“Forse ci sono più lupi che pecore in Italia visto che i danni da selvaggina, in particolare quelli provocati da ungulati, superano il valore di 100 milioni di euro per circa 3 mila ovini sbranati”. Sono i dati del 2013 a cui vanno aggiunti quelli di quest’anno dove la presenza di grandi carnivori ha sicuramente aggravato la situazione. Gli agricoltori veneti – commenta Pietro Piccioni direttore di Coldiretti – non hanno certo bisogno di un censimento per contare questi animali, vedono ogni giorno i disastri: dalle nutrie che forano gli argini ai cervi che distruggono la biodiversità, dai cinghiali che grattano i terreni alle lepri che mangiano le piante seminate fino agli orsi e lupi che sbranano bovini”.
Assenza di un adeguato rimborso economico all’agricoltore. Ma se dopo anni di protezione sul destino della nutria interviene il legislatore nazionale, rendendola specie cacciabile, dimostrando cosi piena coscienza della tutela del territorio rispetto alla presenza di un roditore importato allo scopo di allevamento da pelliccia e poi diventato colonizzatore degli ambienti fluviali, Coldiretti Veneto continua a rimarcare l’assenza dal 2010 di un adeguato ristoro economico all’agricoltore, che fa prima a vincere la burocrazia per ottenere i finanziamenti europei che farsi rimborsare un vitello divorato da un canide. “Un piano faunistico regionale senza innovazione nella strumentazione e con l’erogazione di risorse in tempi biblici – sostiene Piccioni -. Nel 2012 il contributo ammissibile era più di un milione trecento mila euro, ma la disponibilità era meno del 20%. Il danno è sempre superiore al contributo ammissibile perché per norma non si può che erogare fino al 60% , cosi che in realtà, la disponibilità copre appena il 6 per cento. Un intervento irrisorio per certi versi offensivo: ad esempio per valore di 2 mila euro, l’imprenditore si vede recapitare un bonifico di 120 euro circa. In prospettiva con il nuovo piano faunistico – conclude Coldiretti – si dovrebbe porre rimedio in quanto la percentuale lievita all’ 80% e le procedure responsabilizzano gli ambiti territoriali di caccia: ma il problema resta lo stesso da tre anni: la cassa è vuota nonostante i versamenti della tassa di concessione regionale depositata annualmente dai cacciatori è pari a 5 milioni di euro.
Fonte: Coldiretti Veneto
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