonte: IZSVe

Influenza aviaria, nuove norme della Commissione Europea sulla biosicurezza

La Commissione europea ha adottato una decisione che rafforza le norme esistenti in materia di lotta all’influenza aviaria con l’obiettivo di prevenire l’introduzione del virus attraverso i contatti con uccelli selvatici infetti.

Rafforzare le azioni di prevenzione prima dell’inverno. Il provvedimento, che si basa sul recente parere scientifico dell’Efsa e sulle esperienze degli Stati Membri in merito alle passate epidemie, punta innanzitutto a rafforzare le azioni di prevenzione alla vigilia della stagione invernale. La decisione dovrebbe inoltre rafforzerà le capacità degli Stati Membri di far fronte a situazioni di crisi, fornendo al tempo stesso la flessibilità necessaria costruita su un moderno approccio basato sul rischio “One Health”, puntando sulle malattie che colpiscono gli animali e in seconda battuta gli esseri umani.

Le nuove regole. Si ricorda che le passate epidemie di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) registrate nell’UE hanno evidenziato il ruolo centrale degli uccelli migratori selvatici nell’introduzione del virus nelle aziende avicole e l’importanza delle misure di biosicurezza adottate dagli agricoltori a livello di azienda agricola. Al fine di prevenire contatti e trasmissione di virus tra volatili selvatici e pollame infetti, gli Stati Membri devono
vietare determinate attività in “aree ad alto rischio”; devono inoltre identificare tali aree nei loro territori sulla base della valutazione dei fattori di rischio per l’introduzione e la diffusione del virus. Ciò include l’ubicazione
degli allevamenti vicini alle aree in cui si raccolgono gli uccelli migratori selvatici, l’allevamento di pollame all’aperto con un’alta densità di allevamenti di pollame e altri fattori. Nelle zone ad alto rischio, gli Stati Membri devono vietare l’allevamento di anatre e oche in forma promiscua con ad altre specie di pollame, la custodia di pollame all’aperto, la raccolta di pollame e volatili in cattività nei mercati e nelle fiere e alcune specifiche pratiche di caccia. Tuttavia, a seguito di un’approfondita valutazione del rischio, gli Stati Membri possono adeguare tali misure alla mutevole situazione della malattia e ai sistemi locali di produzione di
pollame.

Fonte: Veneto Agricoltura Europa