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Chiuso con successo Vinitaly, si pensa già alla prossima edizione, in programma dal 19 al 22 aprile 2020. Dalle ricerche presentate in occasione dell’edizione 2019, emerge un Veneto terza meta turistica enoturistica italiana, gran consumatore di bollicine e primo in “conoscenza geografica” delle grandi denominazioni italiane.

(di Marina Meneguzzi, vice presidente Argav) Il 53° Vinitaly ha chiuso da pochi giorni a Verona in linea con l’edizione precedente in fatto di presenze – 125mila da 145 nazioni – ma con un aumento di qualità e numero dei buyer esteri accreditati (+ 3 per cento, per un totale di 33 mila presenze) e un continuo lavoro sulla selezione di visitatori verso una presenza sempre più professionale. A riprova di ciò, sono aumentate di 20mila, per un totale di 80 mila, le presenze di wine lover al fuori salone di Vinitaly and the City.

A Sol&Agrifood, focus sul consumatore di prodotti agroalimentari di qualità. Nel dibattito inaugurale della manifestazione, che si è tenuta in contemporanea a Vinitaly a Veronafiere, dal titolo “Conquistare il consumatore: l’esperienza femminile nel mondo dell’eccellenza agroalimentare italiana”, è emerso che: oltre 9 italiani su 10 consumano olio di oliva in Italia, 2 su 3 lo acquistano più volte al mese, selezionandolo principalmente in base all’origine ancor prima del brand e del prezzo; due italiani su dieci – specie nelle grandi città e in generale nel centro Italia – comprano alimenti Dop-Igp abitualmente. La ricerca ha preso in considerazione anche il consumatore di birra, differenziato tra chi beve birra e chi preferisce la birra artigianale: la prima è la preferita da Generation X e Baby Boomers (rispettivamente 39-54 e 55-73 anni), mentre la seconda attira maggiormente i Millennial (18-38 anni) più eruditi delle grandi città.

La percezione del made in Italy nel mondo. Secondo le ultime indagini multi-country di Nomisma Wine Monitor, sia negli Emirati Arabi, che in Regno Unito ma anche in Cina, dove nel 2020 Veronafiera lancerà la piattaforma Wine to Asia, circa 4 consumatori su 10 affermano che il nostro cibo e il nostro vino siano in assoluto i prodotti più rappresentativi del made in Italy, prima ancora di moda, auto e arredamento. All’estero, il food&beverage italiano richiama innanzitutto il concetto di “qualità” per circa un quarto dei consumatori stranieri, che, pensando al nostro cibo evocano anche immagini come “tradizione/cultura”, “salute” e “stile”. I prodotti della nostra cultura gastronomica che più attraggono i consumatori stranieri sono pasta e olio extravergine di oliva, ovviamente dopo la pizza, non plus ultra del made in Italy per diffusione e notorietà.

L’approccio al vino e dello stato di salute del mercato interno. Ecco in breve i risultati dell’indagine “Mercato Italia, gli Italiani e il vino” realizzata da Vinitaly con l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor: si beve meno – il 26% di volumi ridotti rispetto a vent’anni fa – ma lo fanno praticamente tutti e in modo più responsabile: la media è di 2-4 bicchieri a settimana, consumati soprattutto in casa (67%) in particolare dai baby boomers (55-73 anni, al 93%), ma è rilevante la quota di tutte le generazioni, con i millennials (18-38 anni) che evidenziano già un tasso di penetrazione pari all’84%. Dato in aumento sia a casa che nel fuori casa. Si beve meno, dunque, ma il mercato del vino tiene e produce un valore al consumo che, secondo l’analisi, è stimato dall’Osservatorio in 14,3 miliardi di euro (dato 2018). Per la maggior parte degli intervistati il vino è tradizione, eleganza e cultura, al contrario dei superalcolici, associati a divertimento e monotonia, o della birra, dove prevale il matching con amicizia e quotidianità. Tra i criteri di scelta, il territorio di produzione la spunta su denominazione e vitigno. Assieme sommano il 61% delle risposte e si rivelano molto più importanti di prezzo, brand aziendale, consigli di sommelier e caratteristiche green. Tra i ‘saranno famosi’ nei prossimi 2-3 anni, i consumatori indicano invece gli autoctoni (28%), i biologici (19%), i vini veneti, piemontesi, toscani, pugliesi e siciliani e quelli leggeri, facili da bere e da mixare. Vino nel bicchiere ma anche in campagna, con il 23% degli italiani che hanno fatto una vacanza/escursione in un territorio del vino e solo il 18% che esclude questa possibilità in futuro. Tra le mete più ambite, stravince la Toscana con il Chianti e Siena, poi Piemonte (Langhe e Asti) e il Veneto.

Fenomeno spritz e vini mixati. Su tutta la Penisola si fa largo lo spritz che è il re del fuori casa (e dell’aperitivo) e ormai un vero e proprio rito di iniziazione al vino per i palati più giovani. Una svolta pop che allo stesso tempo può essere interpretata come un primo approccio culturale verso un prodotto bandiera. Vola, in particolare in Lombardia e Veneto, il consumo di spritz (attorno al 40% nel fuori casa) e più in generale dei vini mixati nelle grandi città, dove è maggiore anche la propensione alla vacanza enoturistica, in particolare a Milano (36%). Il rosso, primo tra i consumi, domina al Sud, in Piemonte e in Toscana, mentre in Veneto è altissima l’incidenza degli sparkling. Più marcate le differenze sulla conoscenza dei grandi vitigni: chiamati a indicare la provenienza regionale di Amarone della Valpolicella, Brunello di Montalcino e Franciacorta, solo 1 italiano su 4 risponde correttamente, in una geografia delle risposte che premia i veneti (38% di risposte senza errori), seguiti da Lombardia (34%), mentre fanalini di coda sono la Sicilia e la Campania, dove la soglia si abbassa a circa 1/5 dei rispondenti.

 

Nel Nordest lo spritz si evolve e guarda all’artigianalità dei prodotti

spritz euganeo

sprtiz Euganeo di Pino Cesarotto

(di Marina Meneguzzi) Si narra che lo spritz, l’aperitivo per eccellenza del Nordest, tragga le proprie origini nell’Ottocento dall’abitudine dei soldati austriaci, che a quel tempo occupavano le terre venete, di annacquare la gradazione alcolica dei vini locali con una spruzzata (dal tedesco spritzen) di acqua frizzante.

Prime evoluzioni della bevanda. Nel corso degli anni lo spritz originario, vino bianco e acqua gassata (o seltz) ha subito  numerose evoluzioni: dapprima l’aggiunta del Prosecco e poi, complice la presenza a Padova dell’aziend F.lli Barbieri, che nel 1919 produceva l’Aperol, oggi gestito da una multinazionale, l’aggiunta del retrogusto amaro del bitter. Il tutto servito in un bicchiere guarnito con una fetta d’arancio e olive.

Pino CesarottoLo spritz del Terzo Millennio guarda all’artigianalità. Nel momento in cui lo spritz classico è diventato uno degli aperitivi più consumati in Italia, ecco che nei bar del Nordest è inziata una nuova evoluzione, seppur ancora di nicchia, che guarda all’artigianalità dei prodotti usati nel crearlo. Ad esempio, il distillato all’arancia prodotto dalla famiglia Luxardo a Torreglia nel Padovano, oppure l’amaro dei storici distillatori friulani Nonino. Ancora, in versione bianca, si beve sempre più l’Hugo, aperitivo leggermente alcoolico, originario dell’Alto Adige e a base di Prosecco, sciroppo di fiori di sambuco, seltz (o acqua gassata) e foglie di menta. Ultimo nato, lo spritz Euganeo, creato ad Arquà Petrarca, borgo medievale incastonato nel verde dei colli Euganei, sempre nel Padovano, dall’eclettico Pino Cesarotto che, con il beneplacito della Strada del vino Colli Euganei, nella sua enoteca miscela il Moscato Fior d’Arancio Docg con pezzettini di arancia, ghiaccio ed un preparato alcolico (6°) dalla ricetta segreta. Per la guarnizione, al posto dell’oliva, usa un’altra drupa, la giuggiola, il frutto per antonomasia della zona, fresca in periodo di stagione tra settembre e ottobre e poi sotto spirito. Ancora, il socio e consigliere ARGAV Andrea Saviane, mi rende partecipe di un altro ingrediente che si è iniziato ad usare in Veneto – e non solo –  per fare lo spritz al posto degli ingredienti tradizionali. Al Prosecco, viene infatti mescolato l’Elisir Gambrinus, un vino liquoroso ottenuto dal Raboso del Piave, un vitigno autoctono della zona attorno a Treviso. Un liquore nato per caso, oltre centocinquanta anni fa, racconta sempre la leggenda, quando un oste, Giacomo Zanotto, dimenticò nel fondo della cantina alcune botti di rovere con, appunto, del raboso. Quando si accorse della loro esistenza assaggiò quel vino, diventato ormai liquoroso, e ne fu entusiasta. Era nata la base di quello che sarebbe diventato l’Elisir Gambrinus, la cui ricetta originale è ancora oggi costodita dalla famiglia Zanotto nel proprio ristorante a San Polo di Piave, nel trevigiano.