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La pratica agricola della piantata veneta resa immortale dall’azione dell’associazione culturale Borgo Baver onlus

Dopo il via libera dell’Osservatorio nazionale del paesaggio rurale, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali ha predisposto i decreti che determinano l’iscrizione nel Registro nazionale dei Paesaggi Rurali e delle Pratiche Agricole della Pratica Agricola Tradizionale Piantata Veneta, la cui candidatura era stata presentata dall’Associazione Culturale Borgo Baver Onlus di Codega di Sant’Urbano (TV).

Ad oggi il registro include 10 paesaggi e due pratiche agricole, distribuiti dal Nord a Sud, a fronte di oltre 80 richieste di candidatura presentate. Nel corso dell’ultima riunione del gennaio scorso, l’Osservatorio nazionale del paesaggio rurale ha espresso parere favorevole all’unanimità rispetto all’iscrizione dei cinque nuovi Paesaggi (Fascia pedemontana olivata fra Assisi e Spoleto, Paesaggio della Pietra a Secco dell’Isola di Pantelleria, Parco regionale Storico agricolo dell’Olivo di Venafro, Paesaggio policolturale di Trequanda e Paesaggio rurale storico di Lamole in Chianti) e della pratica tradizionale veneta.

La piantata veneta è una pratica colturale antichissima di coltivazione della vite testimoniata già in epoca etrusca e romana. Si tratta di una tipica forma di agricoltura promiscua in cui gli appezzamenti coltivati sono delimitati da filari di viti maritate ad alberi d’alto fusto. In passato erano presenti vari tipi di specie arboree (l’olmo, l’acero, il salice, alberi da frutto, ecc.), ma, a seguito della diffusione della bachicoltura, si è affermata la presenza del gelso le cui foglie venivano impiegate per alimentare i bachi. Dal punto di vista colturale, la piantata si associava spesso a peculiari sistemazioni idraulico-agrarie quali, ad esempio, il cavalletto. In questo caso il filare di viti maritate si trova su una porca di larghezza variabile, tenuta a prato e separata dai coltivi da una o due piccole affossature. Come testimoniato da varie ricerche effettuate in provincia di Treviso e nel Veneto, la piantata di vite costituiva la forma quasi esclusiva di gestione delle colture nella pianura veneta fin dai tempi della Serenissima. Presentava il notevole vantaggio di garantire una pluralità di prodotti in aziende che consentivano sia di soddisfare le esigenze dei coltivatori. Con l’avvento della meccanizzazione e il diffondersi del diserbo chimico, questo paesaggio è progressivamente scomparso nel Veneto così come nel resto d’Italia.

Allo stato attuale permangono solo pochi esempi del paesaggio della Piantata Veneta. Tra questi particolare rilevanza assume il piccolo vigneto arborato situato nel Borgo di Baver nel comune di Godega di Sant’Urbano (TV) (che i soci Argav hanno visitato nel 2015)  dove sono state conservate le modalità tradizionali di coltivare la piantata di viti nel Veneto. L’importanza di questa piantata è tale che la Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici delle province di Venezia, Belluno e Treviso ha posto nel 2014 un vincolo di tutela ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera a) del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42 con cui viene tutelato non solo il paesaggio ma in particolar modo la pratica colturale ancora presente per il suo fondamentale valore etnoantropologico.

Fonte: Associazione culturale Borgo Baver onlus

 

 

Sei nuove aree iscritte nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici. Tra questi, la pratica tradizionale della piantata veneta, di cui uno splendido esempio si trova a Baver (TV)

vigneto di Baver (TV)

L’Osservatorio Nazionale del Paesaggio Rurale ha iscritto nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici sei nuove aree. Ad oggi il registro include dieci paesaggi e due pratiche agricole, distribuiti dal Nord all’estremo Sud della penisola, con una crescita che ha visto  raddoppiare il loro numero nel corso dell’ultimo anno. “Non c’è Paese in Europa che abbia un patrimonio di paesaggi rurali così diffuso in tutte le sue Regioni. Le nuove iscrizioni confermano questa ricchezza unica di identità e di capacità degli agricoltori di formare e conservare i luoghi come veri e propri beni comuni”, ha dichiarato il Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina.

Le sei nuove aree inserite. Fascia pedemontana olivata fra Assisi e Spoleto. Si tratta della principale area olivicola dell’Umbria, conserva un paesaggio dove il rapporto tra olivicoltura e storia si presenta particolarmente forte: borghi storici, castelli e complessi religiosi si trovano immersi negli oliveti che ricoprono le pendici, arricchiti da terrazzamenti, lunette e ciglioni, mentre nella parte pianeggiante, querce monumentali delimitano i seminativi.  La piantata veneta. Questa candidatura, che rientra nella sezione delle pratiche tradizionali, riguarda una antichissima pratica agricola che affonda le sue radici al periodo etrusco e che fino ad alcuni decenni orsono rappresentava la più importante qualità di coltura che occupava il centro ed il nord dell’Italia. Si tratta di più colture associate a filari alberati che oggi sono prese di nuovo a modello per le loro molteplici valenza ambientali e paesaggistiche (un esempio è il vigneto di Baver, nel trevigiano, visitato dai soci Argav nel 2015). Paesaggio della pietra a secco dell’Isola di Pantelleria. Il paesaggio di Pantelleria testimonia come le condizioni ambientali abbiano determinato lo sviluppo di tecniche colturali in grado adattare le necessità dell’uomo ad un ambiente difficile producendo un paesaggio straordinario associato ad una alta qualità dei prodotti e di grande valenza turistica. Chilometri di muretti a secco ospitano viti ad alberello, olivi potati per crescere a poche decine di centimetri da terra, capperi e agrumi, in un contesto paesaggistico di grande valenza estetico.  Parco regionale Storico agricolo dell’olivo di Venafro (Isernia). L’olivicoltura di Venafro affonda le sue radici nell’epoca romana dove la qualità dell’olio di questa area era già citato da Plinio e Catone. Si tratta di un paesaggio caratterizzato da olivi monumentali e da terrazzamenti in pietra, nella diffusa consociazione con il pascolo all’interno degli oliveti, in un ambiente che conserva ancora i caratteri del paesaggio storico dell’Appennino meridionale. Il paesaggio policolturale di Trequanda (Siena). Il paesaggio di Trequanda rappresenta un esempio di tipico paesaggio di origine  mezzadrile, con un mosaico policolturale complesso costituito da oliveti, vigne, seminativi nudi o arborati e boschi a dominanza di querce, arricchito dalla presenza di terrazzamenti in pietra a secco che sostengono gli oliveti sulle pendici più acclivi. Il paesaggio rurale storico di Lamole in Chianti. Il paesaggio agricolo storico di Lamole, conserva un paesaggio policolturale su terrazzamenti in pietra a secco e rappresenta un esempio di come sia possibile fare agricoltura di qualità nel rispetto del paesaggio storico, che finisce per essere un valore aggiunto ai prodotti locali. Lamole è la patria del Sangiovese il vitigno principale del vino Chianti.

Fonte: Servizio stampa Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali